"Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino. A volte spengo anche la radio e lascio il mio cuore incollato al finestrino. Lo so del mondo e anche del resto lo so che tutto va in rovina ma di mattina quando la gente dorme col suo normale malumore mi può bastare un niente forse un piccolo bagliore un'aria già vissuta un paesaggio o che ne so. E sto bene Io sto bene come uno quando sogna non lo so se mi conviene ma sto bene, che vergogna. Io sto bene proprio ora, proprio qui non è mica colpa mia se mi capita così. È come un'illogica allegria di cui non so il motivo non so che cosa sia. È come se improvvisamente mi fossi preso il diritto di vivere il presente. Io sto bene... Questa illogica allegria proprio ora, proprio qui. Da solo lungo l'autostrada alle prime luci del mattino".
sabato 12 luglio 2008
venerdì 11 luglio 2008
Don't Worry, Be Happy con lo strumento Theremin
Il Theremin è stato inventato intorno al 1919 dal russo Leon Theremin e può essere considerato a tutti gli effetti uno dei primi strumenti musicali completamente elettronici.
L'aspetto che rende veramente singolare questo strumento è il suo funzionamento: si suona senza toccarlo!
E' composto fondamentalmente da due antenne, avvicinando e allontanando la mano da un'antenna, disposta verticalmente, si controlla l'intonazione mentre tramite l'altra, disposta orizzontalmente, si controlla il volume. Le due antenne sono montate su un châssis che contiene la circuitazione elettronica
COME SI SUONA:.
Innanzi tutto va chiarito che esistono essenzialmente due modi di impiego del theremin: come strumento per produrre effetti speciali o, per dirla come Clara Rockmore, come vero strumento musicale per suonare vera musica.
Nel primo caso, essendo totalmente liberi dalle convenzioni musicali, l'uso è indicato per creare atmosfere particolari. Usato in questo modo il Theremin ben si sposa con tutto quello che l'elettronica offre alla musica, ad esempio è molto indicato l'uso di processori di segnali quali riverbero, echo, chorus, flanger ecc. E' chiaro che non avendo costrizioni con le regole musicali questo approccio esecutivo è molto più semplice e permette di dare libero sfogo alla fantasia.
Nel secondo caso, trovandoci di fronte di fatto ad uno strumento musicale, il Theremin può essere utilizzato come qualsiasi altro strumento per eseguire qualsivoglia melodia. Il vantaggio di usare un Theremin è che abbiamo a che fare con un strumento dalle potenzialità espressive enormi, che possiede sonorità molto particolari in grado di dare colorazioni originali alla musica che si sta eseguendo ecc. Il rovescio della medaglia è che è uno strumento difficile da suonare, occorre molta costanza ed esercizio per diventare buoni strumentisti.
E’presente un pulsante che permette le regolazioni di variazione della sensibilità delle antenne in modo da permettere di ottenere una dinamica più o meno estesa nonché di variare l'estensione dello strumento. Sono inoltre presenti delle regolazioni che variano le forme delle onde generatrici consentendo quindi di variare anche notevolmente il timbro dello strumento.
Domande

giovedì 10 luglio 2008
Chiesa responsabile

Non è inopportuno osservare, però, che alla radice dei diversi servizi che la Chiesa sa di dover rendere a tutti gli uomini sta proprio la coscienza di una responsabilità nei confronti di tutti. Non si potrebbe infatti comprendere il motivo dei molti servizi da rendere a tutta l'umanità se non si avvertisse di essere Chiesa "per" e "a favore di" tutti e se non ci si sentisse responsabilmente relati a tutta l'umanità cui è diretto il servizio. Alla radice della stessa missione della Chiesa, a ben vedere, sta dunque questa relazione di responsabilità, questo suo esistere per altri e a servizio di tutti. Infatti, che cosa può motivare in profondità la missione della Chiesa, se non la coscienza di essere responsabile dell'umanità intera e la consapevolezza che la sua identità non è data al margine di coloro a cui si annuncia il Vangelo? L'identità, per la Chiesa, non significa separazione dal mondo e dall'umanità, ma essere introdotti in una relazione di responsabilità, di mediazione, di esistenza in loro favore.
