lunedì 4 giugno 2007
martedì 15 maggio 2007
A proposito di un nuovo parroco
(don Primo Mazzolari)
Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.
sabato 28 aprile 2007
La passione delle pazienze
Noi sappiamo che deve venire,
e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.
Come un filo di lana tagliato dalle forbici,
così noi dobbiamo essere separati.
Come un giovane animale che viene sgozzato,
così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.
Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione,
che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,
di ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa
E’ quell'amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.
Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana,
e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo,
aspettando - per dare la nostra vita – un'occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato
che come ci son rami che si distruggono col fuoco,
così ci son tavole che i passi lentamente logorano
e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato
che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici,
ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano
sul dorso di quelli che l'indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
È la passione delle pazienze.
Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi
lunedì 9 aprile 2007
Estasi quotidiane
(Madeleine Delbrel, Che gioia credere)
Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.
Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» del nostro destino.
Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.
Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.
Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.
Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.
Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.
Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.
Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.
L'abbraccio di Giuda

L’abbraccio disperato dell’Iscariota
(Caravaggio, 1598, Dublino) - Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna.
tratto da www.chiesadimilano.it
Le mani di Pietro

Le mani del Principe degli apostoli
(Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena) - Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia...
Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto.
tratto da www.chiesadimilano.it
sabato 3 febbraio 2007
Autorità e potere
L’Italia ha divorato i padri: non c’è più autorevolezza ma uno sterminato indistinto potere
Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: “Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità”. Credo che avesse ragione. Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d’anni possiede la minima autorità: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell’opposizione, né i senatori né i deputati. L’autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d’agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l’impressione che questo fenomeno si sia esteso all’intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell’autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero. Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole: il senso di una libertà e leggerezza quasi assolute, senza più padri, leggi, prescrizioni, precetti, divieti, come in una specie di paradiso terrestre prima del peccato originale. Ma l’euforia non dura mai a lungo. Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini. In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l’autorità e l’autorevolezza, che non sono affatto legati all’esercizio o tantomeno all’eccesso del potere: Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede vèramente autorità obbedisce a un’ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati. Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l’infimo sottosegretario, l’industriale, l’impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie; le migliaia di categorie sociali, corpi e istituzioni, nelle quali si suddivide il tessuto della società moderna. E tutto è diventato potere: l’immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo, la musica ripetuta fino all’ossessione, il disco o il vestito amati dai ragazzi di quindici anni. Il potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, indifferenziato. E’ nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che nonio amano. Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha voluto seppellire i grandi della storia per liberarsi dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere. I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla o quasi nulla, li divi e dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali. Se oggi in Italia godiamo ancora una parti di libertà, è soltanto perché tra l’uno e l’altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere qua si liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare.
LA REPUBBLICA - 30 gennaio 2007
lunedì 22 gennaio 2007
Gioventù e vecchiaia
IL SONDAGGIO. Indagine Demos-La Repubblica
su gioventù e vecchiaia. Figli e lavoro le tappe
I vecchi? Non esistono più
adulti si diventa a 35 anni
E sopra i 64 solo la metà si definisce anziano
di LUIGI CECCARINI
VIVIAMO in una società che non vuole invecchiare. Alla quale non piace l'idea che il tempo passi. Gli italiani tendono a definirsi giovani anche quando sono adulti, e adulti anche quando sono anziani. Vecchiaia è un termine tabù. I giovani, coerentemente, spostano in avanti le tappe verso la vita adulta. E non si distinguono per reclamare uno spazio maggiore nelle posizioni di responsabilità della società. E' quanto emerge dai risultati della 12° indagine dell'Osservatorio sul Capitale sociale degli italiani curata da Demos - COOP, che ha approfondito il significato della giovinezza.Alcuni dati fanno riflettere. Anzitutto va detto che gli orientamenti rilevati variano sensibilmente solo in base all'età dei rispondenti, senza apprezzabili differenze quando vengono considerate altre caratteristiche sociali.
