martedì 18 marzo 2008

L'eccesso di Gesù e l'eccesso del discepolo


Dall'eccedenza, che è la sua vita, il suo dare la vita per amore,
Gesù trae anche la regola nostra, la regola del cristiano.
...

Dunque gli uomini pensano secondo misura,
Dio pensa secondo eccedenza.
...

Mentre un'antropologia puramente della proporzione, dell'equilibrio, tenderebbe a intendere maturazione come armonico assestamento dei diversi piani, una vera antropologia cristiana richiede un al di là, un andare oltre.

C. M. Martini, Le tenebre e la luce, 154-158

Martedì Santo - 'A livella

lunedì 17 marzo 2008

St. Patrick Day



Lunedì Santo - Fame


"Il sazio non crede al digiuno, ripeteva mio padre il detto antico. Noi pasciuti del mondo conosciamo la scienza dell'alimentazione, ma del cibo non sappiamo più niente. Chi non sa la fame, non sa il cibo. Fame non è vuoto allo stomaco, non è acquolina in bocca né appetito. Fame è un pieno di sensi e di pensieri accampati intorno a un centro. Fame è vergogna di provarla. Fame è la più offensiva delle mancanze. Fame è il cielo chiuso sulla testa come un coperchio di rame, è il suolo serrato a pugno sotto i piedi. Fame è la stanza in cui i vecchi sono guardati storto per il cucchiaio di niente che portano alla bocca. Fame è Gerusalemme sotto assedio e dentro di lei gli affamati che dicono: "Questa città è la pentola e noi siamo la carne". Fame è nutrirsi solamente in sogno, disgusto di svegliarsi. Fame è sapere che ogni cibo, anche quello acquistato, è dono.
La benedizione ebraica a fine pasto ringrazia Dio: "sheacàlnu mishellò", perché abbiamo mangiato da ciò che è suo. Il pane fresco sulla tavola ha viaggiato migliaia di miglia e di anni per arrivare. Innumerevoli generazioni di contadini hanno selezionato spighe, frantumato chicchi, mescolandoli all'acqua, con lievito e fuoco di fornace per tramandarci pane. È dono di umanità a se stessa, fatto di cielo, terra, acqua e fuoco, è manna. Noi mastichiamo manna come quella assegnata nel deserto, ma non in parti uguali".

Erri De Luca, Alzaia, 48

venerdì 14 marzo 2008

"Mi mostro, quindi esisto"


Tutto pur di mettersi in mostra. E lo sballo diventa anche un videoclip
«La canna? Me la faccio su YouTube»
I giovani d'oggi e la droga, tutto condiviso sul web:
dalle istruzioni per l'uso al record di sniffata

MILANO – La droga non è più un argomento proibito. Il tabù è stato abbattuto da tempo e tra le nuove generazioni il fenomeno sembra essere stato addirittura svuotato di tutti i suoi significati negativi. Al punto che con la droga oggi ci si può pure fare belli. E nell'epoca della multimedialità i teenager considerano la rete l'elemento naturale in cui muoversi, la nuova vetrina in cui mettersi in mostra e dire: «io esisto». Ma non ci sono solo giovani. C'è di tutto. E sembrano davvero lontanissimi i tempi dei tossicomani alla Cristiana F. di «Noi i ragazzi dello Zoo di Berlino», con il laccio al braccio e l'icona di David Bowie. O i romanzi di Pier Vittorio Tondelli che alla fine degli anni Ottanta aveva affrontato il tema della droga nella provincia emiliana rifiutando la morale borghese.
IL NUOVO LINGUAGGIO – L'avvento di Internet, la possibilità di chattare e di entrare in contatto con gli altri con tutte le piattaforme disponibili, la creazione di profili per incontrare nuovi amici virtuali o reali, ha favorito l'esibizionismo telematico e i video amatoriali sono il biglietto da visita per esporsi senza pudore e creare una community che commenti le proprie «performance». Senza freni inibitori, nella rete si può trovare qualunque cosa: basta rifarsi al gergo universale del mondo giovanile e la chiave di accesso è praticamente immediata.
DROGA ONLINE – La rete è un contenitore infinito e borderline. I principali autori dei video sono giovani e spesso studenti che amano produrre filmati con la droga come protagonista. Per farsi conoscere. Per stabilire dei primati. Per identificarsi in un linguaggio collettivo senza dover provare alcun timore. (...)
E' CULT SNIFFARE IN RETE – Molto diffusi anche i video in cui si riprende l'atto dello sniffare. Sono sospesi tra lo scherzo e la «bravata» e le «piste» che si vedono nei filmati non sono quasi mai di vera cocaina. Ma è l'idea che chi più sniffa più è «cool» a spingere molti nelle loro performance davanti alla videocamera o al videofonino. (...)
Scriveva Dacia Maraini in una poesia: «Il pudore sociale che tu credi naturale, sta rinchiuso come il tuorlo». Magari, la frittata è fatta.

Ricordando Chiara Lubich


Roma 14 marzo 2008
Chiara Lubich, fondatrice e presidente dei Focolarini, e' morta

Fondatrice del Movimento dei Focolari, nato in tempo di guerra e che in poco più di 60 anni ha raggiunto una diffusione mondiale in 182 Paesi.


"Il reciproco servizio, l'amore vicendevole che Gesù insegna con questo gesto sconcertante, è dunque una delle beatitudini insegnate da Gesù. L'evangelista Giovanni ricorda due beatitudini: quella della fede, per la quale chiama beati quelli che credono senza vedere (Gv 20), e quella dell'amore, per la quale sono beati coloro che si amano a vicenda (Gv 13). La Parola di Vita ci invita a godere di questa seconda beatitudine, che si raggiunge comprendendo l'insegnamento di Gesù e mettendolo in pratica. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Lavare i piedi... Non c'è dubbio: questo gesto di Gesù è un'illustrazione chiara, concreta ed efficace del comando dell'amore; Gesù vuoi dare ai suoi discepoli un insegnamento di quell'umiltà che è base dell'amore. (…) Gesù, lavando i piedi agli apostoli, diviene l'immagine e la trasparenza del Padre; dice chi è Dio: Dio è amore.«Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Gesù compie un servizio che, in quell'epoca, esercitavano gli schiavi: lavare i piedi ai padroni, o a cittadini liberi. Con questo suo atteggiamento, egli, Signore e Maestro, mostra chiaramente che non è venuto per essere servito, ma per servire. La lavanda dei piedi, infatti, non è per lui un atto isolato di amore e di umiltà, ma il simbolo di tutta la sua condotta, del suo amore che arriva fino al dono della vita. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Proprio perché Gesù è il Signore e il Maestro, il suo esempio diventa norma per i suoi. La comunità cristiana, e quindi ognuno di noi, è invitata a farne la regola d'oro della propria vita. Gesù, poco dopo, lo esprimerà come legge fondamentale della Chiesa: il discepolo deve amare i suoi fratelli come lui stesso ci ha amati (…). Come attualizzare allora questa parola? (…) Imitare Gesù significa comprendere che noi cristiani abbiamo senso se viviamo «per» gli altri, se concepiamo la nostra esistenza come un servizio ai fratelli, se impostiamo tutta la nostra vita su questa base. Allora avremo realizzato ciò che a Gesù sta più a cuore. Avremo centrato il vangelo. Saremo veramente beati".

Chiara Lubich

giovedì 13 marzo 2008

Vergogna a scuola!

Altro che studenti rimbambiti:
qui il problema è che non si sa cosa voglia dire EDUCARE!
Vergognoso!

http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=18339

Un autentico elogio


"Lo stesso si poteva dire anche nella voce e nel suo modo di parlare: quando lo vedevi ti veniva sempre in bocca una parola shakespeariana (di Amleto su Ofelia): aveva una voce tenera, calma, un grande fascino (non solo sulle donne, ma in certi casi anche sugli uomini). Tuttavia in questa voce risuonava la durezza del metallo, quando era necessario. In genere, l'impressione fondamentale che dava padre Pavel era quella di forza, che conosce se stessa e che si domina. E questa forza era anche un qualche carattere primordiale della personalità geniale, a cui era data originalità e autosufficienza, insieme ad un'assoluta semplicità, ad una naturalezza e ad una mancanza assoluta di qualsiasi posa interiore ed esteriore, che è sempre la pretesa di una debolezza interna".

