venerdì 18 luglio 2008

Allergia

Qualche tempo fa mi chiesero
come mai prendevo spesso spunto da interventi apparsi sulla stampa laica...
Risposi che - oltre a selezionare il materiale prima di "proporlo" -
mi era di conforto sapere che certe stupidate
provenivano appunto da mezzi di comunicazione che si definivano "laici".
Quando mi aggiro tra la produzione "d.o.c.", di ispirazione cristiana,
mi ritrovo spesso a "non ritrovarmi" circa il taglio privilegiato...
e fino a qui potrei dire che si tratta di differenti sensibilità;
ben peggio è quando trovo ignoranza nei contenuti,
malafede e tornaconto personale nelle intenzioni, violenza nei modi
.
Il tutto sotto la bandiera sventolante dell'"essere cristiani e fedeli alla tradizione".
Riporto un esempio di questo disgustoso modo di fare,
con la speranza di suscitare forme di reazione allergica di fronte alla falsità.
Invito tutti a leggere per intero il numero di "Aggiornamenti Sociali" citato,
nonché a passare a trovare di persona gli autori che sono così stupidamente infangati.
Propongo di praticare la carità (l'amore persino dei "nemici", secondo quanto detto da Gesù),
e non soltanto di riempire le righe con la citazione del catechismo.
"Non chi dice Signore, Signore,... ma chi fa la volontà del Padre mio".
Un saluto affettuoso e carico di tristezza a coloro che - miei amici! -
pensano di dover acquistare e leggere quotidianamente
quello pseudo-giornale che riporta tali interventi.
don Chisciotte

E i gesuiti sdoganano l'omosessualità
Nel numero di giugno della gloriosa e prestigiosa rivista dei gesuiti milanesi, Aggiornamenti Sociali, si trova un lungo ‘contributo alla discussione’ sul riconoscimento delle unioni omosessuali. Il lavoro sarebbe stato elaborato da un fantomatico ‘gruppo di studio sulla bioetica’, il comitato di "studio" è costituito tutto da "autorevoli" cattolici, anche docenti del seminario diocesano di Milano. Gli autori del saggio, sono il miglior segno della Chiesa milanese, quella delle ‘leggi fasciste’, che trova modo di illuminare i lontani proprio perché “profetica e progressista”, diversa e a volte opposta da quella verticistica, magisteriale, ingessata e romana. Tuttavia in Vaticano molti sono gli uomini recentemente nominati dal ‘club dei profeti milanesi’. Sarà la propensione drammaticamente sinistrorsa del ‘mitico’ Bartolomeo Sorge, tirato a Milano negli ultimi anni del Cardinal Martini, sarà per il sentiero ‘border-line’intrapreso dal Cardinal Tettamanzi o per l’affidamento totale della Curia milanese (nomine, esternazioni, suggerimenti per incarichi Cei e Vaticani) all’ala ‘aperturista vetero sessantottina’, quel saggio lascia esterefatti. Naturalmente, duole constatare che il catechismo della Chiesa Cattolica sia assolutamente ignorato, semplicemente non risulta sia una fonte di riflessione sull’argomento, così come gli estensori ignorano la realtà che appare dalla stragrande maggioranza delle reazioni omosessuali (promiscuità,attività compulsiva e anonima). Gli atti sessuali non procreativi degli omosessuali vengono messi sullo stesso piano di quelli tra eterosessuali sterili e così si valuta ‘indifferente’ il punto di partenza. Ma il caso di un uomo e di una donna affetti da patologia della fertilità è completamente diverso da comportamenti sessuali tra persone dello stesso sesso, basterebbe usare il buon senso o la semplice osservazione della natura per rendersene conto. L’indifferenza su questo punto, porta dritti e sparati alla “gender theology”. Nessun turbamento negli autori, anzi, il ‘politically correct’ impone di derubricare i molti casi di persone felicemente uscite da pulsioni omosessuali, con due righette. Confesso che lo sgomento provato, dopo l’operazione di normalizzazione nelle scuole pubbliche operata grazie al Governo Prodi, mancava solo la benedizione di tanti ‘buoni cattolici’. Colpisce la sostanziale assenza del principio di ‘realtà’ dello scritto, forse i signorini estensori vivono sommersi da tante pile di libri da no riuscire a guardar fuori dalle finestre, sconforta per di più il tentativo di camuffare tutto con la ‘carità’, il ‘dialogo’, l’accoglienza, la necessaria ‘sintesi’ per sottolineare il “valore delle relazioni omosessuali stabili”. Ogni persona è dono,ricchezza e mistero, ma non così la pulsione omosessuale, che è sempre, sempre una profonda ferita dell’identità, comunque la si valuti. Questi testi rappresentano un vero e proprio tradimento rispetto al richiamo di papa Benedetto XVI a restare uniti, nella accoglienza della persona ferita ma anche nella verità, sui principi non negoziabili. Se sono taluni "pastori" e pseudo esperti diocesani ad andare clamorosamente così fuori strada, come pensare che non si crei confusione nelle ‘pecorelle’? L'insegnamento di Giovanni Paolo II sulla sessualità è stato ascoltato e recepito dal clero? Questi esperti hanno mai visto un corpo femminile e maschile "sganciato" dalla psiche o dallo spirito? Bisogna essere stralunati quando si esalta il primato della "relazione" intesa in senso teorico, a prescindere dalla fisicità biologica, quando la persona è sessuata. Nella fisicità una "relazione omosessuale", dove vedono questi signori il rispetto del disegno divino sulla corporeità, differenza chiamata alla relazione, addirittura "trasparenza" della relazione trinitaria, come ci ha insegnato Giovanni Paolo II? Sussurro un’altra ipotesi, spero solo di scuola, ed è che il tentativo di ‘normalizzazione’ del ‘club dei profeti milanesi’, perché qualcuno è interessato. Si costruirebbero così le premesse per una ‘autoassoluzione’ pseudo teologica o filosofica alle personali e altrui problematicità, paradossalmente anche questo maldestro tentativo dimostra quel disagio e quella ferita che si vorrebbe negare. Le ricadute negative culturali sociali tuttavia non sono evitabili e di questo si deve tenere conto. L'omosessualità è una ferita e la sua normalizzazione sociale della ‘gender theory’ non è un bene né per la persona, né per la società. Con buona pace di ogni gruppo di studio gesuitico e del bel ‘club di potere milanese’. Dopo le donne vescovo anglicane, c’è chi vorrebbe introdurre la ‘gender theology’ nella Cattolica?
Luca Volonté – UDC
http://www.luca-volonte.it/Redazionale.aspx?ID=383

Pubblicato il giorno prima, 10 luglio 2008, su Libero, p. 12
http://www.libero-news.it/articles/view/288113

giovedì 17 luglio 2008

Abitudinari

Ricerca su Nature: pedinate per sei mesi 100mila persone per studiarne gli spostamenti
Risultato? Pochissime deviazioni nei tragitti: lo rivelano le tracce dei telefoni cellulari. Siamo animali abitudinari e ce lo dicono i telefonini
Siamo abitudinari, percorriamo più o meno sempre gli stessi tragitti senza guizzi, deviazioni improvvise o colpi di testa. C'è voluto un "pedinamento" continuo di 100mila persone per rivelare il modo in cui ci muoviamo: privo a quanto pare di grosse sorprese (...) sono stati seguiti in tutti i loro spostamenti per ben sei mesi tramite le tracce lasciate dai segnali dei loro telefoni cellulari. Lo studio mostra che le traiettorie seguite dagli individui pedinati, scrupolosamente resi anonimi, sono sempre le stesse con qualche sporadica lunga deviazione. (...) Ora il nuovo studio svela che gli spostamenti umani sono molto meno emozionanti del previsto e ripercorrono più o meno sempre gli stessi luoghi. (...) L'idea di sfruttare le tracce disseminate dai nostri cellulari per seguire i nostri spostamenti - dicono gli scienziati - potrebbe permettere di fare previsioni sulla diffusione di epidemie e quindi ideare precise strategie di prevenzione e limitazione dei contagi, o anche solo di progettare rimedi adeguati al traffico cittadino e per la pianificazione urbanistica.
http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/psicologia/abitudinari-studiati/abitudinari-studiati.html

mercoledì 16 luglio 2008

In punta di piedi


"La vicenda di Eluana Englaro, la giovane in “stato vegetativo” da quattordici anni, mi colpisce come credente e cittadino, ma soprattutto mi interpella come Vescovo della terra in cui Eluana abita. In questi giorni sono stati davvero numerosi i sentimenti, le riflessioni e gli interrogativi che sono cresciuti nel mio cuore. Desidero ora confidarne alcuni a quanti il Signore ha affidato alle mie cure pastorali. Vorrei essere discreto, entrando in punta di piedi in una storia umana quanto mai delicata, nella quale il mistero della vita si fa più denso, quasi inaccessibile alla luce della sola ragione, e lancia una sfida formidabile per la libertà di ciascuno di noi". (continua)

Il testo completo

card. Dionigi Tettamanzi

beatificazione


Quel che temevo si è avverato:
la "beatificazione" in diretta tv del caro Gianfranco
da parte del classico monsignore
(che rispetta lo standard anche nella fisiognomica!).
Guarda il video dell'intervista.

martedì 15 luglio 2008

Nessun plagio


I discepoli (di Gesù) erano stati chiamati perché stessero con lui (cf Mc 3,13), invece di fatto si trovano a fuggire da lui (al momento del suo arresto). “L'abbandono degli amici è una ferita più amara dell'ostilità dei nemici” (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 102). La fuga permette ai discepoli di salvarsi, ma essi non comprendono che è Gesù stesso che si preoccupa di salvarli (cfr Gv 18,8); ciò dice molto sulla linea tenuta da Gesù nell'accompagnare i suoi discepoli e nel guidarli in quei pochi anni: senza prepotenza, senza retorica. “Dal tradimento di Giuda, dal rinnegamento di Pietro e dall'abbandono degli altri nelle ultime ore di Gesù emerge un dato: Cristo non ha né plagiato, né reso fanatici i suoi seguaci; li ha conquistati, ma lasciando intatta la loro libertà (G. Ravasi, I vangeli della passione, 48). Gesù non abbandona nessuno di coloro che gli sono stati affidati. “Gli Apostoli sono diventati degli amici del Signore, buoni o no, generosi o no; fedeli o no rimangono sempre degli amici” (P. Mazzolari, Discorsi, 166). Si può dunque tradire il Signore, ma lui non tradisce mai i suoi amici, neanche quando è rinnegato o venduto. “Non si può tradire che un amico, e in fondo solo uno che amava come Gesù li amava poteva veramente essere tradito. E solo uno dei suoi amici poteva veramente tradirlo (M.G. Lepori, Simone chiamato Pietro, 94). Come Giuda si è potuto fregiare del titolo di amico nel momento più tetro e vergognoso della sua vita di discepolo, così ogni uomo resta amico del Signore sempre, in ogni momento della sua vita, anche in quello in cui è più lontano da lui.
Sergio Stevan, Giuda, 50

lunedì 14 luglio 2008

Rispetto



Per molti popoli esiste un Dio diverso dal tuo.
Prima di partire informati sulla spiritualità del luogo che andrai a visitare.
Questa è la prima forma di rispetto.

domenica 13 luglio 2008

Fuori dal coro

Ho cercato invano una rilettura seria, critica, veritiera,
dei grandi demeriti di un personaggio come Gianfranco Funari.
Tutti non tessono che elogi.
I blogger invocano il "santo subito"
(forse sono gli stessi che lo gridavano di Giovanni Paolo II).

