Una canzone travolgente, adatta alla Festa di oggi! Auguri!
giovedì 1 novembre 2007
mercoledì 31 ottobre 2007
La nuova santità
sabato 27 ottobre 2007
venerdì 26 ottobre 2007
giovedì 25 ottobre 2007
Las flores de la vida

Te doy la vida porque mi vida es tuya
Y cuando dueño sea, de la ilusión que siento
El amor de las mujeres no tiene comparación
Passato e futuro

Schillebeeckx E., Il celibato del ministero ecclesiastico, Roma, Paoline 1968, 10-11
martedì 23 ottobre 2007
Conforto

lunedì 22 ottobre 2007
In debito d'amore

domenica 21 ottobre 2007
Occhi e cuore
venerdì 19 ottobre 2007
Con la testa

Senza testa
Disequilibrio
giovedì 18 ottobre 2007
Fortune della vita - 4

Questo versetto alleluiatico, che abbiamo cantato nell’odierna liturgia, riassume bene una caratteristica fondamentale del Vangelo di Luca, di cui oggi celebriamo la festa: la presentazione di Gesù come colui che è “consacrato con l’unzione” (Is 61, 1) “per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4, 18-19). È un messaggio di gioia. La gioia di chi recupera la libertà dalla prigionia o dall’oppressione. Di chi recupera la vista, di chi torna a vedere la luce della verità. Cristo è mandato per annunciare agli uomini che la verità può essere conosciuta e che la libertà può essere raggiunta. L’evangelista Luca, sulle orme di Cristo, è stato un grande annunciatore di questo messaggio. E noi pure siamo da Cristo chiamati, siamo da lui mandati ad annunciare questo messaggio. Ci invita a ricordare ciò anche l’odierna vigilia della Giornata missionaria mondiale.
2. Nel Vangelo appena letto Luca (10, 1-20) ci presenta alcuni dei principali insegnamenti di Cristo ai discepoli circa i loro compiti missionari. Gesù non nasconde loro le difficoltà: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”; eppure li orna di una grande potenza spirituale: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”. Qui vediamo inculcate le doti dell’apostolo, del missionario, dell’evangelizzatore. Da una parte lo spirito di sacrificio, l’apertura al dialogo, la misericordia; dall’altra la saldezza delle proprie convinzioni di fede, la potenza della grazia che opera in loro e che li rende strumenti dell’azione divina nel mondo per la salvezza degli uomini. Dio ama scegliere i poveri per evangelizzare i poveri. Ama scegliere degli “agnelli”, cioè persone inappariscenti e umili. Ama scegliere dei poveri strumenti, per mostrare che è lui l’Agente principale della salvezza. Ma l’evangelizzatore deve anche “essere agnello”, nel senso che deve essere umile e docile nelle mani di Dio. Solo uno strumento docile, infatti, è uno strumento utile.
3. “Curate i malati e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio”. L’impegno di annuncio del Vangelo è connesso, con profondi legami, alla promozione integrale dell’uomo. Non c’è dubbio infatti che il regno del Signore, annunciato e proclamato presente, si rende visibile proprio attraverso segni concreti di carità fraterna, di servizio, di pratica della giustizia. È questo lo stile di Gesù e dei suoi discepoli. È uno stile che rende credibile il messaggio e - nello stesso tempo - introduce alle esigenze più alte del Vangelo partendo dai compiti più urgenti della giustizia e della solidarietà umana. Sta qui il motivo per il quale Gesù inviò i discepoli “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”: l’azione di solidarietà umana dei discepoli doveva preparare gli animi ad accogliere la presenza del Figlio di Dio incarnato e del suo messaggio d’amore divino ben superiore alle esigenze e alle possibilità dell’uomo.
4. L’annuncio ufficiale del mistero di Cristo è affidato da Cristo stesso, come sappiamo, al sacerdote. Tuttavia il compito di “precedere” questo annuncio e di collaborare, coinvolge tutti i laici cristiani, e ciò proprio in forza del fatto che essi sono chiamati - come dice il Concilio - a farsi animatori e promotori delle realtà temporali, ordinandole secondo Dio e le indicazioni del Vangelo. Così facendo, i laici “preparano le vie del Signore” (Mt 3, 3), e nel loro stesso impegno per la giustizia e la pace sulla terra, implicitamente annunciano, mediante la loro testimonianza, il mistero del Signore Gesù che “viene”, e l’imminenza del regno dei cieli. In questo lavoro di animazione e di trasformazione evangelica della società e della storia, i laici cristiani possono e devono dare un contributo decisivo e insostituibile al superamento delle difficoltà e delle preoccupazioni dell’ora presente, relative a questa nostra civiltà, che spesso tende a chiudere il cuore dell’uomo alla trascendenza, al senso di Dio, ai grandi valori evangelici della giustizia e della misericordia.
5. La festa e il ricordo di san Luca Evangelista, che oggi celebriamo, costituisce un pressante invito a far nostra l’ansia missionaria di tutti coloro che hanno permesso alla parola di Cristo di risonare nel mondo e di riempire il cuore dell’uomo di luce e di consolazione. Cristo infatti è la risposta adeguata e vera agli interrogativi e alle aspirazioni più profondi del cuore dell’uomo. Cristo dona all’uomo molto più di quanto l’uomo possa sperare e desiderare. Egli solo rivela a noi il vero volto di Dio e dell’uomo. Egli che ha vinto il peccato e la morte è la nostra speranza e la nostra salvezza. Egli è la via, la verità e la vita. Per questo, non possiamo rimanere indifferenti al pensiero che uomini, donne, giovani, nel mondo, ma anche nei confini della propria Chiesa locale, non hanno la gioia di fare esperienza di Gesù Cristo, redentore e amico dell’uomo. Tale pensiero, anzi tale inquietudine, deve risvegliare in noi le migliori energie per individuare e promuovere con generosità e creatività, dovunque sia possibile, occasioni, luoghi, iniziative per annunciare a tutti la buona notizia del Vangelo. È indispensabile, oggi più che mai, attingere a piene mani dal Vangelo, attraverso una preghiera assidua, calma, meditata, per lasciarci rimettere in discussione dalla Parola e comprendere sempre meglio e più profondamente il progetto che Dio ha sulla comunità ecclesiale di Fiesole e su ciascuno di voi.
martedì 16 ottobre 2007
Lo Spirito è il futuro
H.U. von Balthasar, Homo creatus est, 350
lunedì 15 ottobre 2007
Fortune della vita - 3
sabato 13 ottobre 2007
Fortune della vita - 2
Fortune della vita - 1
mercoledì 10 ottobre 2007
Verità profonda
lunedì 8 ottobre 2007
Essere vigilanti su se stessi