Al tempo stesso, il fatto che la Chiesa esprima se stessa come sacramento universale di salvezza dice la relazione della Chiesa a Cristo, unico autore della salvezza di tutti.
Essa perderebbe la sua identità, cesserebbe di essere Chiesa, se si incrinasse quella sua esistenza in favore del mondo che la lega al resto dell'umanità. Ma anche in questo è inscritta la sua umiltà: la Chiesa è qualcosa di unico e particolare in questo mondo, solo nella misura in cui essa esiste a vantaggio del mondo, solo in quanto è relata a questo mondo; e, d'altro canto, sono proprio questo mondo e questa umanità ciò che Dio desidera salvare. Non solo. L'umiltà è inscritta nelle conseguenze estreme cui può portare questa relazione di responsabilità e questo esistere per altri: fino alla sofferenza per l'altro, fino a patire la libertà dell'altro, anche quando si esprime nel rifiuto o nell'indifferenza. Anche allora non è mai lecito alla Chiesa, se vuole essere fedele a se stessa, interrompere la relazione con il mondo e l'umanità.
Essa non può pensare, vivere, agire senza portare sempre con sé e in sé tutto il mondo e tutta l'umanità a favore di cui essa esiste: anche nell'ora del rifiuto e nel momento umiliante dell'indifferenza".
mercoledì 9 luglio 2008
"Energia" vera?

Energy drink: l'illusione del «su di giri»
Anche la Francia autorizza le bibite con caffeina e taurina.
Ma tra gli esperti europei è polemica
Il risultato quindi è un'illusione, tanto falsa quanto pericolosa, di lucidità. «Contrastare la cultura degli energy drink è difficile — spiega Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol dell'Istituto superiore di sanità — perché la diffusione è capillare. Il principio di precauzione dovrebbe valere anche per le sostanze presenti in queste bevande, ma in Italia le scritte sulla lattina non riportano purtroppo indicazioni o avvertenze. In America e in Inghilterra (l'American Dietetic Association e la UK Food Standards Agency) consigliano di non superare i 300 mg di caffeina in particolare alle donne in gravidanza e mettono in guardia rispetto a possibili problemi di aritmia e tachicardia».
Uno studio, presentato pochi mesi fa al congresso dell'American Heart Association, ha infatti dimostrato un incremento significativo della pressione e del battito cardiaco dopo il consumo di due energy drink al giorno per una settimana. Per questi motivi Paesi come la Norvegia e la Danimarca continuano a vietarne la vendita. (...) L'auspicio degli addetti ai lavori è che venga resa obbligatoria la presenza sulle etichette delle avvertenze e delle modalità d'uso. «Non si tratta di una bevanda qualsiasi, — continua Scafato — il contenuto di caffeina è più del triplo rispetto ad una bibita alla cola. Le altre sostanze presenti, se vengono assunte in quantità eccessive, possono avere effetti negativi su alcune persone. Per questo è necessario indicare le dosi da non superare per uomini, donne e, soprattutto, per i giovanissimi. Sarebbe opportuno sconsigliare la bibita alle persone con rischio cardiovascolare, invitare a non eccedere e, come ha sollecitato dalla Società italiana di alcologia, a non miscelare la bevanda con superalcolici».
martedì 8 luglio 2008
Bocca e orecchie

lunedì 7 luglio 2008
Resistere

Fin qui la parabola. Giovanni Battista, nel buio della prigione di Macheronte, continuò a urlare anche se non serviva a nulla. Anche se fuori, probabilmente, nessuno sapeva nulla. Lui, certo, non aveva paura che Erode lo cambiasse. Temeva, piuttosto, di cedere alla stanchezza, e quindi lasciar mancare una parola "inutile", ma necessaria. Il pericolo più grave che corre il profeta non è quello di venire "convertito" lui dai suoi ascoltatori (specialmente da quelli assenti), ma di dichiarare, rassegnato: «Non serve a nulla. Cosa ci sto a fare?». Il vero profeta non si preoccupa quando mancano gli ascoltatori. E importante che lui non manchi alla parola".
domenica 6 luglio 2008
Che bello vivere insieme!