"Avvenire" scrive una mini-biografia, carica di dati e banalità.
Non credo si tratti solo di una inevitabile "beatificazione" di chi muore.
C'è una superficialità diffusa in questa pseuodocultura dolcificata;
ma soprattutto c'è la casta del mondo della tv (produttori e giornalisti)
che si autocelebra, si autoassolve, si autodifende.
Fino all'indifendibile.

don Chisciotte

Pagine di inciviltà


"Mio padre aveva fatto servizio nelle ambulanze, come giovane medico, negli anni '80. Quattrocento morti l'anno. In zone dove si ammazzavano anche cinque persone al giorno. Arrivava con l'autoambulanza, quando però il ferito era per terra e la polizia non ancora arrivata non si poteva caricarlo. Perché se la voce si spargeva, i killer tornavano indietro, inseguivano l'autoambulanza, la bloccavano, entravano nel veicolo e finivano di portare a termine il lavoro. Era capitato decine di volte, e sia i medici che gli infermieri sapevano di dover star fermi dinanzi a un ferito e attendere che i killer tornassero per finire l'operazione. Una volta mio padre però arrivò a Giugliano, un paesone tra il napoletano e il casertano, feudo dei Mallardo. Il ragazzo aveva diciotto anni, o forse meno. Gli avevano sparato al torace, ma una costola aveva deviato il colpo. L'autoambulanza arrivò subito. Era in zona. Il ragazzo rantolava, urlava, perdeva sangue. Mio padre lo caricò. Gli infermieri erano terrorizzati. Tentarono di dissuaderlo, era evidente che i killer avevano sparato senza mirare e erano stati messi in fuga da qualche pattuglia, ma sicuramente sarebbero ritornati. Gli infermieri provarono a rassicurare mio padre: «Aspettiamo. Vengono, finiscono il servizio e ce lo portiamo». Mio padre non ce la faceva. Insomma, anche la morte ha i suoi tempi. E diciotto anni non gli sembrava il tempo per morire, neanche per un soldato di camorra. Lo caricò, lo portò all'ospedale e fu salvato. La notte, andarono a casa sua i killer che non avevano centrato il bersaglio come si doveva. A casa di mio padre. Io non c'ero, abitavo con mia madre. Ma mi fu raccontata talmente tante volte questa storia, troncata sempre nel medesimo punto, che io la ricordo come se a casa ci fossi stato anche io e avessi assistito a tutto. Mio padre, credo, fu picchiato a sangue, per almeno due mesi non si fece vedere in giro. Per i successivi quattro non riuscì a guardare in faccia nessuno. Scegliere di salvare chi deve morire significa voler condividerne la sorte, perché qui con la volontà non si muta nulla. Non è una decisione che riesce a portarti via da un problema, non è una presa di coscienza, un pensiero, una scelta, che davvero riescono a darti la sensazione di star agendo nel migliore dei modi. Qualunque sia la cosa da fare, sarà quella sbagliata per qualche motivo. Questa è la vera solitudine".
Roberto Saviano, Gomorra, 189-190

sabato 12 luglio 2008

Giorgio Gaber - L'illogica allegria

"Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino. A volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. Lo so del mondo e anche del resto lo so che tutto va in rovina ma di mattina quando la gente dorme col suo normale malumore mi può bastare un niente forse un piccolo bagliore un'aria già vissuta un paesaggio o che ne so. E sto bene Io sto bene come uno quando sogna non lo so se mi conviene ma sto bene, che vergogna. Io sto bene proprio ora, proprio qui non è mica colpa mia se mi capita così. È come un'illogica allegria di cui non so il motivo non so che cosa sia. È come se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente. Io sto bene... Questa illogica allegria proprio ora, proprio qui. Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino".

Blog de-iphonizzato

Non sopporto le pazzie collettive, specie quelle indotte!

venerdì 11 luglio 2008

Don't Worry, Be Happy con lo strumento Theremin

Il Theremin è stato inventato intorno al 1919 dal russo Leon Theremin e può essere considerato a tutti gli effetti uno dei primi strumenti musicali completamente elettronici.
L'aspetto che rende veramente singolare questo strumento è il suo funzionamento: si suona senza toccarlo!
E' composto fondamentalmente da due antenne, avvicinando e allontanando la mano da un'antenna, disposta verticalmente, si controlla l'intonazione mentre tramite l'altra, disposta orizzontalmente, si controlla il volume. Le due antenne sono montate su un châssis che contiene la circuitazione elettronica
COME SI SUONA:.
Innanzi tutto va chiarito che esistono essenzialmente due modi di impiego del theremin: come strumento per produrre effetti speciali o, per dirla come Clara Rockmore, come vero strumento musicale per suonare vera musica.
Nel primo caso, essendo totalmente liberi dalle convenzioni musicali, l'uso è indicato per creare atmosfere particolari. Usato in questo modo il Theremin ben si sposa con tutto quello che l'elettronica offre alla musica, ad esempio è molto indicato l'uso di processori di segnali quali riverbero, echo, chorus, flanger ecc. E' chiaro che non avendo costrizioni con le regole musicali questo approccio esecutivo è molto più semplice e permette di dare libero sfogo alla fantasia.
Nel secondo caso, trovandoci di fronte di fatto ad uno strumento musicale, il Theremin può essere utilizzato come qualsiasi altro strumento per eseguire qualsivoglia melodia. Il vantaggio di usare un Theremin è che abbiamo a che fare con un strumento dalle potenzialità espressive enormi, che possiede sonorità molto particolari in grado di dare colorazioni originali alla musica che si sta eseguendo ecc. Il rovescio della medaglia è che è uno strumento difficile da suonare, occorre molta costanza ed esercizio per diventare buoni strumentisti.
E’presente un pulsante che permette le regolazioni di variazione della sensibilità delle antenne in modo da permettere di ottenere una dinamica più o meno estesa nonché di variare l'estensione dello strumento. Sono inoltre presenti delle regolazioni che variano le forme delle onde generatrici consentendo quindi di variare anche notevolmente il timbro dello strumento.

Domande


"Il fatto è che noi preti non siamo stati educati a porre delle domande vere, scomode, o si è provveduto a disabituarci. La discussione franca è ritenuta un esercizio ad alto rischio. Il prete viene visto da molti come un fornitore di risposte, non certo come un suscitatore di interrogativi. Lui stesso si arroga questa parte, anzi si assegna, disinvoltamente, per una specie di deformazione professionale, un duplice ruolo: quello del maestro sapiente che interroga e quello del discepolo che risponde con sicurezza, da primo della classe. Quando butta lì una domanda, si può essere certi che quella domanda contiene già la risposta incorporata. Per lo più si tratta di domande artificiose, fasulle, cui corri­spondono risposte scontate, largamente prevedibili. Falsi problemi con annessa la soluzione prefabbricata che non serve a nessuno".
Alessandro Pronzato, La predica, 46

giovedì 10 luglio 2008

Chiesa responsabile


"Dire che la Chiesa è segno e strumento della piena comunione dell'uomo con Dio e dell'unità di tutto il genere umano significa affermare che essa è segno profetico e strumento di una salvezza cui sono destinati tutti gli uomini. Essa è anticipo sacramentale di una salvezza cui sono chiamati tutti. Ciò significa, allora, che la Chiesa si sa costitutivamente aperta a tutti gli uomini e avverte la responsabilità della salvezza di tutti; e che essa è Chiesa solo nella misura in cui porta, responsabilmente, il destino di tutti e si sente intimamente relata a quei tutti che, attraverso la sua mediazione, sono chiamati alla salvezza.
Non è inopportuno osservare, però, che alla radice dei diversi servizi che la Chiesa sa di dover rendere a tutti gli uomini sta proprio la coscienza di una responsabilità nei confronti di tutti. Non si potrebbe infatti comprendere il motivo dei molti servizi da rendere a tutta l'umanità se non si avvertisse di essere Chiesa "per" e "a favore di" tutti e se non ci si sentisse responsabilmente relati a tutta l'umanità cui è diretto il servizio. Alla radice della stessa missione della Chiesa, a ben vedere, sta dunque questa relazione di responsabilità, questo suo esistere per altri e a servizio di tutti. Infatti, che cosa può motivare in profondità la missione della Chiesa, se non la coscienza di essere responsabile dell'umanità intera e la consapevolezza che la sua identità non è data al margine di coloro a cui si annuncia il Vangelo? L'identità, per la Chiesa, non significa separazione dal mondo e dall'umanità, ma essere introdotti in una relazione di responsabilità, di mediazione, di esistenza in loro favore.
Al tempo stesso, il fatto che la Chiesa esprima se stessa come sacramento universale di salvezza dice la relazione della Chiesa a Cristo, unico autore della salvezza di tutti.
Essa perderebbe la sua identità, cesserebbe di essere Chiesa, se si incrinasse quella sua esistenza in favore del mondo che la lega al resto dell'umanità. Ma anche in questo è inscritta la sua umiltà: la Chiesa è qualcosa di unico e particolare in questo mondo, solo nella misura in cui essa esiste a vantaggio del mondo, solo in quanto è relata a questo mondo; e, d'altro canto, sono proprio questo mondo e questa umanità ciò che Dio desidera salvare. Non solo. L'umiltà è inscritta nelle conseguenze estreme cui può portare questa relazione di responsabilità e questo esistere per altri: fino alla sofferenza per l'altro, fino a patire la libertà dell'altro, anche quando si esprime nel rifiuto o nell'indifferenza. Anche allora non è mai lecito alla Chiesa, se vuole essere fedele a se stessa, interrompere la relazione con il mondo e l'umanità.
Essa non può pensare, vivere, agire senza portare sempre con sé e in sé tutto il mondo e tutta l'umanità a favore di cui essa esiste: anche nell'ora del rifiuto e nel momento umiliante dell'indifferenza".
Roberto Repole, Il pensiero umile, 167-171 passim

mercoledì 9 luglio 2008

"Energia" vera?