domenica 7 ottobre 2007
sabato 6 ottobre 2007
L'amore si fa

Non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.
Michel Quoist
martedì 2 ottobre 2007
Distorsioni della libertà
Le tre distorsioni fatali nel concetto corrente di libertàOggi c'è uno scialo di libertà. Nel nostro mondo, tutte le sue possibili declinazioni vengono esercitate o rivendicate. Guerre vengono fatte in nome della libertà; proposte politiche si riassumono sotto l'egida delle libertà, al plurale. Ogni riforma che voglia presentarsi come innovativa e accattivarsi le simpatie deve assumere almeno l'aspetto di un ampliamento della libertà. Chi potrebbe avere obiezioni? Non è l'anelito alla libertà ciò che è più pro¬fondo nell'essere umano e non è la libertà ciò che lo contraddistingue e che ne fonda dignità e responsabilità?
Ma in tanto inebriarsi di libertà debbono nascondersi delle tare. Come mai, altrimenti, si tollererebbe tanta mancanza sia di libertà da costrizioni e bisogni sia di libertà positiva ed effettiva, di libertà "per" e "di": fare, esistere, creare, amare, ben al di fuori di quei luoghi in cui la negazione della libertà politica e civile è evidente? Come mai milioni di bambini obbligati a diventare guerriglieri o a lavorare, in condizioni disumane? Come mai tante ragazze asservite al racket della prostituzione? Come mai forme di schiavitù in senso stretto, in certi Paesi? Come mai tanto assoggettamento alla mancanza di acqua, di cibo, di cure, di scuole, di case, di lavoro? Come mai, in Paesi liberi e cristiani, i "ragazzi di strada", senza libertà di crescere? È libertà la scelta, di tanti disperati che premono alle nostre coste, tra morire di fame o in mare o essere respinti? E che dire della mancanza di libertà delle coscienze e delle menti, che imperversa anche nei Paesi più ricchi e civilizzati e tra coloro che sono nel benessere? Sono liberi i giovani che si drogano, si abbrutiscono nelle discoteche, si ammazzano nelle stragi del sabato sera? Sono liberi quanti vivo¬no il lavoro solo come mezzo per accumulare denaro e trionfare sugli altri e che devastano affetti? Lo sono gli adulti che maltrattano i bambini o gli uomini che maltrattano le donne (percentuali impressionanti)? Siamo liberi, noi che stiamo rendendo inospitale il pianeta e che ne minacciamo con inquinamenti e energia nucleare, bellica e pacifica, la sopravvivenza? Modelli economici di tipo liberistico da che ci "liberano" se non dalle tutele sociali, assistenza sanitaria e servizi scolastici, dalla sicurezza del lavoro, premessa per progettare la propria vita, oltre che dall'onere umanizzante della solidarietà?
Al fondo della concezione corrente della libertà vi sono distorsioni fatali.
La prima, è il ritenere che la libertà di ognuno trovi nell'altro, nel suo eguale diritto, un limite, al massimo da tollerare e rispettare. Non è così. Filosofia e psicoanalisi sono concordi nel mostrare che la mia libertà è possibile solo perché l’altro c’è. Da altri traiamo origine ma, soprattutto, solo in relazione con l'altro ognuno può compiersi pienamente, è libero d'essere sé stesso: un essere relazionale. Si è liberi con l'altro, non dall’altro. Soltanto nel caso di beni materiali, la compresenza di altri impone la suddivisione e limita, quindi, il godimento. Invece di essere un caso minore nella concezione della libertà umana, il modello dei rapporti riguardanti le cose e la materia è diventato l’unico parametro e criterio della libertà. E, questo, proprio all'interno di quegli orientamenti di civiltà che si sono opposti (e in questo non avevano torto) al "materialismo", identificato col marxismo: solo che ne includono uno peggiore, se non altro perché più subdolo. Un materialismo individualista è, infatti, ancora più disumano di un materialismo collettivista, nel quale si conserva ancora una traccia, pur distorta, della esigenza primaria di coesione.
Il secondo, e forse più radicale, travisamento, al quale si oppongono sia l'annuncio cristiano sia i dati della psicologia del profondo, è quello di pensarci già liberi. Di non riconoscere che i nostri condizionamenti interni ed esterni fanno per noi della libertà una conquista mai del tutto compiuta, che la libertà per noi consiste in una liberazione, dal male cui siamo inclinati, dall'egocentrismo e incapacità di amare. E il Padre nostro termina col grido «liberaci dal male», spesso oscurato da recite frettolose.
Il terzo fraintendimento è il prendere come soggetto della libertà soltanto l'individuo, che è realtà in gran parte fittizia. Pur ognuno con un volto e una responsabilità unici, noi siamo come dei nodi in una rete di relazioni; cristianamente: un corpo, ora «di ossa spezzate» (Merton); cristianamente chiamati a formare il corpo di Cristo. Perciò la libertà è una e indivisibile; è per tutti e per l'intero essere umano o non è. Siamo infatti persone, luoghi di originale e irripetibile risonanza dell'Altro, da cui veniamo, e dei volti, voci e vite degli altri con cui con-viviamo, con-dividiamo e con-creiamo il mondo.
MARIA CRISTINA BARTOLOMEI su Jesus, agosto 2003, 21.
domenica 30 settembre 2007
Buona Festa dell'Oratorio!

