giovedì 27 dicembre 2007

Formazione teologica per laici



Il pensiero unico


Il pensiero unico di Natale

di Lietta Tornabuoni

Ci voleva Natale per capire bene quello che potremmo chiamare (non in senso filosofico, ma letterale) il pensiero unico. Le persone non parlavano che di progetti natalizi («Andiamo da mia cognata, Vengono tutti da noi, A Firenze da mio figlio, Una scappata d’un giorno al paese, Forse Londra o forse no»), di roba da mangiare («Lasagna coi carciofi, affettati, brodo, tacchino»). Parlavano meno dei regali, ridotti in quantità e valore, più fatti che ricevuti, oggetto di mutamenti sociali: anche i doni aziendali (per fortuna, essendo un’abitudine irragionevole oppure corruttrice) sono molto diminuiti, fin quasi a estinguersi. Armani è stato il primo, già anni fa, a mandare a Natale un elegante biglietto di auguri con l’avvertimento che i fondi previsti per i regali sarebbero stati versati all’Unicef, ai bambini miseri d’una zona africana, ad altri enti: poco a poco, la Rai e molte altre aziende ne hanno seguito l’esempio. Gesto utile e generoso, ma perché impiegarvi i soldi destinati ai doni altrui anziché i soldi propri?
Bambine benefiche chiamate Chanel (è l’ultimo trend popolare, insieme con i nomi Giada o Lavinia) spedivano due euro col telefonino. Natale ha impazzato alla televisione e sui giornali, alternato ai delitti di famiglia più atroci, ai crimini più difficili da risolvere: cerimonie religiose, non-notizie, fumetti e film natalizi, apparizioni promozionali di registi e interpreti di film di Natale, concerti di musiche d’occasione, eserciti di persone (anche bimbi piccoli) vestite di rosso con la barba bianca: era già un miracolo che non vestissero da Babbo Natale Giorgino, Magalli o l’inviato a Kabul. Ieri è stato un giorno di pausa, oggi tutto ricomincia finalizzato al Capodanno o addirittura, allo scopo di prolungare il più possibile «le feste», all’Epifania.
Un sospetto, o almeno un dubbio: non sarà che il pensiero unico di Natale funzioni pure in altri momenti dell’anno, non sarà che parliamo tutti delle stesse cose negli stessi identici termini, non sarà che stiamo disimparando a usare la testa?
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=3942&ID_sezione=&sezione
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Babbo Natale sinistramente allegro


Un articolo che non mi convince in tanti passaggi,
ma che ha una buona intuizione di fondo.


"Babbo Natale invece è sinistramente allegro; è persuaso e vuole persuadere gli altri che tutto va bene e andrà sempre meglio; che il nostro mondo, la nostra società, il nostro benessere, il nostro denaro, la nostra democrazia, il nostro teatro quotidiano siano i migliori e gli unici possibili, una crescita destinata ad accrescersi trionfalmente sempre più, una scorpacciata senza limiti garantita da pillole digestive sempre più efficaci, un progresso inarrestabile, uno stadio definitivo e un ordine immutabile, un oggi scambiato per l'eterno. Incubi di pranzi in cui l'obbligato ingozzarsi insinua nell'animo una pesantezza di morte, quintali di biglietti augurali e cassette di vini e di dolciumi che ingombrano la casa dei fortunati destinatari di omaggi con la violenza dell'invasione. Il Natale è la nascita di un bambino, di un salvatore che sarà crocifisso e conoscerà l'estremo abbattimento del Getsemani; la gioia che esso annuncia non è una truffa, perché non nasconde il dolore, il crollo del mondo".


tratto dall'articolo di C. Magris, Babbo Natale falso ottimista, Corriere 24 dicembre 2007

mercoledì 26 dicembre 2007

Amico


Amico: perché sei il legame che unisce, ma non imprigiona.
Amico: perché sei la stella che guida, ma non abbaglia.
Amico: perché sei l'albero che abbraccia, ma non stringe.
Amico: perché sei la brezza che placa, ma non addormenta.
Amico: perché sei sguardo che scruta, ma non giudica.
Amico: perché sei parola che previene, ma non tormenta.
Amico: perché sei fratello che corregge, ma non umilia.
Amico: perché sei un mantello che copre, ma non soffoca.
Amico: perché sei lima che affina, ma non scortica.
Amico: perché sei la mano che accompagna, ma non sforza.
Amico: perché sei il cuore che ama, ma non esige.
Amico: perché sei la tenerezza che protegge, ma non assoggetta.
Amico: perché sei immagine di Dio, appunto per questo.