E' il cohousing: trovare persone affini, per acquistare l'appartamento e creare una comunità.
Grazie al web, al marketing
I vicini di casa ora si scelgono, così la comune torna di moda
di Maurizio Bono
Da settimane ne chattano in internet, su un blog dove ciascuno ha messo la sua foto da solo, in coppia o in tre come Daniela, Eleonora e Francesca, universitarie fuorisede. Clicchi e parte il filmato, stile YouTube. Storie di chi dalla vita quotidiana in città vorrebbe un po' di più, e non si rassegna.
Le studentesse dividono già casa, e si trovano bene, ma fuori la città è difficile, tenere le distanze è un abito, sarebbe bello stare vicino a gente disponibile, come loro, a dare un aiuto agli altri e chiedere aiuto quando serve. Ruggiero invece vive coi suoi e vorrebbe indipendenza, ma anche una specie di famiglia allargata perché fa più allegria. Enrico, film maker, trova che la metropoli frantuma le esperienze, ci vorrebbe più socialità.
La designer la butta un po' sul tecnico e parla degli spazi condivisi come in Olanda, l'insegnante riflette su quanto si spreca se non si mette in comune almeno l'auto, la spesa, anche il bucato, perché no, con quello che inquinano i detersivi.
Si sono ascoltati l'un l'altro in rete, si sono scritti e-mail, poi il gran passo: mercoledì tutti insieme, in un bar accogliente per l'aperitivo e per capire faccia a faccia, Chiara dice "a pelle", se vivere insieme potrà funzionare. Arrivano in 50 e si parla di sala da pranzo collettiva, e biblioteca. Nicoletta, che è col marito Gaetano, esita un po' - è pieno di single - ma quando entra una coppia trentenne che ha un'etichetta discografica di musica elettronica e un bambino nel passeggino, butta lì: che ne dite di un nido? Tutti d'accordo, come sulla spesa grossa da fare in gruppo e forse anche su un orto, ma di questo si riparlerà.
Una volta si chiamava comune, ed era un terno al lotto (chi si ricorda il film olandese Together?). Ora si dice cohousing ed è quasi una scienza: scegliersi "prima" i vicini di casa affini, per mettere su insieme una comunità affiatata, con valori condivisi e comodità che non si possono comprare coi soldi. Come farsi prestare lo zucchero, darsi una mano a tenere a turno bambini la sera, mettere a disposizione l'un l'altro le capacità ("Scusate, ma non ci sarebbe un idraulico?"). O anche solo salutarsi in ascensore.
I ragazzi di "Residance" - si chiama così il cohousing in affitto che se tutto va bene costruiranno in un paio d'anni alla Bovisa, periferia innovativa di Milano - sono la punta d'un iceberg. Di progetti con lo stesso spirito ce ne sono in piedi 7 e il primo sarà finito a marzo (una palazzina in condominio in via Ripamonti, "Cosicoh"). I cohousers variano per età, dai ventenni ai formidabili sessantenni che stanno scegliendosi per andare ad abitare in una villa nel verde vicino a Biella (progetto "Acquarius", hanno l'età per ricordarsi il musical): loro condivideranno un campo di golf lì a due passi, tanti salottini per stare in compagnia, miniappartamenti per stare in libertà e un centro medico perché non si sa mai.