Lo è oltre ogni situazione problematica e prima di ogni suo possibile giudizio. Dove le persone vivono creando legami improntati al vero amore reciproco e gratuito, anche se bisognoso di crescita, di educazione e di purificazione, lì troviamo sempre una traccia luminosa di Dio, il cui amore “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5). È con questa gioiosa certezza che invito tutti i responsabili e gli operatori degli Oratori a guardare con grande speranza e a vivere con operosa fiducia ogni relazione con le famiglie che incontrano nelle diverse occasioni dell’anno oratoriano.
Poveri e ricchi
mercoledì 26 settembre 2007
Riconoscere le proprie colpe

dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate
(Doctr. 13, De accusatione sui ipsius, 2-3: PG 88, 1699)
La falsa pace dello spirito
Chi incolpa se stesso, accoglie tutto serenamente quando incorre in qualunque contrarietà, danno, mal¬dicenza, oltraggio o altra afflizione: di tutto egli si ritiene meritevole, né può in alcun modo essere turba¬to. Che cosa vi è di più tranquillo di quest’uomo? Forse qualcuno mi obietterà: «Se un fratello mi afflig¬ge ed esaminandomi non trovassi di avergli data alcu¬na occasione, perché dovrei accusare me stesso?».
Intanto è certo che se qualcuno con timore di Dio si esaminasse diligentemente, non si troverebbe mai del tutto innocente e scoprirebbe che o con l'azione o con la parola o con l’atteggiamento ha dato qualche occa¬sione. Che se poi in nessuno di questi casi si scopris¬se colpevole, certamente in un altro momento avrà trattato duramente quel fratello o in qualche questio¬ne vecchia o nuova, oppure ha forse recato danno a qualche altro fratello. Perciò per questo meritatamen¬te soffre, oppure soffre per altri innumerevoli peccati che ha commesso in altro tempo.
Un altro chiede perché dovrebbe incolparsi quando, standosene in tutta tranquillità e pace, viene insultato dal fratello che sopraggiunge con qualche parola offensiva e infamante e, non potendola sopportare, si ritiene in diritto di adirarsi e di protestare. Poiché se quello non fosse giunto e non avesse parlato e non avesse dato fastidio, egli non avrebbe peccato. La scusa è certamente ridicola e non poggia su un ragionevole fondamento. Non è stato certamente per il fatto che gli sia stata detta qualche parola che è ribollita in lui la passione dell'ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro. Perciò, se ha buona volontà, avrà ottime ragioni per fare penitenza. Egli è simile alla segala chiara splendente che rivela le sue scorie solo quando viene macinata.
Così colui che siede tranquillo e pacifico, come egli pensa, possiede all’interno una passio¬ne che non vede. Sopraggiunge il fratello, dice qual¬che parola pungente, e subito tutto il fondo deteriore, che si nascondeva dentro, è vomitato fuori.
Perciò se vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, si puri¬fichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento essendo stato messo da lui in un’occa¬sione di progresso spirituale. Se così avesse fatto, in seguito non avrebbe più sperimentato la stessa suscet¬tibilità. È certo comunque che quanto più progredirà tanto più facilmente affronterà simili prove. In verità quanto più l’anima avanza nella virtù tanto più diven¬ta forte ed energica nel sopportare qualunque cosa gravosa possa accaderle.
Diverse persone, diverse reazioni

Dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate
(Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 1-2: PG 88, 1695-1699)
La ragione di ogni turbamento è che nessuno accusa se stesso
Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa soprattutto derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l'avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge. Qual è, mi domando, la causa di questa differenza? Questo fatto ha una sola o più spiegazioni? Io mi rendo conto che vi sono molte spiegazioni e motivi, ma ve n’è una che sta avanti alle altre e che genera tutte le altre, secondo quanto disse un tale: Questo deriva dalla particolare condizione in cui talora qualcuno viene a trovarsi. Chi infatti si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratel¬lo. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza.
Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti.
Da tutto questo può derivare il fatto, come ho detto, che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengo¬no dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello.
Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po’ di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all'infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo costatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tulle le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi.
Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l'uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano.
lunedì 4 giugno 2007
Notte dopo la Festa
Carissimi tutti,
credo di non essermi mai sentito come questa sera.
E’ difficile da descrivere.
Un po’ mi spaventa, un po’ mi coinvolge nell’avventura di scoprire ancora qualcosa di me.
A metà strada tra lo stand-by e il troppo-pieno.
Sono “spento”, nel senso che non riesco a produrre “movimento”, in me e fuori di me;
ma non è perché non ho voglia di muovermi, bensì perché ho troppa “energia” nelle vene,
e lo stomaco chiuso.
Mi è venuta in mente una parte di Ef 4, 26: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”.
Stasera ho scoperto anche: “Non tramonti il sole sopra la vostra gioia”.
Giornate, ore, minuti, lava incandescente di emozioni, sorrisi, ricordi, timori.
Volendolo e non volendolo, il tutto è ancora bloccato da un tappo.
Da tempo si raccoglievano le nuvole,
ma oggi mi pioveva addosso la grazia dell’affetto:
ora discreto come la pioggerella, ora rumoroso come un tuono,
ora dolce-salato come le lacrime, ora impetuoso come uno scroscio.
In un’alternanza implacabile e incontrollabile.
Capivo che tenevo aperto l’ombrello, per tentare di ripararmi un po’…
fino alla doccia fredda del gavettone: non ci si può, non ci si deve riparare.
E finalmente dagli occhi sono scese delle gocce.
Nonostante la stanchezza, sarà dura addormentarmi stasera,
più di quando lo sia stato le scorse notti.
Da domani spero di tornare a poter usare mente, corpo e cuore.
Per ora dico solo: Grazie!
Non è un granché, se lo dico e se lo scrivo;
per come lo sto provando nelle viscere vale quasi quanto la vita.
dMc
martedì 15 maggio 2007
A proposito di un nuovo parroco
(don Primo Mazzolari)
Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.
sabato 28 aprile 2007
La passione delle pazienze
Noi sappiamo che deve venire,
e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.
Come un filo di lana tagliato dalle forbici,
così noi dobbiamo essere separati.
Come un giovane animale che viene sgozzato,
così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.
Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione,
che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,
di ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa
E’ quell'amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.
Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana,
e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo,
aspettando - per dare la nostra vita – un'occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato
che come ci son rami che si distruggono col fuoco,
così ci son tavole che i passi lentamente logorano
e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato
che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici,
ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano
sul dorso di quelli che l'indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
È la passione delle pazienze.
Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi
lunedì 9 aprile 2007
Estasi quotidiane
(Madeleine Delbrel, Che gioia credere)
Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.
Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» del nostro destino.
Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.
Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.
Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.
Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.
Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.
Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.
Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.
L'abbraccio di Giuda

L’abbraccio disperato dell’Iscariota
(Caravaggio, 1598, Dublino) - Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna.
tratto da www.chiesadimilano.it
Le mani di Pietro

