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| Quaresima e nuovi stili di vita | ||
| di Maria Chiara Rioli | ||
| Un digiuno di un giorno, per una Quaresima di relazioni e corresponsabilità. Uno strumento per ricordarci che le nostre azioni, i nostri stili di vita hanno ricadute in contesti geograficamente lontani. È questo il significato delle proposte per una Quaresima differente che diocesi di tutta Italia propongono da alcuni anni. Dal 2007 la diocesi di Trento propone un digiuno dall’uso dell’automobile, iniziativa che quest'anno viene integrata con altre: il digiuno dall spreco, dal denaro, dall'egocentrismo, dal virtuale, dall'alcol. La diocesi di Venezia opta anche quest'anno per la rinuncia all’acqua in bottiglia , aderendo alla campagna “Imbrocchiamola”, lanciata dal mensile Altreconomia. A Modena invece il venerdì di Quaresima diventa il “No SMS Day”. Come spiega l’Ufficio di animazione e formazione missionaria di Modena “le nostre dita corrono veloci sulla tastiera del telefonino. Cambiamo i nostri cellulari a ripetizione, alla ricerca di un modello con nuove - spesso inutili - funzioni. Le nostre dita corrono su un minerale, il coltan, fondamentale per la tecnologia di telefoni, computer, videogiochi, satelliti e missili. Le nostre dita non pensano al viaggio che questo minerale compie: nel mondo l’80% del coltan proviene dalla regione orientale del Congo, il Kivu, dove una guerra civile ha causato oltre 4 milioni di morti negli ultimi dieci anni. L’estrazione e il commercio di questo minerale da parte di potenti multinazionali occidentali finanzia e alimenta la guerriglia”. La diocesi di Modena propone allora per quest’anno un digiuno particolare: nei venerdì di Quaresima tutti sono invitati a rinunciare all’uso degli SMS. Un piccolo modo per sottolineare che le nostre dita sul telefonino contribuiscono a scrivere la storia di milioni di vite in Congo e per ricordare l’importanza di relazioni concrete e non virtuali con gli altri. Per riscoprire, dunque, la bellezza dell’incontro. L’impegno per una nuova pastorale centrata sui temi della giustizia, della pace, della salvaguardia del creato e di diverse pratiche quotidiane (singole, parrocchiali e diocesane) ha dato vita nel 2007 alla Rete interdiocesana sui nuovi stili di vita che incrocia oggi 19 realtà ecclesiali di tutta Italia, nel tentativo di individuare riflessioni e proposte concrete per un cattolicesimo italiano che integri realmente Vangelo e vita quotidiana. Il prossimo incontro della Rete è per sabato 21 febbraio a Verona. La proposta di un digiuno che sottolineasse l’urgenza di nuovi modelli di sviluppo e di relazioni è nato dall’intrecciarsi fecondo di queste esperienze. E, come ricorda il Papa nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, “ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una ‘terapia’ per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio”. Il Papa invita a una maggiore sobrietà e nel suo messaggio cita un antico inno liturgico quaresimale: “usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”. In tempi di crisi economica, nuove piste ecclesiali su cui riflettere e ripartire. |
domenica 1 marzo 2009
Quaresima
sabato 28 febbraio 2009
Sabato grasso
L'ape che prende in giro? L'APErnacchia
L'ape precisina? L'APErfezione
L'ape stitica? L'APEretta
L'ape marina? L'APEsca
L'ape uccello? L'APEnnuta
L'ape italiana? L'APEnisola
L'ape che mangia troppo? L'APEsantezza
L'ape in carcere? L'APEna
L'ape scrittrice? L'APEnna
L'ape dolce? L'APErugina
L’ape collega della dolce? L’APErnigotti
L'ape casinara? L'APEste
L'ape lavavetri? L'APEzza
L'ape calorosa? L'APElliccia
L'ape ammalata? L'APErtosse
L'ape dottoressa? L'APEdiatra
L'ape giocatrice? L'APEdina
L'ape ebrea? L'APErseguitata
L'ape in discesa? L'APEndenza
L'ape preoccupata? L'APEnsierosa
L'ape incerta? L'APErplessa
L'ape atletica? L'APErtica
L'ape sconfitta? L'APErsa
L'ape rozza? L'APEzzente
L'ape in tiro? L'APEttinata
L’ape che segna l'ora? L'APEndola
L'ape trendy? L'APEritivo
L'ape vecchia? L'APEnsionata
L'ape concentrata? L'APEnsierosa
L'ape cattiva? L’APEssima
L'ape costruttrice? L'APEnsilina
L’ape altissima? L'APErtica
L’ape puzzolente? L'APEscivendola
L’ape buona? L'APErdona
L’ape depravata? L'APErvertita
L’ape scocciante? L'APEtulante
L’ape scribacchina? L'APErgamena
L’ape rumorosa? L'APEtarda
L’ape educata? L'APErbene
L’ape cupa? L'APEnombra
L’ape contagiosa? L'APPEstata
L’ape regista? L'APEllicola
L’ape vivace? L'APEperina
L’ape antipatica? L'APErfettina
L’ape infame? L’APErfida
L’ape sexy? L'APErizoma
L’ape muscolosa? L'APEttorale
L’ape che se la prende? L'APErmalosa
L’ape fashion? L'APErmanente
L’ape scura in volto? L'APEssimista
L’ape odiata dalla mafia? L'APEntita
L’apre riservata? L'APErsonale
L’ape orientale? L'APEchinese
L’ape veloce? L'APEugeot
L’ape maestra? L'APEdagoga
Le api sportive? APing e APong.
La gigantesca ape demente? L'APazza
Le api in cucina? Apasta e APriscatole
L'ape maligna? L'APErdizone
L'ape nell’armadio? L'APPEndino
L'ape in ospedale? L'AProstata
L'ape ciccia? L'APancia
L'ape che piace? L'APPEtibile
L'ape smorta? L'APatica
La piccola ape pestilente? L'APuzza
Le api preziose? L'APislazzule
L'ape motorizzata? L'APE Cross
L'ape pericolosa? L'APistola
L'ape religiosa? L'APostola
L'ape russa? L'APErestroica
L'ape indigesta? L'APEperonata
L'ape che fa la lana? L'APEcora
L'ape lettrice? L'APPEndice
L'ape che spiffera? L'APErtura
L'ape in discesa? L'APEndice
L'ape bilanciata? L'APEsa
venerdì 27 febbraio 2009
Lasciateci sognare!