Energy drink: l'illusione del «su di giri»
Anche la Francia autorizza le bibite con caffeina e taurina.
Ma tra gli esperti europei è polemica
L'energy drink Red Bull sarà venduto anche in Francia, dopo un divieto durato oltre 10 anni. L'etichetta, però, sconsiglierà il consumo a bambini e donne incinte. La bibita, presente in 150 Paesi, contiene caffeina (quella di un caffè) e taurina, aminoacido di trascurabile importanza se assunto in quantità adeguate. I ragazzi, però, scelgono la bevanda per "mettere le ali", come suggerisce la pubblicità: è ormai abitudine nelle discoteche consumare cocktail di bibita e superalcolici. Secondo una recente indagine negli Usa, per esempio, il 25% dei giovani che beve alcol lo associa a energy drink: la caffeina della bibita tiene svegli e contrasta l'effetto sedativo dell'alcol, mantenendo inalterata l'euforia. Il sapore dolciastro del cocktail inoltre facilita l'assunzione di alcol e non ne fa percepire le reali quantità. Nonostante le apparenze, tuttavia, i riflessi sono rallentati e la coordinazione motoria è ridotta.
Il risultato quindi è un'illusione, tanto falsa quanto pericolosa, di lucidità. «Contrastare la cultura degli energy drink è difficile — spiega Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol dell'Istituto superiore di sanità — perché la diffusione è capillare. Il principio di precauzione dovrebbe valere anche per le sostanze presenti in queste bevande, ma in Italia le scritte sulla lattina non riportano purtroppo indicazioni o avvertenze. In America e in Inghilterra (l'American Dietetic Association e la UK Food Standards Agency) consigliano di non superare i 300 mg di caffeina in particolare alle donne in gravidanza e mettono in guardia rispetto a possibili problemi di aritmia e tachicardia».
Uno studio, presentato pochi mesi fa al congresso dell'American Heart Association, ha infatti dimostrato un incremento significativo della pressione e del battito cardiaco dopo il consumo di due energy drink al giorno per una settimana. Per questi motivi Paesi come la Norvegia e la Danimarca continuano a vietarne la vendita. (...) L'auspicio degli addetti ai lavori è che venga resa obbligatoria la presenza sulle etichette delle avvertenze e delle modalità d'uso. «Non si tratta di una bevanda qualsiasi, — continua Scafato — il contenuto di caffeina è più del triplo rispetto ad una bibita alla cola. Le altre sostanze presenti, se vengono assunte in quantità eccessive, possono avere effetti negativi su alcune persone. Per questo è necessario indicare le dosi da non superare per uomini, donne e, soprattutto, per i giovanissimi. Sarebbe opportuno sconsigliare la bibita alle persone con rischio cardiovascolare, invitare a non eccedere e, come ha sollecitato dalla Società italiana di alcologia, a non miscelare la bevanda con superalcolici».
http://www.corriere.it/salute/nutrizione/08_giugno_08/energy_drink_28a6a132-3549-11dd-901f-00144f02aabc.shtml

martedì 8 luglio 2008

Bocca e orecchie


"Ciò che viene detto non è mai udito come è detto: una volta persuasi di questo, si può andare in pace sulla parola, senza più alcuna preoccupazione d'essere bene o male intesi, senza nessun'altra preoccupaziole se non quella di mantenere la propria parola più vicina possibile alla vita".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 37

lunedì 7 luglio 2008

Resistere


"Sulla grande piazza era arrivato un famoso profeta. Pare dicesse cose assai interessanti. Un'occasione da non lasciarsi sfuggire. Di fatto, tutti, dopo essersi passata la voce, accorrevano ad ascoltare. Applaudivano, in preda a un entusiasmo incontenibile e contagioso. Un grosso successo. Era il profeta che ci voleva. Diverso dai soliti predicatori barbogi. Col trascorrere del tempo, però, l'uditorio cominciò a sfoltirsi. Sulla piazza, dove prima tutti sgomitavano per accaparrarsi i primi posti, cominciarono a crearsi dei vuoti abbastanza vistosi e preoccupanti. Qualcuno si stancava, altri si infastidivano. Infatti il profeta diceva verità scomode, che disturbavano. Cose che la gente non amava sentirsi dire. Ci fu chi lo insultò, altri lo derisero. Qualcuno addirittura suggerì di chiamare la polizia. I più, però, se ne andarono in silenzio, delusi. Non era quello il messaggio rassicurante che aspettavano. Logica, quindi, la diserzione. Rimasero in pochi. Ma lui, in mezzo a quella dozzina di ascoltatori distratti, che stavano lì più che altro per convenienza, per abitudine, continuava a gridare, anche se mancavano gli applausi (che lui, del resto, come ogni profeta che si rispetti, non aveva mai cercato né gradito), e ogni tanto, invece, si levavano fischi e voci rabbiose di contestazione. Andò a finire che il profeta rimase solo. Un bottegaio, lì vicino, che tra l'altro aveva visto calare la cifra di affari, uscì fuori e lo interpellò: «Perché ti sgoli inutilmente? Non ti accorgi che tutto è inutile, ormai, la tua missione è fallita, la gente si è stufata di te, non vuole più saperne? A chi parli, povero illuso?». Il profeta rispose, con la massima calma: «Vedi, da principio nutrivo la speranza di poterli cambiare, almeno un po'. Per questo dovevo gridare. Adesso, però, mi sono convinto che devo gridare per impedire che siano loro a cambiare me».
Fin qui la parabola. Giovanni Battista, nel buio della prigione di Macheronte, continuò a urlare anche se non serviva a nulla. Anche se fuori, probabilmente, nessuno sapeva nulla. Lui, certo, non aveva paura che Erode lo cambiasse. Temeva, piuttosto, di cedere alla stanchezza, e quindi lasciar mancare una parola "inutile", ma necessaria. Il pericolo più grave che corre il profeta non è quello di venire "convertito" lui dai suoi ascoltatori (specialmente da quelli assenti), ma di dichiarare, rassegnato: «Non serve a nulla. Cosa ci sto a fare?». Il vero profeta non si preoccupa quando mancano gli ascoltatori. E importante che lui non manchi alla parola".
Alessandro Pronzato, La predica, 63-64

domenica 6 luglio 2008

Che bello vivere insieme!


Da Milano arriva la nuova tendenza.
E' il cohousing: trovare persone affini, per acquistare l'appartamento e creare una comunità.
Grazie al web, al marketing
I vicini di casa ora si scelgono, così la comune torna di moda
di Maurizio Bono
Da settimane ne chattano in internet, su un blog dove ciascuno ha messo la sua foto da solo, in coppia o in tre come Daniela, Eleonora e Francesca, universitarie fuorisede. Clicchi e parte il filmato, stile YouTube. Storie di chi dalla vita quotidiana in città vorrebbe un po' di più, e non si rassegna.
Le studentesse dividono già casa, e si trovano bene, ma fuori la città è difficile, tenere le distanze è un abito, sarebbe bello stare vicino a gente disponibile, come loro, a dare un aiuto agli altri e chiedere aiuto quando serve. Ruggiero invece vive coi suoi e vorrebbe indipendenza, ma anche una specie di famiglia allargata perché fa più allegria. Enrico, film maker, trova che la metropoli frantuma le esperienze, ci vorrebbe più socialità.
La designer la butta un po' sul tecnico e parla degli spazi condivisi come in Olanda, l'insegnante riflette su quanto si spreca se non si mette in comune almeno l'auto, la spesa, anche il bucato, perché no, con quello che inquinano i detersivi.
Si sono ascoltati l'un l'altro in rete, si sono scritti e-mail, poi il gran passo: mercoledì tutti insieme, in un bar accogliente per l'aperitivo e per capire faccia a faccia, Chiara dice "a pelle", se vivere insieme potrà funzionare. Arrivano in 50 e si parla di sala da pranzo collettiva, e biblioteca. Nicoletta, che è col marito Gaetano, esita un po' - è pieno di single - ma quando entra una coppia trentenne che ha un'etichetta discografica di musica elettronica e un bambino nel passeggino, butta lì: che ne dite di un nido? Tutti d'accordo, come sulla spesa grossa da fare in gruppo e forse anche su un orto, ma di questo si riparlerà.
Una volta si chiamava comune, ed era un terno al lotto (chi si ricorda il film olandese Together?). Ora si dice cohousing ed è quasi una scienza: scegliersi "prima" i vicini di casa affini, per mettere su insieme una comunità affiatata, con valori condivisi e comodità che non si possono comprare coi soldi. Come farsi prestare lo zucchero, darsi una mano a tenere a turno bambini la sera, mettere a disposizione l'un l'altro le capacità ("Scusate, ma non ci sarebbe un idraulico?"). O anche solo salutarsi in ascensore.
I ragazzi di "Residance" - si chiama così il cohousing in affitto che se tutto va bene costruiranno in un paio d'anni alla Bovisa, periferia innovativa di Milano - sono la punta d'un iceberg. Di progetti con lo stesso spirito ce ne sono in piedi 7 e il primo sarà finito a marzo (una palazzina in condominio in via Ripamonti, "Cosicoh"). I cohousers variano per età, dai ventenni ai formidabili sessantenni che stanno scegliendosi per andare ad abitare in una villa nel verde vicino a Biella (progetto "Acquarius", hanno l'età per ricordarsi il musical): loro condivideranno un campo di golf lì a due passi, tanti salottini per stare in compagnia, miniappartamenti per stare in libertà e un centro medico perché non si sa mai.
Poi ci sono le famiglie sui 40 e i single per vocazione o di ritorno, che ristrutturano una cascina con filanda nel parco del Ticino (hinterland miracolosamente ancora verde) per usare la corte come ludoteca all'aperto e le cantine per gli acquisti solidali di gruppo. Infine gli ecologisti spinti che sognano (molto concretamente) di abitare un palazzo di cinque piani che ha accanto una gigantesca clessidra di tubi d'acciaio e plastica trasparente, collegata con passerelle coperte a ogni piano. Dentro, coltivazioni idoponiche e in terra di alberi da frutto, verdura e fiori da consumare fresca in piena metropoli. Si chiamerà "Urban farm", il progetto c'è già e l'ha fatto l'architetto Bruno Viganò studiando l'arca che alla Columbia University stanno usando per testare un habitat autosufficiente adatto a Marte.
Milano non è proprio Marte ma può dare gli stessi sintomi: aria poco respirabile e vita sociale a tolleranza zero. Così se chiedi come mai il rinascimento del cohousing oggi sia così massicciamente milanese, ti dicono che qui ce n'è più bisogno, e infatti una ricerca del Politecnico che ha dato inizio a tutto, nel 2005, su 3000 intervistati selezionati per età (media) e cultura (alta) aveva identificato una disponibilità all'impresa di quasi il 50%.
L'altra ragione però è che dietro al movimento delle nuove comuni c'è anche un nuovo stile, che porta l'impronta di una "agenzia per l'innovazione sociale" (Innosence, nata come gestore di fondi etici) e del dipartimento Indaco del Politecnico di Milano (Innovazione per la sostenibilità). Sono loro a fiancheggiare discretamente gli autorganizzati del cohousing fornendo un protocollo apparentemente complicato (dal primo incontro alla carta delle regole di ogni comunità) che finora ha sempre evitato equivoci e liti da comuni d'antan.
Qualcosa, almeno nel caso degli affitti calmierati per Residance, ce lo mette perfino il Comune, anche se quasi nessuno lo sa, la giunta preferisce propagandare la sua faccia feroce dei blitz contro gli immigrati. Ma così piano piano un pezzetto speciale di città si trova, si sceglie e va a vivere insieme. E chissà, anche per la manciata di comuni pioniere sopravvissute e per una dozzina di cohousing solitari potrebbe essere la svolta.
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/vicini-di-casa/vicini-di-casa/vicini-di-casa.html