S.N. Bulgakov, in memoria di P.A. Florenskij

Coca quotidiana


6/3/2008 - INCHIESTA/1. FENOMENO IN FORTISSIMA CRESCITA

Coca da pazzi. I consumatori in città sfiorano i 10 mila.
“Sono operai, studenti e top manager”

di MASSIMO NUMA e GRAZIA LONGO
TORINO - Semplice: un quarto della cocaina che entra in Europa passa da Anversa o da Bruxelles. Il rapporto dell’International Narcotics Control Strategy è chiaro: circa 60 tonnellate di cocaina e 30 di eroina entra nel paese ogni anno dal porto di Anversa e dall’aeroporto di Zaventem-Bruxelles. Un fiume di coca che fa dell’Italia un terminale importante, di primo piano. Comandano le ‘ndrine calabresi e il racket africano.
Mète finali, Milano e Torino. Ancora: Roberto Mollica, responsabile dell’Osservatorio dipartimento dipendenze patologiche Asl di Milano, non ha dubbi. Ha terminato uno studio sui dati nazionali. Morale: Nel 2010 i consumatori di cocaina potrebbero aumentare ancora del 40 per cento, rispetto al 2007. Quanti? Tra 800 mila e 1 milione e 100 mila, il 3 per cento degli italiani. Queste sono le premesse. A Torino, c’è ancora una certa cautela a individuare, in un numero preciso, i consumatori abituali. Ma sommando i dati dei denunciati, degli arrestati e dei segnalati (solo per il possesso di stupefacenti), si sfora ampiamente quota 10 mila. Nel 2005, i ricercatori dell’istituto «Negri», analizzando le tracce di cocaina nelle acque del Po, avevano sentenziato: 8 mila consumatori. Tanto per non essere catastrofisti. Sulla strada, spacciano gli africani, spiegano polizia, carabinieri e Finanza. Il ritratto di uno, vale per gli altri. Nome di battaglia, Tyson, gigantesco gabonese di circa 30 anni. Il nome? E chi lo sa. Documenti falsi, impronte abrase. E’ il boss assoluto di Tossic Park. Guida un esercito di pusher, manovra chili di droga pesante. Roba chimica. Cocaina di pessima qualità, tagliata spesso con farmaci. Arrestato più volte, e mille volte uscito. E’ lui il tramite tra i trafficanti e la rete. I tossici, i consumatori occasionali, non lo hanno mai visto. Viveva in un alloggio all’ultimo piano, in un anonimo condominio di via Stradella.
Pericoloso e crudele, con i suoi uomini. Calmo e suadente, con gli inquirenti, le rare volte in cui è incappato in un controllo. E’ uno spacciatore di alto livello, lui. Uno dei suoi tanti «soldati», un senegalese, un musicista, fu preso. Come Malì Senè, senegalese d’origine con mamma nata in Francia, è finito in una cella delle Vallette. Lui, che fa il dj nella discoteca Mercury di via Stradella, fu sorpreso dagli agenti con un migliaio di dosi di cocaina. Cifre e statistiche non bastano. Ci sono le storie. Non c’è un solo settore della società civile, che sfugge alla contaminazione: nella lista nera dei segnalati allo «psico-sbirro» della prefettura, sono caduti, via via: il figlio del magistrato, la top model, l’atleta, il manager, il professionista, il bamboccione che sta per ereditare fortune cospicue, l’attore di soap opera, centinaia, migliaia di signori Rossi qualunque. Donne e uomini. Ragazzi. Pure minori. Un dramma senza nome che, alla fine del tunnel, schianta le famiglie nel profondo.
Altri scenari. Lei è un personaggio del jet set. Quello vero, non quello tarocco. La cocaina che tira è quella buona. Arriva dai narcos calabresi, non dai neri di Tossic Park che vendono droga trash. Principio attivo altissimo, tagli secondo i manuali di chimica. Ha un colore che dà sul rosa, in controluce. La porta a Torino, da Milano, un’irreprensibile coppia di imprenditori, ramo tessuti.
Con ufficio-atelier in pieno centro. Palazzo d’epoca, vicini di casa docenti universitari e antiche famiglie torinesi. La cocaina è nella valigetta 24 ore. Vai a vedere i campionari delle griffe ed esci con la bustina da 20, 30 dosi. Ci vogliono migliaia di euro. Servirà ad animare le feste private, in una villa sulla collina di Moncalieri. Sarà al centro di un vassoio d’argento o di cristallo. I pochi attrezzi necessari vicini. Lei e il suo compagno la offrono, generosi. La regola degli ospiti è una sola: ricambiare alla prossima. Anche per dividere il rischio. E Giuseppe Brignolo, 24. Preso nella sua casa della Crocetta. Aveva 11 chili di cocaina nel garage. Famiglia bene, madre hostess, un lavoro di copertura, quello di titolare di una ditta di soccorso auto. Condannato recentemente, non ha mai voluto collaborare con gli inquirenti. Nulla si sa dei narcos che gli affidarono la droga.

Swingle Singers - Tchaikovsky: 1812 Overture

Meravigliosi!!

mercoledì 12 marzo 2008

Affetto e distanza


Un buon matrimonio è quello nel quale ciascuno fa dell' altro il custode della sua solitudine e gli accorda questa fiducia, la più grande possibile… Una volta che si è compreso e accettato che, anche tra gli esseri umani più vicini, continuano a esistere distanze infinite, può svilupparsi una meravigliosa vita fianco a fianco, se si riesce ad amare quella distanza che permette a ognuno di vedere nella totalità il profilo dell' altro stagliato contro un ampio cielo.

R. M. Rilke

Capacità comunicativa


martedì 11 marzo 2008

dio quattrino

"Quando l'oro parla, l'eloquenza è senza forza"
Erasmo da Rotterdam

lunedì 10 marzo 2008

Baby binge drinkers


10/3/2008
La sbronza dei bravi ragazzi
Bevono fino a stordirsi, ma solo di sabato: sette minorenni su cento si divertono così

di Elena Lisa
MILANO - Un bicchierino di rum e ancora uno. Poi quello di whisky e subito dopo il cognac. Ma meglio il rum, quello dolce, al miele. Uno dietro l’altro. Marta, tredici anni, il sabato sera si diverte così. Sballa con alcuni compagni di classe, una terza media in zona Porta Vittoria, vicino al centro di Milano. Si fa di «calette», piccoli bicchieri di superalcolico che si buttano giù, appunto «si calano» (il gergo è quello usato per le pasticche) in una, al massimo due sorsate. Se la gradazione è troppo alta e il sapore intenso, per continuare a bere si aiuta con un bicchierino identico, pieno di succo di frutta. Così stempera la botta di alcol. Marta è una «binge drinker», beve con l’obiettivo di ubriacarsi una volta a settimana. Mischia drink e lo fa velocemente così lo stordimento arriva prima. Con gli amici ha scelto la serata migliore per farlo: il sabato sera. Ogni sabato del mese. Si ubriaca da settembre e non lo nasconde, perché, racconta, «lo fanno tutti, ma non siamo alcolizzati». I suoi studi, assicura, non ne risentono: «Non lo faccio in settimana perché ho la scuola. Sono la prima della classe. Bevo solo nel weekend quando i miei genitori mi permettono di uscire e di far tardi». «Binge»: baldoria, festa rumorosa, ma anche «attività frenetica». E’ un fenomeno nato nelle università americane, esportato nei college inglesi e ora in voga in Italia. I dati delle indagini evidenziano due fattori a rischio, l’età bassissima di chi lo pratica e lo scopo preciso: non si beve per divertirsi, ma solo per stordirsi. Sono i ragazzi tra gli undici e i diciotto anni a essere sotto osservazione dalle ricerche che si occupano di alcol, dipendenze e salute. E’ in questa fascia d’età che il numero di bevitori è cresciuto vertiginosamente. Il discrimine tra ieri e oggi è proprio questo: i minorenni bevevano anche prima, ma non era necessario «sballare» a tutti i costi. L’ufficialità dei numeri di Osservasalute, Istituto Superiore della Sanità e Istat, fotografa una situazione decisamente nuova per l’Italia e per alcune regioni: Lombardia e Piemonte, insieme a Trentino e Veneto, sono ai primi posti della classifica dei «baby-binge drinkers». E colpiscono le percentuali alte che riguardano le ragazzine. «Usciamo con gli amici e ci divertiamo così. Quando mi ubriaco mi sento libera», spiega Marta che tiene per mano Alessia, la sua migliore amica. Marta è bruna, ha i capelli lunghi, porta jeans a vita bassa, scarpe da ginnastica, piumino nero e borsetta rosa con dei gattini; Alessia è bionda ed è vestita nello stesso modo, con piccole variazioni: «Non servono grandi cifre, a noi bastano 20 euro a settimana. Usciamo solo al sabato e in discoteca non andiamo quasi mai, anche perché non giriamo coi maggiorenni». Di quelli più grandi che ti offrono da bere, oltretutto, è meglio diffidare. «Ti sfidano per vedere quanti bicchierini riesci a farti e poi ti fregano i soldi - è l’esperienza di Matteo, 14 anni, che confessa di ubriacarsi sempre e solo il sabato sera -. Sono al primo liceo, non posso sgarrare e poi ho gli allenamenti di nuoto». Sport, niente fumo, studio e la ciucca del fine settimana: «Per noi è un appuntamento fisso - racconta Marco, quasi 14 anni, capo di una piccola banda che gira nei giardini di corso 22 Marzo, a Milano, e che si fa chiamare "The Legends" -, a volte lo facciamo per scommessa per vedere chi si ubriaca prima». I binge drinker si muovono in gruppo. Ci si ubriaca insieme, si inizia attorno alle dieci, ci si muove a piedi o sui motorini. Si può stare tutta la sera nello stesso discobar o sul marciapiede, o ancora si può girare alla ricerca delle offerte. In alcuni locali i gestori sanno essere anche molto generosi, proponendo due consumazioni a cinque euro. Una ne costerebbe tre. Gli sconti qui sono per tutti, minorenni compresi: «Non possiamo mica controllare le carte d’identità - dice Maurizio Pasca, dirigente della Federazione italiana pubblici esercizi -. Ma sono criminali quei gestori che si accorgono di avere davanti un quattordicenne e gli servono superalcolici. Sarebbe bene che a prestare attenzione fossero prima di tutto padri e madri». Ma il quattordicenne Matteo alla parola genitori si fa una risata: «Quando rientro a casa loro dormono già, non si accorgono di niente».

Vale tutto?!


