lunedì 9 aprile 2007

Estasi quotidiane

L'estasi delle tue volontà
(Madeleine Delbrel, Che gioia credere)

Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.

Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» del nostro destino.

Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.

Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.

Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.

Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.

Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.

Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.

Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.

L'abbraccio di Giuda


L’abbraccio disperato dell’Iscariota



(Caravaggio, 1598, Dublino) - Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna.

tratto da www.chiesadimilano.it

Le mani di Pietro


Le mani del Principe degli apostoli



(Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena) - Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia...
Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto.

tratto da www.chiesadimilano.it

sabato 3 febbraio 2007

Autorità e potere

La scomparsa dell’autorità di Pietro Citati

L’Italia ha divorato i padri: non c’è più autorevolezza ma uno sterminato indistinto potere

Qualche giorno fa, un mio amico mi ha detto: “Oggi, in Italia, non esiste più nessuna autorità”. Credo che avesse ragione. Nessuno degli uomini politici che ci governano da almeno una decina d’anni possiede la minima autorità: né i presidenti del consiglio, né i ministri, né i capi dell’opposizione, né i senatori né i deputati. L’autorità politica si è liquefatta come un gelato di vaniglia sotto il sole d’agosto. E, sebbene la mia esperienza della realtà sia scarsissima, ho l’impressione che questo fenomeno si sia esteso all’intero paese: sia al campo istituzionale o economico o giuridico o universitario, e persino alla Chiesa Cattolica. Capisco che questa morte dell’autorità possa piacere ai rappresentanti della cosiddetta generazione del sessantotto, la quale ha cercato di divorare i padri, a qualsiasi tipo e genere appartenessero. Vivere in questa condizione dà una specie di ebbrezza, che agli inizi è molto piacevole: il senso di una libertà e leggerezza quasi assolute, senza più padri, leggi, prescrizioni, precetti, divieti, come in una specie di paradiso terrestre prima del peccato originale. Ma l’euforia non dura mai a lungo. Chi divora i padri finisce per generare dei padri molto più mostruosi, che pretendono obbedienza fino alla morte: Napoleone o Stalin o Hitler o il nostro ridicolo Mussolini. In realtà, un italiano del 2007 ha completamente dimenticato cosa sia l’autorità e l’autorevolezza, che non sono affatto legati all’esercizio o tantomeno all’eccesso del potere: Per comprenderlo, basta rileggere Confucio e Platone. Chi possiede vèramente autorità obbedisce a un’ascesi rigorosissima. Se vuol comandare, deve in primo luogo rinunciare a se stesso; non insegue il proprio io, non lo esalta, non lo riflette nello specchio, non lo impone agli altri; e, in primo luogo, non desidera alti stipendi. Di solito, ha progetti, piani e programmi, che i suoi sottoposti non conoscono. Ma egli conosce intimamente ciascuno dei suoi sottoposti: ne intuisce i caratteri, le passioni, i desideri, molto meglio di quanto essi non li conoscano. In modo quasi inavvertito, riesce ad imporre loro i suoi progetti: quando essi li eseguono, credono di compiere i propri desideri. Così egli ispira loro una fiducia senza limiti e senza ombre, in modo che, come dicevano i cinesi, quando guardano se stessi credono di vedere Confucio, quando guardano Confucio credono di vedere se stessi. Se i progetti hanno successo, egli ne attribuisce il merito ai sottoposti, come se non li avesse nemmeno pensati. Se oggi, in Italia, non esiste più autorità, esiste uno sterminato potere. Tutti ne hanno: il ministro, l’infimo sottosegretario, l’industriale, l’impiegato della posta, il burocrate, il giornalista, il banchiere, il ladro, il professore, il giudice, lo studente delle medie; le migliaia di categorie sociali, corpi e istituzioni, nelle quali si suddivide il tessuto della società moderna. E tutto è diventato potere: l’immagine televisiva, il libro che finge di non avere scopo, la musica ripetuta fino all’ossessione, il disco o il vestito amati dai ragazzi di quindici anni. Il potere non ha un volto riconoscibile: è anonimo, vuoto, indifferenziato. E’ nebbioso, gelatinoso, vischioso: aderisce a coloro che lo desiderano e anche a coloro che nonio amano. Se tutti hanno potere, nessuno lo afferra. Così è lui che ci possiede, senza che noi lo sappiamo. Poche epoche come la nostra, la quale ha voluto seppellire i grandi della storia per liberarsi dalla morsa del dominio, sono state così schiave della soggezione e del fascino del potere. I potenti di oggi sono sempre più smaniosi di possedere il proprio potere. Nulla o quasi nulla, li divi e dai loro avversari: hanno quasi le stesse idee; ma esercitano il potere in modo sempre più esclusivo e autoritario. Vorrebbero che la televisione trasmettesse soltanto il loro volto meraviglioso, le loro parole affascinanti, i loro gesti impareggiabili. Non tollerano rivali nel proprio territorio: li combattono come nemici mortali. Se oggi in Italia godiamo ancora una parti di libertà, è soltanto perché tra l’uno e l’altro di questi poteri esistono luoghi vuoti, dove possono sopravvivere qua si liberamente coloro che non amano comandare. Non è sicuro che questa condizione durerà a lungo. Forse siamo giunti agli estremi: forse queste innumerevoli mafie stanno per saldarsi tra loro come in un gioco di puzzle, così da non lasciare nemmeno uno spazio dove vivere e respirare.

LA REPUBBLICA - 30 gennaio 2007

lunedì 22 gennaio 2007

Gioventù e vecchiaia

IL SONDAGGIO. Indagine Demos-La Repubblica
su gioventù e vecchiaia. Figli e lavoro le tappe

I vecchi? Non esistono più
adulti si diventa a 35 anni

E sopra i 64 solo la metà si definisce anziano
di LUIGI CECCARINI

VIVIAMO in una società che non vuole invecchiare. Alla quale non piace l'idea che il tempo passi. Gli italiani tendono a definirsi giovani anche quando sono adulti, e adulti anche quando sono anziani. Vecchiaia è un termine tabù. I giovani, coerentemente, spostano in avanti le tappe verso la vita adulta. E non si distinguono per reclamare uno spazio maggiore nelle posizioni di responsabilità della società. E' quanto emerge dai risultati della 12° indagine dell'Osservatorio sul Capitale sociale degli italiani curata da Demos - COOP, che ha approfondito il significato della giovinezza.

Alcuni dati fanno riflettere. Anzitutto va detto che gli orientamenti rilevati variano sensibilmente solo in base all'età dei rispondenti, senza apprezzabili differenze quando vengono considerate altre caratteristiche sociali.

Solo la metà (54%) di chi ha più di 64 anni si definisce anziano. Il 41% preferisce dirsi adulto. Quattro su dieci tra coloro che hanno tra 35 e 44 anni si ritengono giovani; evidentemente ai quarantenni non piace crescere. Allora l'indagine Demos-Coop ha chiesto agli italiani a che età si diventa adulti. Il dato medio indicato è 35 anni. Ma tanto più si è avanti con gli anni tanto più questa età di passaggio aumenta. Per i giovanissimi (15-17 anni) si diventa adulti a 26 anni. Per i ventenni a 30. Per quarantenni e cinquantenni a 36 anni. Avviene a 40 anni circa secondo i più anziani. I più giovani tendono a collocare questo passaggio in avanti nel tempo. Gli altri indietro, ma nelle immediate "vicinanze", in modo da non vederlo come un momento passato da troppo tempo.