La società attuale europea ed occidentale si costruisce, meglio si esprime - talora in maniera costruttiva, talora in maniera distruttiva - non seguendo una visione organica, ispirandosi a un vero e proprio progetto, ma dando valore ad alcune intuizioni di fondo connesse con l’idea della libertà dell’individuo, il cui solo limite sarebbe il rispetto delle libertà altrui. (...) Sarebbe facile naturalmente allargare il discorso servendosi delle numerose indagini sociologiche e comportamentali che descrivono il nostro vissuto di società, con accenti rassegnati o catastrofici o addirittura apocalittici, quasi mai con accenti di ottimismo e di fiducia. Non saranno tuttavia le analisi pessimistiche a migliorare il mondo e nemmeno basterà un accorato richiamo ai valori o alla legalità per far andare meglio le cose. Dobbiamo piuttosto, dal momento che i nostri difetti li conosciamo bene, acquisire una visuale positiva, un sogno di futuro, che ci permetta di affrontare con energia e coraggio il passaggio di millennio.
L’istanza contenuta nel titolo del mio discorso Alla fine del millennio, lasciateci sognare! vuole appunto esprimere la speranza che può venire da una visione di futuro che lasci spazio alla potenza di Dio e alla forza costruttiva delle beatitudini evangeliche, non da un ripiegamento ossessivo e analitico sui nostri mali. Si chiede dunque a tutte le persone e i gruppi di buona volontà, in Europa e in Italia, di ispirarsi a progetti positivi; di guardare all’uomo saggio del Vangelo che, fidandosi delle parole del discorso della Montagna, le mette in pratica e costruisce una casa che resiste a tutti gli uragani (Mt 7,24-25); di dare spazio allo Spirito il quale farà sì che negli ‘‘ultimi giorni” - lo sono anche i nostri - “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni” (At 2, 17).
Mi viene in mente quel sogno di Chiesa capace di essere fermento di una società che espressi il 10 febbraio 1981, a un anno dal mio ingresso in Diocesi, e che continua ad ispirarmi:
- una Chiesa pienamente sottomessa alla Parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola
- una Chiesa che mette l’Eucaristia al centro della sua vita, che contempla il suo Signore, che compie tutto quanto fa “in memoria di Lui” e modellandosi sulla Sua capacità di dono;
- una Chiesa che non tema di utilizzare strutture e mezzi umani, ma che se ne serve e non ne diviene serva;
- una Chiesa che desidera parlare al mondo di oggi, alla cultura, alle diverse civiltà, con la parola semplice del Vangelo;
- una Chiesa che parla più con i fatti che con le parole; che non dice se non parole che partano dai fatti e si appoggino ai fatti;
- una Chiesa attenta ai segni della presenza dello Spirito nei nostri tempi, ovunque si manifestino;
- una Chiesa consapevole del cammino arduo e difficile di molta gente oggi, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità, sinceramente partecipe delle pene di tutti e desiderosa di consolare;
- una Chiesa che porta la parola liberatrice e incoraggiante dell’Evangelo a coloro che sono gravati da pesanti fardelli;
- una Chiesa capace di scoprire i nuovi poveri e non troppo preoccupata di sbagliare nello sforzo di aiutarli in maniera creativa;
- una Chiesa che non privilegia nessuna categoria, né antica né nuova, che accoglie ugualmente giovani e anziani, che educa e forma tutti i suoi figli alla fede e alla carità e desidera valorizzare tutti i servizi e ministeri nella unità della comunione;
- una Chiesa umile di cuore, unita e compatta nella sua disciplina, in cui Dio solo ha il primato;
- una Chiesa che opera un paziente discernimento, valutando con oggettività e realismo il suo rapporto con il mondo, con la società di oggi; che spinge alla partecipazione attiva e alla presenza responsabile, con rispetto e deferenza verso le istituzioni, ma che ricorda bene la parola di Pietro: “E’ meglio obbedire a Dio che agli uomini” (At 4,19). (...)
Dal sogno di una Chiesa così e della sua capacità di servire la società con tutti i suoi problemi nasce l’invito a lasciarci ancora sognare: Lasciateci sognare! Lasciateci guardare oltre alle fatiche di ogni giorno! Lasciateci prendere ispirazione da grandi ideali! Lasciateci contemplare con scioltezza le figure che, come Ambrogio, hanno segnato un passaggio di epoca non con imprese militari o con riforme imposte dall’alto, bensì valorizzando la vita quotidiana della gente, insegnando che la forza e il regno di Dio sono già in mezzo a noi e che basta aprire gli occhi e il cuore per vedere la salvezza di Dio all’opera. La forza di Dio è in mezzo a noi nella capacità di accogliere l’esistenza come dono, di sperimentare la verità delle beatitudini evangeliche, di leggere nelle stesse avversità un disegno di amore, di sentire che il discorso della croce rovescia le opinioni correnti, vince le paure ancestrali e permette di accedere a una nuova comprensione della vita e della morte.
Il nostro sogno non sarà allora evasione irresponsabile né fuga dalle fatiche quotidiane, ma apertura di orizzonti, luogo di nuova creatività, fonte di accoglienza e di dialogo.
Carlo Maria Martini, Omelia di s.Ambrogio 1996
L'intera omelia nella nostra sezione Testi
Vera crisi
di Massimo Gramellini
La defunta non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano.
Forme sporadiche di gentilezza sopravvivono nei rapporti sentimentali, almeno nella prima fase. Per quanto, anche lì. Tracce residue si ravvisano in piccole comunità non ancora divorate dall’individualismo dei diffidenti e dei disperati. Non si hanno notizie sicure di altri avvistamenti. A dire il vero, qualcuno che provi a essere gentile ogni tanto lo si incontra ancora. Ma passa subito per retorico, approfittatore o ruffiano. L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.
giovedì 26 febbraio 2009
Giovedì grasso
"Ho visto un re", di Enzo Jannacci, con Cochi e Renato.