Poi ci sono le famiglie sui 40 e i single per vocazione o di ritorno, che ristrutturano una cascina con filanda nel parco del Ticino (hinterland miracolosamente ancora verde) per usare la corte come ludoteca all'aperto e le cantine per gli acquisti solidali di gruppo. Infine gli ecologisti spinti che sognano (molto concretamente) di abitare un palazzo di cinque piani che ha accanto una gigantesca clessidra di tubi d'acciaio e plastica trasparente, collegata con passerelle coperte a ogni piano. Dentro, coltivazioni idoponiche e in terra di alberi da frutto, verdura e fiori da consumare fresca in piena metropoli. Si chiamerà "Urban farm", il progetto c'è già e l'ha fatto l'architetto Bruno Viganò studiando l'arca che alla Columbia University stanno usando per testare un habitat autosufficiente adatto a Marte.
Milano non è proprio Marte ma può dare gli stessi sintomi: aria poco respirabile e vita sociale a tolleranza zero. Così se chiedi come mai il rinascimento del cohousing oggi sia così massicciamente milanese, ti dicono che qui ce n'è più bisogno, e infatti una ricerca del Politecnico che ha dato inizio a tutto, nel 2005, su 3000 intervistati selezionati per età (media) e cultura (alta) aveva identificato una disponibilità all'impresa di quasi il 50%.
L'altra ragione però è che dietro al movimento delle nuove comuni c'è anche un nuovo stile, che porta l'impronta di una "agenzia per l'innovazione sociale" (Innosence, nata come gestore di fondi etici) e del dipartimento Indaco del Politecnico di Milano (Innovazione per la sostenibilità). Sono loro a fiancheggiare discretamente gli autorganizzati del cohousing fornendo un protocollo apparentemente complicato (dal primo incontro alla carta delle regole di ogni comunità) che finora ha sempre evitato equivoci e liti da comuni d'antan.
Qualcosa, almeno nel caso degli affitti calmierati per Residance, ce lo mette perfino il Comune, anche se quasi nessuno lo sa, la giunta preferisce propagandare la sua faccia feroce dei blitz contro gli immigrati. Ma così piano piano un pezzetto speciale di città si trova, si sceglie e va a vivere insieme. E chissà, anche per la manciata di comuni pioniere sopravvissute e per una dozzina di cohousing solitari potrebbe essere la svolta.
sabato 5 luglio 2008
Operatori di pace

«Beati gli operatori di pace », dice l'evangelista, o carissimi, «perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). A ragione fioriscono le virtù cristiane in colui che è concorde con gli altri nella pace cristiana, né si giunge a essere chiamati figli di Dio se non attraverso il nome di operatori di pace.
La pace si deve conservare per comando sovrano, perché lo stesso Cristo Signore dice: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace» (Gv 14,27), che è come dire: Vi ho lasciato nella pace, voglio trovarvi nella pace. Partendosene volle dare quello che desiderava di ritrovare in tutti al suo ritorno. E' di Dio piantare la pace fin dalle radici; del nemico strapparla dalle radici. Infatti come l'amore fraterno è da Dio, così l'odio è dal diavolo; per questo l'odio è da condannare sotto tutte le sue forme, poiché sta scritto: «Chiunque odia il proprio fratello è un omicida» (1 Gv 3,15).
Vedete dunque, fratelli carissimi, perché si deve amare la pace e apprezzare la concordia; sono queste infatti che generano e nutrono l'amore. Sapete poi che, secondo l'Apostolo, «l'amore è da Dio». (1 Gv 4,7); perciò è senza Dio chi non ha l'amore.
E allora, o fratelli, osserviamo i comandamenti che ci danno la vita; la fraternità sia tenuta ben unita con i legami di una pace profonda; sia tenuta ben stretta con il vincolo salutare dell'amore che copre un gran numero di peccati. Noi dobbiamo abbracciare con tutti i nostri desideri l'amore che ha un premio speciale per ognuno dei suoi aspetti buoni. La pace si deve custodire più di tutte le altre virtù, perché Dio è sempre nella pace. Amate la pace e tutto sarà tranquillo. La vostra pace per noi sarà un premio, per voi una gioia e la Chiesa di Dio, fondata nell'unità della pace, potrà godere di una coesione perfetta in Cristo.