E. Oshiro

martedì 25 dicembre 2007

AUGURI DISTINTI!


E' qui lo sbaglio: nella pretesa di voler trovare delle formule standard, buone per tutti. Invece, a Natale, non si possono porgere auguri indistinti.
Dire buon Natale a te, Ignazio, che vivi immo­bilizzato da anni, dopo quel terribile incidente stradale che ti ha ridotto a un rudere, è molto di­verso che dire buon Natale a te, Franco, che hai fatta spese pazze per rinnovarti l'attrezzatura scii­stica, e il 25 dicembre lo passerai in montagna, do­ve hai già prenotato l'albergo per la settimana bianca. Tu, Ignazio, la stella cometa del presepe non la vedi neanche, perché non puoi muovere la testa dal guanciale. E, allora, devo descrivertela io, e dirti che essa fa luce anche per te, e assicurarti che Gesù è venuto a dare senso alla tua tragedia e che, nella notte santa, anzi ogni notte della tua vita, egli trasloca dalla mangiatoia per venirti ac­canto e farsi scaldare da te. Tu, Franco, la stella co­meta non la vedi perché non hai tempo per pen­sare a queste cose, e in testa hai ben altre stelle. E, allora, devo provocartene io la nostalgia, e dirti che le lampade dei ritrovi mondani, dove consu­mi le tue notti e i tuoi soldi, non fanno luce suffi­ciente a dar senso alla tua vita.
Dire buon Natale a te, Katia, che il 26 andrai all'altare con Cosimo, è molto diverso che dire buon Natale a Rosaria, che il mese scorso ha fir­mato la separazione consensuale, dopo che Gigi se n'è andato con un'altra. Perché a te, Katia, basterà l'invito a vedere nel presepe la celebrazione nu­ziale suprema di Dio che prende in sposa l'uma­nità, e già ti sentirai coinvolta nel mistero dell'in­carnazione. A te, Rosaria, invece, che per la pri­ma volta le feste le passerai sola in casa, e che non hai voglia neppure di andare a pranzo dai tuoi, oc­correrà tutta la mia discrezione per farti capire che non è molto dissimile il ripudio subito da Gesù nella notte santa. Buon Natale, Rosaria! E buon Natale anche a Gigi, perché, scorgendo nel bam­bino del presepe il mistero della fedeltà di Dio, torni presto a casa.
Dire buon Natale a te, carissimo Nicola, che mi sei tanto vicino con la tua amicizia, ma anche tan­to lontano con l'ateismo che professi, è molto di verso che dire buon Natale a te, don Donato, che sei rettore del seminario regionale, e, le parole di santità, tu sei bravo a dirmele più di quanto io non sappia fare con te. Perché tu, don Donato, hai un cuore che trabocca di tenerezza, e quando parli del Verbo che scende sulla terra e diventa l'Emmanuele, cioè il Dio con noi, si vede che ci credi a quello che dici, e daresti la vita perché anche gli altri ponessero lo sguardo su quel pozzo di luce che rischia di accecare i tuoi occhi. Mentre tu, Nicola, davanti al presepe resti impassibile, e il bue e l'a­sino ti fanno sorridere, e l'incanto di quella notte ti sembra una fuga dalla realtà, e rassomigli tanto a qualcuno