Solo la metà (54%) di chi ha più di 64 anni si definisce anziano. Il 41% preferisce dirsi adulto. Quattro su dieci tra coloro che hanno tra 35 e 44 anni si ritengono giovani; evidentemente ai quarantenni non piace crescere. Allora l'indagine Demos-Coop ha chiesto agli italiani a che età si diventa adulti. Il dato medio indicato è 35 anni. Ma tanto più si è avanti con gli anni tanto più questa età di passaggio aumenta. Per i giovanissimi (15-17 anni) si diventa adulti a 26 anni. Per i ventenni a 30. Per quarantenni e cinquantenni a 36 anni. Avviene a 40 anni circa secondo i più anziani. I più giovani tendono a collocare questo passaggio in avanti nel tempo. Gli altri indietro, ma nelle immediate "vicinanze", in modo da non vederlo come un momento passato da troppo tempo.
Ma essere giovani o adulti, come spiegano gli studiosi, non è semplicemente una questione di età. Contano alcune tappe superate nella vita: 1) finire gli studi, 2) trovare un lavoro stabile, 3) vivere in una casa diversa da quella dei genitori, 4) sposarsi o convivere, 5) avere dei figli. Tutti passaggi che in Italia avvengono sempre più in là nel tempo. I giovani, quindi, rimangono tali più a lungo. Fatto comprensibile visto che la gioventù richiama anzitutto la parola spensieratezza (30%).
Fare un figlio (31%) e trovare un lavoro stabile (26%) sono i due passaggi che gli italiani più associano al diventare adulti. Ma i rispondenti valutano questi "riti di passaggio" con occhi diversi. Per i giovani si diventa adulti anzitutto attraverso la conclusione degli studi e andando a vivere fuori dalla casa dei genitori. Mirando così ad una maggiore libertà, che non necessariamente significa indipendenza economica o autonomia nei lavori domestici. I trentenni, invece, guardano in misura maggiore alla maternità e alla paternità come momento fondamentale. I soggetti più anziani riconoscono il lavoro stabile e il matrimonio come riti di passaggio. Le ragazze tra 18 e 34 anni attribuiscono più importanza all'uscire di casa e alla maternità (36%). I loro coetanei ad un lavoro e ad una unione stabile (22%).
Il ruolo dei giovani nella società è un aspetto centrale. Ed è opinione diffusa che questa generazione dovrebbe avere più spazio nelle posizioni di responsabilità (il 41% si dice molto e il 47% abbastanza d'accordo). E' interessante notare che tale orientamento viene sostenuto con più forza dagli italiani in là con gli anni (che si vedono ancora giovani). Ci si aspetterebbe, invece, che fossero i diretti interessati a rivendicare queste maggiori opportunità: i "veri" giovani.
La gioventù di oggi, rispetto a quella del passato, viene vista come più viziata (95%), con meno certezze (75%), più sola e meno felice. Resta ampia la componente di coloro che vedono il futuro dei giovani peggiore, sotto il profilo della posizione sociale ed economica, rispetto alle opportunità avute dai loro genitori (45%).
Gli stessi punti di riferimento della vita sono molto diversi tra le generazioni: la religione e la politica contano meno per i giovani. Il lavoro, l'amore, l'avere figli pesano maggiormente nelle prospettive degli adulti e degli anziani. Forse, non è solo un effetto legato al ciclo di vita, ma è anche il segno di trasformazioni più ampie che interessano la società italiana.
(22 gennaio 2007) www.repubblica.it
giovedì 18 gennaio 2007
La mia amata KAWASAKI in vendita





A malincuore, vendo la mia fantastica KAWASAKI EN500,
causa passaggio ad altro tipo di moto (nuovi utilizzi, in futuro… forse),
scelta che anch’io non condivido del tutto con me stesso.
2. Sigla: EN 500
3. cilindrata: 498 cc.