Ma essere giovani o adulti, come spiegano gli studiosi, non è semplicemente una questione di età. Contano alcune tappe superate nella vita: 1) finire gli studi, 2) trovare un lavoro stabile, 3) vivere in una casa diversa da quella dei genitori, 4) sposarsi o convivere, 5) avere dei figli. Tutti passaggi che in Italia avvengono sempre più in là nel tempo. I giovani, quindi, rimangono tali più a lungo. Fatto comprensibile visto che la gioventù richiama anzitutto la parola spensieratezza (30%).

Fare un figlio (31%) e trovare un lavoro stabile (26%) sono i due passaggi che gli italiani più associano al diventare adulti. Ma i rispondenti valutano questi "riti di passaggio" con occhi diversi. Per i giovani si diventa adulti anzitutto attraverso la conclusione degli studi e andando a vivere fuori dalla casa dei genitori. Mirando così ad una maggiore libertà, che non necessariamente significa indipendenza economica o autonomia nei lavori domestici. I trentenni, invece, guardano in misura maggiore alla maternità e alla paternità come momento fondamentale. I soggetti più anziani riconoscono il lavoro stabile e il matrimonio come riti di passaggio. Le ragazze tra 18 e 34 anni attribuiscono più importanza all'uscire di casa e alla maternità (36%). I loro coetanei ad un lavoro e ad una unione stabile (22%).

Il ruolo dei giovani nella società è un aspetto centrale. Ed è opinione diffusa che questa generazione dovrebbe avere più spazio nelle posizioni di responsabilità (il 41% si dice molto e il 47% abbastanza d'accordo). E' interessante notare che tale orientamento viene sostenuto con più forza dagli italiani in là con gli anni (che si vedono ancora giovani). Ci si aspetterebbe, invece, che fossero i diretti interessati a rivendicare queste maggiori opportunità: i "veri" giovani.

La gioventù di oggi, rispetto a quella del passato, viene vista come più viziata (95%), con meno certezze (75%), più sola e meno felice. Resta ampia la componente di coloro che vedono il futuro dei giovani peggiore, sotto il profilo della posizione sociale ed economica, rispetto alle opportunità avute dai loro genitori (45%).

Gli stessi punti di riferimento della vita sono molto diversi tra le generazioni: la religione e la politica contano meno per i giovani. Il lavoro, l'amore, l'avere figli pesano maggiormente nelle prospettive degli adulti e degli anziani. Forse, non è solo un effetto legato al ciclo di vita, ma è anche il segno di trasformazioni più ampie che interessano la società italiana.


(22 gennaio 2007) www.repubblica.it

giovedì 18 gennaio 2007

La mia amata KAWASAKI in vendita






A malincuore, vendo la mia fantastica KAWASAKI EN500,

causa passaggio ad altro tipo di moto (nuovi utilizzi, in futuro… forse),

scelta che anch’io non condivido del tutto con me stesso.

1. Modello: Custom Cruiser

2. Sigla: EN 500

3. cilindrata: 498 cc.

4. immatricolazione: novembre 1993 – di mia proprietà dall’estate 1994

5. km percorsi: 46.600 (43.000 in compagnia mia e dei miei compagni di sella)

6. alla linea aggressiva ed inconfondibile del custom (cfr ultima foto), ho aggiunto (per comodità di guida) il cupolino e il bauletto (vissuti), ma – evidentemente – si possono togliere se non piacciono

7. due borse laterali in cuoio (non le ho fotografate, ma ci sono)

8. terre visitate: dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (gli esperti di CSI possono provare a rintracciare pollini o micropolveri di Monaco e Stoccarda fino a quelle di Salerno, oppure del Passo Pordoi e del Colosseo… ma l’abbiamo pulita bene!! E’ entrata persino in un salone-teatro, senza rompere nulla)

9. gomme: cambiate regolarmente (due volte l’anteriore, tre la posteriore; non hanno voluto farmi la rotazione tra davanti e dietro)

10. batteria: cambiata regolarmente un anno sì e uno no (questo potrebbe essere l’anno no)

11. marmitte: cambiate circa tre anni fa (silenziose e omologate… togliendo così in gran parte il mio contributo all’inquinamento acustico e dell’aria, ma anche il piacere della melodia delle Harley)

12. revisione: due settimane fa mi è stata riconsegnata dopo una revisione complessiva durata tre mesi (non scherzo!), il cui pezzo forte è stata la sostituzione della catena di distribuzione e la pulizia del motore; praticamente il prezzo di vendita è a copertura di questa ultima grossa spesa

13. caratteristiche: guida deliziosa; maneggevole; sella bassa, molto sicura; infaticabile su ogni percorso (le recensioni su Internet si sprecano in elogi); il passeggero è comodissimo (il mio amico prete riusciva a leggere il giornale e pregare il breviario… non per la paura); l’ho usata per cinque anni nel traffico cittadino romano, percorrendo i 13 km che separano il Collegio dalla Parrocchia dove facevo l’Assistente scout)

14. consumi: più di 20 km con un litro (a benzina, ovviamente!)

15. nome: Vagabonda (gliel’ho dato io, e rispecchia appieno la sua natura)

16. si può vedere e provare in oratorio; la mia nuova moto usata arriverà a fine gennaio.

Mi farebbe piacere che l’avesse uno che ama le cose, non in senso edonistico, bensì che apprezzi la bellezza, la semplicità, l’ardore di questo mezzo. Il pagamento (1500,00 euro)è l’ultimo dei problemi.


Welfare a favore delle famiglie e delle nascite

I due modelli: Condi contro Ségolène
È il welfare, bellezza!
Condi contro Ségolène? Una potentissima singola di destra che dagli Usa si contrappone a una promettentissima madre di quattro figli di sinistra? È banale, è una semplificazione da bieche croniste, mica tutte siamo segretari di Stato o candidate alla presidenza;ma oggi come oggi simbolicamente funziona.
Perché due statistiche ci rimbalzano addosso contemporaneamente. Dall’America segnalano uno storico sorpasso: il 51 per cento delle donne vive senza marito. In Francia festeggiano un record di natalità che in Paesi vicini come Italia, Spagna, Germania se lo sognano: due figli per donna, incluse le immigrate ma anche e soprattutto (anomalia) le francesi- francesi. E dire che negli Stati Uniti da anni la maggioranza vota beata per candidati socialmente conservatori, che i «family values», i valori familiari vengono sbandierati ogni due per tre, da tutti, manco dovessero chiedere un grosso prestito alla nostra Paola Binetti. E dire che in Francia si pecca a manetta: tra Pacs, unioni gay, aborto non messo in discussione, pillola del giorno dopo alle liceali (idea di Royal quando era ministro), promiscuità varie più o meno sofisticate e comunemente accettate, ecc.
Allora, perché? Si potrebbe rispondere con la frase chiave di James Carville, stratega della prima campagna presidenziale di Bill Clinton: «It’s the economy, stupid». È il governo dell’economia. Negli Usa, family values o non family values, liberismo e leggi del mercato prevalgono. E influenzano le scelte personali. Il matrimonio non viene considerato un posto fisso, un impiego a vita. La flessibilità regna. L’abitudine a licenziare un coniuge nullafacente o in esubero (nel senso che c’è già un sostituto/a) è radicata da decenni, spesso viene preferita al mantenimento di matrimoni- carrozzoni ormai decotti. E avere figli (se ne continuano a fare, con qualche ansia) è un impegno enorme: causa orari di lavoro infiniti e poche ferie e niente leggi nazionali sul congedo per maternità, causa decadente livello delle scuole pubbliche e costi enormi per l’università. In Francia è un’altra storia.
Ed è per via del welfare, non siamo stupide. Con dignitosi assegni familiari, aiuti alle famiglie numerose, asili nido, doposcuola, tate a finanziamento pubblico fare figli è più facile. E non è un welfare sostenuto solo dalla sinistra e dalle femministe, è stato anche nazionalisticamente voluto per dare più figli alla Patria, per carità. Ma evidentemente serve. E c’è solo da invidiarle, le francesi, in Italia per certe cose non c’è un euro, o non interessa sganciarlo. Qui capita di sentire dirigenti dei nidi pubblici (sentito sul serio, a Roma, qualche anno fa) dire «non c’è motivo di prolungare l’orario dalle 16,30 alle 18,30, lo vogliono le mamme per andare a fare shopping» come se le donne lavoratrici staccassero magicamente dopo pranzo. Allora vive la France e pure viva le Condi, fosse stata italiana avrebbe fatto lo stesso (senza riuscire a diventare ministro degli Esteri, però).
Maria Laura Rodotà - 17 gennaio 2007 - www.corriere.it