Le mani del Principe degli apostoli
(Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena) - Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia...
Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto.
tratto da www.chiesadimilano.it
sabato 3 febbraio 2007
Autorità e potere
L’Italia ha divorato i padri: non c’è più autorevolezza ma uno sterminato indistinto potere
Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: “Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità”. Credo che avesse ragione. Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d’anni possiede la minima autorità: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell’opposizione, né i senatori né i deputati. L’autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d’agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l’impressione che questo fenomeno si sia esteso all’intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell’autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero. Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole: il senso di una libertà e leggerezza quasi assolute, senza più padri, leggi, prescrizioni, precetti, divieti, come in una specie di paradiso terrestre prima del peccato originale. Ma l’euforia non dura mai a lungo. Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini. In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l’autorità e l’autorevolezza, che non sono affatto legati all’esercizio o tantomeno all’eccesso del potere: Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede vèramente autorità obbedisce a un’ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati. Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l’infimo sottosegretario, l’industriale, l’impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie; le migliaia di categorie sociali, corpi e istituzioni, nelle quali si suddivide il tessuto della società moderna. E tutto è diventato potere: l’immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo, la musica ripetuta fino all’ossessione, il disco o il vestito amati dai ragazzi di quindici anni. Il potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, indifferenziato. E’ nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che nonio amano. Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha voluto seppellire i grandi della storia per liberarsi dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere. I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla o quasi nulla, li divi e dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali. Se oggi in Italia godiamo ancora una parti di libertà, è soltanto perché tra l’uno e l’altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere qua si liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare.
LA REPUBBLICA - 30 gennaio 2007
lunedì 22 gennaio 2007
Gioventù e vecchiaia
IL SONDAGGIO. Indagine Demos-La Repubblica
su gioventù e vecchiaia. Figli e lavoro le tappe
I vecchi? Non esistono più
adulti si diventa a 35 anni
E sopra i 64 solo la metà si definisce anziano
di LUIGI CECCARINI
VIVIAMO in una società che non vuole invecchiare. Alla quale non piace l'idea che il tempo passi. Gli italiani tendono a definirsi giovani anche quando sono adulti, e adulti anche quando sono anziani. Vecchiaia è un termine tabù. I giovani, coerentemente, spostano in avanti le tappe verso la vita adulta. E non si distinguono per reclamare uno spazio maggiore nelle posizioni di responsabilità della società. E' quanto emerge dai risultati della 12° indagine dell'Osservatorio sul Capitale sociale degli italiani curata da Demos - COOP, che ha approfondito il significato della giovinezza.Alcuni dati fanno riflettere. Anzitutto va detto che gli orientamenti rilevati variano sensibilmente solo in base all'età dei rispondenti, senza apprezzabili differenze quando vengono considerate altre caratteristiche sociali.
Solo la metà (54%) di chi ha più di 64 anni si definisce anziano. Il 41% preferisce dirsi adulto. Quattro su dieci tra coloro che hanno tra 35 e 44 anni si ritengono giovani; evidentemente ai quarantenni non piace crescere. Allora l'indagine Demos-Coop ha chiesto agli italiani a che età si diventa adulti. Il dato medio indicato è 35 anni. Ma tanto più si è avanti con gli anni tanto più questa età di passaggio aumenta. Per i giovanissimi (15-17 anni) si diventa adulti a 26 anni. Per i ventenni a 30. Per quarantenni e cinquantenni a 36 anni. Avviene a 40 anni circa secondo i più anziani. I più giovani tendono a collocare questo passaggio in avanti nel tempo. Gli altri indietro, ma nelle immediate "vicinanze", in modo da non vederlo come un momento passato da troppo tempo.
Ma essere giovani o adulti, come spiegano gli studiosi, non è semplicemente una questione di età. Contano alcune tappe superate nella vita: 1) finire gli studi, 2) trovare un lavoro stabile, 3) vivere in una casa diversa da quella dei genitori, 4) sposarsi o convivere, 5) avere dei figli. Tutti passaggi che in Italia avvengono sempre più in là nel tempo. I giovani, quindi, rimangono tali più a lungo. Fatto comprensibile visto che la gioventù richiama anzitutto la parola spensieratezza (30%).
Fare un figlio (31%) e trovare un lavoro stabile (26%) sono i due passaggi che gli italiani più associano al diventare adulti. Ma i rispondenti valutano questi "riti di passaggio" con occhi diversi. Per i giovani si diventa adulti anzitutto attraverso la conclusione degli studi e andando a vivere fuori dalla casa dei genitori. Mirando così ad una maggiore libertà, che non necessariamente significa indipendenza economica o autonomia nei lavori domestici. I trentenni, invece, guardano in misura maggiore alla maternità e alla paternità come momento fondamentale. I soggetti più anziani riconoscono il lavoro stabile e il matrimonio come riti di passaggio. Le ragazze tra 18 e 34 anni attribuiscono più importanza all'uscire di casa e alla maternità (36%). I loro coetanei ad un lavoro e ad una unione stabile (22%).
Il ruolo dei giovani nella società è un aspetto centrale. Ed è opinione diffusa che questa generazione dovrebbe avere più spazio nelle posizioni di responsabilità (il 41% si dice molto e il 47% abbastanza d'accordo). E' interessante notare che tale orientamento viene sostenuto con più forza dagli italiani in là con gli anni (che si vedono ancora giovani). Ci si aspetterebbe, invece, che fossero i diretti interessati a rivendicare queste maggiori opportunità: i "veri" giovani.
La gioventù di oggi, rispetto a quella del passato, viene vista come più viziata (95%), con meno certezze (75%), più sola e meno felice. Resta ampia la componente di coloro che vedono il futuro dei giovani peggiore, sotto il profilo della posizione sociale ed economica, rispetto alle opportunità avute dai loro genitori (45%).
Gli stessi punti di riferimento della vita sono molto diversi tra le generazioni: la religione e la politica contano meno per i giovani. Il lavoro, l'amore, l'avere figli pesano maggiormente nelle prospettive degli adulti e degli anziani. Forse, non è solo un effetto legato al ciclo di vita, ma è anche il segno di trasformazioni più ampie che interessano la società italiana.
(22 gennaio 2007) www.repubblica.it
giovedì 18 gennaio 2007
La mia amata KAWASAKI in vendita