venerdì 4 luglio 2008
Sempre "dopo"

La "pillola del lunedì": ora è boom tra le teenager
I ginecologi "le figlie più informate delle madri"
di Laura Pertici
L'Aied, l'Associazione italiana per l'educazione demografica, ha messo a confronto la conoscenza di donne di tutte le età per capire il fenomeno (...) Quindi le figlie sono molto più informate delle madri sui luoghi deputati all'assistenza, in caso di rapporto a rischio. Sanno benissimo che la pillola del giorno dopo va presa entro 72 ore e preferibilmente nelle prime dodici. I genitori sono quasi sempre all'oscuro dell'attività sessuale che le riguarda. Mamma e papà neanche immaginano del ricorso al Norlevo. (...)
Eppure la Sigo all'inizio di giugno denunciava: la pillola del giorno dopo sta diventando l'unica forma di contraccezione usata dalle giovani. Come dire niente condom, niente spirale, niente pillola contraccettiva, niente cerotto, ormai le ragazze trasformano in emergenza anche la routine. (...)
Servizio TV su Repubblica:
http://tv.repubblica.it/copertina/quello-che-le-ragazze-non-dicono/21808?video
giovedì 3 luglio 2008
Parabola sufi

Quando l'opera fu terminata, il sultano si diresse prima a ispezionare l'affresco dipinto dai cinesi. Era invero di una bellezza meravigliosa. «Niente può esser più bello di questo!», disse il sultano, che con tale convincimento nell'animo fece scorrere la tenda perché apparisse la parete dipinta dai greci di Bisanzio. Ma su quella parete i greci non avevano dipinto nulla, l'avevano solo lustrata, pulita e ripulita fino a trasformarla in uno specchio di un biancore misterioso che rifletteva, come in un elemento più puro, le forme della parete cinese; le forme e i colori acquistavano una bellezza inimmaginabile che non sembrava di questo mondo: una nuova dimensione, diremmo, per gli occhi e lo sguardo umani".
Morale della favola di questa felice congiunzione tra esuberanza ed estasi, tra know-how cinese e apofasi bizantina: «Niente è brutto, se Io si guarda in un altro elemento più puro, più intelligente. E, portando all'estremo la situazione, si potrebbe presentire» - addirittura - «che lo sguardo sia capace di riscattare ogni bruttura, ogni mediocrità, lo sguardo di chi, guardando, sappia creare un elemento purificato, lavato, come la parete bizantina».
E, più radicalmente ancora, «pensare che prima di fare qualsiasi cosa, prima non solo di imprimere un'immagine, ma di riceverla, prima di pensare qualsiasi cosa, occorra pulirsi e ripulirsi lo sguardo, l'anima, la mente, affinché si assimili, per quanto umanamente possibile, al biancore che è pura vibrazione, vibrazione velocissima che riunisce tutte le vibrazioni che generano il colore, mostrandosi in apparenza come quiete e passività. E ogni lettore può seguitare per proprio conto le serie delle interpretazioni».
mercoledì 2 luglio 2008
Senza lacci

di Marco Belpoliti
Un’estate senza lacci.
Quattro o cinque anni fa la Converse All Star, la famosa ditta americana di scarpe da basket, ha messo in commercio un paio di scarpe da ginnastica prive di lacci che un sistema di elastici sotto la linguetta permette di indossare senza perderle per strada camminando. Il tratto decisivo delle scarpe è che possiedono ancora gli anelli per infilare i lacci, ma nella scatola con cui si vendono non ci sono proprio.
Una delle persone che lavorano per l’azienda americana le ha probabilmente viste ad Harlem o a Los Angeles, oppure a Vancouver, indossate da una qualche banda di adolescenti, come un altro paio di scarpe, sandali da doccia, calzati da un gruppo di ragazzini bianchi che si travestono da gangster americani, con un look da loro stessi definito «di quello che picchia la moglie». Su indicazione della loro scout, DeeDee Gordon, la Converse ha tagliato la parte posteriore di una scarpa sportiva, le ha applicato la suola di un sandalo, e ne ha venduto mezzo milione di paia. (...)