Agosto a Santiago de Compostela

Ciao a tutti!

come ben saprete, la proposta di vacanza per i 18-19enni e giovani di quest'anno è il pellegrinaggio a Santiago.

Ci stiamo informando circa i voli (probabilmente si volerà fino a Valladolid con la Ryanair e poi si prenderà il treno): il costo totale si aggirerà intorno ai 250 euro, il periodo previsto è dal 3-4 agosto fino al 10-12 circa. Il pellegrinaggio sarà zaino in spalla con sacco a pelo e materassino. Sul percorso ci saranno i cosiddetti "albergues" che sono ostelli fatti apposta per i pellegrini, dove ci si può fermare a dormire dando un'offerta.

Poichè dobbiamo prendere il volo, sarebbe meglio avere almeno l'adesione il prima possibile (altrimenti i prezzi salgono). FATECI SAPERE AL PIU' PRESTO!

Per qualsiasi informazione contattate Benny o Giulia.

Grazie e buona giornata!
Benny!

bennygnocca@hotmail.com

giulia.torresi@fastwebnet.it

giovedì 21 dicembre 2006

sabato 9 dicembre 2006

Neffa - "Cambierà"


Artista: Neffa
Album: Alla Fine Della Notte
Titolo: Cambierà


Un'altra notte finisce
e un giorno nuovo sarà.
Anna non essere triste
presto il sole sorgerà.
Di questi tempi si vende
qualsiasi cosa, anche la verità,
ma non sarà così sempre perché tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà.
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò;
già si sentono tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Ora mi senti e ti sento,
siamo una sola anima
e celebriamo il momento
e il tempo che verrà.

Se chi decide ha deciso
che ora la guerra è la necessità,
io stringo i pugni e mi dico
che tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò.
Già si sentono
tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Tutto cambierà,
sai che cambierà,
tutto cambierà,
vedrai che cambierà,
vedrai che cambierà,
tutto cambierà.

Adolescenza ed età adulta

* Da uno studio inglese. Dilaga la sindrome di Peter Pan
L'età «della ragione» arriva sempre più in là negli anni a causa della necessità di formazione continua e della precarietà diffusa
REGNO UNITO – «I don't wanna grow up» (in italiano, «Non voglio crescere»), recitano i versi del cantautore Tom Waits, che con la sua voce roca e graffiante canta al mondo il rifiuto di un'età adulta fatta di incertezze, dubbi, prezzi da pagare e cattive notizie da ascoltare alla tv. Inno alla «purezza» della gioventù, alle sue contraddizioni e alla sua originalità, la celebre canzone è di sicuro la preferita degli aspiranti «forever young» di sempre. A quanto pare, infatti, la sindrome di Peter Pan non esiste solo nelle favole e nelle canzoni, ma interessa invece un numero sempre maggiore di persone, che di crescere non ne vogliono proprio sapere.
IMMATURI STAGIONATI - È una ricerca inglese, condotta dallo psichiatra Bruce Charlton della School of Biology presso l'Università di Newcastle upon Tyne, a dimostrare che gli adulti di oggi sono molto più immaturi di un tempo, e che per loro è normale pensare e agire come farebbero i ragazzini. E di conseguenza queste persone non riescono mai a raggiungerei la vera maturità mentale. Nel mondo scientifico tale fenomeno viene chiamato «neotenia psicologica», ovvero il mantenimento allo stadio adulto di caratteristiche – anche fisiche – infantili, che nell'uomo moderno è molto più accentuato di quanto non fosse nell'uomo di Neanderthal. Secondo Charlton, gli umani sono attratti dalla giovinezza fisica in quanto segno di fertilità, salute e vitalità, ed è per questo che cercano in tutti i modi di simularla a oltranza.
LA FLESSIBILITÀ È GIOVANE - Ma tale fenomeno di rifiuto della maturità troverebbe giustificazione anche nell'entrata in scena, negli anni '90, di professioni e relazioni sociali sempre più dinamiche e mobili, che hanno richiesto agli individui una bella dose di flessibilità: qualità naturale e innata nei più giovani, e acquisita per necessità dai non più giovani, costretti ad abituarsi ai ritmi e alle caratteristiche del nuovo mondo in cui si trovano a vivere. E così, in pratica, questo processo di adattamento all'instabilità della vita – tipico soprattutto dei soggetti socialmente attivi e con i più alti livelli di istruzione – fa sì che «l'età della ragione» arrivi sempre più in là col tempo, e che la giovinezza non sia più prerogativa esclusiva dei veri giovani.
Alessandra Carboni - 26 giugno 2006 www.corriere.it

Bullismo

Ecco il link al sito della Polizia di Stato, che si occupa anche del bullismo giovanile:
http://www.poliziadistato.it/pds/ps/consigli/bullismo.htm

Don Javier, vicario in un paesino veneto

Arrivato dall'Ecuador, agli inizi erano insulti e accuse. Ma ora "mi vogliono bene". "Faccio quello che fanno tutti i sacerdoti: catechismo ai bimbi, assistenza ai deboli"
Don Javier, vicario in un paesino veneto: "Io, prete straniero chiamato vù cumprà"
Vice a Stanghella e parroco a Stroppare. "La cosa più difficile, capire il dialetto" - dal nostro inviato JENNER MELETTI