4. immatricolazione: novembre 1993 – di mia proprietà dall’estate 1994
5. km percorsi: 46.600 (
6. alla linea aggressiva ed inconfondibile del custom (cfr ultima foto), ho aggiunto (per comodità di guida) il cupolino e il bauletto (vissuti), ma – evidentemente – si possono togliere se non piacciono
7. due borse laterali in cuoio (non le ho fotografate, ma ci sono)
8. terre visitate: dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (gli esperti di CSI possono provare a rintracciare pollini o micropolveri di Monaco e Stoccarda fino a quelle di Salerno, oppure del Passo Pordoi e del Colosseo… ma l’abbiamo pulita bene!! E’ entrata persino in un salone-teatro, senza rompere nulla)
9. gomme: cambiate regolarmente (due volte l’anteriore, tre la posteriore; non hanno voluto farmi la rotazione tra davanti e dietro)
10. batteria: cambiata regolarmente un anno sì e uno no (questo potrebbe essere l’anno no)
11. marmitte: cambiate circa tre anni fa (silenziose e omologate… togliendo così in gran parte il mio contributo all’inquinamento acustico e dell’aria, ma anche il piacere della melodia delle Harley)
12. revisione: due settimane fa mi è stata riconsegnata dopo una revisione complessiva durata tre mesi (non scherzo!), il cui pezzo forte è stata la sostituzione della catena di distribuzione e la pulizia del motore; praticamente il prezzo di vendita è a copertura di questa ultima grossa spesa
13. caratteristiche: guida deliziosa; maneggevole; sella bassa, molto sicura; infaticabile su ogni percorso (le recensioni su Internet si sprecano in elogi); il passeggero è comodissimo (il mio amico prete riusciva a leggere il giornale e pregare il breviario… non per la paura); l’ho usata per cinque anni nel traffico cittadino romano, percorrendo i
14. consumi: più di
15. nome: Vagabonda (gliel’ho dato io, e rispecchia appieno la sua natura)
16. si può vedere e provare in oratorio; la mia nuova moto usata arriverà a fine gennaio.
Welfare a favore delle famiglie e delle nascite
| I due modelli: Condi contro Ségolène È il welfare, bellezza! | |
| Condi contro Ségolène? Una potentissima singola di destra che dagli Usa si contrappone a una promettentissima madre di quattro figli di sinistra? È banale, è una semplificazione da bieche croniste, mica tutte siamo segretari di Stato o candidate alla presidenza;ma oggi come oggi simbolicamente funziona. Perché due statistiche ci rimbalzano addosso contemporaneamente. Dall’America segnalano uno storico sorpasso: il 51 per cento delle donne vive senza marito. In Francia festeggiano un record di natalità che in Paesi vicini come Italia, Spagna, Germania se lo sognano: due figli per donna, incluse le immigrate ma anche e soprattutto (anomalia) le francesi- francesi. E dire che negli Stati Uniti da anni la maggioranza vota beata per candidati socialmente conservatori, che i «family values», i valori familiari vengono sbandierati ogni due per tre, da tutti, manco dovessero chiedere un grosso prestito alla nostra Paola Binetti. E dire che in Francia si pecca a manetta: tra Pacs, unioni gay, aborto non messo in discussione, pillola del giorno dopo alle liceali (idea di Royal quando era ministro), promiscuità varie più o meno sofisticate e comunemente accettate, ecc. Allora, perché? Si potrebbe rispondere con la frase chiave di James Carville, stratega della prima campagna presidenziale di Bill Clinton: «It’s the economy, stupid». È il governo dell’economia. Negli Usa, family values o non family values, liberismo e leggi del mercato prevalgono. E influenzano le scelte personali. Il matrimonio non viene considerato un posto fisso, un impiego a vita. La flessibilità regna. L’abitudine a licenziare un coniuge nullafacente o in esubero (nel senso che c’è già un sostituto/a) è radicata da decenni, spesso viene preferita al mantenimento di matrimoni- carrozzoni ormai decotti. E avere figli (se ne continuano a fare, con qualche ansia) è un impegno enorme: causa orari di lavoro infiniti e poche ferie e niente leggi nazionali sul congedo per maternità, causa decadente livello delle scuole pubbliche e costi enormi per l’università. In Francia è un’altra storia. Ed è per via del welfare, non siamo stupide. Con dignitosi assegni familiari, aiuti alle famiglie numerose, asili nido, doposcuola, tate a finanziamento pubblico fare figli è più facile. E non è un welfare sostenuto solo dalla sinistra e dalle femministe, è stato anche nazionalisticamente voluto per dare più figli alla Patria, per carità. Ma evidentemente serve. E c’è solo da invidiarle, le francesi, in Italia per certe cose non c’è un euro, o non interessa sganciarlo. Qui capita di sentire dirigenti dei nidi pubblici (sentito sul serio, a Roma, qualche anno fa) dire «non c’è motivo di prolungare l’orario dalle 16,30 alle 18,30, lo vogliono le mamme per andare a fare shopping» come se le donne lavoratrici staccassero magicamente dopo pranzo. Allora vive la France e pure viva le Condi, fosse stata italiana avrebbe fatto lo stesso (senza riuscire a diventare ministro degli Esteri, però). Maria Laura Rodotà - 17 gennaio 2007 - www.corriere.it |
Agosto a Santiago de Compostela
come ben saprete, la proposta di vacanza per i 18-19enni e giovani di quest'anno è il pellegrinaggio a Santiago.