Dalla serie: "Quando l'ideologia copre tutto, giustifica tutto, aizza a tutto".
Non sono d'accordo, nè sul merito né sul metodo.
Non alleno i ragazzi a giocare a calcio così.
Non educo i tifosi a pensare così la partita.
Non mi piace che la gita dell'oratorio sia stigmatizzata così.
Aspiro ad un altro stile dei rapporti sociali, compresi quelli in campagna elettorale.
Ho altri criteri per dire chi è il migliore.
E con questo, pur dovendo lottare contro me stesso,
cerco di rispettare l'uomo che ha scritto ciò.

ALZIAMO I TONI
di Mario Giordano
Ma sì, alziamo un po' i toni. Stracciare il programma è un gesto maleducato? Può darsi. Ma siamo in campagna elettorale, mica al corso di bon ton di Donna Letizia. E se questo gesto davvero ha segnato un cambiamento di passo e un nuovo clima un po' più rovente, evviva: se non altro, così restiamo svegli. Finora, malgrado tutti i nostri sforzi, avevamo avuto qualche difficoltà. Suvvia, diciamocelo: non ne potevamo più di questa atmosfera ovattata, dieci piani di morbidezze. Non ne potevamo più dello scambio di cortesie, ostentazione di fair play. «Caro Silvio», «Caro Walter», smancerie annesse, oh come ci vogliamo bene, trottolini amorosi dudududadada. Non ne potevamo più di quell'odore dolciastro, da deodorante malizia, profumo d'intesa, che permeava e un po' soffocava la scena politica. Il fair play va bene prima della partita, quando ci si stringe la mano, e dopo, quando, terzo tempo o no, si riconosce la vittoria dell'avversario. Ma in campo, santo cielo, no: nessun fair play. In campo ci si mena come fabbri, si fanno tackle e contrasti con grinta, e se è il caso, anche falli e sgambetti ai limiti del regolamento. E alla fine, come sempre, vinca il migliore. Mica il più educato. O il più ossequioso. Anche perché questa coltre perbenista, da ragazzi dell'oratorio in gita premio al santuario, rischia di coprire le peggiori bestialità. (...) Perciò, se proprio dobbiamo scegliere, lo confessiamo: meglio uno scontro scorretto che uno politicamente corretto. (continua)

domenica 9 marzo 2008

Cristiani in Medio Oriente


7/3/2008
Cristiani, Medio Oriente e gli enigmi della Storia
Una presenza tra l’indifferenza dell’Occidente e la minaccia dell’islam

di Andrea Riccardi
Discutere dei cristiani in Medio Oriente non è una novità. Lo si è fatto recentemente a Parigi; lo ha fatto a Roma la Comunità di Sant'Egidio pochi giorni fa. Perché? Le comunità cristiane orientali, non sono paragonabili come numero a quelle nate dalla missione in Africa, Asia o America Latina. Eppure rivestono un significato speciale. Sono considerate così rilevanti, tanto che la Santa Sede istituì nel 1917 una congregazione per i cattolici orientali.I cristiani d'Oriente sono però spesso limitatamente sentiti dai loro correligionari italiani, i quali sono più attenti all'impegno missionario o solidale in Africa o in America Latina. La sorte dei cristiani mediorientali appare come un tema remoto e complesso, mentre la nostra opinione pubblica è affamata di semplificazioni. La complessità è una cifra con cui l'Europa guarda a questo parte del «complesso Medio Oriente», come diceva il generale de Gaulle. Ci sono però tre fuochi importanti che hanno richiamato l'attenzione: la Terra Santa, tornata ad essere spazio di grande attrazione per i cristiani europei. Il secondo aspetto è il Libano: dagli anni Settanta fino a tempi recenti, anche attraverso il coinvolgimento dei militari, questo paese ha ricevuto molta attenzione. Certo l'opinione pubblica fa difficoltà a orientarsi sulle vicende libanesi e si è fermata ad una chiave interpretativa della crisi, quella del conflitto tra cristiani e musulmani, che se mai ha avuto una sua validità, certo non l'ha più da anni. Accenno solo al terzo aspetto di attenzione, l'Iraq, su cui la gran parte dell'opinione pubblica nazionale ha respinto la guerra a Saddam Hussein. Ma oggi tutti sappiamo che il dopoguerra irakeno ha visto quasi dimezzarsi l'antica comunità cristiana di quel paese. La politica italiana non ha fatto mai dei cristiani d'Oriente una priorità. Nel pendolo dell'interesse italiano dell'ultimo mezzo secolo, i poli sono stati il mondo arabo, i palestinesi e Israele. Tradizionalmente l'interesse per i cristiani d'Oriente ha avuto qualche punta in chiave antifrancese. Ma è stato solo un passaggio. Tuttavia anche in Italia oggi è divenuto impossibile disinteressarsi del mondo cristiano d'Oriente, perché è divenuto impossibile disinteressarsi del Medio Oriente. I cristiani d'Oriente possono essere una delle chiavi per avvicinarsi alla situazione mediorientale. Per la prima volta, il mondo italiano ha scoperto, a livello di massa, l'Oriente cristiano. E per un insieme di motivi. Innanzi tutto l'islam: dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, poi con il terrorismo, infine con i fondamentalismi, ci siamo accorti che l'islam riguarda in modo diretto anche l'Europa. E i cristiani d'Oriente sono quelli che vivono con l'islam. D'altra parte gli europei hanno preso a guardare in modo più interessato alla vita religiosa in genere. L'interesse è accresciuto dal fatto che i cristiani d'Oriente vivono una transizione difficile: il loro numero si assottiglia per l'emigrazione, la loro percentuale si riduce rispetto ai musulmani loro compatrioti, la loro sopravvivenza è a rischio. Un grave errore sarebbe assumere un atteggiamento di aggiornata protezione da potenze cristiane verso i cristiani d'Oriente. E' una storia antica, carica di ambiguità, in cui si è visto l'uso strumentale, da parte delle potenze europee, dei cristiani d'Oriente fino agli albori del nostro secolo. E' una politica che spesso ha condotto a un processo di estraniazione dei cristiani dal loro ambiente. Ma la storia dei cristiani arabi o arabofoni è andata in altro senso. Il patriottismo arabo li ha visti protagonisti di tante battaglie nazionali. La Santa Sede, prima con Propaganda Fide e poi con la congregazione orientale, ha lottato per affermare una visione religiosa della vita e degli interessi dei cattolici orientali, sganciata dalla politica delle potenze.C'è un altro uso strumentale, molto diffuso, dei cristiani d'Oriente: quello di vittime di un islam imbarbarito. La storia dei dolori del mondo cristiano orientale è lunga e poco nota. Per limitarci a quella del Novecento, basta pensare al genocidio degli armeni, che ha portato alla trasformazione della composizione etnica e religiosa di intere regioni dell'Anatolia. E' significativo che, con l'allontanarsi degli eventi, non diminuisca l'interesse per quella triste storia che conosce un revival di studi e di memorialistica. Appare sempre più chiaro lo scenario di una strage nazionalista che, per affermarsi in Anatolia, diventò anticristiano, mobilitando con i motivi religiosi il mondo anatolico. Accanto agli artefici maggiori, appare come le potenze dell'intesa non ebbero interesse a garantire la sopravvivenza cristiana in Medio Oriente: l'abbandono degli assiri da parte degli inglesi e il ritiro della Francia dalla Cilicia sono esempi chiari di come tali paesi considerassero i cristiani d'Oriente quantité négligéable. I cristiani non sono solo vittime della storia e di un presente che li spinge ad una posizione di cittadini di seconda categoria; sono anche a loro modo protagonisti del presente. Possono esserlo, nonostante la condizione non sempre piena della loro cittadinanza. La situazione dei cristiani d'Oriente è ricca, complessa, sofferta: nasconde potenzialità grandi. Questi cristiani non sono solo le vittime dell'intolleranza musulmana, ma sono una grande chance per il mondo musulmano, per non essere solo con se stesso. Nonostante il loro numero ridotto, sono organizzati in comunità che hanno una loro vita interna e internazionale: hanno figure di riferimento di spicco, producono una riflessione.Due modeste ma convinte idee ci muovono. La solidarietà cristiana con le Chiese orientali comporta una scambio di doni, di storia, di spiritualità; ma anche la convinzione che i cristiani sul Mediterraneo debbono rinnovarsi: le comunità cristiane, secondo le loro diverse tradizioni, di fronte alle molteplici sfide del mondo contemporaneo, hanno necessità di un ressourcessement. Ma tale rinnovamento non si fa da soli, ma in un quadro di intensa comunione. Forse dovremmo interrogarci meglio su come è stato recepito il Vaticano II dai cattolici orientali, sul rinnovamento copto di Shenouda III, su quello del patriarcato antiocheno. Del resto è difficile isolare i cristiani d'Oriente dalla prossima Chiesa di Cipro, dal patriarcato di Costantinopoli, dalla Chiesa cattolica nel suo complesso.La seconda convinzione è che il mondo musulmano, senza i cristiani, è destinato a un'involuzione verso forme totalitarie: si aprirà il problema delle altre minoranze religiose, etniche, linguistiche. Infatti la presenza dei cristiani, in nome di una bimillenaria tradizione, è quella dell'alterità, la più antica, la più legittima. La scomparsa dell'altro non è soltanto la sua fine, ma anche la fine della base per la convivenza pacifica e per la democrazia.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200803articoli/30835girata.asp