sabato 5 luglio 2008

Fiorello imita Ignazio la Russa

Il modello di uomo

Operatori di pace


«Beati gli operatori di pace », dice l'evangelista, o carissimi, «perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). A ragione fioriscono le virtù cristiane in colui che è concorde con gli altri nella pace cristiana, né si giunge a essere chiamati figli di Dio se non attraverso il nome di operatori di pace.
E' la pace, carissimi, che fa uscire l'uomo dalla schiavitù e gli dà un titolo nobiliare, cambia agli occhi di Dio la condizione di una persona facendo del servo un figlio, dello schiavo un uomo libero. La pace tra i fratelli è volontà di Dio e gioia di Cristo. E' perfezione della santità, regola della giustizia, maestra di dottrina, salvaguardia dei costumi, disciplina lodevole in tutte le cose. La pace è per le preghiere un'intercessione, per le suppliche una via facile ed efficace, è l'appagamento pieno di tutti i desideri. La pace è madre dell'amore, vincolo di concordia, segno manifesto di un animo puro, che può chiedere per sé a Dio ciò che vuole. Domanda tutto ciò che vuole e ottiene tutto ciò che domanda.
La pace si deve conservare per comando sovrano, perché lo stesso Cristo Signore dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27), che è come dire: Vi ho lasciato nella pace, voglio trovarvi nella pace. Partendosene volle dare quello che desiderava di ritrovare in tutti al suo ritorno. E' di Dio piantare la pace fin dalle radici; del nemico strapparla dalle radici. Infatti come l'amore fraterno è da Dio, così l'odio è dal diavolo; per questo l'odio è da condannare sotto tutte le sue forme, poiché sta scritto: «Chiunque odia il proprio fratello è un omicida» (1 Gv 3,15).
Vedete dunque, fratelli carissimi, perché si deve amare la pace e apprezzare la concordia; sono queste infatti che generano e nutrono l'amore. Sapete poi che, secondo l'Apostolo, «l'amore è da Dio». (1 Gv 4,7); perciò è senza Dio chi non ha l'amore.
E allora, o fratelli, osserviamo i comandamenti che ci danno la vita; la fraternità sia tenuta ben unita con i legami di una pace profonda; sia tenuta ben stretta con il vincolo salutare dell'amore che copre un gran numero di peccati. Noi dobbiamo abbracciare con tutti i nostri desideri l'amore che ha un premio speciale per ognuno dei suoi aspetti buoni. La pace si deve custodire più di tutte le altre virtù, perché Dio è sempre nella pace. Amate la pace e tutto sarà tranquillo. La vostra pace per noi sarà un premio, per voi una gioia e la Chiesa di Dio, fondata nell'unità della pace, potrà godere di una coesione perfetta in Cristo.
san Pietro Crisologo

venerdì 4 luglio 2008

Sempre "dopo"


La "pillola del lunedì": ora è boom tra le teenager
I ginecologi "le figlie più informate delle madri"
di Laura Pertici
È la pillola del lunedì. È la pillola delle ragazzine. Ogni ventiquattr'ore cinquecento giovanissime mandano giù una pasticca per paura di rimanere incinta. Ma è soprattutto dopo il fine settimana che la cercano, quella pillola. Le richieste schizzano ogni lunedì. In Italia è boom della contraccezione d'emergenza, si sta diffondendo soprattutto tra quante hanno tra i 14 e i 20 anni. Sono le adolescenti le più informate, coloro che consumano la metà delle confezioni vendute (...)
L'Aied, l'Associazione italiana per l'educazione demografica, ha messo a confronto la conoscenza di donne di tutte le età per capire il fenomeno (...) Quindi le figlie sono molto più informate delle madri sui luoghi deputati all'assistenza, in caso di rapporto a rischio. Sanno benissimo che la pillola del giorno dopo va presa entro 72 ore e preferibilmente nelle prime dodici. I genitori sono quasi sempre all'oscuro dell'attività sessuale che le riguarda. Mamma e papà neanche immaginano del ricorso al Norlevo. (...)
Eppure la Sigo all'inizio di giugno denunciava: la pillola del giorno dopo sta diventando l'unica forma di contraccezione usata dalle giovani. Come dire niente condom, niente spirale, niente pillola contraccettiva, niente cerotto, ormai le ragazze trasformano in emergenza anche la routine. (...)
http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/cronaca/boom-pillola-lunedi/boom-pillola-lunedi/boom-pillola-lunedi.html
Servizio TV su Repubblica:
http://tv.repubblica.it/copertina/quello-che-le-ragazze-non-dicono/21808?video

giovedì 3 luglio 2008

Parabola sufi


"Un giorno il sultano volle decorare in modo specialmente bello la sala del suo palazzo. Perciò fece venire due squadre di pittori da luoghi molto distanti tra loro come Bisanzio e la Cina. Ciascuna avrebbe affrescato una delle lunghe pareti parallele della sala. Ma l'una non doveva sapere che cosa dipingesse l'altra. Assegnò dunque una parete a ciascuna squadra, senza permettere loro di comunicare: in mezzo alla sala una tenda appositamente collocata impediva ogni comunicazione tra i pittori dei due lati.
Quando l'opera fu terminata, il sultano si diresse prima a ispezionare l'affresco dipinto dai cinesi. Era invero di una bellezza meravigliosa. «Niente può esser più bello di questo!», disse il sultano, che con tale convincimento nell'animo fece scorrere la tenda perché apparisse la parete dipinta dai greci di Bisanzio. Ma su quella parete i greci non avevano dipinto nulla, l'avevano solo lustrata, pulita e ripulita fino a trasformarla in uno specchio di un biancore misterioso che rifletteva, come in un elemento più puro, le forme della parete cinese; le forme e i colori acquistavano una bellezza inimmaginabile che non sembrava di questo mondo: una nuova dimensione, diremmo, per gli occhi e lo sguardo umani".

Considerando il rischio assunto dalla scelta un po' estrema dei pittori bizantini, la filosofa Maria Zambrano si chiede: che mai sarebbe successo qualora gli artisti cinesi (magari memori dell'amor vacui caro alla loro tradizione taoista) avessero optato per una soluzione pittorica altrettanto radicale dei bizantini, dipingendo a loro volta una parete perfettamente non figurativa e acromatica, in qualche modo non meno «vuota». Nessun imbarazzo - risponde la filosofa - anzi, ne sarebbe scaturito infine un tripudio della luce, perché «in quel caso la sala sarebbe risultata un luogo privilegiato perché la luce viaggiasse da una parete all'altra, perché la luce mostrasse quel che ha di creatura alata: quella colomba che sorge dalla luce quando le si offre l'occasione». Insomma, un ping-pong vertiginoso e incessante, un lumen de lumine. E se invece - piuttosto che splendido - l'affresco cinese fosse invece risultato mediocre? Beh, anche in tal caso l'esito sarebbe risultato nient'affatto irreparabile, poiché l'effetto specchio del «biancore incandescente ne avrebbe riscattata l'opacità come capita alle immagini riflesse nell'acqua».
Morale della favola di questa felice congiunzione tra esuberanza ed estasi, tra know-how cinese e apofasi bizantina: «Niente è brutto, se Io si guarda in un altro elemento più puro, più intelligente. E, portando all'estremo la situazione, si potrebbe presentire» - addirittura - «che lo sguardo sia capace di riscattare ogni bruttura, ogni mediocrità, lo sguardo di chi, guardando, sappia creare un elemento purificato, lavato, come la parete bizantina».
E, più radicalmente ancora, «pensare che prima di fare qualsiasi cosa, prima non solo di imprimere un'immagine, ma di riceverla, prima di pensare qualsiasi cosa, occorra pulirsi e ripulirsi lo sguardo, l'anima, la mente, affinché si assimili, per quanto umanamente possibile, al biancore che è pura vibrazione, vibrazione velocissima che riunisce tutte le vibrazioni che generano il colore, mostrandosi in apparenza come quiete e passività. E ogni lettore può seguitare per proprio conto le serie delle interpretazioni».
cfr M. Zambrano, Le parole del ritorno, 76-78.