Ci stiamo informando circa i voli (probabilmente si volerà fino a Valladolid con la Ryanair e poi si prenderà il treno): il costo totale si aggirerà intorno ai 250 euro, il periodo previsto è dal 3-4 agosto fino al 10-12 circa. Il pellegrinaggio sarà zaino in spalla con sacco a pelo e materassino. Sul percorso ci saranno i cosiddetti "albergues" che sono ostelli fatti apposta per i pellegrini, dove ci si può fermare a dormire dando un'offerta.
Poichè dobbiamo prendere il volo, sarebbe meglio avere almeno l'adesione il prima possibile (altrimenti i prezzi salgono). FATECI SAPERE AL PIU' PRESTO!
Per qualsiasi informazione contattate Benny o Giulia.
Grazie e buona giornata!
Benny!
giovedì 21 dicembre 2006
sabato 9 dicembre 2006
Neffa - "Cambierà"

Artista: Neffa
Album: Alla Fine Della Notte
Titolo: Cambierà
Un'altra notte finisce
e un giorno nuovo sarà.
Anna non essere triste
presto il sole sorgerà.
Di questi tempi si vende
qualsiasi cosa, anche la verità,
ma non sarà così sempre perché tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà.
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò;
già si sentono tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Ora mi senti e ti sento,
siamo una sola anima
e celebriamo il momento
e il tempo che verrà.
Se chi decide ha deciso
che ora la guerra è la necessità,
io stringo i pugni e mi dico
che tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò.
Già si sentono
tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Tutto cambierà,
sai che cambierà,
tutto cambierà,
vedrai che cambierà,
vedrai che cambierà,
tutto cambierà.
Adolescenza ed età adulta
L'età «della ragione» arriva sempre più in là negli anni a causa della necessità di formazione continua e della precarietà diffusa
REGNO UNITO – «I don't wanna grow up» (in italiano, «Non voglio crescere»), recitano i versi del cantautore Tom Waits, che con la sua voce roca e graffiante canta al mondo il rifiuto di un'età adulta fatta di incertezze, dubbi, prezzi da pagare e cattive notizie da ascoltare alla tv. Inno alla «purezza» della gioventù, alle sue contraddizioni e alla sua originalità, la celebre canzone è di sicuro la preferita degli aspiranti «forever young» di sempre. A quanto pare, infatti, la sindrome di Peter Pan non esiste solo nelle favole e nelle canzoni, ma interessa invece un numero sempre maggiore di persone, che di crescere non ne vogliono proprio sapere.
IMMATURI STAGIONATI - È una ricerca inglese, condotta dallo psichiatra Bruce Charlton della School of Biology presso l'Università di Newcastle upon Tyne, a dimostrare che gli adulti di oggi sono molto più immaturi di un tempo, e che per loro è normale pensare e agire come farebbero i ragazzini. E di conseguenza queste persone non riescono mai a raggiungerei la vera maturità mentale. Nel mondo scientifico tale fenomeno viene chiamato «neotenia psicologica», ovvero il mantenimento allo stadio adulto di caratteristiche – anche fisiche – infantili, che nell'uomo moderno è molto più accentuato di quanto non fosse nell'uomo di Neanderthal. Secondo Charlton, gli umani sono attratti dalla giovinezza fisica in quanto segno di fertilità, salute e vitalità, ed è per questo che cercano in tutti i modi di simularla a oltranza.
LA FLESSIBILITÀ È GIOVANE - Ma tale fenomeno di rifiuto della maturità troverebbe giustificazione anche nell'entrata in scena, negli anni '90, di professioni e relazioni sociali sempre più dinamiche e mobili, che hanno richiesto agli individui una bella dose di flessibilità: qualità naturale e innata nei più giovani, e acquisita per necessità dai non più giovani, costretti ad abituarsi ai ritmi e alle caratteristiche del nuovo mondo in cui si trovano a vivere. E così, in pratica, questo processo di adattamento all'instabilità della vita – tipico soprattutto dei soggetti socialmente attivi e con i più alti livelli di istruzione – fa sì che «l'età della ragione» arrivi sempre più in là col tempo, e che la giovinezza non sia più prerogativa esclusiva dei veri giovani.