A malincuore, vendo la mia fantastica KAWASAKI EN500,
causa passaggio ad altro tipo di moto (nuovi utilizzi, in futuro… forse),
scelta che anch’io non condivido del tutto con me stesso.
2. Sigla: EN 500
3. cilindrata: 498 cc.
4. immatricolazione: novembre 1993 – di mia proprietà dall’estate 1994
5. km percorsi: 46.600 (
6. alla linea aggressiva ed inconfondibile del custom (cfr ultima foto), ho aggiunto (per comodità di guida) il cupolino e il bauletto (vissuti), ma – evidentemente – si possono togliere se non piacciono
7. due borse laterali in cuoio (non le ho fotografate, ma ci sono)
8. terre visitate: dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (gli esperti di CSI possono provare a rintracciare pollini o micropolveri di Monaco e Stoccarda fino a quelle di Salerno, oppure del Passo Pordoi e del Colosseo… ma l’abbiamo pulita bene!! E’ entrata persino in un salone-teatro, senza rompere nulla)
9. gomme: cambiate regolarmente (due volte l’anteriore, tre la posteriore; non hanno voluto farmi la rotazione tra davanti e dietro)
10. batteria: cambiata regolarmente un anno sì e uno no (questo potrebbe essere l’anno no)
11. marmitte: cambiate circa tre anni fa (silenziose e omologate… togliendo così in gran parte il mio contributo all’inquinamento acustico e dell’aria, ma anche il piacere della melodia delle Harley)
12. revisione: due settimane fa mi è stata riconsegnata dopo una revisione complessiva durata tre mesi (non scherzo!), il cui pezzo forte è stata la sostituzione della catena di distribuzione e la pulizia del motore; praticamente il prezzo di vendita è a copertura di questa ultima grossa spesa
13. caratteristiche: guida deliziosa; maneggevole; sella bassa, molto sicura; infaticabile su ogni percorso (le recensioni su Internet si sprecano in elogi); il passeggero è comodissimo (il mio amico prete riusciva a leggere il giornale e pregare il breviario… non per la paura); l’ho usata per cinque anni nel traffico cittadino romano, percorrendo i
14. consumi: più di
15. nome: Vagabonda (gliel’ho dato io, e rispecchia appieno la sua natura)
16. si può vedere e provare in oratorio; la mia nuova moto usata arriverà a fine gennaio.
Welfare a favore delle famiglie e delle nascite
| I due modelli: Condi contro Ségolène È il welfare, bellezza! | |
| Condi contro Ségolène? Una potentissima singola di destra che dagli Usa si contrappone a una promettentissima madre di quattro figli di sinistra? È banale, è una semplificazione da bieche croniste, mica tutte siamo segretari di Stato o candidate alla presidenza;ma oggi come oggi simbolicamente funziona. Perché due statistiche ci rimbalzano addosso contemporaneamente. Dall’America segnalano uno storico sorpasso: il 51 per cento delle donne vive senza marito. In Francia festeggiano un record di natalità che in Paesi vicini come Italia, Spagna, Germania se lo sognano: due figli per donna, incluse le immigrate ma anche e soprattutto (anomalia) le francesi- francesi. E dire che negli Stati Uniti da anni la maggioranza vota beata per candidati socialmente conservatori, che i «family values», i valori familiari vengono sbandierati ogni due per tre, da tutti, manco dovessero chiedere un grosso prestito alla nostra Paola Binetti. E dire che in Francia si pecca a manetta: tra Pacs, unioni gay, aborto non messo in discussione, pillola del giorno dopo alle liceali (idea di Royal quando era ministro), promiscuità varie più o meno sofisticate e comunemente accettate, ecc. Allora, perché? Si potrebbe rispondere con la frase chiave di James Carville, stratega della prima campagna presidenziale di Bill Clinton: «It’s the economy, stupid». È il governo dell’economia. Negli Usa, family values o non family values, liberismo e leggi del mercato prevalgono. E influenzano le scelte personali. Il matrimonio non viene considerato un posto fisso, un impiego a vita. La flessibilità regna. L’abitudine a licenziare un coniuge nullafacente o in esubero (nel senso che c’è già un sostituto/a) è radicata da decenni, spesso viene preferita al mantenimento di matrimoni- carrozzoni ormai decotti. E avere figli (se ne continuano a fare, con qualche ansia) è un impegno enorme: causa orari di lavoro infiniti e poche ferie e niente leggi nazionali sul congedo per maternità, causa decadente livello delle scuole pubbliche e costi enormi per l’università. In Francia è un’altra storia. Ed è per via del welfare, non siamo stupide. Con dignitosi assegni familiari, aiuti alle famiglie numerose, asili nido, doposcuola, tate a finanziamento pubblico fare figli è più facile. E non è un welfare sostenuto solo dalla sinistra e dalle femministe, è stato anche nazionalisticamente voluto per dare più figli alla Patria, per carità. Ma evidentemente serve. E c’è solo da invidiarle, le francesi, in Italia per certe cose non c’è un euro, o non interessa sganciarlo. Qui capita di sentire dirigenti dei nidi pubblici (sentito sul serio, a Roma, qualche anno fa) dire «non c’è motivo di prolungare l’orario dalle 16,30 alle 18,30, lo vogliono le mamme per andare a fare shopping» come se le donne lavoratrici staccassero magicamente dopo pranzo. Allora vive la France e pure viva le Condi, fosse stata italiana avrebbe fatto lo stesso (senza riuscire a diventare ministro degli Esteri, però). Maria Laura Rodotà - 17 gennaio 2007 - www.corriere.it |
Agosto a Santiago de Compostela
come ben saprete, la proposta di vacanza per i 18-19enni e giovani di quest'anno è il pellegrinaggio a Santiago.
Ci stiamo informando circa i voli (probabilmente si volerà fino a Valladolid con la Ryanair e poi si prenderà il treno): il costo totale si aggirerà intorno ai 250 euro, il periodo previsto è dal 3-4 agosto fino al 10-12 circa. Il pellegrinaggio sarà zaino in spalla con sacco a pelo e materassino. Sul percorso ci saranno i cosiddetti "albergues" che sono ostelli fatti apposta per i pellegrini, dove ci si può fermare a dormire dando un'offerta.
Poichè dobbiamo prendere il volo, sarebbe meglio avere almeno l'adesione il prima possibile (altrimenti i prezzi salgono). FATECI SAPERE AL PIU' PRESTO!
Per qualsiasi informazione contattate Benny o Giulia.
Grazie e buona giornata!
Benny!
giovedì 21 dicembre 2006
sabato 9 dicembre 2006
Neffa - "Cambierà"

