
giovedì 22 novembre 2007
Compleanno!
mercoledì 21 novembre 2007
Gossip e realtà

ROMA - Cantava De Andrè: "La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo". L'aveva già capito il cantautore genovese che il pettegolezzo è più potente della verità. I ricercatori del Max Planck Institute lo hanno dimostrato: usando studenti-cavia, psicologi tedeschi hanno confermato che "il gossip ha più effetto di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi".
Gli studiosi hanno coinvolto 126 studenti suddivisi in gruppi di nove ragazzi ciascuno, bersagliandoli di pettegolezzi sui giovani degli altri gruppi ed è emerso che le "cavie" tendevano sempre a credere di più alle maldicenze o alle lodi intessute da altri, piuttosto che a ciò che avevano potuto sperimentare di persona o che gia sapevano sul conto delle inconsapevoli vittime.
E non è tutto. Secondo la ricerca, i gossip non influenzerebbero solo i giudizi sulle star dello spettacolo, ma inducono anche opinioni e comportamenti della vita comune. "Una recente indagine - spiega Ralf Sommerfeld dell'istituto di Plön in Germania che ha condotto la ricerca presto pubblicata sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze PNAS - ha evidenziato per esempio che due persone su tre credono il gossip una fonte per apprendere nuove cose: non importa se i pettegolezzi alla fine siano veri o meno. Diventano la realtà".
Gli studiosi hanno seguito dall'inizio alla fine il processo di gestazione delle chiacchiere degli studenti e il percorso di trasferimento di queste chiacchiere e i comportamenti conseguenti del fruitore del pettegolezzo. In pratica, ad ogni studente è stata passata una chiacchiera, buona o maligna, su un altro studente e poi gli è stato chiesto se avrebbe avuto voglia o meno di lavorare con la persona oggetto del pettegolezzo.
Non solo, com'era ovvio aspettarsi, i ragazzi hanno tendenzialmente rifiutato di far coppia con coloro sui quali circolavano voci negative, ma è emerso anche che la chiacchiera ha più effetto dell'informazione diretta sulla persona. Il 44% dei partecipanti infatti ha cambiato la propria opinione su una persona sotto l'influenza del gossip, anche quando le chiacchiere contraddicevano ciò che avevano visto di persona.
(15 ottobre 2007) http://www.repubblica.it/
martedì 20 novembre 2007
lunedì 19 novembre 2007
Serietà del lavoro
sabato 17 novembre 2007
Fede e ateismo

venerdì 16 novembre 2007
Branduardi - Giovane per sempre
Artista: Angelo Branduardi
Album: Altro E Altrove - 2003
Titolo: Giovane Per Sempre
Tempo feroce, tempo vorace.
corrompi la tigre e il leone.
Tempo feroce, tempo vorace,
la terra divora i suoi figli.
Tu strappi i denti alla belva crudele
e la Fenice che non muore consumi.
Tu rendi tristi e felici le stagioni,
tempo dal piede leggero,
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo
Tempo feroce, tempo vorace.
il delitto più atroce ti vieto.
con le tue ore tu non ferire
la fronte del mio caro amore.
Con la tua penna rughe non disegnare,
lasciala intatta nel tuo passare.
a ricordo del bello negli anni a venire.
tempo dal piede leggero.
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo.
E così nei miei versi il mio amore vivrà per sempre...
E sarà nei miei versi il mio amore giovane per sempre.
Inghilterra. 1560 circa. W. Shakespeare
Fossati - L'amore fa
Artista: Ivano Fossati
Album: L'Arcangelo (2006)
Titolo: L'amore Fa
L'amore fa l'acqua buona
fa passare la malinconia
crescere i capelli l'amore fa
l'amore accarezza i figli
l'amore parla con i vecchi
qualcuno vuole bene ai piu' lontani
anche per telefono
l'amore fa guerra agli idioti
agli arroganti pericolosi
fa bellissima la stanchezza
avvicina la fortuna quando puo'
fa buona la cucina
l'amore e' una puttana
che onora la bellezza
di un bacio per regalo
cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere
l'amore fa begli gli uomini
sagge le donne
l'amore fa
cantare le allodole
dolce la pioggia d'autunno
e vi dico che fa viaggiare, si'
illumina le strade
fa grandi le occasioni
di credere e di imparare
cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere
fa crescere i gerani e le rose
aprire i balconi
l'amore fa
confondere le citta'
ma riconoscere i padroni
l'amore lo fa
aprire bene gli occhi
amare piu' se stessi
l'amore fa bene alla gente
comprendere il perdono
l'amore fa.
lunedì 12 novembre 2007
Societas christiana?!
Violenza e luoghi comuni
sabato 10 novembre 2007
Vale poco