Ci sono gli innovatori, dotati di spirito d’iniziativa; poi degli opinion-makers che trasmettono alla maggioranza, i consumatori, la scelta del piccolo gruppo. Così è accaduto per le Crocks. (...)
La produzione non dura molto, al massimo due o tre anni. L’oggetto compare sul mercato e poi scompare lasciando a bocca asciutta i consumatori più abitudinari, quelli che avevano fatto fatica ad accettare il prodotto, per poi innamorarsene perdutamente. (...)
Lacci sì o lacci no è una disputa interessante anche dal punto di vista antropologico. Uno dei passaggi decisivi nella vita è la capacità di fare i nodi alle scarpe. (...)
Lacci sì o lacci no ha anche un altro risvolto, che potremmo definire psicologico. I lacci annodati sono una prova, un piccolo rito di passaggio, dall’adolescenza vero l’età matura. Oggi che di lacci ce ne sono sempre meno - le scarpe maschili ma anche femminili evolvono verso la forma a «ciabatta» -, si può supporre che l’intera società manifesti, attraverso le calzature, una qualche forma di immaturità? Probabile. (...)
I lacci presuppongono una società più formale, indirizzata verso forme più costrittive - una sorta di «sorvegliare e punire» della scarpa. Forse per questo i ragazzi che hanno inventato - o reinventato - la scarpa senza lacci volevano indicare una forma di liberazione, oltre che di necessaria infantilizzazione della nostra società. Crescere è una questione di nodi. Comporta fatica e costrizione. (...)
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/blog/hrubrica.asp?ID_blog=230
martedì 1 luglio 2008
Il troppo storpia

Quaranta coppie su cento rinunciano ad ogni rapporto fisico. E lo fanno con orgoglio.
Circondati da troppo sesso è boom di chi si astiene
Nell'era di YouTube l'uomo ripiega sulla "web trasgressione":
mettere in vetrina la propria donna nuda su internet
di Alessandra Retico
Molta noia e tanto sonno, ce ne sono di ragioni forti per girarsi dall'altra parte del letto. Buonanotte, tesoro: desiderio sottozero, appetiti assopiti. Di sesso se ne vede così tanto e se ne parla così a lungo che poi, nel corpo a corpo, tutto svanisce. (...) Per disaffezione, per tedio, perché pensano ad altro. Perché dopo la sbornia post rivoluzionaria della liberazione nei Settanta e dopo una giornata qualunque carica di allusioni, stimoli, strizzatine d'occhio, non se ne può più. La pubblicità, la tv, i reality e i talk show, internet e tutto l'osceno chiacchiericcio post pornografico sembrano aver provocato l'addio ai piaceri carnali: astinenza e inappetenza.
Matrimoni bianchi, unioni fraterne, relazioni incorporee. Mentre il paesaggio culturale si riempie di messaggi erotici, la libido si svuota. Asessuali, antisessuali, i nomi dell'amore di oggi sono privativi e ostili. Ormai nascono anche club, circoli, gruppi e ghetti di quelli che il desiderio non lo vogliono proprio, dentro l'istinto non ce l'hanno, l'hanno perso, non lo vogliono più. (...) Da noi la performance esistenziale mantiene uno stile più classico, e allora ci si gira dall'altra parte. Sempre di più, sempre più lui. Dall'ultimo congresso della Federazione europea di Sessuologia cifre e temi non esattamente consolatori: il vecchio nostalgico calo di desiderio è triplicato in dieci anni. Poca fame d'amore. Rapporti anoressici. Quaranta coppie su cento ripudiano il sesso. Spesso è lui a dire ho mal di testa: teme il giudizio della compagna. Che prima si sente in colpa e poi dice sai cos'è, ti tradisco. Categoria in aumento, in vertiginoso progresso. Un disinteresse che inizia subito, presto, da giovani: "Nei ragazzi italiani siamo quasi all'anoressia sessuale" ha spiegato Giorgio Franco, andrologo della Sapienza di Roma. "A partire dall'adolescenza sono informatissimi ed emancipati, ma tra i 25 e i 35 non sanno gestire la sessualità giorno dopo giorno".