Artista: Neffa
Album: Alla Fine Della Notte
Titolo: Cambierà
Un'altra notte finisce
e un giorno nuovo sarà.
Anna non essere triste
presto il sole sorgerà.
Di questi tempi si vende
qualsiasi cosa, anche la verità,
ma non sarà così sempre perché tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà.
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò;
già si sentono tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Ora mi senti e ti sento,
siamo una sola anima
e celebriamo il momento
e il tempo che verrà.
Se chi decide ha deciso
che ora la guerra è la necessità,
io stringo i pugni e mi dico
che tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò.
Già si sentono
tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Tutto cambierà,
sai che cambierà,
tutto cambierà,
vedrai che cambierà,
vedrai che cambierà,
tutto cambierà.
Adolescenza ed età adulta
L'età «della ragione» arriva sempre più in là negli anni a causa della necessità di formazione continua e della precarietà diffusa
REGNO UNITO – «I don't wanna grow up» (in italiano, «Non voglio crescere»), recitano i versi del cantautore Tom Waits, che con la sua voce roca e graffiante canta al mondo il rifiuto di un'età adulta fatta di incertezze, dubbi, prezzi da pagare e cattive notizie da ascoltare alla tv. Inno alla «purezza» della gioventù, alle sue contraddizioni e alla sua originalità, la celebre canzone è di sicuro la preferita degli aspiranti «forever young» di sempre. A quanto pare, infatti, la sindrome di Peter Pan non esiste solo nelle favole e nelle canzoni, ma interessa invece un numero sempre maggiore di persone, che di crescere non ne vogliono proprio sapere.
IMMATURI STAGIONATI - È una ricerca inglese, condotta dallo psichiatra Bruce Charlton della School of Biology presso l'Università di Newcastle upon Tyne, a dimostrare che gli adulti di oggi sono molto più immaturi di un tempo, e che per loro è normale pensare e agire come farebbero i ragazzini. E di conseguenza queste persone non riescono mai a raggiungerei la vera maturità mentale. Nel mondo scientifico tale fenomeno viene chiamato «neotenia psicologica», ovvero il mantenimento allo stadio adulto di caratteristiche – anche fisiche – infantili, che nell'uomo moderno è molto più accentuato di quanto non fosse nell'uomo di Neanderthal. Secondo Charlton, gli umani sono attratti dalla giovinezza fisica in quanto segno di fertilità, salute e vitalità, ed è per questo che cercano in tutti i modi di simularla a oltranza.
LA FLESSIBILITÀ È GIOVANE - Ma tale fenomeno di rifiuto della maturità troverebbe giustificazione anche nell'entrata in scena, negli anni '90, di professioni e relazioni sociali sempre più dinamiche e mobili, che hanno richiesto agli individui una bella dose di flessibilità: qualità naturale e innata nei più giovani, e acquisita per necessità dai non più giovani, costretti ad abituarsi ai ritmi e alle caratteristiche del nuovo mondo in cui si trovano a vivere. E così, in pratica, questo processo di adattamento all'instabilità della vita – tipico soprattutto dei soggetti socialmente attivi e con i più alti livelli di istruzione – fa sì che «l'età della ragione» arrivi sempre più in là col tempo, e che la giovinezza non sia più prerogativa esclusiva dei veri giovani.
Alessandra Carboni - 26 giugno 2006 www.corriere.it
Bullismo
http://www.poliziadistato.it/pds/ps/consigli/bullismo.htm
Don Javier, vicario in un paesino veneto
Don Javier, vicario in un paesino veneto: "Io, prete straniero chiamato vù cumprà"
Vice a Stanghella e parroco a Stroppare. "La cosa più difficile, capire il dialetto" - dal nostro inviato JENNER MELETTI
STANGHELLA (Padova) - Adesso tutti lo salutano, passando davanti alla chiesa. "Buonasera don Javier", dicono le donne. "Ciao prete", gridano i ragazzi in bicicletta. Ma padre Javier Orger Morillo Revelo, 35 anni, arrivato da Pimampiro, diocesi di Tulcàn in Ecuador, i primi giorni da prete nella campagna padovana li ricorda bene. "Ho bussato a una porta per la benedizione e subito mi hanno detto: "Guardi che noi non compriamo nulla". Altri hanno protestato perché "questi preti moretti portano via il lavoro ai nostri sacerdoti". Qualche insulto, anche: "A casa tua non avevi nemmeno la bicicletta e qui giri in macchina".
Ma padre Javier è un uomo buono, e vuole dimenticare tutto. "Non mi lascio impressionare da chi soffre di presunzione e non è aperto a un mondo che cambia. E poi tutto questo appartiene davvero al passato. Adesso i parrocchiani sono preoccupati perché hanno saputo che fra un paio di mesi mi scade la convenzione con la diocesi di Padova. Ma io li rassicuro: ho avuto il rinnovo, resterò altri tre anni. E loro sono contenti".