Alessandra Carboni - 26 giugno 2006 www.corriere.it
Bullismo
http://www.poliziadistato.it/pds/ps/consigli/bullismo.htm
Don Javier, vicario in un paesino veneto
Don Javier, vicario in un paesino veneto: "Io, prete straniero chiamato vù cumprà"
Vice a Stanghella e parroco a Stroppare. "La cosa più difficile, capire il dialetto" - dal nostro inviato JENNER MELETTI
STANGHELLA (Padova) - Adesso tutti lo salutano, passando davanti alla chiesa. "Buonasera don Javier", dicono le donne. "Ciao prete", gridano i ragazzi in bicicletta. Ma padre Javier Orger Morillo Revelo, 35 anni, arrivato da Pimampiro, diocesi di Tulcàn in Ecuador, i primi giorni da prete nella campagna padovana li ricorda bene. "Ho bussato a una porta per la benedizione e subito mi hanno detto: "Guardi che noi non compriamo nulla". Altri hanno protestato perché "questi preti moretti portano via il lavoro ai nostri sacerdoti". Qualche insulto, anche: "A casa tua non avevi nemmeno la bicicletta e qui giri in macchina".
Ma padre Javier è un uomo buono, e vuole dimenticare tutto. "Non mi lascio impressionare da chi soffre di presunzione e non è aperto a un mondo che cambia. E poi tutto questo appartiene davvero al passato. Adesso i parrocchiani sono preoccupati perché hanno saputo che fra un paio di mesi mi scade la convenzione con la diocesi di Padova. Ma io li rassicuro: ho avuto il rinnovo, resterò altri tre anni. E loro sono contenti".
Un prete straniero in una terra che per secoli ha mandato sacerdoti in missione in mezzo mondo. "La cosa più difficile? Imparare davvero la lingua. Conoscere l'italiano non basta, c'è anche il dialetto. Ma ormai me la cavo. "Magna e tase", "dame un goto", così posso fare due chiacchiere anche con i ragazzi al bar. Il mio lavoro? Faccio quello che fanno tutti i preti. Catechismo ai bambini, preparazione ai sacramenti, assistenza ai gruppi di giovani di Azione cattolica. Ma l'emozione più grande la provo quando entro nelle case per portare l'Eucarestia agli ammalati e alle persone molto anziane. All'inizio, gli stessi che mi accoglievano con sospetto - mi scambiavano per un vù cumprà - adesso vorrebbero che non andassi più via. Gli anziani, soprattutto, che si sentono soli e mi aprono il loro cuore. Raccontano la loro vita, i dolori e le cose belle, le speranze che ancora tengono dentro. E' in quel momento che mi sento sacerdote davvero: un uomo che aiuta gli altri uomini".
In seminario a 13 anni, "ma solo per sfidare mio fratello che era già entrato e dopo pochi giorni era tornato a casa. Da bambino io non andavo nemmeno a Messa". "Solo a sedici anni ho cominciato a pensare di fare il prete. Poi ho capito che il Signore mi chiedeva di essere generoso, e così ho accettato la chiamata".
Padre Javier è vicario parrocchiale a Stanghella, 4.600 abitanti sulle rive dell'Adige, e parroco a Stroppare, 500 abitanti. "Fare il prete, in fin dei conti, è un "mestiere" uguale in tutto il mondo. Sei dentro la Chiesa e gli insegnamenti del Vangelo non cambiano superando una frontiera. Volevo conoscere la realtà italiana, dalla quale arrivavano tanti sacerdoti nella nostra terra. Ho seguito alcuni corsi all'istituto per la liturgia pastorale a Santa Giustina e alla facoltà di teologia del Triveneto. Poi ho capito che anche qui sono utile, e penso di restare, almeno per alcuni anni. Certo, non mi dispiace fare il prete nella terra dalla quale arrivavano i missionari. Ho capito che quelli bravi, fra i missionari, cercavano di capire la realtà e la cultura del nostro Paese, prima di decidere come muoversi. Anch'io, che sono qui da quattro anni, ho speso molto del mio tempo per conoscere le sensibilità e la cultura di questo pezzo d'Italia".