sabato 8 marzo 2008

Spreconi


7/3/2008 - ITALIA DEI PARADOSSI, UN PAESE DI SPRECONI
Quanta spesa dal negozio all'immondizia
Il 10% degli acquisti non viene consumato. Ogni anno 4 miliardi di euro in fumo

di Daniela Daniele

Roma - Buttereste 500 euro nel cassonetto sotto casa vostra? La risposta pare scontata, eppure si è calcolato che una famiglia media italiana si disfa, annualmente, di 561 euro, pari al 10 per cento della spesa alimentare totale effettuata. E’ un’indagine dell’Adoc, l'Associazione nazionale per la difesa e l’orientamento dei consumatori, a darci la patente di spreconi. Pare evidente che riempiamo il carrello o le borse con troppa facilità se a finire nella spazzatura sono soprattutto prodotti freschi: latte, uova, carne, preparati di gastronomia, mozzarella, stracchino e yogurt (39%); pane (19%); frutta e verdura (17%); affettati (10%); prodotti in busta come le insalate (6%); pasta (4%); scatolame (3%); surgelati (2%).Il dato è preoccupante, «anche se in calo rispetto agli anni precedenti, quando però si spendeva meno - commenta Carlo Pileri, presidente di Adoc -. Dopo le speculazioni che si sono verificate con l’entrata in vigore dell’euro, abbiamo assistito a un notevole aumento della spesa familiare destinata ai prodotti alimentari e, contestualmente, a un calo degli sprechi. Che comunque rimangono alti». Tuttavia, le cattive abitudini permangono, alimentate anche dalle strategie di vendita delle industrie e dei vari esercizi commerciali per rendere più abbordabile e allettante la merce. «I consumatori devono imparare a essere più furbi e consapevoli - continua Pileri -. Oggi si spreca sia per comprare un prodotto richiesto dal figlio o dal nipote, magari attratto dal regalo allegato. Poi, l’alimento non viene consumato e finisce tra i rifiuti». Spesso si è attratti dalle offerte promozionali, del tipo prendi tre e paghi due, e si riempie il carrello senza chiedersi se quel prodotto effettivamente ci serva, e con l’illusione di risparmiare ci portiamo a casa quantità di ogni cosa superiori al necessario.Il momento esplosivo degli sprechi, poi, coincide con i periodi canonici delle feste. Sotto Natale, la solita famiglia media sperpera 52 euro. A Capodanno, 21. A Pasqua, 42. «Se ognuno pensasse che con i soldi buttati per questi appuntamenti una famiglia potrebbe fare la spesa per circa 2 settimane, forse farebbe acquisti più ponderati», conclude l’associazione. Tra i motivi per cui si spreca il cibo, secondo l’indagine Adoc, l’eccesso di acquisto generico (39%), prodotti scaduti o andati a male (24%), troppi acquisti per offerte speciali (21%), novità non gradite (9%), prodotti non necessari (7%).L’Italia è in buona, o meglio sprecona, compagnia. Negli Usa, per esempio, secondo quanto riferisce Sos consumatori Telefono Blu, il 40-50 per cento del cibo viene sprecato e nel Regno Unito la percentuale di prodotti alimentari che finisce in pattumiera si aggira tra il 30 e il 40 per cento, per 3,4 milioni di tonnellate di cibo che diventano scarti. L’associazione ha anche calcolato che, nel nostro Paese, il valore dei beni alimentari nella spazzatura è pari a 4 miliardi di euro. E tanto per avere un quadro completo di questa realtà, ricordiamo che 852 milioni di individui nel mondo sono sottoalimentati e che 150 milioni di loro potrebbero essere sfamate con quanto la parte ricca del pianeta getta nell’immondizia. E’ ora di pensare anche a un’etica nel produrre rifiuti? «Senza dubbio, sì - osserva Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva -. I genitori dovrebbero mettere in atto, con i loro figli, un progetto di risparmio. Imparando, così, insieme a utilizzare meglio il denaro».

venerdì 7 marzo 2008

Evolvere nelle età


«O Signore, quanto mi era piacevole, nella pienez­za dello sforzo, sentire il mio stesso evolvere come un accrescimento del tuo potere su di me!
Quanto mi era piacevole, pure, sotto la spinta interiore della vita, o nel gioco di una favorevole casualità, abbandonarmi alla tua Provvidenza!
Dopo aver scoperto la gioia di utiliz­zare ogni forma di sviluppo per farti, o lasciarti cresce­re in me, fa' che io acceda senza sgomento a quell'ulti­ma fase della comunione nella quale io ti possederò perché diminuirò in Te.
Dopo aver scoperto in Te Colui che è un "più di me stesso", fa' che io sappia pure riconoscerti, venuta la mia ora, sotto le apparenze di ogni potenza, estranea o ne­mica, che sembrerà volermi distruggere o soppiantare.
Quando sul mio corpo (e ancor più sul mio spirito!) il logorio dell'età comincerà a segnare la sua impronta; quando su di me piomberà dall'esterno, o quando, dal­l'interno, nascerà in me il male che diminuisce o rapi­sce; nel minuto doloroso in cui, tutto a un tratto, mi accorgerò di essere malato o d'invecchiare; in quel momento ultimo, soprattutto, in cui mi sentirò sfuggi­re a me stesso, totalmente passivo nelle mani delle gran­di forze ignote che mi hanno formato; in tutte quelle ore cupe concedimi, o Signore, di intuire che Tu stesso (purché la mia fede sia abbastanza grande) apri un varco doloroso nelle mie fibre, per penetrare fin nel cuore della mia sostanza, e per rapirmi in Te».

Theillard de Chardin, L'ambiente divino

Convegno Caritas zona VI


Nonni preziosi per i nipoti


7/3/2008 (7:28)

L'estinzione dei nonni-sitter

Nel 2050 ci sarà un anziano ogni tre persone
Costretti a fare da badanti ai vecchi genitori non hanno più tempo per crescere i nipotini

di Marina Cassi
Torino - Oblativi, pazienti, instancabili. Nonni a tempo pieno, sempre pronti. Sono loro che consentono a figlie e nuore di lavorare per vivere, o magari anche di incapricciarsi dell’idea di far carriera. La donna giovane - si fa per dire perchè il primo figlio lo fa oltre i trent’anni, per l’esattezza a 31 e un mese in Italia e a 31 e sei mesi in Piemonte - sta in ufficio come e più del collega uomo.
La società organizza ancora i suoi tempi sul modello fordista mentre predica arcigna che le donne devono diventare madri prolifiche. L’equilibrio andrebbe in mille pezzi se non ci fossero i nonni a surrogare, garantire, educare i nipoti. Il 54 per cento delle donne lavoratrici affida i bambini a genitori o suoceri. Solo 13 anziani su cento non si occupano dei nipoti; per contro, una schiera di indomiti pensionati - pari all’86% del totale - è a districarsi tra pappe e compiti, play station e prime cotte adolescenziali dei nipoti.
Un bel surrogato di Welfare, una bella valvola di sfogo per le famiglie. Peccato che stia per finire e che le dinamiche demografiche siano implacabili: nel 2050 ci sarà un anziano ogni tre persone. Secondo l’Istat il 7,8% della popolazione italiana avrà più di 85 anni; è il 2 adesso. E avrà più di 65 anni il 34%: ora è il 19,5. Non è novità. Non lo è, ma dal Piemonte arriva un allarme: abbastanza in fretta accadrà che i nonni non potranno più occuparsi dei nipoti, perché impegnati a curare i genitori malati.
Lo sostiene l’Ires Piemonte che ha analizzato ed elaborato - in una delle regioni con un altissimo numero di anziani - un modello sul futuro prossimo. Nel 2025 ci saranno 528 mila persone tra i 65 e i 75 anni che dovranno occuparsi di 673 mila ultrasettantacinquenni. Di questi in 256 mila avranno più di 85 anni e 78 mila tra i 90 e i 94 anni. E non è detto che ci sia una seconda soccorrevole generazione di immigrate a curare i nostri anziani; raramente le figlie vivono gli stessi percorsi delle madri. In Piemonte fino al 2015 si avranno più anziani oltre i 75 anni che sopra, da allora però gli over 75 supereranno quelli tra 65 e 74 mentre gli adulti tra i 40 e i 64 anni cesseranno di crescere. E su di loro si scaricherà il diluvio: sostituire i giovani assenti dal mercato del lavoro, curare i più vecchi perdendo per giunta ogni aiuto dalla generazione precedente.
Ma non è solo la bruta dinamica demografica a far temere l’estinzione dei nonni. Il sociologo Luciano Abburrà dell’Ires - che ha analizzato il fenomeno - spiega che «il Piemonte indica una tendenza qui più esasperata, ma comune all’Italia; la differenza può stare solo nella intensità del tempo necessario per arrivare allo stesso risultato». E elenca le concause: «Dei nipoti si occupano soprattutto le nonne; ma nel prossimo futuro ci saranno meno donne in età giovanile a andare in pensione. Adesso ce ne sono che hanno smesso di lavorare sotto i 50 anni o poco sopra».
Già in questi anni ancora abbondanti di nonni - e in una regione dove «gli anziani più giovani» sono per adesso tanti, il 13% tra 55 e 64 anni e il 17 tra 65 e 74 - qualcosa incomincia a incrinarsi. Si parla di generazione sandwich: è quella nata a cavallo degli Anni ‘40, contesa tra l’assistenza ai nipoti e quella ai genitori anziani. Ma inesorabilmente le cose cambieranno in peggio; non accadrà in un attimo, ma accadrà.
Ed è adesso che è necessario attrezzarsi per il futuro. Quei numeri e quelle tendenze non cambieranno, al massimo si ritoccheranno un poco, ma il modello sociale può mutare. Abburrà ha qualche idea e una certezza: «Le società messe di fronte ai problemi cambiano, per forza. Non credo sia necessario inventarsi nulla; basta guardare a che cosa accade negli altri paesi europei».
E racconta che in Italia 66 madri con figli piccoli su cento lavora. E lo fa spesso in settori industriali con un orario a tempo pieno, tra le 36 e le 40 ore alla settimana, ma con una bella fetta che arriva alle 50. E’ chiaro che senza i nonni boccheggiano, anzi annegano. Ma - dice Abburrà - se il part-time superasse l’attuale quota del 24% le cose cambierebbero. E cita l’immortale esempio olandese: «Lì la quota di donne che lavora a tempo parziale è arrivata addirittura al 75%. La società ha fatto questa scelta, ha stipulato un contratto: uno stipendio e mezzo per famiglia, ma in cambio c’è un equilibrio basato sul tempo disponibile per la cura dei figli».