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco e al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam!
Far sentire di essere a casa
mercoledì 25 febbraio 2009
Popolo di santi, poeti, navigatori... e violentatori
| jena@lastampa.it | |
| Su dieci stupratori, sei sono italiani e quattro immigrati. Forza ragazzi che siamo ancora in testa. | |
Espressioni affettuose
Intervista al cardinale Carlo Maria Martini sul Concilio Vaticano II
Eminenza, qual è il Suo ricordo degli anni del Concilio?
Conservo soprattutto il ricordo dell'atmosfera di quegli anni, una sensazione di entusiasmo, di gioia e di apertura che ci pervadeva. Ho trascorso durante il Concilio gli anni migliori della mia vita, non solo e non tanto perché avevo meno di quarant'anni, ma perché si usciva finalmente da un'atmosfera che sapeva un po' di muffa, di stantio, e si aprivano porte e finestre, circolava l'aria pura, si guardava al dialogo con tante altre realtà, e la Chiesa appariva veramente capace di affrontare il mondo moderno. Tutto questo, lo ripeto, ci dava una grande gioia e una forte carica di entusiasmo.
Secondo Lei, che cosa rimane oggi di quegli anni?
Sono rimaste senz'altro molte cose. Prima di tutto c'è da dire che quelli che l'hanno vissuto hanno fatto un passo importantissimo per la loro vita, perché hanno ricevuto dal Concilio una fiducia rinnovata nelle possibilità della Chiesa di parlare a tutti. Poi restano molti elementi contenuti nei vari documenti conciliari: penso alla liturgia, all'ecumenismo, al dialogo con le altre fedi, alla riflessione sulla Scrittura. Per la nostra Chiesa una grande ricchezza che mantiene intatta tutta la sua attualità e tutto il suo valore.
E invece a Suo giudizio che cosa si è perso?
Non è facile rispondere. Ci sono state certamente un po' di deviazioni, ma soprattutto all'estero, non qui da noi in Italia. Direi che ciò che si è perso è proprio quell'entusiasmo, quella fiducia di cui parlavo prima, quella capacità di sognare che il Concilio aveva comunicato alla nostra Chiesa e che ci procurò tanta gioia. Si è tornati un po' alle acque basse, a una certa mediocrità.
Alcuni dicono che il Concilio fu contrassegnato dal contrasto netto tra una maggioranza progressista, chiamiamola così, di vescovi e teologi e la Curia romana che remava contro. Condivide questa ricostruzione?
Sì, penso che in effetti ci sia stata questa contrapposizione. Non si può negare che in certi settori della Curia c'era una forza frenante. Ma questo è comprensibile, perché la Curia era abituata a fare tutti i decreti, a tenere in mano tutto, e quindi si può capire bene che per i curiali vedersi sfuggire di mano questo controllo non fu piacevole.
Eminenza, qual è il personaggio del Concilio che ricorda di più?
Ce ne sono davvero tanti. Mi piace ricordare dom Helder Camara, l'arcivescovo e teologo brasiliano, morto nel 1999. Sto leggendo proprio in questo periodo le lettere che indirizzava ai suoi amici in Brasile, scrivendole ogni notte alle due. Una grande figura! E poi ricordo il cardinale belga Leo Jozef Suenens, l'arcivescovo di Malines-Bruxelles che sostenne alcune tesi molto coraggiose. Fra le persone che non parteciparono direttamente ai lavori del Concilio, ma che furono molto vicine a quell'atmosfera di rinnovamento ricordo il padre gesuita Stanislas Lyonnet, grande studioso di san Paolo, che insegnava al Pontificio istituto biblico e che aveva molti contatti con i Padri Conciliari. Devo dire che fu un tempo di grandi amicizie alimentate da un fortissimo desiderio di conoscenza.
E oggi un Concilio Vaticano III sarebbe utile per la Chiesa?
Non è facile rispondere. C'è il pro e il contro. Secondo me certamente alla Chiesa servirebbe fare ogni tanto un Concilio per mettere a paragone i diversi linguaggi. Io avverto questa necessità, perché mi sembra che ci sia proprio una difficoltà nel capirsi. Non credo, però, che dovrebbe essere un Concilio come il Vaticano II, cioè dedicato a tutti i problemi della Chiesa e dei suoi rapporti con il mondo. Al centro di un eventuale nuovo Concilio bisognerebbe mettere soltanto uno o due temi e poi, una volta esaminati ed esauriti questi, convocare un altro Concilio dopo dieci, quindici anni, incentrandolo a sua volta su pochi argomenti. Sì, penso che dovrebbe essere questa la linea da seguire.
E Lei, che a Milano diede vita alla Cattedra dei non credenti, pensa che si potrebbe pensare a un Concilio aperto a chi non crede, ai più lontani, per lanciare un messaggio anche a loro?
Non vedo un Concilio di questo tipo. Però è certo che, quando parla, un Concilio parla anche ai non credenti. Perché la preoccupazione del Concilio, di ogni Concilio che sia veramente tale, deve essere quella di farsi capire e quindi di arrivare veramente a tutti, non solo ai cattolici. Nel Concilio Vaticano II questa preoccupazione fu ben presente ed è un altro motivo per cui lo ricordo con gioia e gratitudine.
martedì 24 febbraio 2009
Adolescenti precoci
di Chiara Beria di Argentine
Il vero problema è che il mondo adulto, assai meno rigido e autoritario dei tempi andati, appare in realtà così distratto e distante dai nuovi adolescenti che mostra di non conoscerli affatto, salvo poi stupirsi e gridare allo scandalo a ogni caso di cronaca. (...)