Anche l'arciprete di Stanghella, don Silvano Silvestrin, 63 anni, è stato missionario in Ecuador. "La ruota del mondo - dice - gira davvero in fretta. Negli anni '90, quando ero missionario, facendo due conti ho scoperto che fra preti, suore e laici in Ecuador eravamo 60 padovani. E ora i loro preti vengono qui da noi perché ormai, con parrocchie molto grandi e preti sempre più anziani, non riusciamo ad annunciare quel Vangelo che prima portavamo a 10.000 chilometri da casa. Per fortuna c'è una convenzione con la Cei attraverso la quale il vescovo di Tulcàn, ad esempio, chiede a quello di Padova di accogliere un suo prete per motivi di studio. E il vescovo di Padova può chiedere a quello di Tulcàn un sacerdote per la pastorale o per assistere i suoi connazionali emigrati".
E' questo uno degli impegni di padre Javier. "Ogni seconda domenica del mese dico Messa per i latino-americani nella parrocchia dei Santi Angeli custodi di Padova. Oltre ai miei connazionali, ci sono peruviani, boliviani, argentini e colombiani. Organizziamo anche dei corsi. Uno di lingua italiana, non solo perché è indispensabile, ma perché è giusto, quando si arriva in un altro paese, conoscerne la lingua. E' una questione di rispetto. E poi c'è un corso di cucina italiana, per le donne che fanno le domestiche e le badanti e così imparano a cuocere la pasta e fagioli o il ragù padovano per gli anziani che assistono. Ci sono operai, addetti alle pulizie negli ospedali. Ma c'è anche chi studia e questa mi sembra davvero una cosa buona".
Dieci fratelli, in Ecuador. "Cinque sposati, un prete che sono io, una suora che assiste i vecchi abbandonati a Quito e altri tre fratelli in attesa di matrimonio. Il ritorno in Ecuador? Forse. Io sono a disposizione del vescovo di Tulcàn, che mi ha prestato a Padova. Del resto, nel mio seminario, noi di Tulcàn eravamo solo 7 ed ora sono 25. In Ecuador i preti non mancano e io qui mi trovo molto bene. Arrivo da un Paese tropicale dove l'inverno e l'estate non esistono. A Stanghella ho scoperto le quattro stagioni. Calpesto la neve e dopo qualche mese sui colli Euganei - ci vado in bicicletta - arrivano i primi colori sugli alberi ed i primi fiori. E' bellissimo. E poi ci sono i sorrisi degli anziani, quando porto loro la Comunione. Adesso nessuno mi lascia fuori dalla porta".
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giovedì 22 giugno 2006
Un rene per finanziare viaggio in Italia
Come un maratoneta stremato dalla fatica che all'ultimo chilometro incontra un ostacolo imprevisto. Così appare la vita di Angela e Andrej a chi se la sente raccontare. E sono ormai parecchi a conoscerla, perché è una di quelle storie che nessuno vuole tenere per sé: condividerla è un modo per stemperare l'angoscia.Non sembra una vicenda di questo secolo. Non ha nulla di europeo, benché si sia sviluppata tra il cuore dell'Europa e i suoi confini, cioè tra l'Italia, la Turchia e la Moldova, che è il paese dove sono nati Angela e Andrej e i loro tre figli: Ivan, di 13 anni, Vasili di 10, Andrej di 6. Tutto cominciò a Menjir, un paese a 120 chilometri da Chisinau, in una delle zone più povere della povera Moldova. Menjir da alcuni anni è diventato famoso. Ha, infatti, un'industria molto speciale: produce organi di ricambio per esseri umani. Reni, specialmente. Nel 2001 Andrej fu assunto. Il contratto prevedeva un viaggio in Turchia, a Istanbul, l'attesa del compratore (si tratta solitamente di facoltosi cittadini europei o israeliani), un breve periodo di degenza in una clinica di lusso, l'asportazione dell'organo e il ritorno a casa. Tutto questo in cambio della bellezza di 2000 dollari. Somma che potrà apparire irrisoria per un intervento che produce una menomazione permanente e una riduzione considerevole dell'aspettativa di vita, ma che è un bel gruzzolo per un bracciante agricolo che, lavorando fino a dodici ore il giorno, quando gli va bene guadagna venti-trenta dollari al mese. Diventato, come una sessantina di suoi compaesani, un odnopochechnik, cioè