di quei pastori (qualcuno ci deve esse­re pur stato!) che, all'apparizione degli angeli, non si è neppure scomposto ed è rimasto a scaldarsi da­vanti al fuoco del suo scetticismo. Non voglio for­zare la tua coscienza, ma sei proprio sicuro che quel bambino non abbia nulla da dirti, e che que­sto mistero (che tu vorresti confinare tra le favo­le) di Dio fatto uomo per amore, sia completamente estraneo al tuo bisogno di felicità? Auguri, comunque, perché la tua irreprensibile onestà umana trovi nella culla di Betlem la sua sorgente e il suo estuario.
Dire buon Natale a te, Corrado, che vivi nella casa di riposo, e la sera ti lasci cullare dalle nenie pastorali, e te ne vai sulle ali della fantasia ai tempi di quando eri bambino, e la tua anima brulica di ricordi più di quanto i tratturi del presepe non brulichino di pecorelle, e pensi che questo sarà forse il tuo ultimo Natale, e ti raffiguri già il mo­mento in cui Gesù lo contemplerai faccia a faccia con i tuoi occhi... è molto diverso che fare gli au­guri a te, Antonietta, che hai vent'anni e tutti di­cono che non sei più quella di una volta, e l'altro giorno mi hai confidato che non fai più parte del coro e che forse quest'anno non ti confesserai nep­pure. Buon Natale, Antonietta! Pregherò perché tu possa trovare cinque minuti per piangere da so­la davanti alla culla, e in quel pianto tu possa spe­rimentare le stesse emozioni di quando la sempli­ce carta stagnola del presepe ti faceva trasalire di felicità.
Un conto è dire buon Natale a te, Gianni, che stai in ospedale e oggi anche i medici se ne sono andati, e tu non vedi l'ora che arrivi il momento delle visite per poter parlare con qualcuno, e un conto è dire buon Natale a te, Pietro, che in car­cere nessuno verrà a trovare dopo che ne hai com­binate di tutti i colori perfino a tuo padre e a tua madre. Auguri a tutti e due, comunque, e ai vostri compagni di corsia o di cella: Gesù Cristo vi re­stituisca la salute del corpo e quella dello spirito.
Buon Natale a te, Carmela, che sei rimasta ve­dova. A te, Marina, che sei felice perché le cose vanno bene. A te, Michele, che ti disperi perché le cose vanno male. A te, Mussif, e a tutti i profu­ghi albanesi che vivono insieme nella casa di ac­coglienza. A te, Sahìd, che guardi alla televisione gli spettacoli dell'Unicef sui bambini iracheni e slavi decimati dalla fame, e, per un'associazione di immagini non certo molto strana, pensi ai tuoi fi­gli che hai lasciato in Tunisia.
Dopo che l'ho poggiata sull'altare, profumata d'incenso e grondante ancora di benedizioni divi­ne, voglio dare la mano a tutti, sicuro che nessu­no tirerà indietro la sua.
Perché a Natale, felice o triste che sia, fedele o miscredente, miserabile o miliardario, ognuno av­verte, chi sa per quale mistero, che di quel bam­bino «avvolto in fasce e deposto nella mangia­toia», una volta conosciuto, non può più fare a meno nessuno.