Questi adolescenti - dice Francescato - sono affetti da "afasia emotiva". Agiscono come fossero grandi ma non hanno il controllo delle emozioni. In loro c’è un grande vuoto d’amore e anche di significato. Una ragazzina di 13 anni mi ha choccato raccontandomi che preferiva ai suoi genitori il telecomando. "Almeno con quello", mi ha detto, "posso cambiare i canali. Con i miei invece i rapporti non cambiano mai». Figli unici supercoccolati riempiti di ogni sorta di gadget con genitori spesso separati e padri molto spesso distratti e assenti; cultori degli sms e di YouTube, ma senza alcuna figura maschile di riferimento neppure a scuola dove anche alle medie il corpo insegnanti è composto per la maggioranza da donne.
Gustavo Pietropolli Charmet, docente di Psicologia dinamica alla Statale di Milano, ha definito questi nostri ragazzi «narcisi tanto fragili quanto spavaldi». Secondo Charmet per capirli non serve ricordarsi della propria adolescenza. «Siamo di fronte a contenuti nuovi, nuovi timori, nuovi bisogni». C’era una volta la pubertà; tempi e riti di passaggio. Ora, aggiunge Charmet, c’è una «disarmonia evolutiva» che crea in tutti disorientamento. Ragazzini che dimostrano una forte autonomia sociale, capaci di viaggiare da soli all’estero e che poi, all’improvviso, rivelano tutta la loro fragilità. E rispetto al passato, secondo Charmet, la famiglia naturale oggi incide meno sui comportamenti di questi ragazzini e ha, invece, molto più peso il gruppo di coetanei.
Una «famiglia sociale» che gestisce tutto dalle cose più banali, come farsi un tatuaggio, alle decisioni più importanti e più rischiose. Ubriacarsi, fare sesso e, quando il gruppo sprofonda nella noia, allora scatta persino l’impulso di fare qualcosa di stupefacente senza avere il minimo sentore delle conseguenze. Lo stupro di una compagna di classe? Solo uno scherzo. Ma allora è giusto giudicare questi adolescenti come se fossero ancora dei ragazzini? O, come sostengono alcuni esperti, visto la precocità dei loro comportamenti dovrebbero essere considerati adulti e quindi dovrebbe essere abolita la soglia di punibilità che in Italia è dei 14 anni? Laura Laera, presidente dell’Associazione dei magistrati per i minori e la famiglia dati in mano difende il nostro sistema: «Rispetto al resto d’Europa abbiamo il minor numero di reati commessi da minorenni. (...) Altro che carcere per i baby criminali. «Dove stavano i genitori prima che fossero commessi i reati? - chiede Laura Laera - Sempre più spesso vedo genitori che sono analfabeti affettivi. Risultato: figli che fanno vite da adulti». «Ma crescere è altra cosa, è saper gestire le proprie pulsioni, è diventare maturi», accusa lo psicologo dell’età evolutiva, Alessandro Vassalli. (...)
Nomi che nominino
lunedì 23 febbraio 2009
Mancanze
Quaresima laica
Un modo per riprendere contatto con la realtà
di Francesco Alberoni
Questi adolescenti quando sono a scuola, in casa, quando si trovano con gli adulti non ascoltano. Comunicano solo all'interno del loro universo adolescenziale con mezzi che gli adulti non possono controllare: sms, Internet, chat, YouTube, altre web-tribù. Si incontrano di notte, nelle discoteche e nelle feste. Coi genitori recitano, e questi non sanno nulla della loro vita reale. Considerano i docenti dei falliti che insegnano cose inutili e guardano con compatimento gli psicologi. Fra loro parlano poco, piuttosto chattano e ascoltano musica.
È dalle canzonette che prendono le parole e i concetti filosofici che ispirano la loro vita: «Sii libero, fa quello che vuoi e ricorda che sei perfetto !». I loro modelli sono i personaggi dello spettacolo, chi va a Il Grande fratello, i calciatori miliardari, i bulli, e perfino chi si distingue su YouTube con qualche filmato da brivido. (...) La nuova generazione non ha radici, non ha fondamenti etici, non ha cultura né classica, né politica. Alcuni pensano che, proprio perche è così vuota, sarà più aperta, creativa. È una illusione: senza radici, senza un rapporto reale e drammatico con la vita, senza capacità di confrontarsi e di riflettere e con l'illusione di essere perfetti, non si crea niente. A volte mi domando se a questi adolescenti non farebbe bene un periodo di moratoria, in cui si chiudano loro YouTube, le chat, le discoteche, si limiti l'uso di Internet e dei cellulari per consentire loro di ricominciare a parlare, di riprendere contatto con le altre generazioni, con i giornali e i libri. Una moratoria periodica di due mesi l'anno, una cura disintossicante.
domenica 22 febbraio 2009
Onorare Cristo
di san Giovanni Crisostomo, vescovo
«Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare (cfr. Mt 25, 42), e: Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, non l'avete fatto neppure a me (cfr. Mt 25, 45). Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.
Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi. Anche Pietro credeva di onorarlo impedendo a lui di lavargli i piedi. Questo non era onore, ma vera scortesia. Così anche tu rendigli quell'onore che egli ha comandato, fa' che i poveri beneficino delle tue ricchezze. Dio non ha bisogno di vasi d'oro, ma di anime d'oro.
Con questo non intendo certo proibirvi di fare doni alla chiesa. No. Ma vi scongiuro di elargire, con questi e prima di questi, l'elemosina. Dio infatti accetta i doni alla sua casa terrena, ma gradisce molto di più il soccorso dato ai poveri.
Nel primo caso ne ricava vantaggio solo chi offre, nel secondo invece anche chi riceve. Là il dono potrebbe essere occasione di ostentazione; qui invece è elemosina e amore. Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai un calice d'oro e non gli darai un bicchiere d'acqua? Che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? Che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe o piuttosto non si infurierebbe contro di te? E se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?
Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò mentre adorni l'ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello».
sabato 21 febbraio 2009
Milano "ex-da bere"
Allarme povertà, in aumento i senza tetto
Sono 5mila in città. Disoccupazione e redditi bassi i problemi di chi è in difficoltà: per il 70 per cento donne, tre quarti stranieri
Le criticità sono note: le giovani coppie non trovano alloggi a prezzi accessibili e si scontrano con la carenza di case in locazione, le famiglie non riescono a sostenere l'aumento delle rate del mutuo, i separati, soprattutto uomini, hanno difficoltà a trovare una nuova abitazione. E poi gli stipendi inadeguati e instabili. In due parole: la precarietà esistenziale. «Il problema della casa non riguarda solo gli stranieri, è una difficoltà trasversale - ha sottolineato Davanzo - tanto che si è ridotta significativamente la popolazione milanese, si è scesi a 1 milione e 200 mila abitanti da 1,9 milioni 20 anni fa. Siamo ormai una città senza abitanti, perchè la casa è diventato un bene speculativo. C'è un pendolarismo, il capoluogo si riempie di giorno e si svuota di sera». «Il problema abitativo - ha concluso - o viene governato a livello di pubblica amministrazione con la collaborazione del privato e del privato sociale oppure non se ne esce».
I poveri del territorio sono per il 70% donne, hanno in media 40 anni e per i tre quarti sono rappresentati da stranieri. «La forte rappresentanza femminile - spiega Angela Signorelli dell'Osservatorio Caritas Ambrosiana - si spiega col fatto che sempre più spesso sono le donne a farsi carico dei problemi della famiglia: dietro una donna che si rivolge a noi molto spesso c'è un intero nucleo familiare in difficoltà». Il 75% di chi si è rivolto ai centri Caritas lo scorso anno sono stati stranieri: Perù, Romania, Ecuador, Marocco e Ucrania le nazionalità maggiormente rappresentate. Gli stranieri hanno un'età media di 37 anni (contro i 48 degli italiani) e un livello d'istruzione più alto (sono laureati il 7,2% e hanno un diploma il 26,2%), ma spesso i loro titoli di studio non sono riconosciuti nel nostro Paese.
Tra i bisogni che hanno spinto i componenti del campione a rivolgersi alla Caritas il problema dell'occupazione (58,9%) è al primo posto seguito da un redditto non sufficiente (33,3%) e, come già ricordato, dal disagio rispetto all'abitazione (15%). A fronte della difficoltà in cui versano sempre piu famiglie, Caritas e Fondazione San Carlo (che ha contribuito all'indagine) denunciano la presenza a Milano di moltissime case di proprietà tenute vuote. «Sappiamo che non sono i privati a poter rispondere all'emergenza - ha detto Giuseppe Sala della Fondazione San Carlo - ma se molte famiglie cogliessero l'invito del Cardinale Tettamanzi nella sua lettera pastorale a "mettere a disposizione le loro proprietà dandole in locazione a prezzi accessibili", qualcosa potrebbe cambiare».
venerdì 20 febbraio 2009
La Chiesa e la guerra
C’è da chiedersi se, nel XXI secolo, la posizione della Santa Sede non sia illusoria, frutto di purismo astratto. Il Vaticano non pretende di essere un tribunale internazionale che condanni di volta in volta le violazioni, le politiche aggressive o altro. Anche se talvolta i papi ne parlano, non è la missione prioritaria. Ma ammonire sui rischi della guerra è un compito a cui la Santa Sede non rinuncia. Sembra che la sua esperienza storica la confermi nella convinzione che guerre e rivoluzioni lasciano il mondo peggiore di come lo hanno trovato. Inoltrarsi nel terreno della guerra rappresenta un’«avventura senza ritorno», per usare le parole di Giovanni Paolo II. È una coscienza che la Chiesa di Roma ha maturato da più di due secoli. Meglio è per lei consigliare il dialogo, l’applicazione del diritto internazionale, il negoziato. La Chiesa non si sente pacifista, ma pacificatrice (papa Wojtyla non si è confuso con il pacifismo). Sa che torti e ragioni non si dividono mai equamente tra le parti, ma considera la guerra come una soluzione che non risolve e alla fine travolge.
giovedì 19 febbraio 2009
Stile evangelico
Anche tra i pochi che parlavano per invocare il silenzio v’era chi sembrava mosso più che altro dal desiderio di far tacere quanti la pensavano diversamente da lui. Da parte mia confesso che, anche se il direttore di questo giornale mi ha invitato più volte a scrivere, ho preferito fare silenzio, anzi, soffrire in silenzio aspettando l’ora in cui fosse forse possibile - ma non è certo - dire una parola udibile.
Attorno all’agonia lunga 17 anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida - «assassini», «boia», «lasciatela a noi»... – senza pensare a Gesù che quando gli hanno portato una donna gridando «adultera» ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: «Donna \ neppure io ti condanno: va’ e non peccare più»; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla «ladro, assassino!» al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?
Ma accanto a queste contraddizioni laceranti, come non soffrire per la strumentalizzazione politica dell’agonia di questa donna? Una politica che arriva in ritardo nello svolgere il ruolo che le è proprio - offrire un quadro legislativo adeguato e condiviso per tematiche così sensibili - e che brutalmente invade lo spazio più intimo e personale al solo fine del potere; una politica che si finge al servizio di un’etica superiore, l’etica cristiana, e che cerca, con il compiacimento anche di cattolici, di trasformare il cristianesimo in religione civile. L’abbiamo detto e scritto più volte: se mai la fede cristiana venisse declinata come religione civile, non solo perderebbe la sua capacità profetica, ma sarebbe ridotta a cappellania del potente di turno, diverrebbe sale senza più sapore secondo le parole di Gesù, incapace di stare nel mondo facendo memoria del suo Signore.
È avvenuto quanto più volte avevo intravisto e temuto: lo scontro di civiltà preconizzato da
Huntington non si è consumato come scontro di religioni ma come scontro di etiche, con gli effetti devastanti di una maggiore divisione e contrapposizione nella polis e, va detto, anche nella Chiesa.
Da questi «giorni cattivi» usciamo più divisi. Da un lato il fondamentalismo religioso che cresce, dall’altro un nichilismo che rigetta ogni etica condivisa fanno sì che cessi l’ascolto reciproco e la società sia sempre più segnata dalla barbarie.(...)