giovedì 6 marzo 2008

Droghe a scuola

Per non far finta di niente...
http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=18029

Cattivi maestri


6/3/2008 (7:29)

L'Onu contro i vip che sniffano:"Cattivi maestri"
Esibiscono l'uso e lo fanno diventare una moda. Anche per colpa del lassismo dei Paesi europei
di Pierangelo Sapegno

Anche quando l’hanno letto, erano un po’ stupiti. Mica per la notizia, niente di troppo nuovo. Era per chi la dava. Le star come Kate Moss e Pete Doherty sono cattivi maestri che non pagano abbastanza per le loro colpe, diceva. Adesso, che a dirlo sia il Vaticano, o qualche centro di recupero per tossicodipendenti, o qualche teo-dem di nuova ispirazione, uno potrebbe anche capirlo. Però si dà il caso che siano le Nazioni Unite a dirlo, che sono loro che fanno appello alla Gran Bretagna e ad altri Paesi europei perché si sono dimostrati troppo tolleranti con le star che si drogano o che fanno uso e abuso di alcol. È l’Onu che fa la morale. È l’Onu il bravo maestro. Probabilmente, hanno pure ragione, perché né Moss né Doherty né altri hanno mai pagato troppo le loro evasioni dal mondo, e magari sarebbe meglio per tutti se lo facessero, ma alle Nazioni Unite forse quello che preoccupa dev’essere altro, in realtà: la potenza crescente dei grandi trafficanti di droga, i Paesi che si nascondono dietro, la illimitata produzione internazionale. La lezione è giusta. È che non l’abbiamo capita tutta. C’è qualcosa che ci sfugge.
Per ora, l’Onu ci spiega solo, con il dito puntato, che questi artisti maledetti fanno male due volte, a se stessi e ai giovani cui si rivolgono, perché rendono alla moda il consumo di sostanze proibite. Soprattutto ci dice, l’Onu, che è sbagliato non punirli in maniera esemplare. Beh, non dice proprio così, ma Philip Emafo, firmatario del rapporto, è abbastanza diretto: «Se hanno commesso dei reati, devono pagare per quello che hanno fatto». In Inghilterra, spiega l’avvocato Julian Young, non è così semplice, «e anche quando le accuse sono provate, il Tribunale preferisce cercare soluzioni riabilitative». Come a dire che vale per tutti, non solo per i divi. L’elenco ufficiale, citato dalla Bbc nel dar la notizia, non è molto lungo, e alla fine i nomi sono sempre quelli, la solita Kate Moss, il suo ex fidanzato Pete Doherty, e pure la cantante Amy Winehouse, che rifiuta da sempre qualsiasi cura, e che lo ripete pubblicamente a destra e a manca, anche nelle sue canzoni più famose. La Bbc cita solo questi. Volendo si potrebbero aggiungere quelli di Britney Spears, Eva Mendes, Boy George e Kirsten Dunst, che prima o poi sono passati da qualche clinica per intraprendere un percorso riabilitativo che non si mai bene dove ha portato.
Molte fra queste illustri vittime della droga sono state colte sul fatto, e la Kate Moss addirittura immortalata sulla prima pagina di un giornale mentre sniffava, e «le conseguenze sono sempre state poche», come sottolinea la relazione stilata dal Comitato Internazionale per il Controllo dei Narcotici per conto dell’Onu. (continua)

mercoledì 5 marzo 2008

Amico



"Toccare con mano Dio: se questo è possibile, penso che lo sia solo attraverso l'animo di un altro, di un Amico".


Pavel Florenskij

Teka P - L'Operari- Teatro Leonardo, Milano 19 dicembre 2005

Forse la difficoltà ad arrivare alla fine del mese non è solo di queste settimane!
Chiedo scusa per qualche espressione un po' "pesante", ma soprattutto per chi non ha studiato questa lingua!

martedì 4 marzo 2008

Quaresima?


Una giornalista Usa di 30 anni condivide sul web le sensazioni e riflessioni nate da lunghe serate lontani da cellulari, pc e tv
Ariel e la lotta alla videodipendenza:
"Stare sconnessi 52 notti all'anno"
E si moltiplicano i gruppi di auto-aiuto per ammalati di videofilia
di BENEDETTA PERILLI
"Una sera a settimana staccherò la spina di qualsiasi apparecchio con uno schermo. Lo farò per un anno". Le nonne lo chiamavano fioretto; Ariel Meadows Stealling, trentenne giornalista di Seattle con un problema di videodipendenza, lo ha chiamato 52 Nights Unplugged e ne ha fatto un sito al quale altri video addict come lei possono iscriversi e condividere sensazioni e riflessioni nate da lunghe serate lontani da cellulari, computer e televisori.
Ariel ha deciso inoltre di rendere pubblica la sua personale battaglia contro la internet dipendenza aprendo un blog nel quale racconta, come in un conto alla rovescia verso la rinascita, le sue serate disconnesse.
Si scopre così che il problema della videofilia, come gli esperti definiscono la tendenza delle nuove generazioni di dipendere dagli schermi, negli Stati Uniti viene trattato già da tempo con workshop mirati alla ricerca dell'equilibrio tra tecnologia ed anima. Proprio dalla partecipazione a uno di questi corsi, frequentati soprattutto da giovani professionisti del settore della comunicazione e del marketing, Ariel Meadows trae l'idea del sito terapeutico.
A prima vista 52nightsunplugged, letteralmente cinquantadue notti senza spina, sembra il corrispettivo virtuale di quei circoli fumosi nei quali i protagonisti dei film americani vanno per smettere di bere. Ognuno ha la sua sedia, che qui è rappresentata da una pagina web nella quale accanto ad una foto ed a una breve descrizione di se stessi, si deve rispondere a tre domande: qual è il sintomo più preoccupante della tua dipendenza tecnologica, perché vuoi staccare la spina e quali sono i tuoi progetti per le tue cinquantadue notti libere? Le risposte lasciano senza parole. Elise da San Francisco crede di aver toccato il fondo giocando ad una partita di solitario con il cellulare mentre ascoltava musica dal lettore mp3 e guidava, Lawrence ammette di non riuscire a percorrere serenamente il tragitto da casa al lavoro perché sente di star perdendo di vista le notizie del web e le mail nella sua casella. E ancora. Lily riconosce di tenere d'occhio in maniera compulsiva i social network ai quali è iscritta per controllare eventuali risposte.
Quasi per tutti la decisione di allentare il rapporto ossessivo con gli apparecchi tecnologici nasce dal desiderio di trascorre il tempo libero rimasto dopo il lavoro facendo qualcosa di diverso dal mirare ottusamente uno schermo. Per quanto riguarda poi i buoni propositi per occupare il ritrovato tempo libero settimanale ce n'è per tutti i gusti. Dal gettonatissimo leggere un libro al preoccupante fare sesso, dal romantico scrivere lettere a mano al modaiolo fare la maglia.
Il meccanismo del sito si basa proprio sul confronto delle esperienze e gli utenti, dopo essersi presentati, possono lasciare dei commenti sulle pagine altrui o conoscersi discutendo sul forum. Gli argomenti più seguiti sono le brevi descrizioni delle notti senza spina. Eddie racconta che per la sua prima "nigth unplugged" ha scelto di leggere un libro ma dopo solo poche pagine si è ritrovato davanti al computer, non senza provare un enorme senso si colpa. Nel testo era citata una frase in francese e doveva assolutamente chiedere a Google cosa significasse. Altri racconti, più di successo, sono quelli che fa l'ideatrice Ariel. Alla sua seconda notte di fioretto ha riscoperto il piacere di una cena con un vecchio amico e alla terza ha ritrovato la passione per la danza che aveva abbandonato da tempo.
Insomma il sito sembra proprio funzionare come un corso per tabagisti che vogliono smettere di fumare. I benefici si iniziano a vedere dopo alcune settimane ma per tutti c'è l'euforia di fare un sacrificio che fa bene al corpo e alla mente.
Anche il dottor David Levy, professore presso l'Information School dell'Università di Washington, lo ricorda: "Bisogna fare attenzione. Quello che stiamo vivendo in questi ultimi anni non è sano e non fa bene all'uomo. Condurre una vita qualitativamente soddisfacente significa trovare una forma di equilibrio e un po' di tranquillità. Bisogna domandarsi quali sono i limiti tra mente e corpo e tenere presente i danni che l'inquinamento informatico può causare".