Un prete straniero in una terra che per secoli ha mandato sacerdoti in missione in mezzo mondo. "La cosa più difficile? Imparare davvero la lingua. Conoscere l'italiano non basta, c'è anche il dialetto. Ma ormai me la cavo. "Magna e tase", "dame un goto", così posso fare due chiacchiere anche con i ragazzi al bar. Il mio lavoro? Faccio quello che fanno tutti i preti. Catechismo ai bambini, preparazione ai sacramenti, assistenza ai gruppi di giovani di Azione cattolica. Ma l'emozione più grande la provo quando entro nelle case per portare l'Eucarestia agli ammalati e alle persone molto anziane. All'inizio, gli stessi che mi accoglievano con sospetto - mi scambiavano per un vù cumprà - adesso vorrebbero che non andassi più via. Gli anziani, soprattutto, che si sentono soli e mi aprono il loro cuore. Raccontano la loro vita, i dolori e le cose belle, le speranze che ancora tengono dentro. E' in quel momento che mi sento sacerdote davvero: un uomo che aiuta gli altri uomini".
In seminario a 13 anni, "ma solo per sfidare mio fratello che era già entrato e dopo pochi giorni era tornato a casa. Da bambino io non andavo nemmeno a Messa". "Solo a sedici anni ho cominciato a pensare di fare il prete. Poi ho capito che il Signore mi chiedeva di essere generoso, e così ho accettato la chiamata".
Padre Javier è vicario parrocchiale a Stanghella, 4.600 abitanti sulle rive dell'Adige, e parroco a Stroppare, 500 abitanti. "Fare il prete, in fin dei conti, è un "mestiere" uguale in tutto il mondo. Sei dentro la Chiesa e gli insegnamenti del Vangelo non cambiano superando una frontiera. Volevo conoscere la realtà italiana, dalla quale arrivavano tanti sacerdoti nella nostra terra. Ho seguito alcuni corsi all'istituto per la liturgia pastorale a Santa Giustina e alla facoltà di teologia del Triveneto. Poi ho capito che anche qui sono utile, e penso di restare, almeno per alcuni anni. Certo, non mi dispiace fare il prete nella terra dalla quale arrivavano i missionari. Ho capito che quelli bravi, fra i missionari, cercavano di capire la realtà e la cultura del nostro Paese, prima di decidere come muoversi. Anch'io, che sono qui da quattro anni, ho speso molto del mio tempo per conoscere le sensibilità e la cultura di questo pezzo d'Italia".
Anche l'arciprete di Stanghella, don Silvano Silvestrin, 63 anni, è stato missionario in Ecuador. "La ruota del mondo - dice - gira davvero in fretta. Negli anni '90, quando ero missionario, facendo due conti ho scoperto che fra preti, suore e laici in Ecuador eravamo 60 padovani. E ora i loro preti vengono qui da noi perché ormai, con parrocchie molto grandi e preti sempre più anziani, non riusciamo ad annunciare quel Vangelo che prima portavamo a 10.000 chilometri da casa. Per fortuna c'è una convenzione con la Cei attraverso la quale il vescovo di Tulcàn, ad esempio, chiede a quello di Padova di accogliere un suo prete per motivi di studio. E il vescovo di Padova può chiedere a quello di Tulcàn un sacerdote per la pastorale o per assistere i suoi connazionali emigrati".
E' questo uno degli impegni di padre Javier. "Ogni seconda domenica del mese dico Messa per i latino-americani nella parrocchia dei Santi Angeli custodi di Padova. Oltre ai miei connazionali, ci sono peruviani, boliviani, argentini e colombiani. Organizziamo anche dei corsi. Uno di lingua italiana, non solo perché è indispensabile, ma perché è giusto, quando si arriva in un altro paese, conoscerne la lingua. E' una questione di rispetto. E poi c'è un corso di cucina italiana, per le donne che fanno le domestiche e le badanti e così imparano a cuocere la pasta e fagioli o il ragù padovano per gli anziani che assistono. Ci sono operai, addetti alle pulizie negli ospedali. Ma c'è anche chi studia e questa mi sembra davvero una cosa buona".
Dieci fratelli, in Ecuador. "Cinque sposati, un prete che sono io, una suora che assiste i vecchi abbandonati a Quito e altri tre fratelli in attesa di matrimonio. Il ritorno in Ecuador? Forse. Io sono a disposizione del vescovo di Tulcàn, che mi ha prestato a Padova. Del resto, nel mio seminario, noi di Tulcàn eravamo solo 7 ed ora sono 25. In Ecuador i preti non mancano e io qui mi trovo molto bene. Arrivo da un Paese tropicale dove l'inverno e l'estate non esistono. A Stanghella ho scoperto le quattro stagioni. Calpesto la neve e dopo qualche mese sui colli Euganei - ci vado in bicicletta - arrivano i primi colori sugli alberi ed i primi fiori. E' bellissimo. E poi ci sono i sorrisi degli anziani, quando porto loro la Comunione. Adesso nessuno mi lascia fuori dalla porta".
www.repubblica.it
