mons. Tonino Bello, Avvento-Natale. Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 122-126.

The Blues Brothers - "Ho visto la luce!"

Un piccolo saggio della Veglia prima della Messa di Mezzanotte a Lurago M.

lunedì 24 dicembre 2007

Fortune della vita - 10


Stamattina alle sette

ad est luci d'alba

ad ovest luna piena

a nord silenzio

a sud silenzio

in basso terra

in alto cielo

Prenatalizia - 7


"Non so che libro scriverò domani, perché non so che uomo sarò. Per il momento, vorrei che la mia vita fosse come un fiore che continua ad aprirsi, con un profumo sempre più grande. Vorrei imparare a piangere, vorrei arrivare a capire meno perché rifletterei sempre di più, vorrei leggere libri che siano belli come un prato, e posare il mio sguardo sulla luce scritta, vorrei giungere alla morte più fresco di un neonato, e morire con lo stupore dei neonati quando li si fa emergere dall'acqua".


Christian Bobin, La luce del mondo, 188

domenica 23 dicembre 2007

Letture



"Ci sarà sempre qualcosa che mi mancherà, perché so leggere;


non vedrò mai più il mondo come lo vedrebbe un illetterato"




Christian Bobin, La luce del mondo, 139

Prenatalizia


Le famiglie che si radunano per la celebrazione della Pasqua settimanale, cioè per la messa domenicale, sono davvero fortunate, o, meglio, benedette. Trovano nella chiesa dove la comunità si raduna un luogo dove il peso della settimana può farsi più lieve: sanno che nel calice del vino si aggiunge un po' d'acqua.
Sono le loro lacrime, le lacrime di tanti che hanno passato giorni di dolore, di fatica, di nervosismo, di umiliazione.
Le lacrime si mescolano con le forti grida e le lacrime del Figlio di Dio: diventano la forza di una nuova alleanza. Senza la Domenica non possiamo vivere, benedette quelle famiglie che sanno accogliere il dono della Domenica senza lasciarsi trascinare dalle mode che ne vorrebbero fare una occasione di dispersione, di consumo, di frenesia di esperienze.
La convocazione comunitaria è profezia di una possibile fraternità dentro la città, nel cuore dei paesi: la messa della Domenica è la grazia di un incontro con fratelli e sorelle nella fede che ritessono la trama di rapporti che rischia di essere lacerata dall'individualismo e dalle paure, dalle pigrizie e dalla suscettibilità. È bella la messa della Domenica! Deve essere bella la chiesa, devono essere belli i canti e le parole: deve essere una festa.
I cristiani devono sentirsi nelle condizioni di invitare amici e conoscenti alla messa della Domenica: venite anche voi, è così bello e così necessario! La preghiera condivisa è una insuperabile esperienza spirituale. Si condivide la preghiera con tutti, con tutta la comunione dei santi.
Talora la fede fragile, distratta, problematica di uomini e donne del nostro tempo trova una imprevedibile intensità quando avverte d'essere dentro la grande preghiera della Chiesa: anche le parole ridotte a formule consunte possono diventare fuoco quando uno riesce a intuire come hanno vissuto la confidenza in Dio e il cammino della fede, proprio con quelle stesse parole, la santa nonna o il beato Cardinal Schuster, Madre Teresa o Padre Pio, Teresina di Gesù o il mio vecchio parroco, Carlo de Foucauld o mio papà.
La preghiera condivisa può essere un aiuto nei cammino della fede anche per i genitori. L'incanto con cui un bambino accende una candela o si prepara a ricevere la prima comunione, la concentrazione con cui il figlio presta servizio all'altare sono come una rivelazione della verità e serietà della presenza di Dio. La mamma e il papà che portano in chiesa il figlio per una scadenza che sembra imposta dall'età e dalla tradizione sono talora introdotti alle domande più serie, e tra tutte le cose importanti possono intuire che una sola è quella necessaria...


card. D. Tettamanzi, I giorni di Gerusalemme, 18-19

sabato 22 dicembre 2007

Presunzione


"L'uomo può dire: 'Voglio morire', ma è incapace di realizzare il contrario: 'Io non voglio morire'".

T. Spidlik, "Maranathà". La vita dopo la morte, Lipa, 99

Prenatalizia - 6


Desideri per le giovani coppie

"Questo invito si rivolge specialmente ai giovani che pensano alla famiglia come allo stato di vita loro destinato. Vorremmo che il concetto della famiglia prendesse nel loro animo splendore ideale; vorremmo che alla realizzazione di questo ideale portassero limpida e piena la loro forza d’amore; vorremmo che sentissero la vocazione che si nasconde e si pronuncia nell’attrattiva alla fondazione di una famiglia; vorremmo che non impuri pensieri e scorretti costumi devastassero la vigilia del loro matrimonio; vorremmo che non calcoli egoistici ed edonistici intristissero i disegni del futuro focolare; vorremmo che la scienza del vero amore loro derivasse da Cristo, che dà la sua vita per la Chiesa sua sposa, destinata ad estendersi a tutta l’umanità; e che la grazia del sacramento zampillasse, come inesausta fontana, in ogni giorno della loro vita coniugale. Un tipo di famiglia nuovo noi ci attendiamo dalia generazione giovanile, a cui le tremende esperienze della storia presente devono avere insegnato che solo un cristianesimo autentico e forte possiede la formula della vera vita".
papa Paolo VI, Dall'udienza generale del 17 dicembre 1969

venerdì 21 dicembre 2007

Intelligenza e sapienza


"Ho bisogno qualcuno di intelligente per essere intelligente a mia volta".