Vita religiosa


"Quando si intinge la mano nella bacinella, quando si attizza il fuoco col soffietto di bambù quando interminabili colonne dì cifre vengono allineate nel proprio ufficio di contabile, quando si è bruciati dal sole, o affondati nel fango della risaia, quando si è in piedi davanti alla fornace del fonditore, se proprio allora non si attua la stessa vita religiosa che se si fosse in preghiera nel monastero, il mondo non sarà mai salvato".

Gandhi

lunedì 3 marzo 2008

Bibbia tutta in un anno


Presentiamo, per gentile concessione dell'autore, un calendario preparato da p. Pierbattista Pizzaballa, francescano, parroco della comunità cattolica di lingua ebraica di Gerusalemme, per leggere tutta la Bibbia in un anno.
http://www.seitreseiuno.net/Testi/tabid/174/language/it-IT/Default.aspx

domenica 2 marzo 2008

Serenità


"Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?" (Rom 8,31)

Regole e Spirito


«Se volete impedire allo Spirito Santo di agire in una fondazione,
cominciate con lo stabilire le regole»
Adrienne von Speyr

sabato 1 marzo 2008

"Clandestini"


“Clandestini”, dopo tre anni il 76% lavora

Tassi di occupazione e istruzione sono paragonabili a quelli degli italiani, ma gli irregolari godono di condizioni abitative deteriori, rivela l’analisi di 38.000 “clandestini” assistiti dal Naga dal 2000 al 2006.
Gli immigrati “clandestini” hanno livelli di istruzione e tassi di occupazione (sebbene non regolare) paragonabili a quelli degli italiani, ma vivono in condizioni abitative lontanissime dagli standard nazionali secondo l’analisi del database dei 38.000 “clandestini” che si sono rivolti al Naga di Milano per ricevere assistenza medica dal 2000 al 2006, condotta da Carlo Devillanova dell’Università Bocconi di Milano insieme a due colleghi dello University College di Londra: Francesco Fasani e Tommaso Frattini.
Anche se sono ovviamente privi di un contratto di lavoro, a tre anni dall’arrivo in Italia il tasso di occupazione dei “clandestini” è del 76%, superiore sia a quello della popolazione italiana (58%), sia a quello della popolazione lombarda (67%). Se si considera l’intero campione (il 70% degli immigrati irregolari, quando compila il questionario Naga, è in Italia da meno di tre anni), il tasso di occupazione si attesta comunque a un notevole 58%, anche se nella metà dei casi il lavoro viene definito “saltuario”. Gli immigrati dall’Africa (sia settentrionale, sia subsahariana) sono i meno occupati.
Il dato sulla condizione lavorativa è in linea con quello sull’istruzione, che risulta paragonabile, se non migliore, a quello nazionale: il 10% dei “clandestini” ha un’istruzione universitaria e più del 50% ha frequentato almeno le scuole superiori.
Si nota una forte correlazione tra istruzione e occupazione, che passa con continuità dal 32,4% degli irregolari analfabeti al 65,6% di chi ha frequentato l’università.
La condizione di clandestino è una delle poche, secondo i dati rilevati dal Naga, che viene alleviata dal fatto di essere donne. Le donne costituiscono il 45% del campione, ma con forte variabilità a seconda della provenienza (si va dall’1% dell’Egitto al 77% dell’Ucraina), sono mediamente più istruite degli uomini, lavorano più spesso (62% contro il 55% maschile) e in modo più permanente (considerano la propria occupazione stabile il 60% delle donne che lavorano, contro il 37% degli uomini). L’età media delle irregolari è un po’ più alta di quella dei maschi: 34 anni contro 32.
La più grande emergenza, mostrano i dati, è abitativa, e anche in questo caso le donne godono di qualche vantaggio, se non altro per la frequente occupazione come collaboratrici domestiche o badanti che consente loro, nel 14% dei casi, di vivere presso il datore di lavoro, una percentuale che scende all’1% per gli uomini. All’8% di uomini (e 4% di donne) senza fissa dimora o che vive in insediamenti abusivi è da aggiungere la gran maggioranza dei “clandestini”, che vive in una situazione di sovraffollamento sconosciuta agli italiani: la media di occupanti per stanza è di 2,2 persone, contro le 0,7 della città di Milano.
Le rilevazioni sembrano confermare che quella di “clandestino” è una condizione transitoria per la gran parte degli immigrati “che, anche quando abbiano trovato un’occupazione”, afferma Pietro Massarotto, presidente del Naga, “devono tuttavia aspettare una sanatoria per potersi regolarizzare. L'analisi dimostra con evidenza come la principale carenza dell'attuale sistema sia costituita da un meccanismo legislativo preconcetto e macchinoso, che impedisce la regolarizzazione dei cittadini immigrati una volta che già si trovino sul territorio italiano. L'approccio restrittivo nega a soggetti di fatto già inseriti di ottenere il permesso di soggiorno, relegandoli nella clandestinità”.
“Della frequente transitorietà della condizione di clandestino dovrebbe tenere conto il decisore politico”, afferma Devillanova della Bocconi. “I provvedimenti presi nei confronti dei “clandestini” e delle loro famiglie sono destinati a ripercuotersi sul loro futuro di regolari”.
Il database di 38.000 “clandestini” su cui è stata condotta la ricerca è uno dei più ampi del mondo. Il Naga, un’associazione di volontariato fondata a Milano nel 1987, fornisce visite mediche a immigrati non in regola con il permesso di soggiorno e perciò non coperti dal Servizio sanitario nazionale. Al momento della prima visita viene chiesto ai “clandestini” di compilare un questionario con dati demografici e socio-economici.

venerdì 29 febbraio 2008

Pietanza scotta


"Grande Fratello una pietanza scotta
Ci sono molte cose che non vanno: dall'idea di avere una famiglia nella casa al cast non in sintonia con la conduttrice
La tv di qualità soffre di qualche pregiudizio nei confronti del Grande Fratello. L'altra sera, quando sul palco dell'Ariston è apparso un branco di pastori tedeschi, Chiambretti ha chiosato: «Tanti cani così non si erano visti neanche al Grande Fratello». Tempi duri per la tv generalista. Il Festival è in crisi. Il Grande Fratello è in crisi. I varietà chiudono. Eh, signora mia non ci sono più gli ascolti di una volta. Il Tramonto dell'Occidente stende la sua ombra anche sull'etere. Guai a cercarne le ragioni tecniche, si passa per sfiziosi (Canale 5, mercoledì, ore 21.19). Eppure nell'edizione di quest'anno del Grande Fratello ci sono molte cose che non vanno, a cominciare da quell'idea strampalata di far entrare nella casa una famiglia. E più in generale da un cast che non è in sintonia con la conduttrice. O viceversa, che è lo stesso.
Si capisce che gli autori, considerati gli inquilini prigionieri della casa, vorrebbero che Alessia Marcuzzi li «sfruculiasse » di più, li costringesse a confessare l'inconfessabile, tirasse fuori le storie che si tengono dentro. Ma questo non accade. Ecco allora l'invenzione della panchina lunga: Il Grande Fratello, giudice inappellabile, fa entrare e uscire chi vuole nella speranza di trovare la formazione giusta.
L'altra sera hanno fatto fuori Andrea e tutti gli ospiti si sono messi a frignare sulla «inutile crudeltà», ma intanto lo hanno fatto fuori. Perché nelle intenzioni degli autori non serviva più: via uno dentro l'altro, stravolgendo un po' le regole del gioco. Cercando di ravvivare con il pepe delle lacrime di coccodrillo una pietanza che appare molto scondita. Questo avviene perché oggi la tv generalista non è più fatta per essere conosciuta (e magari analizzata), ma vissuta: e spiarla, rovistarla, frugarla significa inevitabilmente avvilirla. Nell'avvilimento non c'è posto per l'incanto".