mercoledì 2 luglio 2008

Senza lacci


Stringhe addio: nelle scarpe un'ideologia libertaria.
di Marco Belpoliti
Un’estate senza lacci.
Quattro o cinque anni fa la Converse All Star, la famosa ditta americana di scarpe da basket, ha messo in commercio un paio di scarpe da ginnastica prive di lacci che un sistema di elastici sotto la linguetta permette di indossare senza perderle per strada camminando. Il tratto decisivo delle scarpe è che possiedono ancora gli anelli per infilare i lacci, ma nella scatola con cui si vendono non ci sono proprio.
Una delle persone che lavorano per l’azienda americana le ha probabilmente viste ad Harlem o a Los Angeles, oppure a Vancouver, indossate da una qualche banda di adolescenti, come un altro paio di scarpe, sandali da doccia, calzati da un gruppo di ragazzini bianchi che si travestono da gangster americani, con un look da loro stessi definito «di quello che picchia la moglie». Su indicazione della loro scout, DeeDee Gordon, la Converse ha tagliato la parte posteriore di una scarpa sportiva, le ha applicato la suola di un sandalo, e ne ha venduto mezzo milione di paia. (...)
Ci sono gli innovatori, dotati di spirito d’iniziativa; poi degli opinion-makers che trasmettono alla maggioranza, i consumatori, la scelta del piccolo gruppo. Così è accaduto per le Crocks. (...)
La produzione non dura molto, al massimo due o tre anni. L’oggetto compare sul mercato e poi scompare lasciando a bocca asciutta i consumatori più abitudinari, quelli che avevano fatto fatica ad accettare il prodotto, per poi innamorarsene perdutamente. (...)
Lacci sì o lacci no è una disputa interessante anche dal punto di vista antropologico. Uno dei passaggi decisivi nella vita è la capacità di fare i nodi alle scarpe. (...)
Lacci sì o lacci no ha anche un altro risvolto, che potremmo definire psicologico. I lacci annodati sono una prova, un piccolo rito di passaggio, dall’adolescenza vero l’età matura. Oggi che di lacci ce ne sono sempre meno - le scarpe maschili ma anche femminili evolvono verso la forma a «ciabatta» -, si può supporre che l’intera società manifesti, attraverso le calzature, una qualche forma di immaturità? Probabile. (...)
I lacci presuppongono una società più formale, indirizzata verso forme più costrittive - una sorta di «sorvegliare e punire» della scarpa. Forse per questo i ragazzi che hanno inventato - o reinventato - la scarpa senza lacci volevano indicare una forma di liberazione, oltre che di necessaria infantilizzazione della nostra società. Crescere è una questione di nodi. Comporta fatica e costrizione. (...)

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/hrubrica.asp?ID_blog=230

martedì 1 luglio 2008

Il troppo storpia



La carica di stimoli ha prodotto un cortocircuito nella libido. Le unioni si scoprono caste
Quaranta coppie su cento rinunciano ad ogni rapporto fisico. E lo fanno con orgoglio.
Circondati da troppo sesso è boom di chi si astiene
Nell'era di YouTube l'uomo ripiega sulla "web trasgressione":
mettere in vetrina la propria donna nuda su internet
di Alessandra Retico
Molta noia e tanto sonno, ce ne sono di ragioni forti per girarsi dall'altra parte del letto. Buonanotte, tesoro: desiderio sottozero, appetiti assopiti. Di sesso se ne vede così tanto e se ne parla così a lungo che poi, nel corpo a corpo, tutto svanisce. (...) Per disaffezione, per tedio, perché pensano ad altro. Perché dopo la sbornia post rivoluzionaria della liberazione nei Settanta e dopo una giornata qualunque carica di allusioni, stimoli, strizzatine d'occhio, non se ne può più. La pubblicità, la tv, i reality e i talk show, internet e tutto l'osceno chiacchiericcio post pornografico sembrano aver provocato l'addio ai piaceri carnali: astinenza e inappetenza.
Matrimoni bianchi, unioni fraterne, relazioni incorporee. Mentre il paesaggio culturale si riempie di messaggi erotici, la libido si svuota. Asessuali, antisessuali, i nomi dell'amore di oggi sono privativi e ostili. Ormai nascono anche club, circoli, gruppi e ghetti di quelli che il desiderio non lo vogliono proprio, dentro l'istinto non ce l'hanno, l'hanno perso, non lo vogliono più. (...) Da noi la performance esistenziale mantiene uno stile più classico, e allora ci si gira dall'altra parte. Sempre di più, sempre più lui. Dall'ultimo congresso della Federazione europea di Sessuologia cifre e temi non esattamente consolatori: il vecchio nostalgico calo di desiderio è triplicato in dieci anni. Poca fame d'amore. Rapporti anoressici. Quaranta coppie su cento ripudiano il sesso. Spesso è lui a dire ho mal di testa: teme il giudizio della compagna. Che prima si sente in colpa e poi dice sai cos'è, ti tradisco. Categoria in aumento, in vertiginoso progresso. Un disinteresse che inizia subito, presto, da giovani: "Nei ragazzi italiani siamo quasi all'anoressia sessuale" ha spiegato Giorgio Franco, andrologo della Sapienza di Roma. "A partire dall'adolescenza sono informatissimi ed emancipati, ma tra i 25 e i 35 non sanno gestire la sessualità giorno dopo giorno".
Molte parole, molte visioni, poche o nulle emozioni. Oppure troppe, esagerate: c'è la tipologia di coppia "bulimica" (...). Le metafore dei disturbi alimentari vanno molto tra gli esperti per descrivere la fuga dagli abbracci, dai letti, da se stessi: l'abbondanza che genera penuria, l'eccesso assenza. D'altra parte se pure con lo yogurt dovremmo farlo, allora capisci l'amore che fine ha fatto. Fluisce così cremoso che alla fine viene nausea. L'incontro vero è rimandato (sine die), il sesso finto, invece, hai voglia: emerge la sindrome di Amsterdam, dicono i sessuologi, techno trasgressione molto maschile che consiste nel mettere in vetrina la propria donna nuda su internet. Vedere e non toccare, bit al posto dei sensi. Crollati tutti i tabù, c'è sempre YouTube.
www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scienza_e_tecnologia/sessualita/astinenza-sessuale/astinenza-sessuale.html

lunedì 30 giugno 2008

Metodo parabolico


"Chi racconta una parabola non intende solamente comunicare un'informazione agli ascoltatori; egli cerca il loro consenso, vuole che facciano una scelta. Deve rispondere alle loro difficoltà e raggiungerà lo scopo solo quando li avrà condotti a comprendere in modo nuovo la situazione. La situazione originale non costituisce dunque una circostanza estrinseca, senza importanza per la comprensione della parabola; questa è un elemento di tale situazione e assume senso solo nel rapporto che l'unisce alla situazione.
In questa linea, mi sembra poter riconoscere che molte delle parabole di Gesù suppongono una situazione in cui egli deve trattare con interlocutori che hanno un modo di vedere diverso dal suo. Anziché intavolare una discussione, che naturalmente finirebbe per aggravare l'opposizione, Gesù racconta una storia. Il dibattito è trasferito su un altro terreno, in cui sarà più facile per lui condurre l'ascoltatore a porsi in un'ottica che, in seguito, gli permetterà di vedere la situazione reale come Gesù la vede. La parabola diviene così lo strumento per condurre il dialogo ed evitare gli insabbiamenti della controversia".
Jacques Dupont, Il metodo parabolico di Gesù, 34-38

Il paragrafo completo in
www.seitreseiuno.net/testi

domenica 29 giugno 2008

Dipendenze

Porno dipendenti
Cinquantamila torinesi trascorrono due ore al giorno a scaricare film hard
In America la chiamano «XXX Generation». In Italia, pornodipendenti. C’è chi dice che dietro questo nome si nasconda una nuova patologia, fatta di ore trascorse davanti a uno schermo, gli occhi che si muovono compulsivi da un sito all’altro. Alla ricerca di sesso? No, di immagini.
La vittoria dell’etere sulla carne è fatta anche di numeri. E soldi. Cesare Guerreschi, un medico che lavora sui maniaci da sesso virtuale da quasi vent’anni, stima che il sei per cento della popolazione adulta soffra di pornodipendenza. (...) Per non parlare degli altri, quelli che alimentano il mercato della pornografia che, solo in città, si stima macini oltre venti milioni di euro l’anno. Ed è una stima al netto ribasso. (...) le dimensioni reali del fenomeno ci sfuggono.
La medicina ufficiale ancora non la riconosce, ma non esita a definirla una patologia, lui che a lungo è rimasto invischiato nel mondo dell’hard-core illimitato. Racconta che è «come il gioco d’azzardo, l’eroina. Nulla di diverso, gli effetti sono devastanti allo stesso modo. Forse peggio, in certo senso, perché è un’ossessione che non ti molla nemmeno un minuto in tutta la giornata». Significa «autodistruggersi. Tutta la tua attenzione, la concentrazione, finisce lì. Niente amici, niente rapporti, il lavoro spesso diventa un ulteriore opportunità per farsi del male. Vivi in una costante eccitazione, come fossi perennemente drogato».
Ed ecco che il confine tra vita reale e virtuale diventa sfumato: un momento stai controllando le «blue chips» chiedendoti cosa succederà il giorno dopo in Borsa, un attimo dopo sullo schermo compaiono le ultime prodezze di una pornostar. Con la sua associazione Vincenzo Punzi, negli ultimi anni, ha raccolto l’inferno sotto forma di storie, parole di disperati, gente che si accorge di perdere contatto con la realtà. Gente normale. (...)
Compulsivi. Ossessionati. Incapaci di riprendere il controllo di sé e del mondo circostante. Chi ha scambiato l’amore con un’immagine sa che non è la stessa cosa. E lo ammette: non c'è piacere. (...)
Chi ne è uscito si scaglia contro la pornografia. Dice che andrebbe vietata. (...)
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7196girata.asp