"Il reale ci dà esattamente ciò che noi diamo a lui, né più né meno. Quando sono mediocre, quello che vedo mi sembra lo stesso. Allora ho l'anima di un bulldog: tutta raggrinzita".


Christian Bobin, La luce del mondo, Gribaudi, 106.108

Prenatalizia - 5


Auguri laici

Non c'è bisogno di condividere proprio tutto di questo testo... però ci dice qualcosa!


Caro Gesù Bambino, quando mai ci hai detto che dovevamo comprare tutta quella roba per onorare il tuo compleanno? Facci capire rapidamente se con questo tipo di Natale ti stiamo onorando o se invece ti stiamo bestemmiando, perché qui sulla Terra è già a novembre e tutti stanno diventando matti. Le vetrine si riempiono di merci che, per tre quarti, finiranno in pattumiera in gennaio. In televisione cominciano ad apparire le babbe natale coscialunga; certo, anche le belle gambe sono opera del Signore, ma le usano per sostituire in noi acquirenti i neuroni con gli ormoni; per fortuna che non funziona più, abbiamo esaurito da tempo sia gli uni che gli altri. Decine di milioni di panettoni industriali sono pronti fin da agosto (per questo sono pieni di conservanti) ad essere innaffiati da altrettanti litri di sedicente spumante gasato, affinché tutti possano scambiarsi almeno un rutto di augurio. Qualche gloriosa maestra proverà a dire ai bambini che il Natale è un’altra cosa; ma occorre qualche idea energica perché non sembri la solita predica pedante. Su La Ricarica glie ne suggeriamo un paio, perché la televisione ha dei budget miliardari per smentirla ogni 15 minuti con linguaggi molto più persuasivi e deduttivi: spendete e sarete più ricchi, per scambiarvi amore scambiatevi merci, ogni bambino è nato per comprare. E intanto, addio tredicesima. Anche sul nostro terrazzo un abete (sfigatino) si sta per illuminare al ritmo alternato di un gingillino made in china. Se lo scegliamo bene, ci suona anche Jingle Bells con quei suonini low-fi a otto bit. E’ vero, suonano in modo così raccapricciante che preferiremmo le musichette di attesa dei call center, ma se a qualcuno piacciono, per lui non è un problema. Diventa un problema se piacciono al mio vicino, sul cui terrazzo sembrano scoreggine acute di zanzara che suonano da novembre a gennaio. Ammetterai che è una bella sfida, per non nominare invano il nome tuo e di tutta la tua famiglia. Ma sarò bravo.Proprio in tema di bestemmie ti scrivo. Persone più sagge di me hanno scritto per un millennio cose importanti sul rapporto tra il tuo nome e il Verbo; ma erano tempi di oralità e di comunicazione personale diretta, chiunque, anche l’analfabeta, sentiva il mistero enorme di creare il significato facendolo emergere dalla sua assenza attraverso il suono pronunciato; oggi c’è più quantità ma meno qualità, vale per i segreti sussurrati a se stessi, per le parole magiche degli imbonitori, per il sussurare degli innamorati, per tutti i nostri suoni intimi dal primo vagito all’ultimo rantolo; vale (inutile negarlo) anche per il tuo nome, se no io stesso (lo sai) non oserei scriverti in questa forma. Vale per il bestemmiare quanto per il pregare: visto che oggi la parola pesa meno, sarebbe meglio pregare coi fatti.Nel mio piccolo, quando parlo di bestemmia non mi riferisco a quel che insegnano al catechismo; tu che conosci la psicoanalisi da prima di Freud, sai bene che quando noi umani diciamo porco qui e porco là, non ci riferiamo ai tuoi familiari ma, inconsciamente, ai nostri genitori e nonni. Parlo di un’altra bestemmia, cioè glorificare e onorare il dio pagano della merce, e con lui lo spreco di risorse naturali preziose e la distribuzione ingiusta delle ricchezze, con la scusa del tuo compleanno. In tuo nome facciamo invecchiare precocemente il pianeta. Questo sì, è bestemmiare. Lo ammetto, tra le luminarie e i pacchettini noi saremo davvero gioiosi; imbecilli sì, ma felici; perché lo spreco di energia e materia somiglia al sacrificio delle caprette nei riti pagani. In un popolo pre-moderno in balia delle fragilità ( siccità, carestie, malattie...), basta una coltellata sul gozzo della bestia: significa tanto sangue che schizza in giro, tanta adrenalina nel sangue di chi guarda e tutti che diventano emozionati ma contenti, perché l’inconscio dice “è successo a lei e non a me, quindi io esercito un controllo sugli accadimenti”. Analogamente noi postmoderni spendiamo in merci ed energia in un mondo sempre più povero, e sicuramente ne ricaviamo una sensazione psicologica di padronanza, perché sentiamo di esercitare un controllo sugli accadimenti. In entrambi i casi, non è un buon uso del nostro cervello.Tu