Aldo Grasso 29 febbraio 2008

giovedì 28 febbraio 2008

Lo schermo a pezzi


di MASSIMO GRAMELLINI
"Dopo lunga e sofferta malattia, si è spenta ieri poco serenamente a Sanremo la tv generalista, quella capace di riunire intorno al focolare catodico una nazione intera, anche solo per parlarne male. A certificare il decesso è stato il sommo sacerdote Pippo Baudo, con toni concitati e drammatici, in questo caso adeguati alla straordinarietà del fenomeno, che non è la semplice crisi d’ascolti di una rassegna di canzonette, ma la scomparsa del modello «democristiano» di cultura già entrato in crisi nella scuola: l’idea di un’educazione e di un divertimento uguali per tutti, splendida in teoria, ma che in concreto ha abbassato l’asticella del sapere e del piacere, producendo ignoranza e noia. Ad appassire sulla Riviera dei Fiori sono due fra gli ultimi feticci del secolo scorso: l’Evento Unico di massa e la comunità nazionale. Trattasi di una rivoluzione, sociale e mediatica, con la quale abbiamo già dovuto fare i conti noi della carta stampata. Nessun giornale, nessun romanzo, nessun film e - adesso possiamo dirlo - nessun programma televisivo può ancora avere la pretesa di rivolgersi a una massa indifferenziata di persone. Lo spezzatino ha preso il posto dell’arrosto e non esiste chef in grado di ripristinare l’antico menu. I tentativi di giustificare il crollo di Sanremo con motivazioni meno epocali di questa suonano persino commoventi nella loro inadeguatezza. Qualcuno sostiene che lo spettacolo canoro non attrae pubblico perché sul palco ci sono troppi vecchi. Semmai è vero il contrario: senza Toto Cutugno e Little Tony, che tengono ancorati gli anziani, la fuga dal video avrebbe già assunto i caratteri dell’esodo. Perciò si illude chi pensa di rilanciare l’evento ingaggiando i cantanti che piacciono agli under 50: costoro, infatti, hanno girato per sempre le spalle a trasmissioni del genere, come ha capito a sue spese Piero Chiambretti, le cui battute fosforescenti fanno scompisciare quelli della mia generazione, che non guardano più il Festival, mentre lasciano interdetti gli anziani che continuano a guardarlo. Per qualcun altro la ricetta salvifica consiste nel ridimensionare il carrozzone, accorciando la durata e il numero delle serate. Nessun dubbio che un Sanremo superconcentrato come un dado rallenterebbe la sua fine. Però non riuscirebbe a invertire la tendenza, che è ineluttabile. Infine c’è chi, come Baudo, è convinto che ad aver determinato questa situazione sia l’involgarimento dell’offerta televisiva e, di conseguenza, del Paese. Ieri lo ha urlato in conferenza stampa: «Se io e Chiambretti ci sputassimo addosso, gli ascolti crescerebbero, ma così il pubblico noi lo imbarbariamo, lo fottiamo e abbiamo un’Italia di merda». Non è vero nemmeno questo. Se Baudo e Chiambretti si sputassero addosso gli ascolti crescerebbero, ma per trenta secondi. Poi si ritufferebbero negli abissi. Ormai nemmeno la volgarità garantisce audience, come dimostra il declino del Grande Fratello e degli altri reality show. La rissa, l’insulto, il gesto volgare sono le scosse elettriche che scuotono il cadavere dal «rigor mortis», ma è un’illusione momentanea: sempre di un cadavere si tratta.Il Grande Fratello è stato l’ultimo evento capace di trasformarsi in fenomeno di costume, incrociando l’interesse - anche solo pettegolo - di una comunità variegata. La formula della tv guardona e delle eliminazioni popolari (le famigerate nomination) venne adottata con successo dal Festival di Bonolis, l’ultimo a sfondare l’Auditel, nell’ormai giurassico 2005. Ma in questi ultimi tre anni il mondo dei media è cambiato più che nei precedenti sessanta: si sono diffusi i mille canali di Sky e della piattaforma digitale. Soprattutto è esplosa You Tube, la tv sul computer: è lì che, se proprio voglio farmi del male, posso andarmi a vedere la scena del litigio fra Toto Cutugno e Luzzatto Fegiz al Dopofestival, o il bacio in bocca fra Baudo e la squalificata Bertè. E posso andarmele a vedere gratis, quando e quante volte mi pare, smistandole poi attraverso internet agli interlocutori delle mie nicchie di riferimento: il forum dei tifosi della mia squadra del cuore, il blog degli amici del parmigiano reggiano, il sito dei fanatici di film ugandesi degli Anni 70 e gli altri milioni di rivoli comunitari in cui si è frantumato il mondo dei media. Ancora pochi anni fa, se a una cena dicevi: avete visto giovedì sera da Santoro... sapevi di ottenere una reazione: di disgusto, magari, ma informata. Ora anche Santoro, anche il Festival, e fra un po’ anche la Nazionale, rappresentano l’interesse di comunità specifiche, e alle cene diventa sempre più difficile trovare un argomento comune di conversazione. È un male? No. È un cambio. E come tutti i cambi di stagione va dominato per indirizzarlo al bene. Un’impresa impossibile finché ci si ostinerà a negarlo o a rimpiangere un’epoca che ci commuove nel ricordo, ma che se tornasse non ci piacerebbe più. Non abbiamo un’Italia di m. Abbiamo mille Italie, alcune di m. e altre che invece chiedono spettacoli di qualità. Però li vogliono, appunto, di qualità, come dimostra il successo di Fabio Fazio e dello stesso Baudo extrafestivaliero. Altrimenti preferiscono fare altro. Perché Sanremo è Sanremo, ma noi per fortuna siamo noi".

Martina in salotto

Oggi alle ore 18: WOW!

Non-sense


Ho trovato questo testo di uno psichiatra
e lo pubblico solo per dire come non bisogna scrivere e come si riesce a non dire nulla, nonostante si occupino il tempo e le righe.
Mi restano due domande: quanto mangia male uno che parla così (cfr il noto proverbio)?; fumerà qualcosa prima di scrivere, oppure gli fuma il cervello dopo, visto lo sforzo?

"Il silenzio della tranquillità ci permette di raggiungere il nostro io profondo, ma soltanto la forza delle emozioni è capace di dipingere il quadro della nostra esistenza con quei colori vivaci che permettono all'energia vitale di ognuno di noi di manifestarsi pienamente. Ascoltare le nostre emozioni vuol dire permettere alla nostra mente e al nostro corpo, e in ultima analisi a noi stessi, di essere intelligenti. Proprio con la forza dei fatti che le neuroscienze hanno svelato nell'ultimo decennio, le emozioni sono finalmente uscite dal getto del turbamento fine a se stesso svestendo i panni di sabotatori della ragione per prendere posto nel palco d'onore dell'orchestra decisionale della nostra mente. Soltanto le emozioni sono capaci di evocare tutta la forza delle nostre esperienze passate e soltanto la vitalità emotiva può permetterci di sviluppare l'intuizione che può condurre alla verità ed alla saggezza. Ed è tramite il corpo e le sue sensazioni che possiamo intuire il senso profondo del messaggio emozionale: soltanto ascoltando il nostro "marcatore somatico", rubando le parole ad Antonio Damasio, possiamo trovare le strade giuste sul percorso di una vita vera e saggia.Ascoltare le sensazioni del nostro corpo ci permette quindi di distinguere ciò che aiuta il nostro benessere da ciò che lo ostacola, ci permette di decidere con la memoria delle infinite esperienze della nostra vita passata. Ascoltare il cuore e la pancia e vivere la sensorialità del gusto, dell'olfatto, del tatto e della vista diventano una chiave formidabile ed infallibile per prendere decisioni efficaci; entrare nel vortice del pensiero cercando di soffocare la voce somatica e sensoriale delle nostre emozioni è un razionalizzare che ci priva dell'insegnamento del nostro passato e degli strumenti che milioni di anni di evoluzione hanno plasmato. Preferire la ragione all'emozione ed al nostro corpo vuol dire fidarsi del nostro giovane ed inesperto cervello razionale, dimenticandoci della saggezza millenaria del nostro cervello emotivo con un'unica certezza: quella di fallire. Ecco perché una attenta educazione all'ascolto dei sensi e degli altri segnali del corpo diventa una premessa essenziale per lo sviluppo della saggezza. Ecco perché imparare ad assaporare le onde del mare, vivere i tramonti e le albe, tuffarsi nell'armonia di un Barolo, perdersi nella magia del tartufo, cogliere la bellezza di un fiore ed essere rapiti da un sorriso, diventano premesse indispensabili per una vita intelligente. Soltanto diventando consapevoli dei mille segnali del nostro corpo, soltanto aprendo al mondo i nostri sensi possiamo permettere alla mente di imparare a conoscere noi stessi e la vita... e forse di trovare la chiave magica della felicità".

mercoledì 27 febbraio 2008

Vita nascosta - Nazareth


"Più si dà al Signore e più egli rende. Ho creduto di dar tutto lasciando il mondo ed entrando nella trappa: ho ricevuto più che non avessi donato... Ho creduto ancora di dare tutto lasciando la trappa: sono stato colmato senza misura... Godo infinitamente d’essere povero, vestito come un operaio, come un domestico, in questo umile stato che fu quello di Nostro Signore, e, per un eccesso eccezionale di grazia, d’esserlo così a Nazareth.


(Cristo) ci ha dato l’esempio: vita nascosta (Nazareth), vita solitaria (i quaranta giorni di deserto), vita pubblica (i tre anni di predicazione). Queste tre vite sono ugualmente perfette, poiché Gesù, sempre ugualmente perfetto in ogni periodo della sua vita, sempre Dio, le ha condotte tutte e tre. Esse sono ugualmente perfette in se stesse, ma per noi non è ugualmente perfetto l’abbracciare l’una o l’altra; è indispensabile abbracciare quella in cui Dio ci vuole.


Per quanto mi riguarda, nulla di nuovo: calma, pace, silenzio, ringrazio Dio di questa vita nascosta, così perduta, così simile a quella di Nazareth. Da parte di Dio nulla mi maanca: ho tutto ciò che desideravo, anzi di più. Continuo a benedire Dio, a sentirmi felice, infinitamente felice, in questa vita di Nazareth che egli mi ha fatto tanto desiderare e che mi ha donato così perfettamente".


Charles de Foucauld

Sinodo sulla Parola


Su Civiltà Cattolica di questo mese è apparso un articolo del card. Martini, in vista del prossimo Sinodo sulla Parola di Dio.

Traspare tutta la sua competenza sul tema, ma soprattutto la sua grande passione per ciò che la Trinità vuole rivelare alla Chiesa!