Molte parole, molte visioni, poche o nulle emozioni. Oppure troppe, esagerate: c'è la tipologia di coppia "bulimica" (...). Le metafore dei disturbi alimentari vanno molto tra gli esperti per descrivere la fuga dagli abbracci, dai letti, da se stessi: l'abbondanza che genera penuria, l'eccesso assenza. D'altra parte se pure con lo yogurt dovremmo farlo, allora capisci l'amore che fine ha fatto. Fluisce così cremoso che alla fine viene nausea. L'incontro vero è rimandato (sine die), il sesso finto, invece, hai voglia: emerge la sindrome di Amsterdam, dicono i sessuologi, techno trasgressione molto maschile che consiste nel mettere in vetrina la propria donna nuda su internet. Vedere e non toccare, bit al posto dei sensi. Crollati tutti i tabù, c'è sempre YouTube.
lunedì 30 giugno 2008
Metodo parabolico

In questa linea, mi sembra poter riconoscere che molte delle parabole di Gesù suppongono una situazione in cui egli deve trattare con interlocutori che hanno un modo di vedere diverso dal suo. Anziché intavolare una discussione, che naturalmente finirebbe per aggravare l'opposizione, Gesù racconta una storia. Il dibattito è trasferito su un altro terreno, in cui sarà più facile per lui condurre l'ascoltatore a porsi in un'ottica che, in seguito, gli permetterà di vedere la situazione reale come Gesù la vede. La parabola diviene così lo strumento per condurre il dialogo ed evitare gli insabbiamenti della controversia".
Il paragrafo completo in
www.seitreseiuno.net/testi
domenica 29 giugno 2008
Dipendenze
Cinquantamila torinesi trascorrono due ore al giorno a scaricare film hard
In America la chiamano «XXX Generation». In Italia, pornodipendenti. C’è chi dice che dietro questo nome si nasconda una nuova patologia, fatta di ore trascorse davanti a uno schermo, gli occhi che si muovono compulsivi da un sito all’altro. Alla ricerca di sesso? No, di immagini.
La vittoria dell’etere sulla carne è fatta anche di numeri. E soldi. Cesare Guerreschi, un medico che lavora sui maniaci da sesso virtuale da quasi vent’anni, stima che il sei per cento della popolazione adulta soffra di pornodipendenza. (...) Per non parlare degli altri, quelli che alimentano il mercato della pornografia che, solo in città, si stima macini oltre venti milioni di euro l’anno. Ed è una stima al netto ribasso. (...) le dimensioni reali del fenomeno ci sfuggono.
La medicina ufficiale ancora non la riconosce, ma non esita a definirla una patologia, lui che a lungo è rimasto invischiato nel mondo dell’hard-core illimitato. Racconta che è «come il gioco d’azzardo, l’eroina. Nulla di diverso, gli effetti sono devastanti allo stesso modo. Forse peggio, in certo senso, perché è un’ossessione che non ti molla nemmeno un minuto in tutta la giornata». Significa «autodistruggersi. Tutta la tua attenzione, la concentrazione, finisce lì. Niente amici, niente rapporti, il lavoro spesso diventa un ulteriore opportunità per farsi del male. Vivi in una costante eccitazione, come fossi perennemente drogato».
Ed ecco che il confine tra vita reale e virtuale diventa sfumato: un momento stai controllando le «blue chips» chiedendoti cosa succederà il giorno dopo in Borsa, un attimo dopo sullo schermo compaiono le ultime prodezze di una pornostar. Con la sua associazione Vincenzo Punzi, negli ultimi anni, ha raccolto l’inferno sotto forma di storie, parole di disperati, gente che si accorge di perdere contatto con la realtà. Gente normale. (...)
Compulsivi. Ossessionati. Incapaci di riprendere il controllo di sé e del mondo circostante. Chi ha scambiato l’amore con un’immagine sa che non è la stessa cosa. E lo ammette: non c'è piacere. (...)