STANGHELLA (Padova) - Adesso tutti lo salutano, passando davanti alla chiesa. "Buonasera don Javier", dicono le donne. "Ciao prete", gridano i ragazzi in bicicletta. Ma padre Javier Orger Morillo Revelo, 35 anni, arrivato da Pimampiro, diocesi di Tulcàn in Ecuador, i primi giorni da prete nella campagna padovana li ricorda bene. "Ho bussato a una porta per la benedizione e subito mi hanno detto: "Guardi che noi non compriamo nulla". Altri hanno protestato perché "questi preti moretti portano via il lavoro ai nostri sacerdoti". Qualche insulto, anche: "A casa tua non avevi nemmeno la bicicletta e qui giri in macchina".
Ma padre Javier è un uomo buono, e vuole dimenticare tutto. "Non mi lascio impressionare da chi soffre di presunzione e non è aperto a un mondo che cambia. E poi tutto questo appartiene davvero al passato. Adesso i parrocchiani sono preoccupati perché hanno saputo che fra un paio di mesi mi scade la convenzione con la diocesi di Padova. Ma io li rassicuro: ho avuto il rinnovo, resterò altri tre anni. E loro sono contenti".
Un prete straniero in una terra che per secoli ha mandato sacerdoti in missione in mezzo mondo. "La cosa più difficile? Imparare davvero la lingua. Conoscere l'italiano non basta, c'è anche il dialetto. Ma ormai me la cavo. "Magna e tase", "dame un goto", così posso fare due chiacchiere anche con i ragazzi al bar. Il mio lavoro? Faccio quello che fanno tutti i preti. Catechismo ai bambini, preparazione ai sacramenti, assistenza ai gruppi di giovani di Azione cattolica. Ma l'emozione più grande la provo quando entro nelle case per portare l'Eucarestia agli ammalati e alle persone molto anziane. All'inizio, gli stessi che mi accoglievano con sospetto - mi scambiavano per un vù cumprà - adesso vorrebbero che non andassi più via. Gli anziani, soprattutto, che si sentono soli e mi aprono il loro cuore. Raccontano la loro vita, i dolori e le cose belle, le speranze che ancora tengono dentro. E' in quel momento che mi sento sacerdote davvero: un uomo che aiuta gli altri uomini".
In seminario a 13 anni, "ma solo per sfidare mio fratello che era già entrato e dopo pochi giorni era tornato a casa. Da bambino io non andavo nemmeno a Messa". "Solo a sedici anni ho cominciato a pensare di fare il prete. Poi ho capito che il Signore mi chiedeva di essere generoso, e così ho accettato la chiamata".
Padre Javier è vicario parrocchiale a Stanghella, 4.600 abitanti sulle rive dell'Adige, e parroco a Stroppare, 500 abitanti. "Fare il prete, in fin dei conti, è un "mestiere" uguale in tutto il mondo. Sei dentro la Chiesa e gli insegnamenti del Vangelo non cambiano superando una frontiera. Volevo conoscere la realtà italiana, dalla quale arrivavano tanti sacerdoti nella nostra terra. Ho seguito alcuni corsi all'istituto per la liturgia pastorale a Santa Giustina e alla facoltà di teologia del Triveneto. Poi ho capito che anche qui sono utile, e penso di restare, almeno per alcuni anni. Certo, non mi dispiace fare il prete nella terra dalla quale arrivavano i missionari. Ho capito che quelli bravi, fra i missionari, cercavano di capire la realtà e la cultura del nostro Paese, prima di decidere come muoversi. Anch'io, che sono qui da quattro anni, ho speso molto del mio tempo per conoscere le sensibilità e la cultura di questo pezzo d'Italia".
Anche l'arciprete di Stanghella, don Silvano Silvestrin, 63 anni, è stato missionario in Ecuador. "La ruota del mondo - dice - gira davvero in fretta. Negli anni '90, quando ero missionario, facendo due conti ho scoperto che fra preti, suore e laici in Ecuador eravamo 60 padovani. E ora i loro preti vengono qui da noi perché ormai, con parrocchie molto grandi e preti sempre più anziani, non riusciamo ad annunciare quel Vangelo che prima portavamo a 10.000 chilometri da casa. Per fortuna c'è una convenzione con la Cei attraverso la quale il vescovo di Tulcàn, ad esempio, chiede a quello di Padova di accogliere un suo prete per motivi di studio. E il vescovo di Padova può chiedere a quello di Tulcàn un sacerdote per la pastorale o per assistere i suoi connazionali emigrati".
E' questo uno degli impegni di padre Javier. "Ogni seconda domenica del mese dico Messa per i latino-americani nella parrocchia dei Santi Angeli custodi di Padova. Oltre ai miei connazionali, ci sono peruviani, boliviani, argentini e colombiani. Organizziamo anche dei corsi. Uno di lingua italiana, non solo perché è indispensabile, ma perché è giusto, quando si arriva in un altro paese, conoscerne la lingua. E' una questione di rispetto. E poi c'è un corso di cucina italiana, per le donne che fanno le domestiche e le badanti e così imparano a cuocere la pasta e fagioli o il ragù padovano per gli anziani che assistono. Ci sono operai, addetti alle pulizie negli ospedali. Ma c'è anche chi studia e questa mi sembra davvero una cosa buona".
Dieci fratelli, in Ecuador. "Cinque sposati, un prete che sono io, una suora che assiste i vecchi abbandonati a Quito e altri tre fratelli in attesa di matrimonio. Il ritorno in Ecuador? Forse. Io sono a disposizione del vescovo di Tulcàn, che mi ha prestato a Padova. Del resto, nel mio seminario, noi di Tulcàn eravamo solo 7 ed ora sono 25. In Ecuador i preti non mancano e io qui mi trovo molto bene. Arrivo da un Paese tropicale dove l'inverno e l'estate non esistono. A Stanghella ho scoperto le quattro stagioni. Calpesto la neve e dopo qualche mese sui colli Euganei - ci vado in bicicletta - arrivano i primi colori sugli alberi ed i primi fiori. E' bellissimo. E poi ci sono i sorrisi degli anziani, quando porto loro la Comunione. Adesso nessuno mi lascia fuori dalla porta".
www.repubblica.it

giovedì 22 giugno 2006

Un rene per finanziare viaggio in Italia

Un rene per finanziare il viaggio in Italia
Come un maratoneta stremato dalla fatica che all'ultimo chilometro incontra un ostacolo imprevisto. Così appare la vita di Angela e Andrej a chi se la sente raccontare. E sono ormai parecchi a conoscerla, perché è una di quelle storie che nessuno vuole tenere per sé: condividerla è un modo per stemperare l'angoscia.Non sembra una vicenda di questo secolo. Non ha nulla di europeo, benché si sia sviluppata tra il cuore dell'Europa e i suoi confini, cioè tra l'Italia, la Turchia e la Moldova, che è il paese dove sono nati Angela e Andrej e i loro tre figli: Ivan, di 13 anni, Vasili di 10, Andrej di 6. Tutto cominciò a Menjir, un paese a 120 chilometri da Chisinau, in una delle zone più povere della povera Moldova. Menjir da alcuni anni è diventato famoso. Ha, infatti, un'industria molto speciale: produce organi di ricambio per esseri umani. Reni, specialmente. Nel 2001 Andrej fu assunto. Il contratto prevedeva un viaggio in Turchia, a Istanbul, l'attesa del compratore (si tratta solitamente di facoltosi cittadini europei o israeliani), un breve periodo di degenza in una clinica di lusso, l'asportazione dell'organo e il ritorno a casa. Tutto questo in cambio della bellezza di 2000 dollari. Somma che potrà apparire irrisoria per un intervento che produce una menomazione permanente e una riduzione considerevole dell'aspettativa di vita, ma che è un bel gruzzolo per un bracciante agricolo che, lavorando fino a dodici ore il giorno, quando gli va bene guadagna venti-trenta dollari al mese. Diventato, come una sessantina di suoi compaesani, un odnopochechnik, cioè un "monorene" (l'espressione è entrata nel linguaggio locale e individua con precisione la categoria) Andrej decise di investire metà della somma per finanziare l'emigrazione di Alla, la cognata. Dopo un anno, gli altri mille dollari erano già finiti. E le retribuzioni per i braccianti agricoli era rimaste le stesse, miserabili, del 2001. Inoltre Andrej sentiva che il suo fisico non era più quello di una volta. Fu così che Angela decise di seguire la sorella Alla in Italia. Era il 31 di agosto del 2004. Non è difficile immaginare la soddisfazione mista a rabbia di Angela quando, benché clandestina, trovò il suo primo lavoro come badante per l'astronomica somma di 700 euro al mese. Soddisfazione perché, anche detraendo il necessario per mangiare, dormire, vestirsi, i soldi che avanzavano garantivano ai suoi tre bambini la possibilità di alimentarsi e di studiare. Rabbia nello scoprire che il rene di Andrej valeva meno di tre mesi di un lavoro sottopagato in Italia. Poco più di un anno dopo, nel novembre scorso, Angela lavorava presso una famiglia di un paese della provincia di Pavia e vedeva, anche se in un orizzonte lontano, il traguardo, e cioè la possibilità di una vita normale. Ma si sentì male. Una sofferenza tremenda e improvvisa, la sensazione di non poter più respirare, la paura di morire. Da allora Angela è paralizzata, del tutto inabile al lavoro. Molto probabilmente la sua vita sarebbe già finita se la signora per la quale lavorava non si fosse presa cura del suo caso come se fosse stato quello di una figlia. Angela adesso è in una clinica specializzata, dà lievi segnali di recupero. Ma i medici non sono riusciti a capire che male l'abbia colpita, tanto che c'è chi ipotizza un effetto ritardato ma micidiale delle radiazioni di Chernobyl. Il suo sogno, e per questo chiede aiuto, è essere trasferita in un ospedale vicino a casa.
(4 giugno 2006) www.repubblica.it

