
Non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.
Michel Quoist

Le tre distorsioni fatali nel concetto corrente di libertà









A malincuore, vendo la mia fantastica KAWASAKI EN500,
causa passaggio ad altro tipo di moto (nuovi utilizzi, in futuro… forse),
scelta che anch’io non condivido del tutto con me stesso.
2. Sigla: EN 500
3. cilindrata: 498 cc.
4. immatricolazione: novembre 1993 – di mia proprietà dall’estate 1994
5. km percorsi: 46.600 (
6. alla linea aggressiva ed inconfondibile del custom (cfr ultima foto), ho aggiunto (per comodità di guida) il cupolino e il bauletto (vissuti), ma – evidentemente – si possono togliere se non piacciono
7. due borse laterali in cuoio (non le ho fotografate, ma ci sono)
8. terre visitate: dall’Alpe alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno (gli esperti di CSI possono provare a rintracciare pollini o micropolveri di Monaco e Stoccarda fino a quelle di Salerno, oppure del Passo Pordoi e del Colosseo… ma l’abbiamo pulita bene!! E’ entrata persino in un salone-teatro, senza rompere nulla)
9. gomme: cambiate regolarmente (due volte l’anteriore, tre la posteriore; non hanno voluto farmi la rotazione tra davanti e dietro)
10. batteria: cambiata regolarmente un anno sì e uno no (questo potrebbe essere l’anno no)
11. marmitte: cambiate circa tre anni fa (silenziose e omologate… togliendo così in gran parte il mio contributo all’inquinamento acustico e dell’aria, ma anche il piacere della melodia delle Harley)
12. revisione: due settimane fa mi è stata riconsegnata dopo una revisione complessiva durata tre mesi (non scherzo!), il cui pezzo forte è stata la sostituzione della catena di distribuzione e la pulizia del motore; praticamente il prezzo di vendita è a copertura di questa ultima grossa spesa
13. caratteristiche: guida deliziosa; maneggevole; sella bassa, molto sicura; infaticabile su ogni percorso (le recensioni su Internet si sprecano in elogi); il passeggero è comodissimo (il mio amico prete riusciva a leggere il giornale e pregare il breviario… non per la paura); l’ho usata per cinque anni nel traffico cittadino romano, percorrendo i
14. consumi: più di
15. nome: Vagabonda (gliel’ho dato io, e rispecchia appieno la sua natura)
16. si può vedere e provare in oratorio; la mia nuova moto usata arriverà a fine gennaio.
| I due modelli: Condi contro Ségolène È il welfare, bellezza! | |
| Condi contro Ségolène? Una potentissima singola di destra che dagli Usa si contrappone a una promettentissima madre di quattro figli di sinistra? È banale, è una semplificazione da bieche croniste, mica tutte siamo segretari di Stato o candidate alla presidenza;ma oggi come oggi simbolicamente funziona. Perché due statistiche ci rimbalzano addosso contemporaneamente. Dall’America segnalano uno storico sorpasso: il 51 per cento delle donne vive senza marito. In Francia festeggiano un record di natalità che in Paesi vicini come Italia, Spagna, Germania se lo sognano: due figli per donna, incluse le immigrate ma anche e soprattutto (anomalia) le francesi- francesi. E dire che negli Stati Uniti da anni la maggioranza vota beata per candidati socialmente conservatori, che i «family values», i valori familiari vengono sbandierati ogni due per tre, da tutti, manco dovessero chiedere un grosso prestito alla nostra Paola Binetti. E dire che in Francia si pecca a manetta: tra Pacs, unioni gay, aborto non messo in discussione, pillola del giorno dopo alle liceali (idea di Royal quando era ministro), promiscuità varie più o meno sofisticate e comunemente accettate, ecc. Allora, perché? Si potrebbe rispondere con la frase chiave di James Carville, stratega della prima campagna presidenziale di Bill Clinton: «It’s the economy, stupid». È il governo dell’economia. Negli Usa, family values o non family values, liberismo e leggi del mercato prevalgono. E influenzano le scelte personali. Il matrimonio non viene considerato un posto fisso, un impiego a vita. La flessibilità regna. L’abitudine a licenziare un coniuge nullafacente o in esubero (nel senso che c’è già un sostituto/a) è radicata da decenni, spesso viene preferita al mantenimento di matrimoni- carrozzoni ormai decotti. E avere figli (se ne continuano a fare, con qualche ansia) è un impegno enorme: causa orari di lavoro infiniti e poche ferie e niente leggi nazionali sul congedo per maternità, causa decadente livello delle scuole pubbliche e costi enormi per l’università. In Francia è un’altra storia. Ed è per via del welfare, non siamo stupide. Con dignitosi assegni familiari, aiuti alle famiglie numerose, asili nido, doposcuola, tate a finanziamento pubblico fare figli è più facile. E non è un welfare sostenuto solo dalla sinistra e dalle femministe, è stato anche nazionalisticamente voluto per dare più figli alla Patria, per carità. Ma evidentemente serve. E c’è solo da invidiarle, le francesi, in Italia per certe cose non c’è un euro, o non interessa sganciarlo. Qui capita di sentire dirigenti dei nidi pubblici (sentito sul serio, a Roma, qualche anno fa) dire «non c’è motivo di prolungare l’orario dalle 16,30 alle 18,30, lo vogliono le mamme per andare a fare shopping» come se le donne lavoratrici staccassero magicamente dopo pranzo. Allora vive la France e pure viva le Condi, fosse stata italiana avrebbe fatto lo stesso (senza riuscire a diventare ministro degli Esteri, però). Maria Laura Rodotà - 17 gennaio 2007 - www.corriere.it |
Questo logo significa:
"Not in my name", "Non nel mio nome".
Non mi rappresentano perché non sono secondo un'antropologia integrale e un autentico spirito evangelico.
E quindi vorrei far sapere che non concordo per nulla e che non dovrebbero pensare di far conto sulla mia approvazione-collaborazione-complicità.
Mi sa un po' di "fuga";
e in alcuni casi sarebbe più onorevole un virile distanziamento.
Lo farei, se non fosse che lascerei spazio ancora una volta a coloro che non mi rappresentano, e anche di questo "lasciare un posto vacante" mi sentirei responsabile.
Per ora riesco a fare questo: dichiarare che la mia coscienza si ribella di fronte a certe cose.
Riguardo quelle persone che si sentissero coinvolte in questa mia presa di posizione, sappiano che possono riferirsi a me come preferiscono: voglio rendere ragione delle mie affermazioni.
Chissà che anche altri, invece, non condividano questa mia valutazione.