La Chiesa cattolica e tutte le Chiese cristiane sono convinte di dover affermare pubblicamente e soprattutto di testimoniare con il vissuto che la vita non può essere tolta o spenta da nessuno e che, dal concepimento alla morte naturale, essa ha un valore che nessun uomo può contraddire o negare; ma i cristiani in questo impegno non devono mai contraddire quello stile che Gesù ha richiesto ai suoi discepoli: uno stile che pur nella fermezza deve mostrare misericordia e compassione senza mai diventare disprezzo e condanna di chi pensa diversamente.
articolo apparso su La Stampa il 15.02.2009
vedi tra i nostri Testi
mercoledì 18 febbraio 2009
Coerenze
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 7.12.08
Ovvietà dette, esperite, ora studiate
Le foto sexy fanno diventare le donne davvero «oggetti» nella mente maschile
La visione di immagini provocanti attiva le stesse aree cerebrali usate per maneggiare gli utensili
Secondo i dati raccolti, dopo la visione di queste foto si attivano intensamente le aree cerebrali normalmente «accese» prima di maneggiare utensili da lavoro come martello e cacciavite; allo stesso tempo foto di donne sexy hanno il potere di spegnere nel cervello maschile i centri neurali dell'empatia, ovvero quei circuiti deputati ad interagire con gli altri e a comprenderne le emozioni. Le foto di donne sexy, quindi, alterano la percezione maschile della donna «come se i maschi pensassero di agire direttamente su quei corpi femminili» come se le donne «non fossero completamente esseri umani».
«L'unica altra volta in cui abbiamo visto accadere tutto questo è quando le persone guardano immagini di barboni o drogati, perchè davvero non si vuole pensare a quello che sta accadendo a questa gente», spiega la Fiske. Insomma, nell'esperimento si vede che le fanciulle discinte spingono l'uomo a considerare davvero la donna un oggetto. «Non sto inneggiando alla censura - ha dichiarato la Fiske al quotidiano britannico - ma dico solo che le persone devono conoscere che tipo di associazioni» scattano nella mente della gente.
martedì 17 febbraio 2009
Estetico
al Dio delle formiche, anguille, api
al Dio bussola e fiore apparterrei.
A quello invece che mi lascia il posto
e mi piazza da vice onnipotente
e si è sfilato dall'anulare il mondo
lasciandolo ai capricci dell'Adàm
vedovo di natura morta non ancora
non so credere, chiedere,
perché dare ha già dato e del dafarsi
resta solo la revoca del dono.
L'importanza del dormire
di Massimo Gramellini
«L’allievo dormirà sei ore, ne siano concesse sette solo al pigro, a nessuno otto», si leggeva nel regolamento delle scuole pitagoriche. Ma sei ore erano garantite a tutti, una sorta di minimo esistenziale sotto la cui soglia si celano il malessere e l’inquietudine. Tanto poi avrò l’eternità per dormire, sentenziano gli stakanovisti del fare. E non capiscono che sarebbe saggio cominciare a portarsi avanti col lavoro. Che solo chi dorme riesce a sognare. E che i sogni sono la vita vera. Avessero dormito di più anche certi cocainomani di Wall Street, forse adesso la notte prenderemmo tutti sonno un po’ meglio.
lunedì 16 febbraio 2009
Giudizio, Inferno, Purgatorio, Paradiso
Avvenire il 13 febbraio 2009.
Il testo integrale nella sezione Testi.
I termini di Facebook
vedi l'articolo e i link ai siti che ne parlano.
domenica 15 febbraio 2009
Teologare
Auguri, Cardinal Martini!
Eminenza carissima,“In una società senza padri – mi confidavi in occasione del corale sconcerto nei giorni della sua morte – Giovanni Paolo II era diventato in qualche modo il padre di tutti”. Anche noi ambrosiani nei tuoi confronti sentiamo vibrare qualcosa di questa paternità.
Una paternità luminosa, sicura e discreta, che ci ha insegnato ad aprire con venerazione ed amore il Libro delle Scritture, a riconoscervi le viscere di tenerezza di Dio, a custodire uno sguardo di speranza sull’uomo e sulla storia.
Una paternità che ci ha incamminato decisamente sulla via dell’ascolto e del dialogo – come scrivevi – per “imparare a leggere la città con occhio caritatevole, paziente, misericordioso, amico, propositivo e cordiale…, a riconoscere il bene che c’è nel cuore di tanta gente della città ed il bisogno di Dio che consciamente o inconsciamente sono in molti” (Lettera Alzati, va a Ninive la grande città!).
Il senso di riconoscenza e di paternità è per me del tutto singolare: dalle tue mani ho ricevuto il dono e la responsabilità dell’ordinazione episcopale e – poi – quel pastorale di San Carlo che, consegnando nelle mie mani, hai giustamente definito “pesante”. Devo confidarti, a distanza di anni, che mi sono state di grande aiuto, nel portarlo, la tua nascosta ed evangelica presenza, il senso di fiducia e piena libertà che mi hai lasciato, soprattutto quella preghiera di intercessione che hai innalzato dalla terra di Gesù e da Roma e ora da Gallarate continui ad assicurare per tutti noi. E’ un dono assai prezioso, un vero balsamo del cuore che ci riempie di consolazione e su cui desideriamo contare a lungo. Così come ci rallegrano la tua presenza in questa terra benedetta dei santi Ambrogio e Carlo e la testimonianza di fede e di saggezza che diffondi vivendo il dono del sacerdozio, della predicazione e della malattia.
Grazie Eminenza. Siamo in tanti a porgerti gli auguri.
A te che hai scelto Pro veritate adversa diligere, siano date in pienezza Gaudium et pax.
sabato 14 febbraio 2009
L'Amore ci salverà
"Henna", una stupenda canzone di Dalla che sto riascoltando in questi giorni.
Un video ben fatto che la interpreta: complimenti a "Ndp", trasmissione de La7!
Ma si può ascoltare ad occhi chiusi, immaginando alla luce della propria sensibilità.
(S)Fiducia
Cercasi 007 per innamorati gelosi
Boom di acquisti di telecamere nascoste e detective
Fiori e cioccolatini non sono gli unici regali che vanno a ruba per San Valentino. Da quest'anno, infatti, è aumentata del 20% la vendita di telecamere nascoste. Gli acquirenti sono i partner sospettosi, a volte solo gelosi, che sperano di scoprire il tradimento del compagno proprio nel giorno dedicato all’amore.