martedì 20 giugno 2006

Dipendenza da videogiochi

* La struttura organizza due settimane tra i boschi per guarire. L'abuso delle console ha effetti simili a quello delle droghe
Videogiochi, clinica ad Amsterdam per curare i giovani dalla dipendenza

Cresce il numero di adolescenti che sta anche 16 ore davanti al pc

AMSTERDAM - Due settimane nei boschi fra Olanda e Germania, a contatto con la natura e - soprattutto - lontano dai videogiochi. Un vero e proprio campo di sopravvivenza per chi vive attaccato al joystick: l'idea è venuta alla clinica Smith and Jones di Amsterdam, specializzata nella cura delle dipendenze. Solo dimostrando ai drogati del pc che la vita reale può essere più eccitante di una partita sulla schermo, spiegano gli organizzatori, si può sperare di salvare chi ha fatto del gioco virtuale una malattia. Come gli adolescenti tra gli 8 e i 18 anni che riescono a stare anche 16 ore davanti al computer, fenomeno in preoccupante. Serve dunque un taglio netto con le consolle e una fuga nei boschi, per guarire una dipendenza che, secondo studi condotti dall'Università di Amsterdam, è del tutto simile a quella da droga. E che a questa spesso si intreccia, dando vita a un mix in grado di 'obbligare' i giocatori a stare ore e ore attaccati al computer con l'unico scopo di passare al livello successivo. Pensieri ossessivi, problemi di salute, danni seri alle relazioni personali, a scuola e sul luogo di lavoro: queste alcune delle conseguenze della sindrome da videogame, scatenata soprattutto da giochi violenti e sanguinari. In essi il 'drogato' si identifica, delegando alla vita dei personaggi virtuali le emozioni reali. La Smith and Jones non è la prima struttura a occuparsi di dipendenza da videogiochi. Ne esistono già una dozzina, negli Usa, in Canada e in Cina. Ma la clinica olandese sarà la prima, con il 'ritiro' di metà luglio, a ospitare i propri pazienti. Nella speranza che alberi e boschi li aiutino a creare un rapporto equilibrato con il pc: scopo del campo, spiegano infatti gli organizzatori, non è far abbandonare il computer ai 'drogati'. Alla fine del corso saranno infatti aiutati a riavvicinarsi a esso. Ma finalmente disintossicati. (17 giugno 2006) www.repubblica.it

venerdì 9 giugno 2006

L'amore ai tempi di Internet

Triste vedere che - in gran quantità - si vada a cercare l'anima gemella da chi lo fa per mestiere e ci guadagna (sul presunto "bene" di chi è "in ricerca"). don Chisciotte


* Un sondaggio dice che due terzi dei "single" britannici cercano o hanno cercato un partner sul web. E sono in continuo aumento
L'amore ai tempi di internet: tutti in rete a cercare l'anima gemella
Un giro d'affari da 17 milioni di euro

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - L'amore corre sul mouse, sul "topolino" digitale su cui state posando le dita mentre leggete questo articolo. Due terzi dei "single", in Gran Bretagna, cercano l'anima gemella su Internet, e il loro numero aumenta vertiginosamente di anno in anno, rivela un sondaggio pubblicato dal Times di Londra, fornendo per la prima volta cifre dettagliate sul cosiddetto mercato dei "cuori solitari". Che è enorme: cinque milioni e mezzo di persone, vale a dire un decimo della popolazione, usano annunci personali o agenzie matrimoniali per trovare un partner, e il 65 per cento di costoro, ossia tre milioni e mezzo di uomini e donne, si servono a tale scopo di siti e chat-line su Internet.
L'amore sul web è dunque un dilagante fenomeno sociale, oltre che un grosso business dal punto di vista economico: il giro d'affari delle inserzioni dei "single" in rete ha raggiunto 12 milioni di sterline, circa 17 milioni di euro (34 miliardi di vecchie lire italiane), nel 2005, e il quotidiano londinese prevede che sfiorerà i 50 milioni di sterline, ovvero 70 milioni di euro, nel 2008.
Il sondaggio condotto dalla Parship. co. uk, la sussidiaria inglese della principale agenzia per "cuori solitari" su Internet d'Europa e la più importante fra le cento agenzie di questo genere che operano nel Regno Unito, indica una crescente fiducia dei consumatori sulla possibilità di formare una coppia grazie agli annunci "on line": sei mesi fa il 35 per cento degli interpellati era convinto di trovare l'innamorato o l'innamorata perfetti su Internet, oggi la percentuale è già salita al 50 per cento.
I motivi del maggiore successo del "web" nella ricerca dell'anima gemella, notano gli esperti, sono almeno due. ""L'interattività offerta da Internet è senz'altro un fattore, perché consente a chiunque, seduto comodamente a casa propria, di vedere in faccia il potenziale partner e di imparare tutto quello che è possibile imparare sul suo conto, mantenendo un'assoluta privacy, mentre ci vuole più determinazione e coraggio a entrare in un'agenzia matrimoniale e compilare un questionario", dice Chris Simpson, direttore di Telecom Express, il network che riunisce vari servizi per "cuori solitari" in rete, tra cui "Encounters" (Incontri), le inserzioni di questo tipo che appaiono sul Times cartaceo e sul suo sito "on line".
Un'altra ragione, spiega Richard Giordano, sociologo del Birbeck College alla University of London, è che i vecchi circuiti tradizionali per incontrare coetanei e conoscere l'uomo o la donna giusti non esistono più: "Una volta c'erano la famiglia allargata, la chiesa, il club dopolavoristico, la mensa aziendale, il pub. Oggi la gente lavora di più e più in fretta, sicché il tipico single, uscito dall'ufficio, finisce da solo a casa con una birra in mano e un film in dvd da guardare. Ecco allora che Internet allarga gli orizzonti, permettendo di conoscese rapidamente un enorme numero di persone, selezionando quelle che sembrano fatte apposta per noi".