di queste cose te ne intendi, ti sei fatto crocifiggere: il terribile sacrificio del soggetto per avvertirci che il sacrificio pagano dell’oggetto è una liberazione fittizia... Tu ci hai provato a raccomandarci una spiritualità capace di contrastare questo consumismo materialista; ma lo sai quanto è difficile venire a spiegarlo a noi umani. Guarda cosa sta succedendo al tuo collega Maometto, poveraccio: è quello che è successo a te dai tempi delle crociate, quando eravamo noi cristiani a massacrare nel tuo nome. Anche questa, come bestemmia, non è da poco. Lo abbiamo continuato a fare nella colonizzazione del mondo: ad esempio abbiamo sterminato un l’intero sudamerica, che aveva la sfortuna di avere l’oro sotto i piedi, nel nome di Sua Maestà Cattolica. Poi abbiamo continuato. Pochi decenni fa c’erano i campi di sterminio con su scritto Gott Mit Uns, Dio è con noi, per sterminare una “razza deicida”. E anche adesso quelli che bombardano gli iracheni ti tirano in ballo, hanno improvvidamente usato le stesse parole e senza il voto di 80.000 cristiani integralisti americani non sarebbero nella stanza dei bottoni. I bombardati di oggi non hanno sotto i piedi l’oro di Montezuma, ma un dono ancora più prezioso, quel petrolio che alimenta le stelline elettriche del nostro Santo Natale. Che alimenta le macchine che intasano il centro per lo shopping. Che ha reso possibile tutto il processo di produzione di ciascuno degli oggetti da regalo che compreremo con la nostra tredicesima.Infatti serve energia per escavare le materie prime, raffinarle e portarle alla fabbrica che produce l’oggetto, energia per fabbricarlo, energia per portarlo in Europa, energia per venderlo. Poi forse sarà usato, probabilmente no, comunque finirà nella pattumiera dove servirà altra energia per togliercelo dalle scatole. Toglierselo dalle scatole con le relative scatole, le migliaia di tonnellate di cartoni, fiocchettini, carte luccicanti che ogni 26 dicembre manderanno in tilt cassonetti, spazzini e discariche per una settimana; così, tanto per cominciare bene il nuovo anno.Però posso darti anche una buona notizia; questo Natale per la prima volta gli acquisti sul web supereranno quelli fatti in supermercati e ipermercati; è un tuo regalo? noi lo dicevamo da tempo che prima o poi internet avrebbe fatto agli ipermercati quello che gli ipermercati avevano fatto ai negozietti. Bene, comincia la vendetta del piccolo bottegaio che un tempo vendeva assieme alla merce anche la competenza; come? ah, già; la vendetta è un sentimento poco cristiano; scusami.Hai ragione anche perché i regali che proporrei non si comprano su internet ma nascono da un’idea che gira gratis per Internet, in particolare dal sito http://www.buynothingchristmas.org/ Ad esempio Studenti che fanno bancarelle per regalare o scambiare gli oggetti che non usanoFare una torta in casa e regalarlaRegalare un regalo fatto ad altri, cioè a una popolazione povera una capra, una mucca, un alveare o delle semenze; si può fare ad es. attraverso il sito http://www.oxfam.org.uk/, Regalare del tempo, ad es. un coupon per un babysytteraggio, la verniciatura di una stanza, un massaggio, un aggiornamento del computer, una riparazione della bicicletta, una traduzione... oggi il tempo vale più del denaro, quindi è un regalo più prezioso.Regalare un bel film o un bel disco; sì, hai capito bene, dico di masterizzarlo; non penserai anche tu che sia un furto, come dice la propaganda delle case discografiche? non credo proprio. Anzi, se si diffondono liberamente le emozioni genuine e i pensieri profondi in quest’era di superficialità, ci scommetto che tu sei più contento.Regalare delle competenze o delle abilità, cioè delle lezioni su qualche cosa che il donatore sa.Regalare una poesia, un disegno, una fotografia, una ricetta o comunque una creazione.Regalare qualcosa che costa pochissimo ma che può essere molto prezioso perché nell’acquisto il donatore esercita una particolare competenza, come dei semi particolari, piccoli articoli di belle arti, una spezia esotica, un certo software... naturalmente con le istruzioni per usarlo.Se proprio qualcuno vuole spendere, basta scegliere regali elementari comprati dove non fanno danno:cibi comprati direttamente dal contadino, prodotti del mercato equo e solidale, prodotti delle cooperative che operano nei terreni sequestrati alla mafia,abbonamenti a riviste indipendenti e critiche, che spesso faticano a sbarcare il lunario (in mezzo a tanta stampa foraggiata dalla politica artificiale), benché siano la coscienza critica indipendente del nostro Paese.