«San Valentino è il giorno degli innamorati ma qualche volta non si tratta del partner ufficiale - ha commentato Jimmie Mesis, direttore di Private Investigation, la rivista specializzata per gli investigatori privati - è il periodo più frenetico dell’anno. Anche se oggi, con la recessione, gli innamorati preferiscono condurre un lavoro autonomo di investigazione».
In effetti, le vendite di dispositivi GPS con programmi che permettono di visualizzare i percorsi in macchina effettuati dal compagno, sono cresciuti nelle ultime 3 settimane del 20%. Queste apparecchiature, proposte ad un prezzo variabile tra 50 e i 400 dollari, includono videocamere nascoste nelle sveglie o programmi in grado di spiare le email del compagno. Ci si sarebbe aspettato che molte più persone stessero a casa con il loro sposo o il loro compagno in un periodo in cui l’economia è così debole, ma le vendite in questo settore suggeriscono invece il contrario: apparentemente i problemi legati ai soldi non fermano i flirt.
venerdì 13 febbraio 2009
Finzione
Nozze combinate dai parenti in tv. L'ultima frontiera dei reality Usa
Polemiche per l'annunciato «Arranged Marriage»: matrimoni per «casi disperati» dai 25 ai 45 anni
Crisi?
Il Servizio pubblico e un «modello virtuoso»
di Aldo Grasso
Eppure Paolo Bonolis, presentatore televisivo, e Roberto Benigni, lettore televisivo di Dante, prendono dal Festival di Sanremo una barcata di soldi. C'è anche Maria De Filippi (il suo compenso andrà in beneficenza), corsa tris della scuderia Lucio Presta. Bonolis si difende dicendo che ha lavorato per un anno al Festival come direttore artistico. Insomma, lavora a progetto, è il co.co.co. più ricco d'Italia. Complimenti.
E dire che il Servizio pubblico televisivo, proprio perché si rivolge alla stragrande maggioranza delle famiglie, proprio perché ha un'audience la cui consistenza principale è rappresentata dalle fasce meno abbienti della popolazione, avrebbe il dovere di porsi come modello virtuoso. Poco vale la giustificazione che i soldi per Bonolis e Benigni li tirano fuori gli sponsor. No, li tiriamo fuori noi: prima con il canone, poi al supermarket. Non passa giorno che i nostri governanti non ci esortino al sacrificio: per l'Alitalia, per uscire dalla crisi, per risanare i conti pubblici. Il presidente Silvio Berlusconi ha recentemente affermato «che tutti quanti in coscienza dobbiamo dare il nostro piccolo contributo affinché questa crisi non sia così drammatica». Ha ragione, se però, in coscienza, il contributo cominciasse a venire da una manifestazione musicale come Sanremo avrebbe anche un valore simbolico (non moralistico). Riguardo poi ai sacrifici, chi li fa e chi li predica la pensano in modo differente.
Ma ai primi è data scarsa possibilità di dirlo.
giovedì 12 febbraio 2009
57° compleanno del Malandrino
Una versione di dieci anni fa della famosa "Confessioni di un malandrino", tratta da una poesia del poeta russo Cechov.
Sorprese brutte
Chi cerca l'anima gemella online scopre che il profilo della persona scelta spesso non corrisponde alla verità
Dalla ricerca, svolta a livello europeo dalla società di analisi Lightspeed Research, emerge che il 58% delle persone che incontrato uomini e donne conosciuti via Internet è stato vittima di appuntamenti dove il profilo del potenziale partner non corrispondeva completamente a quello descritto. Chi cerca l’anima gemella online considera l'apparenza un elemento fondamentale per accettare un appuntamento, ma spesso accade che le foto inviate vengano ritoccate o migliorate digitalmente o che vengano utilizzati scatti realizzati nel passato, creando reazioni di delusione in un incontro reale.
Al primo posto della classifica dei "bugiardi" vi sono appunto gli italiani, con il 72% degli intervistati che ha mentito sul proprio aspetto fisico. Seguono i tedeschi con il 58%, i francesi con il 56% e gli inglesi con il 55%. Gli olandesi sono risultati i più onesti con il 52% di incontri riusciti. Per tutti le caratteristiche che principalmente disattendono la realtà sono l’aspetto fisico e il peso, mentre la calvizie non costituiscono un problema.
La videochiamata può dunque costituire una soluzione e contribuire al successo degli appuntamenti. Il 54% afferma infatti che poter vedere in anticipo l'altra persona rappresenti un notevole vantaggio e offra la possibilità di rifiutare l'incontro senza inutili perdite di tempo.
A sorpresa un terzo degli italiani dichiara invece che conoscere subito l’aspetto fisico impedisce di approfondire aspetti più profondi come la personalità. Quanto al sesso al primo appuntamento, circa un quarto degli olandesi si è dichiarato disposto a farlo qualora fosse possibile conoscere l'aspetto fisico del partner in anticipo.
mercoledì 11 febbraio 2009
Luce nelle tenebre
Il cristianesimo è forte perché riesce a vedere nelle cose spezzate, povere, miserabili, sozze, sporche, peccaminose, l'ambiente ideale per la totale rivelazione del Dio assoluto, eterno. Come leggere i fallimenti, come uscire fuori da una logica del successo, all'ínterno del cammino della vita? Perché la sapienza non è sapienza se riesci a vedere il bene nel successo, ma se riesci a trovare il bene nella malattia, nel tumore che ti mangia, nel fallimento, nelle ingiustizie che hai subito, nel silenzio che devi tenere e via dicendo. Questa è la sapienza. (...)