La confessione di Ramona
"Sta sempre su quei siti. Sono una vedova bianca"
Il mio problema ha un nome. Si chiama Paolo. Io ho 39 anni, lui 38. Stiamo insieme da cinque anni e da due conviviamo». Il problema di Ramona L. è cominciato tre mesi fa. «Lavoro nel settore informatico. Ho diversi computer, sia in ufficio che a casa, e da quando conviviamo ho scoperto la sua passione: scaricare film pornografici da Internet. Ore e ore». Ramona sa incunearsi tra le pieghe della rete. Sa ricostruire i movimenti di un pc, rileggere i passaggi a ritroso. E ha visto tutto: «Centinaia di siti web zeppi di video».
L’ha affrontato a muso duro. Ne ha ricavato silenzio e rancore. «Mi ha fatta sentire in colpa. Mi ha detto che lo fanno tutti, il suo è solo divertimento e io sono una bigotta, gelosa e impicciona». Ramona ha smesso di chiedere. Ma non di controllare: «Continua. Ogni giorno. Io faccio finta di nulla. Ho iniziato a farlo anch’io, di nascosto, ma non mi faceva alcun effetto. Tutto quello che ho ottenuto è far crollare la sicurezza in me stessa, la mia autostima. Perché ho paura di non piacergli più».
È come se uno schermo e una tastiera si fossero messi di traverso nelle storie d’amore. Mariti contro mogli, conviventi: vite che non s’incontrano più. Esistenze avvelenate. «Non so più cosa provi per mio marito. Quando la notte, a letto, mi si avvicina, sento i brividi. La pelle mi si accappona. Faccio finta di dormire. Sono diventata una vedova bianca».
Ognuna porta con sé un istante. Un fotogramma. Quando questa brutta storia è cominciata, quando la fiducia si è incrinata. O per la prima volta il dubbio si è insinuato e poi, un giorno, è arrivata la certezza. «Ero incinta - racconta Giorgia -. Lui diceva di non voler farmi male. Io, oggi, credo che avesse già incominciato a navigare. Poi è cambiato. Silenzi, sguardi annoiati, modi bruschi. Passava sempre più tempo davanti al pc. Visitava le chat. Poi è cominciata la storia degli sms».
Dice Giorgia che quando si finisce invischiati nei sospetti non c’è più speranza. «Sapevo che scambiava messaggi con alcune donne incontrate su quei siti. Ero quasi sicura che non si incontrassero, ma volevo esserne certa. L’ho pedinato, ho afferrato il suo telefono con il terrore di essere scoperta. Era pieno di messaggi. Ho trascritto quei numeri, ho provato a richiamarli. Ero impazzita. E ho scoperto che queste signore di mio marito non sapevano nulla. Nemmeno il nome. Avevano costruito con lui un mondo fatto di finzione. È stato il colpo finale. Per me e per il nostro rapporto».
Non c’è rabbia, in questi volti. Non c’è rancore. Solo paura di sentirsi «brutte». «Incapace di competere con le immagini patinate. Spaesata. Perché m’accorgi che il tuo compagno non ha piacere di toccarti, s’imbarazza se lo tocchi tu e, cerca sempre di nascondere qualcosa. Mi fa sentire sempre più insicura. E io ho paura».
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7197girata.asp

sabato 28 giugno 2008

Stile evangelico


"Quando un essere umano, sia pure colpevole, viene sepolto sotto una gragnuola di parole-sassi, là sotto non c'è solo un individuo. Pure il Vangelo, pure la verità, stanno sotto il mucchio. Allorché una persona viene umiliata, vilipesa, additata al disprezzo, è la "causa" a risultare compromessa, è il bene che viene sconfitto, è lo stile cristiano a uscirne ammaccato. Un semplice graffio - anche solo verbale - su una persona, e la carità ha le ossa rotte.
Una verità e una morale, difese con le pietre - sia pure in versione aggiornata - oppure schizzando veleni sugli avversari, appaiono "irriconoscibili", sfigurate. Non hanno più nulla a che vedere con la verità e la morale proclamate dal vangelo di Gesù Cristo".
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 54

Siti cattolici


Ogni mese nascono più di cento nuove postazioni
I temi: approfondimenti religiosi, ma anche musica e giochi
La fede ai tempi di Internet
L' Italia ha il record mondiale dei siti cattolici
(...) Si può parlare di un lento e inesorabile dispiegamento dei siti di ispirazione cattolica nella Rete. Negli ultimi dieci anni sono diventati 12 mila e 500. Ogni mese si contano 100-120 nuovi arrivi. Qui non stiamo trattando quella ventina di indirizzi che fanno capo a gruppi di cristiani omosessuali o a preti sposati, parliamo di ortodossia cattolica. Su queste cifre, l' Italia non ha competitori all' altezza, solo gli Stati Uniti seguono, alla lontana. Proprio negli Usa è nato Godtube.com, definito da Newsweek «la risposta cristiana a Youtube»: contiene video su funzioni religiose, video personali che esprimono idee di religione, chat o forum in cui dibattere temi sociali o di fede. Da noi hanno un sito molte parrocchie (2902), associazioni e i movimenti ecclesiali (2408), ordini, istituti religiosi e le missioni (1504), istituzioni della Chiesa (724), luoghi cattolici, e poi santi, beati e testimoni, radio e tv cattoliche, come Radiovaticana.it, da cui si può fare Godcasting, evoluzione spirituale del podcasting, si possono cioè scaricare omelie, preghiere, mp3 di musica sacra. (...)All' inizio di maggio c' è stata la premiazione del secondo Concorso per i migliori siti cattolici, organizzato dall' Associazione Web Cattolici (Weca). Per le diocesi ha vinto Vicenza («naturale freschezza, navigabilità, capacità empatica di compenetrare animatori giovanili, operatori pastorali, semplici navigatori»). Per le categoria «associazioni», premio a Qumran2.net, sito che ha milioni di contatti mensili: commenti al Vangelo e alla Bibbia (doppio clic su «Parole nuove»), case per ritiri, campi, incontri di gruppo, esercizi spirituali, terreni per campeggio («Il grande libro delle case»), aiuti per chi vuole pregare e meditare («Ritiro on line»), riflessioni sui brani evangelici proposte da don Prospero («Il pane quotidiano»), 610 giochi educativi («Lo scrigno dei giochi»). Animatori, fin dal 1998, don Giovanni Benvenuto, presbitero genovese e Andrea Ros, scrittore per ragazzi e regista. Attenzione a digitare correttamente: se l' iniziale diventa C anziché Q (Cumran2.net) si ottengono capitoli come «Rito del matrimonio» e «Doni dello Spirito Santo», ma anche un link «Entertainment» che con un solo passaggio trascina a «Top gay porn series». Fra i «siti personali» ha prevalso religione20.net, curato da Luca Paolini, docente di religione di Livorno che si è dedicato soprattutto a sposare le nuove tecnologie con l' insegnamento della sua materia. Ecco dunque una serie di «mappe concettuali», molto utilizzate nella scuola di oggi. La mappa su Gesù porta dall' infanzia, alla crocifissione, alla sindone, alla Resurrezione. Un' altra sezione si chiama «webinari» (binari sul web) e permette, ad esempio, di percorrere «in pochi minuti» la vita di San Francesco o di virtualmente visitare la basilica di San Francesco. (...) Riguardo a Internet il punto di riferimento è tuttora un documento (febbraio 1992) del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, dove si definiscono i nuovi mezzi di comunicazione sociale come «meravigliose invenzioni tecniche, doni di Dio», ma si giudica necessario un utilizzo di Internet «soltanto per fare il bene». (...)
Corriere della Sera - 2.06.2008 - pp.8-9

venerdì 27 giugno 2008

Angelo Branduardi - Cogli la Prima Mela

Una versione (1999) travolgente!

Droga a Milano


I dati dell’Asl: ci sono cinquantenni che provano l’ecstasy
Spaccio di eroina salito del 50% dal 2004
È Milano la capitale della droga
Un cittadino su due l’ha usata. Consumi 3 volte superiori al resto d’Italia
A 15 anni si «fuma » l’eroina. A 50 anni «c’è ancora chi prova l’ecstasy». Entrambi, comunque, mescolano la droga ai superalcolici. Questa è Milano. Dove si stima che quasi metà della popolazione (835 mila persone) abbia fatto uso, almeno una volta nella vita, di sostanze stupefacenti. E se ieri era «la città da bere», oggi è la città dove il 7 per cento della popolazione ha problemi con l’alcol. Il capoluogo lombardo è il laboratorio per un mercato, quello degli stupefacenti, alla ricerca di espansione.
In un Paese che è in cima alle classifiche europee per consumo di droga: al terzo posto per uso di cocaina, dopo Spagna e Inghilterra, al quinto per quello di cannabis. «Milano batte Monaco», conferma Ludwig Kraus, dell'Istituto per la ricerca delle terapie della città tedesca. Uno scenario, quello presentato ieri dall’Asl cittadina, che preoccupa gli esperti. Perché «il dato locale sul ricorso di stupefacenti supera quella nazionale di due, anche tre volte», spiega Riccardo Gatti direttore del dipartimento dipendenze. Ma non solo, «Milano è il laboratorio per i commercianti di droga. Qui provano nuove strategie per espandere il mercato».
Come quello dell’eroina, che con l’ecstasy, è cresciuto del 50 per cento rispetto al 2004. «Pacchetti più piccoli. Sostanze meno pure. E abbattimento dei costi. Per invogliare il consumatore». Lo spacciatore non è più legato solo alla malavita. «C’è anche quello occasionale: un amico, un collega di lavoro, un compagno di classe». La città è anche laboratorio dei consumatori: «I giovanissimi si avvicinano all’eroina fumata, perché non hanno di questa droga quell’immagine negativa che ha invece chi è più vecchio ». Il mercato cerca «nuove generazioni di eroinomani». E i 50enni «provano per la prima volta l’ecstasy». Ma dove si trova? «L’eroina a casa dello spacciatore o in discoteca. La cocaina anche per strada. La cannabis dovunque», sottolinea Sabrina Molinaro, ricercatrice del Centro Nazionale Ricerche. Al Nord torna a crescere il consumo di eroina. Al centro quello della cannabis. «Stabile soltanto la cocaina».
E poi c’è l’alcol. È sempre più alto il numero di chi si ubriaca: «Lo usano come se fosse una droga». In città, secondo l’indagine, nell’ultimomese, dal questionario, si sono ubriacate 85mila persone. «Tre su cinque maschi». In crescita anche chi mischia sostanze. I poli- assuntori si aggirano intorno al 30 per cento. Su una cosa gli esperti sono d’accordo: «Per capire il fenomeno bisogna uscire dagli stereotipi del tossicodipendente emarginato. I nuovi consumatori sono socialmente integrati». È un allarme sociale. Manca una strategia di contrasto. «Non basta un richiamo alla famiglia, la società è cambiata. Non basta una legge sull’abuso di alcol alla guida, se poi non si fanno i controlli », denuncia Riccardo Gatti che sottolinea anche «un vuoto normativo europeo. Si regola tutto quello che interessa ai Paesi membri. Ma su droga e alcol non esiste una politica comune».