Tanti auguri, anche per gli altri 364 giorni!

di Marco Geronimi Stoll

giovedì 20 dicembre 2007

Compay Secundo - Te doy la vida

Te doy la vida
Te doy la vida porque mi vida es tuya
Te entrego el alma sedienta de ilusión
No dudes nunca que muero por quererte
Te doy la vida, te doy el corazón (se repite)
Y cuando dueño sea, de la ilusión que siento
Unidos encontraremos la dicha y el placer
Juntitos viviremos, juntitos moriremos
Unidas las dos almas formando un solo ser
El amor de las mujeres no tiene comparación
No tiene, no tiene, no tiene comparación (se repite)
El amor de las mujeres no tiene comparación.


Canzone di Compay Segundo

Regali?




Prenatalizia - 4

Figli

Gesù non si trova tra relazioni scontate e ovvie, tra parenti e conoscenti, perché i suoi legami non dipendono dalla carne e dal sangue, ma dall'ascolto della parola di Dio (cfr Luca 8,21).
Maria e Giuseppe non trovano subito questo figlio che cresce, ma lo incontrano solo dopo tre giorni, nella gloria del tempio e in dialogo con Dio. Maria e Giuseppe rimangono pieni di stupore perché questa ricerca di Gesù si rivela come qualcosa di più grande di quanto potessero immaginare: sconvolgerà il senso normale dello loro esistenza e le prospettive del loro futuro. Eppure, hanno un grande rispetto e una grande attenzione verso Gesù. Fanno ritorno a Gerusalemme, come i discepoli dopo la Pasqua, pronti per una nuova rivelazione (cfr Luca 24,33).
Anche i genitori di oggi si trovano a riflettere e a pensare alle scelte che i loro figli dovranno intraprendere. Pensano, spesso con eccessiva preoccupazione, ai loro studi, alla loro professione, al loro posto nella vita e al loro futuro nell'amore. A volte sognano successo, ricchezza, prestigio, proiettando sui figli i loro desideri irrealizzati. Altre volte desiderano semplicemente una crescita serena, che sia senza eccessi, senza intemperanze, né smarrimenti. Alcuni si preoccupano della loro fede e di una seria educazione cristiana; altri la ritengono una questione di minor valore. In questa ricerca continua sul futuro dei figli, ogni papà e ogni mamma devono sempre avere un grande rispetto, una grande attenzione e una vera libertà da ogni attaccamento ai propri schemi: i figli non sono la loro copia o il loro specchio. Sono persone, persone libere e autonome.
Pensate, cari genitori, che non c'è niente di più bello di quanto Dio ha immaginato e predisposto per i vostri figli. Introdurre alla vita e alla fede significa insegnare ai bambini che la vita è un dono prezioso e una singolare vocazione. Voi avete la grande responsabilità di parlare ai vostri figli del mistero della vocazione, del fatto che Dio ha un progetto su di loro: non devono ostacolarlo, né devono temere, perché il desiderio di Dio su una persona è il suo bene più grande.