(5 gennaio 2006) www.repubblica.it

Morbosità della morte (e del goderne)

Mi domando se è umano e se è cristiano godere della morte di un uomo, far vedere e vedere con morbosità le foto del suo cadavere, parlare di "Giustizia è fatta!", quando mi sembra più adeguata - nel caso della persona che ha parlato - al limite l'espressione "Vendetta è fatta!".

don Chisciotte

lunedì 5 giugno 2006

Quando non c'è interesse...

POCHI SPICCIOLI DALL´OCCIDENTE
di FEDERICO RAMPINI
La Repubblica, 10-10-2005

E´ l´anti-tsunami: non ci sono paradisi turistici per occidentali nel Kashmir, a differenza che a Phuket, non ci sono le camere digitali né i videotelefonini o gli sms per trasmetterci l´orrore in diretta. Questa volta la distruzione ha colpito un Terzo mondo primordiale, una miseria arcaica e appartata che non ha un posto nella nostra era.E' una regione vasta nel cuore dell´Asia, contesa fra due potenze nucleari, eppure l´economia globale non l´ha mai sfiorata. Gli abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno. Proprio loro che ne avrebbero più bisogno riceveranno una minuscola frazione della solidarietà internazionale, rispetto alle vittime di altre calamità naturali che hanno colpito il nostro mondo: le regioni dei villaggi-vacanze a cinque stelle nei mari del sud-est asiatico, o la città di New Orleans. Questa volta le vittime hanno volti che non vedremo perché neppure la Cnn è riuscita a trovare immagini dalla terra più dilaniata, da molte decine di villaggi distrutti ai piedi dell´Himalaya. Perfino l´esercito pachistano ha dovuto rinunciare ai riflessi automatici della propaganda, ha ammesso di avere un´idea approssimativa del bilancio delle vittime perché è incapace di raggiungere la maggior parte delle zone disastrate, isolate dalle frane, con strade e ponti distrutti. Non sono solo paesini piccoli ma vere e proprie città come Muzaffarabad, la capitale del Kashmir sotto controllo pachistano, dove la stima dei morti ieri sera era a quota 11.000. Due giorni dopo la prima scossa la maggior parte della popolazione colpita non aveva ancora visto un´anima viva dalle regioni vicine, dalla capitale del Pakistan, dal resto del mondo. Anche a soli 90 km da Islamabad regnano la solitudine e l´abbandono. Le poche organizzazioni umanitarie che avevano già dei piccoli nuclei di volontari insediati in quei luoghi prima del terremoto, come Medici senza frontiere, descrivono cittadine rase al suolo, senza più un solo edificio agibile, neppure un pronto soccorso. Gli esperti di Oxfam sul posto confermano che in ampie zone è crollata ogni abitazione e manca semplicemente tutto: acqua, cibo, coperte, tende, medicine. Lo spettacolo d´impotenza è tale da costringere il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, a un gesto senza precedenti per il suo regime: un accorato appello perché la comunità internazionale mandi aiuti. Purtroppo la comunità internazionale ne manderà in misura limitata. Le grandi agenzie governative dei paesi ricchi hanno già le casse prosciugate da altre calamità e dai tagli di bilancio. I privati non riusciranno a sentirsi veramente coinvolti, per mancanza di affinità, per scarsità di immagini, perché il dolore di quella gente è troppo lontano. È desolante sapere che la misera umanità del Kashmir è da decenni la posta in gioco di una costosa escalation militare per la quale i protagonisti non hanno risparmiato spese: la tensione fra India e Pakistan ha più volte rischiato di degenerare in guerra atomica. È una regione circondata e presidiata da due fra i più grandi eserciti del pianeta, una condizione teoricamente ottimale per far scattare in tempi rapidi un dispositivo di salvataggio. La terra così ambita da due giganti asiatici per complesse ragioni geostrategiche, da due giorni è diventata di colpo remota e inaccessibile. Dopo anni di occupazione militare e di vessazioni questo sembra un tragico insulto del destino per quelle popolazioni che hanno bisogno proprio lì e ora di truppe: possibilmente addestrate anche nella protezione civile. Sul lato indiano (dove esiste una stampa libera e abbiamo accesso a informazioni più complete) già ieri era esplosa una prima drammatica protesta con blocchi stradali di contadini esasperati per la lentezza nell´arrivo dei soccorsi. Dal lato pachistano uno dei territori devastati dal sisma - la provincia di Manehra - era notoriamente una base di addestramento di milizie islamiche gestita da Al Qaeda. Il ruolo del Pakistan come alleato privilegiato degli americani nella lotta ai talebani, e la conseguente concentrazione di forze armate in quella zona, sembrano di colpo irrilevanti: intervistato in diretta dalla Bbc, ieri sera il generale Musharraf ha sostenuto che gli mancano elicotteri per gli aiuti. Intanto decine di migliaia di contadini stanno scavando tra le macerie a mani nude per salvare qualche superstite. Per loro i primi soccorsi arriveranno, quando arriveranno, a dorso d´asino. L´unica nota rasserenante ieri è stata la telefonata di solidarietà tra il premier indiano Manmohan Singh e Musharraf. Resta da vedere se l´uno e l´altro accetteranno davvero l´arrivo di squadre straniere nel territorio conteso, con l´inevitabile aumento di visibilità e le conseguenti "ingerenze" umanitarie. Gli ultimi dodici mesi passeranno alla storia come un periodo particolarmente tragico per le calamità naturali che hanno colpito il pianeta. Dallo tsunami a Katrina è stata rivelata una catena di imprevidenze e impreparazioni che non risparmiano nessuno: dai paesi emergenti alla superpotenza americana, dalle amministrazioni nazionali alle agenzie dell´Onu (ancora pochi giorni fa duramente criticate dalla Croce Rossa per sprechi e inefficienze nella gestione degli aiuti post-tsunami). Esiste un´emergenza mondiale nel campo della prevenzione dei disastri naturali e della protezione civile. Sono compiti gravemente sottodimensionati e trascurati perfino nei paesi più ricchi. I diseredati del Kashmir, che non hanno neppure una vaga idea dei nostri livelli di benessere, non capirebbero nel sentirsi paragonati ai neri di New Orleans. Ad alleviare le loro sofferenze basterebbe un centesimo degli aiuti che l´America sta spendendo adesso per il suo dopo-uragano. Non avranno neanche quello.