Il testo si può trovare su:

oppure su

Direttori dello spirito


"I direttori di spirito riflettano e ricordino come lo Spirito Santo, e non essi, è l'agente e la guida principale delle anime, delle quali non tralascia mai ,di prendersi cura; essi invece non sono agenti, ma solo strumenti per guidarle per mezzo della fede e della legge di Dio, secondo lo spirito dato a ciascuna dal Signore. Perciò l'unica loro preoccupazione non deve essere quella di renderle conformi al loro punto di vista e alla loro natura, ma si devono preoccupare di sapere per quale via il Signore le conduce; se non lo sanno, le lascino stare senza disturbarle".

san Giovanni della Croce - Epistolario 3,46

lunedì 25 febbraio 2008

The King' singers "Deconstructing Johann"

Ho avuto l'onore di partecipare ad un loro concerto a Roma: dei veri Re della voce!! Lasciano noi a bocca aperta!

I cristiani e la politica


Dal sito della Comunità di Bose, l'articolo di Enzo Bianchi sull'attuale condizione dei cristiani in politica (apparso ieri su La Stampa).


Puoi trovarlo anche su:

Gadget imperdibile



Rosario Elettronico: disponibili nuove personalizzazioni


Il Rosario Elettronico è un oggetto molto utile per chi viaggia e vuole recitare il Santo Rosario in auto, per casa, per anziani o ammalati. Dovunque si può pregare il Santo Rosario e questo piccolo ma utile accessorio può aiutare a farlo, è possibile scegliere tra il modello con cuffie e quello senza. Sono inoltre disponibili le placchette per le personalizzazioni e pile Duracell linea professionale.

domenica 24 febbraio 2008

Vita slow


10 comandamenti per una vita slow
1) Svegliarsi prima per farsi la barba e fare colazione con tutta calma
2) Non scrivere sms o email con abbreviazioni
3) Evitare di fare due cose contemporaneamente (telefonare e scrivere al computer, per esempio)
4) Evitare di arrabbiarsi in coda
5) Salutate a ringraziate al bar o in ascensore
6) Imparare a dire no a qualche appuntamento anche piacevole, non sovraccaricare l’agenda
7) In vacanza dedicare cinque giorni alla preparazione e alla decompressione dalle ferie
8) Camminare invece di prendere l’auto
9) Leggere i giornali prima di andare a letto, invece di fare zapping in tv
10) Evitare di scappare dalle città tutti i fine settimana

http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2008/02_Febbraio/15/pop_comandamenti_lentezza.shtml

sabato 23 febbraio 2008

Istat e inflazione


Quanto costa essere poveri

di Pietro Garibaldi
Dopo le recenti brutte notizie su produzione industriale e reddito, è ora la volta dei prezzi. Oltre al nuovo record raggiunto da quello del gasolio, l’Istat ha ieri comunicato che l'indice dei prezzi al consumo di famiglie e operai è cresciuto a gennaio, su base annua, del 2,9 per cento, un dato ben superiore al 2 per cento, il tasso di riferimento della Banca Centrale Europea. Il dato nuovo più interessante riguarda però l’andamento dell’indice dei prezzi sui prodotti ad alta frequenza di acquisti. Questo indice dei prezzi si riferisce a beni acquistati con cadenza mensile, e comprende quindi, tra l'altro, il prezzo dei beni alimentari, delle bevande, dei tabacchi e delle spese per l’affitto. Per i beni ad alta frequenza di acquisto l'inflazione è pari al 4,8 per cento annuo, un livello superiore di quasi due punti rispetto all’inflazione ufficiale.
La differenza tra il 4,8 e il 2,9 si spiega pertanto con il fatto che l'inflazione complessiva di famiglie e operai è riferita a una categoria di beni più ampia, e comprende anche quei beni con frequenza di acquisto media e bassa, quali l’abbigliamento, la televisione o il frigorifero. Il dato sull’inflazione dei beni ad alta frequenza di acquisto è importante e da non sottovalutare. Innanzitutto è importante perché aiuta a spiegare uno dei paradossi economici italiani, ossia la differenza tra inflazione effettiva e inflazione percepita. Da diversi anni, e in particolare dall’entrata nell’euro, in Italia gli economisti avevano individuato una notevole differenza tra l’inflazione ufficiale calcolata dall’Istat e l’inflazione «percepita». L’inflazione «percepita» è quella stimata mese per mese dai singoli consumatori sulla base delle loro percezioni al momento del consumo.
Il dato pubblicato ieri aiuta a spiegare questa differenza, in quanto è evidente che un singolo consumatore quando è chiamato a stimare l’inflazione fa istintivamente riferimento al prezzo dei beni acquistati giorno per giorno, e non a quei beni di consumo acquistati, se va bene, una volta l’anno. In altre parole, possiamo oggi dire che hanno ragione sia l'Istat che la massaia. L’Istat ha ragione quando stima l'inflazione al 2,9 per cento con riferimento a un paniere di beni complessivo, indipendentemente dalla frequenza dei consumi. La massaia ha ragione quando dice che, alla luce delle spese quotidiane, l’inflazione è molto superiore al 2,9 per cento ufficiale. Al di là della questione Istat-massaia, il dato di ieri è importante per capire il disagio che si vive in Italia. Come suggerisce il nome stesso, l’indice dei prezzi al consumo di operai e famiglie è costruito avendo come riferimento il paniere di consumo di una famiglia di operai e impiegati, in modo da rappresentare il paniere di consumo del ceto medio.
Nel nostro Paese, oltre a operai e impiegati, e oltre a molte famiglie benestanti, esistono nuclei familiari che vivono con poco più di mille euro al mese. Sono quei famosi nuclei familiari che, come si è spesso detto, «fanno fatica ad arrivare alla quarta settimana». Questi nuclei familiari, composti prevalentemente da pensionati soli e da famiglie monoreddito, destinano fisiologicamente una quota molto rilevante del loro scarso reddito ai beni alimentari e a molti dei beni ad alta frequenza di consumo. Abbiamo ora la certezza che per queste fasce di popolazione l'inflazione è più alta di quella della maggioranza delle famiglie italiane. In altre parole, oltre ad avere un reddito più basso, questi nuclei familiari hanno anche un’inflazione più elevata che, a sua volta, erode il potere d’acquisto del loro basso reddito. Un circolo vizioso.
Il dato non può essere ignorato dalla politica economica. È forse davvero necessario pensare a un intervento di sostegno al reddito. Ma in periodi di vacche magre, come quelli che ci aspettano, si deve pensare a un provvedimento altamente selettivo, in modo da essere destinato esclusivamente a quei nuclei familiari. In realtà in questi giorni si parla di un intervento destinato ad abbassare il prezzo della benzina di qualche centesimo di euro. Questo tipo di intervento va esattamente nella direzione opposta a quello che auspichiamo, anche perché molti di questi nuclei familiari non posseggono nemmeno un’automobile. È anche inutile invocare l’intervento di Mr. Prezzi. Più che Mr. Prezzi, a queste famiglie servirebbe un mitico Mr. Reddito.

venerdì 22 febbraio 2008

Genialità



"Per raccontare del genio, che dopotutto è un qualche miracolo della natura, occorre esserlo noi stessi o almeno, in qualche misura, avere la capacità di esprimere il suo personaggio con la forza del sentimento"

"Come Chiara e Francesco", p. 198

Convegno della Facoltà Teologica

presso la Sala Convegni della Facoltà Teologica dell'Italia SettentrionaleVia dei Cavalieri del S. Sepolcro, 3 - 20121 MILANO

Convegno di Studio
MASCHIO E FEMMINA LI CREÒ


Martedì 26 febbraio 2008

ore 9.30 Saluto del Preside
S. Ecc.za Rev.ma Mons. Franco Giulio Brambilla
Introduzione
Prof. Giuseppe Angelini
ore 10.00 “Maschio e femmina” e reciprocità personale: la prospettiva personalistica
Prof. Maurizio Chiodi
Docente di Teologia morale speciale della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano
ore 11.00 Intervallo
ore 11.30 Il corpo nuziale e la sua vocazione all’amore
Prof. Livio Melina
Docente di Teologia morale e Preside del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia di Roma
ore 12.30 Discussione

ore 14.30 Da principio fu così… Antropologia e teologia della coppia in Genesi
Prof. Patrizio Rota Scalabrini
Docente di Introduzione e di Teologia biblica dell’Antico Testamento della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano
ore 15.30 Intervallo
ore 16.00 Monogamia e monoteismo. Alla radice del simbolo dell’amore sponsale nella tradizione dello jahvismo
Prof. Gianantonio Borgonovo
Docente di Esegesi e di Teologia biblica dell’Antico Testamento della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano
ore 17.00 Discussione


Mercoledì 27 febbraio 2008

ore 9.30 L’epopea moderna dell’amore romantico
Prof. Juan-José Péres-Soba
Docente di Teologia morale fondamentale alla Facoltà di Teologia «San Damaso» di Madrid
ore 10.30 Intervallo
ore 11.00 Passaggio al postmoderno: il gender in questione
Prof. Giuseppe Angelini
Docente di Teologia morale fondamentale e pastorale della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano
ore 12.00 Discussione
ore 14.30 Discussione generale e Conclusioni

giovedì 21 febbraio 2008

Somiglianze


Notate qualche somiglianza col precedente post?!

Forza e bellezza


Come non lodare Colui che ha inventato tale bellezza?!
Sono tre o è uno?!
guarda il sito le immagini più belle dell'anno
scattate dai grandi professionisti della foto dedicata alla natura e l'ambiente:

martedì 19 febbraio 2008

I mitici Stomp!

Spero apprezzerete il ritmo e la creatività... oltre alla agilità!

Ateismo?

La prossima volta che nasco ateo,
lo faccio in un paese dove quelli che credono in Dio
credono in un Dio felice!

Alessandro Baricco