card. Tettamanzi, Famiglia comunica la tua fede, n. 19

mercoledì 19 dicembre 2007

Leggere, leggere, leggere


"Un vero libro è sempre una persona che entra nella nostra solitudine".


Christian Bobin, La luce del mondo, Gribaudi 2006, 44

Prenatalizia - 3

Attesa
«Promessa sposa», cioè fidanzata! Noi sappiamo che la parola fidanzata viene vissuta da ogni donna come un preludio di tenerezze misteriose, di attese. Fidanzata è colei che attende. Anche Maria ha atteso; era in attesa, in ascolto: ma di chi? Di lui, di Giuseppe! Era in ascolto del frusciare dei suoi sandali sulla polvere, la sera, quando lui, profumato di vernice e di resina dei legni che trattava con le mani, andava da lei e le parlava dei suoi sogni.
Maria viene presentata come la donna che attende. Fidanzata, cioè. Solo dopo ci viene detto il suo nome. L'attesa è la prima pennellata con cui san Luca dipinge Maria, ma è anche l'ultima. E infatti sempre san Luca il pittore che, negli Atti degli apostoli, dipinge l'ultimo tratto con cui Maria si congeda dalla Scrittura. Anche qui Maria è in attesa, al piano superiore, insieme con gli apostoli; in attesa dello Spirito (At 1, 13-14); anche qui è in ascolto di lui, in attesa del suo frusciare: prima dei sandali di Giuseppe, adesso dell'ala dello Spirito Santo, profumato di santità e di sogni. Attendeva che sarebbe sceso sugli apostoli, sulla chiesa nascente per indicarle il tracciato della sua missione.
Vedete allora che Maria, nel Vangelo, si presenta come la Vergine dell'attesa e si congeda dalla Scrittura come la Madre dell'attesa: si presenta in attesa di Giuseppe, si congeda in attesa dello Spirito. Vergine in attesa, all'inizio. Madre in attesa, alla fine. E nell'arcata sorretta da queste due trepidazioni, una così umana e l'altra così divina, cento altre attese struggenti. L'attesa di lui, per nove lunghissimi mesi. L'attesa di adempimenti leali festeggiati con frustoli di povertà e gaudi di parentele. L'attesa del giorno, l'unico che lei avrebbe voluto di volta in volta rimandare, in cui suo figlio sarebbe uscito di casa senza farvi ritorno mai più. L'attesa dell'«ora»: l'unica per la quale non avrebbe saputo frenare l'impazienza e di cui, prima del tempo, avrebbe fatto traboccare il carico di grazia sulla mensa degli uomini. L'attesa dell'ultimo rantolo dell'Unigenito inchiodato sul legno. L'attesa del terzo giorno, vissuta in veglia solitaria, davanti alla roccia. Attendere: infinito del verbo amare. Anzi, nel vocabolario di Maria, amare all'infinito.

mons. Tonino Bello, Avvento-Natale. Oltre il futuro, Padova, Messaggero, 46-48.

martedì 18 dicembre 2007

Pensieri


I poveri sono sempre capaci di pensare ai "più poveri", come i ricchi sono sempre capaci di pensare ai "più ricchi".

Luigi Ferraresso