domenica 4 giugno 2006

Islam pacifico alle fonti del Gange

C’è un islam pacifico alle foci del Gange. A insegnarlo è un filosofo musulmano dell’università di Dhaka, a fianco a fianco con docenti cristiani, ebrei, buddisti, induisti. Ecco una sua intervista, con un missionario cattolico
di Sandro Magister
ROMA, 15 maggio 2006 – Nel suo primo discorso importante a esponenti musulmani, pronunciato a Colonia il 20 agosto 2005, Benedetto XVI volle rivolgersi in particolare agli “educatori”. Disse in quell’occasione il papa: “Voi guidate i credenti nell’islam e li educate nella fede musulmana. L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno ed ancor meno per la parzialità e il settarismo”. Esistono oggi nel mondo islamico educatori che già attuano questa speranza invocata da Benedetto XVI? La risposta è sì.
Uno di questi è un musulmano del Bangladesh. Il suo nome è Kazi Nurul Islam. Ha creato e dirige nell’università di Dhaka, la capitale, un dipartimento dedicato alle religioni mondiali, nel quale le principali religioni sono insegnate da docenti che professano la stessa fede da essi insegnata. Un sacerdote cattolico laureato in teologia insegna il cristianesimo, e lo stesso vale per l’islam, l’induismo, il buddismo e l’ebraismo: unico esempio del genere, nel mondo musulmano. Kazi Nurul Islam è sposato con Azizun Nahar Islam, direttrice del dipartimento di filosofia nella medesima università.
Il Bangladesh è uno dei più popolosi paesi musulmani del mondo. Il 10 per cento della popolazione sono indù, mentre i cristiani sono una piccolissima minoranza, di appena 4 su mille.
Lo scorso 17 agosto, tre giorni prima che il papa pronunciasse a Colonia il discorso sopra citato, organizzazioni terroristiche fecero esplodere contemporaneamente in vari luoghi del Bangladesh 400 bombe, facendo tre morti e numerosi feriti, e seminando molta paura. Ma più che per le bombe – e per le minacce di morte che lui stesso ha ricevuto – il professor Kazi Nurul Islam si dice preoccupato per l’aumento nel suo paese del fanatismo islamico, propagato in centinaia di madrasse, le scuole del Corano per ragazzi e giovani. A questo indottrinamento fanatico, Kazi Nurul Islam contrappone “un’educazione alla convivenza pacifica e armonica tra le diverse tradizioni religiose attraverso la conoscenza dell’altrui fede. Una conoscenza non soltanto intellettuale, ma esistenziale, che nasce dall’incontro concreto con l’altro”. Sono le parole, queste ultime, di un missionario cattolico che ha incontrato più volte il professor Kazi Nurul Islam.

Da questi incontri è nata la seguente intervista, pubblicata in Italia sul numero di maggio di “Mondo e Missione”, il mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere al quale l’intervistatore, padre Francesco Rapacioli, appartiene:
”È l’ignoranza la madre dell’odio” - Intervista a Kazi Nurul Islam

D. – Professor Kazi Nurul Islam, come è nata in lei l’idea di fondare nell’università di Dhaka un dipartimento delle religioni?
R. – Devo rifarmi alla mia storia familiare, a un’esperienza che ha segnato per sempre il destino di mio padre e il mio. Una volta, ero ragazzo, chiesi a mio padre verso quali studi indirizzarmi. Mi rispose: “Io sono nato in una famiglia musulmana, ma, trascorsi i primi anni della mia vita, ho ricevuto il latte materno da una donna indù. In questo paese queste due comunità si odiano reciprocamente. Se tu potrai in qualche modo aiutare la comunità musulmana e quella indù a convivere pacificamente, farai di me la persona più felice al mondo”. In quel momento ho fatto una specie di promessa che ha segnato tutte le mie scelte professionali successive e la mia vita.
D. – Quali studi ha intrapreso?
R. – Inizialmente scienze politiche. Avendo però avuto un docente eccezionale di filosofia, Aminul Islam, alla fine mi orientai verso la filosofia e nel 1971 ottenni il master.
D. – Come ricorda gli anni dell’università e quelli immediatamente successivi?
R. – Durante gli anni dell’università mi consideravo ateo. Nel 1971, durante la guerra di liberazione dal Pakistan, divenni un partigiano. Un giorno fui catturato dall’esercito pakistano e condannato a morte. Mentre portavano me e un compagno di guerriglia sul luogo della fucilazione, ricordo di aver formulato una specie di preghiera: “Dio, se esisti, salvami!” Sperimentai una grande pace e sono convinto che Allah davvero diede ascolto a quella preghiera. I nostri aguzzini improvvisamente cambiarono idea e invece di sprecare un proiettile decisero di buttarci nel fiume. Io provengo da Barishal, nel sud del Bangladesh, dove abbondano i fiumi e dove i bambini imparano sin da piccoli a nuotare, per cui riuscii a salvarmi. Dopo questa esperienza drammatica ho ricominciato a credere e a praticare la mia fede islamica.
D. – Non ha avuto altre crisi di fede?
R. – Al contrario: successive esperienze mi hanno confermato nella mia fede in Dio. Penso spesso a tutto ciò che ho ricevuto nella vita e per ciò ringrazio Dio. Sento, inoltre, una forte responsabilità nei confronti degli altri e dell’intero creato. In questo paese, tanti sono tentati dal fanatismo e io sento una responsabilità nei loro confronti. Nel giorno del giudizio potrò forse dire a Dio di aver fatto qualcosa.
D. – Come ha continuato a coltivare i suoi interessi sulle religioni?
R. – Benché avessi ricevuto parecchi inviti da università in Occidente, nel 1976 decisi di andare a Varanasi, nota anche come Benares, la città sacra degli indù, dove rimasi per cinque anni. Imparai il sanscrito in modo da poter fare ricerca sui testi originali delle scritture indù. Feci una tesi sui Vedanta o Upanishad. L’anno prima, nel 1975, mi ero sposato e convinsi mia moglie, anch’essa insegnante, ad accompagnarmi a Benares, a studiare buddhismo. Mia moglie fece una tesi sulla natura della sofferenza nell’islam e nel buddhismo, ed è la sola donna musulmana, a quanto mi risulta, ad aver approfondito sistematicamente questa religione.
D. – Poi tornò in Bangladesh.
R. – Nel 1980 tornai a insegnare filosofia all’università di Dhaka. Già a Varanasi avevo avvertito la necessità di fondare un dipartimento delle religioni. Tre anni dopo cercai di persuadere il collegio dei professori della necessità di un dipartimento di religioni comparate, ma il tentativo fallì soprattutto perché il corpo docente non era convinto che io fossi veramente all’altezza del compito. A quel punto, con mia moglie mi recai in Inghilterra: all’università di Birmingham mia moglie approfondì il cristianesimo, mentre io feci approfondimenti sull’islam e sull’ebraismo. L’anno successivo, nel 1991, mi recai in un’università di Tokyo per approfondire il mondo delle religioni tradizionali. Imparai fluentemente il giapponese.
D. – Si direbbe che la sua è fondamentalmente una conoscenza accademica delle religioni.
R. – Non è così. Il mio approccio alle religioni non è mai stato semplicemente libresco: ho sempre voluto incontrare una comunità concreta che viveva quella determinata fede, recandomi ai loro templi e partecipando ai loro riti e preghiere. L’incontro con una religione è per me primariamente una esperienza viva ed esistenziale.
D. – Può fare qualche esempio?
R. – A Varanasi riuscii a entrare in un tempio dove ai musulmani era vietato l’accesso. Non ho scritto la religione a cui appartengo sulla fronte! Questo mi sembra molto importante: soltanto partecipando alla vita religiosa di una comunità io posso conoscere dal di dentro quella comunità e comprenderne la fede. Successivamente, soggiornai per un periodo di tempo in Cina al fine di approfondire taoismo e confucianesimo. Ho imparato anche i rudimenti del mandarino.
D. – Dopo questo lungo periodo all’estero come fu accolto al suo rientro in Bangladesh?
R. – Finalmente il corpo docente dell’università si convinse che la mia proposta di istituire un dipartimento delle religioni all’università era seria e che io sarei stato in grado di portarla a compimento. Nel 1996, quando l’Awami League, il partito attualmente all’opposizione, andò al governo, finalmente ottenni il permesso di fondare il dipartimento, che nel 1998 ottenne l’approvazione definitiva. Ma non fu facile.
D. – Quali difficoltà ha dovuto affrontare?
R. – Il primo problema era il nome stesso del dipartimento, “delle religioni comparate”, che non rispondeva alla natura dei corsi proposti e dava adito a fraintendimenti. Dopo molta riflessione, mi venne in mente “Dipartimento delle religioni mondiali” (World Religions Department). Ne parlai con alcuni amici, sia in Bangladesh che all’estero, e tutti ne furono entusiasti: da allora il dipartimento porta questo nome, anche se il syllabus, ossia l’insieme delle materie di insegnamento, è rimasto quello di prima.
D. – In cosa si distingue il dipartimento?
R. – A quanto mi risulta, è il primo e per ora unico caso del genere in Asia, oltre ad essere l’unico esempio nel mondo musulmano. Qui ciascuna religione è insegnata da una persona che, oltre a conoscere la religione che insegna, la pratica. Ciò vale per ciascuna delle cinque religioni maggiori: cristianesimo, islam, induismo, buddhismo e giudaismo.
D. – La sua sembra più una vocazione che una carriera universitaria.
R. – Sento molto forte la responsabilità di illuminare la mente dei miei studenti aiutandoli a coltivare una forte tensione etica. La sento come la mia missione.
D. – Gli inizi del dipartimento sono stati particolarmente controversi?
R. – Sì. All’inizio di questa avventura ricevevo telefonate anonime sia a casa che all’università che mi minacciavano di morte, di sequestro della mia famiglia, eccetera. Io cercavo sempre di convincere l’interlocutore di venire a trovarmi perchè potessi spiegargli le ragioni che mi avevano spinto a intraprendere tale iniziativa.
D. – Sta aumentando il numero dei fanatici in Bangladesh?
R. – Sì e in modo allarmante! Se i governanti non daranno adeguata attenzione al problema dell’educazione soprattutto nelle scuole coraniche, il futuro del Bangladesh è decisamente in pericolo. Coloro che attualmente sono educati nelle madrasse costituiranno nel prossimo futuro un peso e un reale pericolo per il paese. Nelle madrasse non si insegnano la storia, la geografia e la scienza. Anche se è previsto l’insegnamento delle varie religioni come il cristianesimo e l’induismo, queste materie non sono assolutamente materia di esame. Purtroppo il governo sembra poco preoccupato di questa situazione dilagante.
D. – Oggi come descriverebbe la situazione?
R. – Per certi aspetti continua ad essere controversa. Lo scorso agosto, dopo l’esplosione simultanea di circa 400 bombe in tutto il paese, sono stato intervistato in televisione. Ho detto che coloro che avevano fatto un gesto del genere non soltanto non erano da considerarsi musulmani, ma neppure essere umani. Non ho paura di morire per una causa che ritengo giusta e degna. Non appartengo ad alcun partito politico e mi sento libero di dire quello che penso.
D. – Qual è la situazione nel vicino Pakistan?
R. – La situazione in Pakistan è peggiore della nostra. Sono stato molte volte in quel aese, anche qualche mese fa. Là in generale la gente è più fanatica di quanto non sia il nostro popolo. In Bangladesh la maggioranza delle persone sono pacifiche e amanti della pace. Abbiamo comunque bisogno di una leadership illuminata per far fronte al dilagante fanatismo.
D. – Quali sono i suoi sogni?
R. – Il primo è quello di creare una biblioteca in università, dove gli studenti e anche la gente comune che lo desidera possa ottenere tutte le informazioni sulle maggiori religioni. In Bangladesh non ci sono biblioteche di questo tipo nelle quali chiunque, dalla mattina fino a notte, possa consultare testi di questo tipo. L’attuale biblioteca del dipartimento è aperta agli studenti dalla mattina fino a mezzanotte. Il secondo sogno è un museo delle religioni. Già ora verifico come sia efficace mostrare video sulle varie religioni, preceduti e seguiti da una spiegazione competente, per cui, essendo l’approccio a una religione un’esperienza di vita, vorrei consentire a ciascuno di farsi un’idea dei riti, dell’arte e delle diverse tradizione di ogni religione. La facoltà universitaria sembra d’accordo a concedermi lo spazio necessario, ma occorre trovare i fondi. Non so se riuscirò nel mio intento, ma voglio provarci e così dare il mio piccolo contributo per portare a termine il compito che mio padre mi affidò molti anni fa. “Mondo e Missione”