un "monorene" (l'espressione è entrata nel linguaggio locale e individua con precisione la categoria) Andrej decise di investire metà della somma per finanziare l'emigrazione di Alla, la cognata. Dopo un anno, gli altri mille dollari erano già finiti. E le retribuzioni per i braccianti agricoli era rimaste le stesse, miserabili, del 2001. Inoltre Andrej sentiva che il suo fisico non era più quello di una volta. Fu così che Angela decise di seguire la sorella Alla in Italia. Era il 31 di agosto del 2004. Non è difficile immaginare la soddisfazione mista a rabbia di Angela quando, benché clandestina, trovò il suo primo lavoro come badante per l'astronomica somma di 700 euro al mese. Soddisfazione perché, anche detraendo il necessario per mangiare, dormire, vestirsi, i soldi che avanzavano garantivano ai suoi tre bambini la possibilità di alimentarsi e di studiare. Rabbia nello scoprire che il rene di Andrej valeva meno di tre mesi di un lavoro sottopagato in Italia. Poco più di un anno dopo, nel novembre scorso, Angela lavorava presso una famiglia di un paese della provincia di Pavia e vedeva, anche se in un orizzonte lontano, il traguardo, e cioè la possibilità di una vita normale. Ma si sentì male. Una sofferenza tremenda e improvvisa, la sensazione di non poter più respirare, la paura di morire. Da allora Angela è paralizzata, del tutto inabile al lavoro. Molto probabilmente la sua vita sarebbe già finita se la signora per la quale lavorava non si fosse presa cura del suo caso come se fosse stato quello di una figlia. Angela adesso è in una clinica specializzata, dà lievi segnali di recupero. Ma i medici non sono riusciti a capire che male l'abbia colpita, tanto che c'è chi ipotizza un effetto ritardato ma micidiale delle radiazioni di Chernobyl. Il suo sogno, e per questo chiede aiuto, è essere trasferita in un ospedale vicino a casa.
(4 giugno 2006) www.repubblica.it
martedì 20 giugno 2006
Dipendenza da videogiochi
Videogiochi, clinica ad Amsterdam per curare i giovani dalla dipendenza
Cresce il numero di adolescenti che sta anche 16 ore davanti al pc
AMSTERDAM - Due settimane nei boschi fra Olanda e Germania, a contatto con la natura e - soprattutto - lontano dai videogiochi. Un vero e proprio campo di sopravvivenza per chi vive attaccato al joystick: l'idea è venuta alla clinica Smith and Jones di Amsterdam, specializzata nella cura delle dipendenze. Solo dimostrando ai drogati del pc che la vita reale può essere più eccitante di una partita sulla schermo, spiegano gli organizzatori, si può sperare di salvare chi ha fatto del gioco virtuale una malattia. Come gli adolescenti tra gli 8 e i 18 anni che riescono a stare anche 16 ore davanti al computer, fenomeno in preoccupante. Serve dunque un taglio netto con le consolle e una fuga nei boschi, per guarire una dipendenza che, secondo studi condotti dall'Università di Amsterdam, è del tutto simile a quella da droga. E che a questa spesso si intreccia, dando vita a un mix in grado di 'obbligare' i giocatori a stare ore e ore attaccati al computer con l'unico scopo di passare al livello successivo. Pensieri ossessivi, problemi di salute, danni seri alle relazioni personali, a scuola e sul luogo di lavoro: queste alcune delle conseguenze della sindrome da videogame, scatenata soprattutto da giochi violenti e sanguinari. In essi il 'drogato' si identifica, delegando alla vita dei personaggi virtuali le emozioni reali. La Smith and Jones non è la prima struttura a occuparsi di dipendenza da videogiochi. Ne esistono già una dozzina, negli Usa, in Canada e in Cina. Ma la clinica olandese sarà la prima, con il 'ritiro' di metà luglio, a ospitare i propri pazienti. Nella speranza che alberi e boschi li aiutino a creare un rapporto equilibrato con il pc: scopo del campo, spiegano infatti gli organizzatori, non è far abbandonare il computer ai 'drogati'. Alla fine del corso saranno infatti aiutati a riavvicinarsi a esso. Ma finalmente disintossicati. (17 giugno 2006) www.repubblica.it