Chi ne è uscito si scaglia contro la pornografia. Dice che andrebbe vietata. (...)
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7196girata.asp
La confessione di Ramona
"Sta sempre su quei siti. Sono una vedova bianca"
Il mio problema ha un nome. Si chiama Paolo. Io ho 39 anni, lui 38. Stiamo insieme da cinque anni e da due conviviamo». Il problema di Ramona L. è cominciato tre mesi fa. «Lavoro nel settore informatico. Ho diversi computer, sia in ufficio che a casa, e da quando conviviamo ho scoperto la sua passione: scaricare film pornografici da Internet. Ore e ore». Ramona sa incunearsi tra le pieghe della rete. Sa ricostruire i movimenti di un pc, rileggere i passaggi a ritroso. E ha visto tutto: «Centinaia di siti web zeppi di video».
L’ha affrontato a muso duro. Ne ha ricavato silenzio e rancore. «Mi ha fatta sentire in colpa. Mi ha detto che lo fanno tutti, il suo è solo divertimento e io sono una bigotta, gelosa e impicciona». Ramona ha smesso di chiedere. Ma non di controllare: «Continua. Ogni giorno. Io faccio finta di nulla. Ho iniziato a farlo anch’io, di nascosto, ma non mi faceva alcun effetto. Tutto quello che ho ottenuto è far crollare la sicurezza in me stessa, la mia autostima. Perché ho paura di non piacergli più».
È come se uno schermo e una tastiera si fossero messi di traverso nelle storie d’amore. Mariti contro mogli, conviventi: vite che non s’incontrano più. Esistenze avvelenate. «Non so più cosa provi per mio marito. Quando la notte, a letto, mi si avvicina, sento i brividi. La pelle mi si accappona. Faccio finta di dormire. Sono diventata una vedova bianca».
Ognuna porta con sé un istante. Un fotogramma. Quando questa brutta storia è cominciata, quando la fiducia si è incrinata. O per la prima volta il dubbio si è insinuato e poi, un giorno, è arrivata la certezza. «Ero incinta - racconta Giorgia -. Lui diceva di non voler farmi male. Io, oggi, credo che avesse già incominciato a navigare. Poi è cambiato. Silenzi, sguardi annoiati, modi bruschi. Passava sempre più tempo davanti al pc. Visitava le chat. Poi è cominciata la storia degli sms».
Dice Giorgia che quando si finisce invischiati nei sospetti non c’è più speranza. «Sapevo che scambiava messaggi con alcune donne incontrate su quei siti. Ero quasi sicura che non si incontrassero, ma volevo esserne certa. L’ho pedinato, ho afferrato il suo telefono con il terrore di essere scoperta. Era pieno di messaggi. Ho trascritto quei numeri, ho provato a richiamarli. Ero impazzita. E ho scoperto che queste signore di mio marito non sapevano nulla. Nemmeno il nome. Avevano costruito con lui un mondo fatto di finzione. È stato il colpo finale. Per me e per il nostro rapporto».
Non c’è rabbia, in questi volti. Non c’è rancore. Solo paura di sentirsi «brutte». «Incapace di competere con le immagini patinate. Spaesata. Perché m’accorgi che il tuo compagno non ha piacere di toccarti, s’imbarazza se lo tocchi tu e, cerca sempre di nascondere qualcosa. Mi fa sentire sempre più insicura. E io ho paura».
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200806articoli/7197girata.asp
sabato 28 giugno 2008
Stile evangelico
Una verità e una morale, difese con le pietre - sia pure in versione aggiornata - oppure schizzando veleni sugli avversari, appaiono "irriconoscibili", sfigurate. Non hanno più nulla a che vedere con la verità e la morale proclamate dal vangelo di Gesù Cristo".
Siti cattolici

Ogni mese nascono più di cento nuove postazioni
I temi: approfondimenti religiosi, ma anche musica e giochi
La fede ai tempi di Internet
L' Italia ha il record mondiale dei siti cattolici