http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_21/milano_capitale_della_droga_db62d66c-3f60-11dd-aa0d-00144f02aabc.shtml

giovedì 26 giugno 2008

Bergonzoni sulla morte - parte 4 dell'intervista

Grandi intuizioni, con grande parlantina! Beato chi riuscirà a vedere tutte le cinque parti dell'intervista.

Case infondate


Alla luce del vangelo di oggi: Mt 7, 21-29 La casa costruita sulla roccia

"Una volta avevo deciso di attraversare a piedi la terra dei fuochi. Mi ero coperto naso e bocca con un fazzoletto, l'avevo legato sul viso, come facevano anche i ragazzini rom quando andavano a incendiare i rifiuti. Sembravamo bande di cow­boy tra deserti di spazzatura bruciata. Camminavo tra le terre divorate dalla diossina, riempite dai camion e svuotate dal fuoco, così da non rendere mai saturi questi buchi.
Il fumo che attraversavo non era denso, era come se fosse una patina collosa che si posava sulla pelle lasciando una sen­sazione di bagnato. Non lontano dai fuochi, c'erano una serie di villette poggiate tutte su una enorme X di cemento armato. Erano case adagiate su discariche chiuse. Discariche abusive che - dopo esser state utilizzate sino all'orlo, dopo aver bruciato tutto ciò che poteva essere bruciato - si erano esaurite. Colme sino a esplodere. I clan erano riusciti a riconvertirle in terreni edificabili. Del resto ufficialmente erano luoghi di pastorizia e coltivazione. E così avevano tirato su graziosi agglomerati di villette. Il terreno però non dava affidabilità, avrebbero potuto esserci smottamenti, improvvise voragini, e così maglie di cemento armato strutturate come resistenti X di rinforzo rendevano sicure le abitazioni. Villette vendute a basso prezzo, seppure tutti sapevano che si reggevano su tonnellate di rifiuti. Impiegati, pensionati, operai, di fronte alla possibilità di avere una villa non andavano a guardare nella bocca del terreno su cui posavano i pilastri delle loro case".
Roberto Saviano, Gomorra, 327

mercoledì 25 giugno 2008

Chiesa sistema aperto


“Tra il dato e l'inatteso, tra l'acquisito una volta per sempre e il perpetuamente inedito e nuovo, deve avvenire un'unione. È lo Spinto Santo, Spirito di Gesù, Gesù come Spirito, che realizza tutto questo [...]. Concretamente, ciò significa che le forme che noi conosciamo, per quanto vere e rispettabili siano, non sono l'ultima parola delle realtà che esse rappresentano: i dogmi sono perfettibili, la Chiesa nelle sue strutture è un sistema aperto” (Yves Congar, Credo nello Spirito Santo, 237).
Fermo restando che lo Spirito è sempre lo Spirito del Cristo, e che soffia nella Chiesa con l'unico scopo di compiere la sua opera e di conformare la Chiesa a lui, la sua presenza nella Chiesa dice però che essa è aperta alla novità data dal sempre imprevedibile incontro tra Cristo e le culture, gli spazi umani e i tempi nuovi. Che la Chiesa sia abitata dallo Spirito e viva del suo soffio significa anche questo: che essa non sa ciò che, nella fedeltà a se stessa, è capace di divenire; che essa non conosce in anticipo i molteplici modi in cui, rimanendo sempre se stessa, può prendere carne nella carne dell'umanità e della storia.
La relazione della Chiesa allo Spirito Santo, allo Spirito di Cristo, è dunque indice della sua umiltà perché dice che non soltanto la sua perenne origine, ma anche il suo presente e il suo futuro sono, per lei, in-disponibili. Proprio perché la Chiesa si riceve, essa accoglie come dono sempre inatteso, mai gestibile, mai manipolabile, anche la creatività con cui essa stessa potrà esistere nell'oggi e nel domani.
Roberto Repole, Il pensiero umile, 142

Incertezze sul cellulare


Secondo i ricercatori passiamo troppo tempo parlando al telefonino
La prima regola, condivisa da tutti: "Niente apparecchio ai bambini"
"E adesso spegnete il cellulare"
L'appello di un pool di scienziati
Parigi - Primo, siate brevi: non prolungate le conversazioni al cellulare, i possibili rischi sono proporzionati alla durata delle chiamate. Secondo, siate sintetici: usate gli sms o la email, diminuisce così l'impatto elettromagnetico. Terzo, non abbiate fretta: quando si tratta di comunicazioni professionali, amorose o comunque lunghe, prendete un momento per fermarvi a parlare da un telefono fisso. Quarto, siate prudenti: tranne che in casi urgenti, non date mai un cellulare a un bambino sotto ai 12 anni, gli organi in via di sviluppo sono quelli più sensibili alle onde elettromagnetiche.
Sono alcune delle regole contenute nel nuovo "codice di condotta" pubblicato ieri da una ventina di scienziati internazionali specializzati nella lotta ai tumori (...). "Siamo in un momento in cui la ricerca dibatte ancora sui rischi del cellulare" (...). "Proprio per questo bisogna essere prudenti". Non ci sono prove certe della tossicità dei cellulari, ma quasi tutti gli studi confermano che un'esposizione prolungata favorisce la comparsa di "glioma", ovvero tumori del tessuto del sistema nervoso centrale. I ricercatori però si dividono sull'incidenza di questo rischio: c'è chi lo considera "basso" e chi addirittura pronostica un raddoppiamento dei tumori.
(...) Un invito rivolto anche ai governi e ai ministeri della Salute, "troppo spesso conniventi con le lobby dell'industria" scrivono gli scienziati. "Oggi viviamo una situazione simile a quella di cinquant'anni fa, con l'amianto e il tabacco" conclude il documento. Meglio dunque adottare piccoli accorgimenti, sapendo che un rischio per la salute c'è. Se piccolo o grande si scoprirà in futuro.

www.repubblica.it/2007/08/sezioni/scienza_e_tecnologia/cellulari/spegnetelo/spegnetelo.html

martedì 24 giugno 2008

Passato e presente


Percepito
di Massimo Gramellini
C’è il caldo caldo e c’è il caldo percepito, di solito più caldo di almeno cinque gradi. Ci sono l’inflazione ufficiale e l’inflazione percepita, di solito più alta dello stipendio percepito. E poi ci sono l’aumento del mutuo e l’aumento percepito, il declino reale e il declino percepito, la violenza percepita, la paura percepita, i furbi percepiti anche se poco perseguiti, la Nazionale che va fuori ai rigori: un pareggio percepito come una sconfitta.
Giuro che non ci percepisco più niente. Non mi fido delle statistiche rassicuranti, come degli allarmi assillanti. E non mi fido neanche della memoria che abbellisce le ombre del passato e dilata i mostri del presente. C’era davvero meno violenza trent’anni fa, quando due ladri picchiarono mio padre nell’androne di casa per portargli via una cartella di cuoio che conteneva pratiche banalissime? Faceva davvero meno caldo quando nelle sere d’estate mia nonna bivaccava sul balcone passandosi «La Stampa» davanti alla faccia a mo’ di ventaglio? Ed eravamo davvero più ricchi quando riuscivamo a sopravvivere con le scarpe risuolate e senza telefonini? Di sicuro eravamo più giovani: anche i vecchi. Di sicuro il futuro era avvolto nella nebbia, come sempre, ma il futuro percepito non aveva lo stesso sapore di paura che si percepisce oggi.
Questa paura di perdere che ci rende tutti così aggressivi eppure così abulici. Potessi esprimere un desiderio, vorrei che percepissimo più coraggio e dietro ogni porta che si chiude non vedessimo soltanto il muro, ma un’altra porta che si apre. Messaggio percepito?
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&ID_articolo=467&ID_sezione=56&sezione=