Io penso che tutti noi nella vita combattiamo il nostro carattere, i difetti, gli errori, i vizi, i peccati. Combattiamo, odiamo, cerchiamo di sopprimere e non so che altro... e se tutto questo lo stessimo guardando sotto una luce sbagliata? Si tratta di vedere tutto in una luce nuova, di accendere una luce giusta e tutto quello che tu combatti appare in un altro modo. Quanti combattimenti totalmente inutili e fatti invano! Quante lotte, quante sofferenze provocate a noi stessi e agli altri perché guardiamo con una luce sbagliata le cose! Basterebbe vedere tutto con la luce giusta, anche nella cultura, nella politica, nella Chiesa, nella liturgia. Pensiamo che le cose migliorino se cambiamo loro la forma, ma le cose sono quelle che sono. Se le vedi nella luce giusta riesci persino a cambiarle, ma fin quando non le vedi nella luce giusta, le combatti e se le combatti, cerchi di imporre la tua volontà, e se imponi la tua volontà, sbagli.(...)
Il cuore riesce a vedere l'insieme. Il cuore soffre e si fa sentire quando è attaccata l'armonia dell'insieme, quando si esagera su certe cose e se ne sottovalutano altre. Il cuore custodisce l'insieme e chi riesce a vedere l'insieme riesce a vedere il senso anche di ciò che sembra un fallimento, di ciò che sembra buio, spezzato.
Riconciliazione
di Franco Garelli
Colpisce l’irriducibilità delle posizioni. Le questioni di fine vita non sono gli unici temi etici che oggi interpellano a fondo l’opinione pubblica e le coscienze, in una società alle prese con molte emergenze (presenza massiccia d’immigrati, lavori sempre più precari, crisi economica e finanziaria, ecc.) che mettono a soqquadro le nostre convinzioni di fondo e chiedono nuove regole di convivenza. Tuttavia tra i problemi scomodi che la modernità porta con sé, un posto di assoluto rilievo spetta ai temi del significato e del confine della vita, della possibilità di autodeterminare il proprio vivere e morire, di quanto sia lecito far ricorso alla tecnologia per prolungare l’esistenza. E ciò, sia perché siamo talmente pervasi da un’alta idea di qualità della vita da rabbrividire all’ipotesi di un’esistenza meno degna; sia perché siamo attorniati da casi umani (anziani «assenti», malati terminali, giovani vite spezzate) che continuamente ci ricordano la rilevanza e la «prossimità» del problema.
Qui emerge la forte divergenza di posizioni e culture di cui il caso Englaro è assurto a simbolo. Per gli uni, Eluana era un guscio vuoto, un essere privo da molto tempo delle qualità umane, tenuto in vita da un sondino nasogastrico che sa di accanimento terapeutico, non potendo più far fronte in modo autonomo alle sue funzioni vitali. Le lesioni subite nell’incidente di 17 anni fa le avrebbero atrofizzato il cervello, impedendole la possibilità del risveglio. Con la morte della «corteccia» (la parte del cervello cui è legata la coscienza), tutto finisce e la pietà umana interviene per porre fine a una vita che non è più tale.
Ma proprio questi argomenti vengono contestati dai fautori di un’altra idea della vita. Quelli che vedono in casi come questi la presenza di un principio vitale (un corpo che ancora respira autonomamente, un cuore che continua a battere) che dev’essere salvaguardato. Anche con una coscienza dormiente o assente, c’è una vita da accompagnare e da rispettare; evitando dunque che il suo commiato sia accelerato, che la sospensione del sostegno vitale assuma la forma di un’eutanasia strisciante.
L’inconciliabilità delle posizioni, dunque, è evidente. Ciò che divide non è soltanto la diversa lettura di queste situazioni limite offerta dagli esperti (biomedici, giuristi), ma anche un differente modo di pensare la vita e la sua dignità. Ciò che per alcuni sono le condizioni base per vivere (vita con coscienza, principio di autodeterminazione) per altri rappresentano requisiti non sufficienti. Per alcuni interrompere in questi casi l’alimentazione e l’idratazione artificiale è un atto di pietà, per altri è un’omissione di risorse vitali e di affetti.
Da più parti si chiede che il dramma di Eluana non sia avvenuto invano, che la sua morte serva a ridurre le polemiche per lasciar spazio a una riflessione compiuta e costruttiva. In particolare, molti auspicano che la classe dirigente del Paese non aspetti altri casi Englaro per affrontare in modo organico la questione dei trattamenti di fine vita. Di qui l’attesa che il Parlamento vari finalmente quella legge sul testamento biologico sulla cui necessità c’è ampio consenso. Persino i Vescovi qualche mese fa si sono pronunciati a favore di un intervento in questo campo, dopo che per molto tempo l’avevano osteggiato. Tuttavia, il consenso deve tradursi in soluzioni concrete. A quale testamento biologico fare riferimento? Quali criteri e clausole introdurre? Come trovare punti di convergenza su questioni che dividono le coscienze e trasversalmente anche i gruppi sociali e politici?
Tra le questioni più calde v’è certamente la possibilità di interrompere (in condizioni particolari) l’alimentazione e l’idratazione artificiale e l’interrogativo di chi abbia il diritto di decidere e dei modi in cui la decisione dev’essere assunta. Nel primo caso si tratta di valutare le situazioni in cui il fornire cibo e acqua artificialmente si presenti come un atto di accanimento terapeutico; oppure se la loro sospensione si configuri come un atto eutanasico. Nel secondo, occorre senza dubbio riconoscere l’importanza della volontà del diretto interessato, ma nel quadro di una decisione che non risulti come un ricorso all’eutanasia (esclusa dalla legislazione italiana). Di qui l’importante funzione del medico, che - come avverte la Chiesa -, «in scienza e coscienza» e in dialogo con i familiari, contribuisca alla ricerca della soluzione da adottare. La strada dunque è irta di ostacoli. Ma da più parti si spera in una convergenza di orientamenti che ci offra una legge che per lo meno porti a scegliere il «male minore». Le posizioni si possono avvicinare se ognuno riconosce le buone ragioni degli altri e gioca al meglio le proprie risorse per arricchire la cultura della nazione.
martedì 10 febbraio 2009
lunedì 9 febbraio 2009
domenica 8 febbraio 2009
Bisogno
anche in questi giorni,
anche a Roma, a Udine, a Milano, a Varese...
Quei ragazzi sulla panchina hanno bisogno del Vangelo
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 20.04.08