Vicinanza all'Africa

«L'Italia continuerà ad essere vicina all'Africa». E' quanto assicura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, intervenendo all'Isiao, l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, accompagna questa sicurezza con una promessa: «desidero assicurarvi - afferma il capo dello Stato - che farò tutto quel che rientra nelle mie possibilità per incoraggiare questo impegno».

La vicinanza dell'Italia, sottolinea Napolitano, si tradurrà in «partecipazione alle iniziative di pace, sostegno economico, contributo alla lotta all'Aids e alla ricerca di efficaci vaccini per le grandi malattie, trasferimento di tecnologie, impegno dei nostri esperti nei fondamentali programmi di tutela ambientale; infine, nello slancio dei moltissimi volontari che operano nelle zone di crisi». Cancellare il debito e rimuovere le barriere commerciali. E' questa la strada indicata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per accompagnare l'impegno dei Paesi africani a uscire dallo storico stato di crisi. Il capo dello Stato - intervenendo nella sede dell'Isiao - ribadisce l'impegno dei Paesi industrializzati ad assumere una «chiara responsabilità" prevista anche dal Nepad, la proposta di partenariato fra il continente africano e il mondo occidentale: «I Paesi industrializzati devono garantire, più di quanto hanno fatto finora - sottolinea il presidente della Repubblica - maggiori e migliori aiuti, cancellare il debito e rimuovere le barriere tariffarie e non tariffarie che impediscono l'accesso dei prodotti africani ai propri mercati».

Napolitano ricorda che «gli ostacoli che rallentano lo sviluppo dell'Africa sono formidabili: alti costi di trasporto, dimensione ridotta dei mercati, scarsa produttività dell'agricoltura, basso tasso di risparmio, carenza di tecnologie, insufficiente scolarizzazione specialmente tra la componente femminile della popolazione, stato di conflitto endemico in alcune regioni. In queste condizioni - osserva - è arduo per i Paesi africani generare le risorse necessarie a mettere in moto e sostenere un processo di sviluppo duraturo». «Il peso politico ed economico dell'Africa è destinato a crescere». Partendo da questa convinzione, il presidente della Repubblica avverte che «è opportuno che ciò si rifletta anche in una sua maggiore partecipazione ai meccanismi decisionali delle grandi organizzazioni internazionali». Napolitano invita a «non deflettere dagli obiettivi fissati per creare durature condizioni di stabilità e sicurezza. Troppi sono ancora i conflitti aperti", ricorda il capo dello Stato citando le crisi in Costa d'Avorio, Congo, Etiopia ed Eritrea, Somalia, Darfur. «Queste crisi - sottolinea Napolitano - non sono la manifestazione di un destino ineluttabile, né il frutto di calamità naturali: sono, purtroppo, opera dell'uomo. Proprio per questo, però, possono essere scongiurate», incoraggia il presidente della Repubblica.

Voci correlate:
  • IsIAO - sito web dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente
  • Nepad - The New Partnership for Africa's Development