Solitudine e amore


"Dal punto di vista dello spirito, non c'è differenza alcuna tra sovrabbondanza e penuria: più ci addentriamo nella solitudine e più abbiamo bisogno di solitudine. Più siamo nell'amore e più manchiamo d'amore. Della solitudine non ne avremo mai abbastanza e lo stesso vale per l'amore - versante ripido della solitudine".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 11

lunedì 23 giugno 2008

Amore e sciatterie


posso mandare un bacio in fronte a questa autrice?!
L'epoca del "fai come ti pare"
di Paola Mastrocola
Mia madre, se mi vedeva la giacca senza un bottone, non mi faceva uscire di casa. Non ti puoi presentare da nessuna parte se ti manca un bottone, mi diceva. Oggi il grande Armani passeggia per Milano e si dice inorridito da come ci vestiamo. Credo che sui bottoni la pensi come mia madre, e non so come dargli torto. Basta andare al mare una domenica. Vediamo uomini a torso nudo che trascinano i piedi dentro zoccoloni di plastica e zampettano al ristorante senza nemmeno pulirsi dalla sabbia; e donne fasciate alla bell’e meglio da tendaggi umidicci e stinti che chiamiamo esoticamente pareo. Prendiamo a pretesto il sole, il caldo, la vacanza; per giustificare tutti gli zoccoli e i pareo che ci pare, usiamo come armi affilate le parole: comodo, informale, pratico.
In realtà è che non abbiamo più voglia di impegnarci, di fare fatica, di mettere energia nemmeno a scegliere un vestito elegante con i sandali in pelle. Abbiamo barattato l’eleganza con una pseudo libertà, che invece ci abbrutisce e ci degrada. Siamo ineleganti perché abbiamo perso la precisione e l’accuratezza.
Esisteva la calligrafia ovvero la bella scrittura, per esempio, perché qualcuno si metteva lì a disegnare parola dopo parola, con precisione da miniaturista. D’altronde, un tempo facevamo mosaici e costruivamo piramidi… Impiegavamo un tempo infinito a cuocere una statua, a pennellare un ritratto, a scrivere un libro: a volte ci mettevamo una vita e non bastava, il libro usciva postumo (ed era una gloria imperitura, ma sarebbe un altro discorso, lasciamo perdere). Così, viviamo alla giornata, nel tripudio di un carpe diem travisato per sempre: qui non afferriamo nessun tempo, lo sprechiamo a essere fintamente liberi, cioè sciatti, guadagnando un tempo che poi ri-sprechiamo in altro, non si sa bene cosa. Almeno coltivassimo il filosofico otium degli antichi, ma neanche quello. Coltiviamo l’ozio del «fare il meno possibile, che tanto è uguale». Qualcuno deve averci detto che non importa più che ci danniamo l’anima a far bene una cosa, basta farla e il risultato è uguale. La presunta uguaglianza dei risultati! E così, il mondo tira a campare saturando l'aria di approssimazioni e inesattezze.
I giornalisti non fanno più inchieste sul campo, ma telefonano agli esperti elemosinando opinioni al volo. I magistrati non fanno indagini e pedinamenti, ma preferiscono intercettare. I servizi segreti hanno difficoltà a infiltrare i gruppi terroristici, e quindi monitorano le comunicazioni internet e telefoniche. Gli ispettori ministeriali non leggono i libri, non consultano enciclopedie, non controllano i testi, ma si danno - peggio che i nostri giovani - a uno sfrenato copia-incolla. Povero Montale, che tanto si affannava a dedicar poesie! D’altronde, potremmo dire: c’è così tanta differenza tra un ballerino russo e una donna amata?
Ecco, è questo credere che non ci sia poi così tanta differenza che non va. E torniamo ai vestiti: una volta c’era differenza tra soprabito e cappotto, perché si faceva attenzione a che fosse inverno o primavera. Adesso vale il «fa’ come ti pare», mettiti come vuoi, basta che tu ti senta libero. E così, gli studiosi non vanno più in biblioteca, aprono internet e si perdono a navigare nei suoi flutti. E forse nessuno studierà più niente, perché tanto, che differenza fa? Se ti serve qualcosa, peschi in rete e fai la tua bella figura. I politici non fanno più comizi nelle piazze, non studiano i problemi, non vanno in sezione: si limitano ad apparire in tivù, a concionare alla radio. Gettano parole sul mondo, come viene viene. Parole approssimative, rumorose, non pensate, non amate. Parole dove si sente che non alberga più un pizzico di passione ed esattezza.
Sì, perché anche la passione è esatta; anche l’amore esige impegno e precisione. Come scrivere bene, come indossare un bel vestito, cuocere il tempo giusto un dolce, come amare la persona a cui abbiamo promesso amore. Invece oggi, come ci infiliamo al volo gli zoccoli di plastica per scendere in strada, così una sera diciamo al nostro coniuge che basta, non lo amiamo più, e non sappiamo proprio cosa dirgli se non lo amiamo più: ce ne andiamo, lasciando dietro di noi i cocci sparsi di una casa, dei figli, dei parenti vecchi e malati. Cosa importa? Gira il vento e noi, anime libere e irresponsabili, seguiamo il vento. E il vento ci porterà via, e non resterà nulla di noi. Sciatterie del sentimento.
Dovremmo smetterla. Dovremmo scrivere un manifesto dell’Antisciatto. Senza tante pretese, con un’unica regola: l’umiltà di fare bene quel poco o tanto che sappiamo fare, con il pensiero però che quel nostro umile fare, almeno un po’, concorrerà a migliorare il mondo.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4681&ID_sezione=&sezione=

Italian style

Se proprio devo parlare di calcio,
vi lascio il commento di Crosetti.
Mi dispiace che l'italian style coincida con il pressapochismo,
con la fiducia nel fattore "c...",
con la superficialità dell'invocazione del "colpo gobbo",
con la mancanza di professionalità,
con l'assenza di una edificante autocritica.
C'è chi vive e vede questo sport come "dare quattro calci al pallone";
ma c'è chi, su questi quattro calci, prende un sacco di soldi
e veste una maglia con la scritta: Italia.
Di questi palloni gonfiati non ne possiamo più.
Tanto meno dei loro intoccabili dirigenti.

domenica 22 giugno 2008

Marco Paolini - "Soldatino Canta Canta"

Storia di fame e di pace

Se questo è un uomo


"Qui ci sono i Visitors: gli eroinomani (...). I Visitors li usano come cavie, cavie umane, per poter sperimentare i tagli [della cocaina con caffeina, glucosio, mannitolo, paracetamolo, lidocaina, benzocaina, anfetamina, ma anche talco e calcio per i cani]. Provare se un taglio è dannoso, che reazioni genera, sin dove possono spingersi ad allungare la polvere. Quando i "tagliatori" hanno bisogno di molte cavie, abbassano i prezzi. Da venti euro a dose, scendono anche a dieci. La voce circola e gli eroinomani vengono persino dalle Marche, dalla Lucania, per poche dosi. L'eroina è un mercato in totale collasso. Gli eroinomani, i tossici, sono in diminuzione. Disperati. Prendono i bus barcollando, scendono e risalgono sui treni, viaggiano di notte, prendono passaggi, camminano a piedi per chilometri. Ma l'eroina meno costosa del continente merita qualsiasi sforzo. I "tagliatori" dei clan raccolgono i Visitors, gli regalano una dose e poi attendono.
Solo dopo (...) capii la scena a cui avevo assistito qualche tempo prima. Non riuscivo davvero a comprendere cosa in realtà mi si muoveva davanti agli occhi. Dalle parti di Miano, poco distante da Scampia, c'erano una decina di Visitors. Erano stati chiamati a raccolta. Uno spiazzo davanti a dei capannoni. (...) C'era un tizio vestito bene, anzi direi benissimo, con un completo bianco, una camicia bluastra, scarpe sportive nuovissime. Aprì un panno di daino sul cofano dell'auto. Aveva dentro un po' di siringhe. I Visitors si avvicinarono spingendosi, sembrava una di quelle scene - identiche, medesime, sempre uguali da anni - che mostrano i telegiornali quando in Africa giunge un camion con i sacchi di farina. Un Visitors però si mise a urlare:
«No, non la prendo, se la regalate non la prendo... ci volete ammazzare...»
Bastò il sospetto di uno, che gli altri si allontanarono immediatamente. Il tizio sembrava non aver voglia di convincere nessuno e aspettava. Ogni tanto sputava per terra la polvere che i Visitors camminando alzavano e che gli si posava sui denti. Uno si fece avanti lo stesso, anzi si fece avanti una coppia. Tremavano, erano davvero al limite. In rota, come si dice solitamente. Lui aveva le vene delle braccia inutilizzabili, si tolse le scarpe, e anche le piante dei piedi erano rovinate. La ragazza prese la siringa dallo straccio e se la mise in bocca per reggerla, intanto gli aprì la camicia, lentamente, come se avesse avuto cento bottoni, e poi lanciò l'ago sotto il collo. La siringa conteneva coca. Farla scorrere nel sangue permette di vedere in breve tempo se il taglio funziona o se è sbagliato, pesante, scadente. Dopo un po' il ragazzo iniziò a barcollare, schiumò appena all'angolo della bocca e cadde. Per terra iniziò a muoversi a scatti. Poi si stese supino e chiuse gli occhi, rigido. Il tizio vestito di bianco iniziò a telefonare al cellulare:
«A me pare morto... sì, vabbè, mo' gli faccio il massaggio...»
Iniziò a pestare con lo stivaletto il petto del ragazzo. Alzava il ginocchio e poi lasciava cadere la gamba con violenza. Il massaggio cardiaco lo faceva con i calci. La ragazza al suo fianco blaterava qualcosa, lasciando le parole ancora attaccate alle labbra: «Lo fai male, lo fai male. Gli stai facendo male...»
Cercando con la forza di un grissino di allontanarlo dal corpo del suo ragazzo. Ma il tizio era disgustato, quasi impaurito da lei e dai Visitors in genere: «Non mi toccare... fai schifo... non ti azzardare a starmi vicino... non mi toccare che ti sparo!»
Continuò a tirare calci in petto al ragazzo; poi con il piede poggiato sullo sterno ritelefonò:
«Questo è schiattato. Ah, il fazzolettino... aspetta che mo' vedo...»
Prese un fazzolettino di carta dalla tasca, lo bagnò con una bottiglietta d'acqua e lo stese aperto sulle labbra del ragazzo. Se soltanto avesse avuto un flebile fiato avrebbe forato il kleenex, dimostrando di essere ancora vivo. Precauzione che aveva usato perché non voleva neanche sfiorare quel corpo. Richiamò per l'ultima volta:
«È morto. Dobbiamo fare tutto più leggero...»
Il tizio rientrò in auto dove l'autista non aveva neanche per un secondo smesso di zompettare sul sedile ballando una musica di cui non riuscivo a sentire neanche un rumore, nonostante si muovesse come se fosse stata al massimo volume. In pochi minuti tutti si allontanarono dal corpo, passeggiando per questo frammento di polvere. Rimase il ragazzo steso a terra. E la fidanzata, piagnucolante. Anche il suo lamento rimaneva attaccato alle labbra, come se l'eroina permettesse una cantilena rauca come unica forma di espressione vocale".
Roberto Saviano, Gomorra, 81-84