Fortune della vita - 8
giovedì 8 novembre 2007
Lavoriamo tanto?!
mercoledì 7 novembre 2007
Good News - 1
Emma è apparsa lunedì. Non è quella che appare in questa foto, ma quanto prima ve la presenteremo nel suo splendore!
p.s.: non è la mia nipotina!!
martedì 6 novembre 2007
Tempo e bellezza
Artista: Angelo BranduardiCon la tua penna rughe non disegnare,
a ricordo del bello negli anni a venire,
tempo dal piede leggero,
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo.
lunedì 5 novembre 2007
L'impegno pastorale
Fai tante cose...
Titolo: Pietre
Autori: Pieretti - Ricky Gianco
Edizione: Sanremo 1967
Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai. Tu sei ricco e ti tirano le pietre Non sei ricco e ti tirano le pietre Al mondo non c'è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà! Sarà così finché vivrai Sarà così Se lavori, ti tirano le pietre. Non fai niente e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai capire tu non puoi se è bene o male quello che tu fai. Tu sei bello e ti tirano le pietre. Tu sei brutto e ti tirano le pietre. E il giorno che vorrai difenderti vedrai che tante pietre in faccia prenderai! Sarà così finché vivrai Sarà così
venerdì 2 novembre 2007
Ascendere
La giornata di oggi è l'inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l'umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell'Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un'adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent'anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione. Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l'inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi - peso, disagio, lavoro da riprendere - ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell'uomo - «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all'improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.giovedì 1 novembre 2007
mercoledì 31 ottobre 2007
La nuova santità
sabato 27 ottobre 2007
venerdì 26 ottobre 2007
giovedì 25 ottobre 2007
Las flores de la vida

Te doy la vida porque mi vida es tuya
Y cuando dueño sea, de la ilusión que siento
El amor de las mujeres no tiene comparación
Passato e futuro

Schillebeeckx E., Il celibato del ministero ecclesiastico, Roma, Paoline 1968, 10-11
martedì 23 ottobre 2007
Conforto

lunedì 22 ottobre 2007
In debito d'amore

domenica 21 ottobre 2007
Occhi e cuore
venerdì 19 ottobre 2007
Con la testa

Senza testa
Disequilibrio
giovedì 18 ottobre 2007
Fortune della vita - 4

Questo versetto alleluiatico, che abbiamo cantato nell’odierna liturgia, riassume bene una caratteristica fondamentale del Vangelo di Luca, di cui oggi celebriamo la festa: la presentazione di Gesù come colui che è “consacrato con l’unzione” (Is 61, 1) “per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4, 18-19). È un messaggio di gioia. La gioia di chi recupera la libertà dalla prigionia o dall’oppressione. Di chi recupera la vista, di chi torna a vedere la luce della verità. Cristo è mandato per annunciare agli uomini che la verità può essere conosciuta e che la libertà può essere raggiunta. L’evangelista Luca, sulle orme di Cristo, è stato un grande annunciatore di questo messaggio. E noi pure siamo da Cristo chiamati, siamo da lui mandati ad annunciare questo messaggio. Ci invita a ricordare ciò anche l’odierna vigilia della Giornata missionaria mondiale.
2. Nel Vangelo appena letto Luca (10, 1-20) ci presenta alcuni dei principali insegnamenti di Cristo ai discepoli circa i loro compiti missionari. Gesù non nasconde loro le difficoltà: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”; eppure li orna di una grande potenza spirituale: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”. Qui vediamo inculcate le doti dell’apostolo, del missionario, dell’evangelizzatore. Da una parte lo spirito di sacrificio, l’apertura al dialogo, la misericordia; dall’altra la saldezza delle proprie convinzioni di fede, la potenza della grazia che opera in loro e che li rende strumenti dell’azione divina nel mondo per la salvezza degli uomini. Dio ama scegliere i poveri per evangelizzare i poveri. Ama scegliere degli “agnelli”, cioè persone inappariscenti e umili. Ama scegliere dei poveri strumenti, per mostrare che è lui l’Agente principale della salvezza. Ma l’evangelizzatore deve anche “essere agnello”, nel senso che deve essere umile e docile nelle mani di Dio. Solo uno strumento docile, infatti, è uno strumento utile.
3. “Curate i malati e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio”. L’impegno di annuncio del Vangelo è connesso, con profondi legami, alla promozione integrale dell’uomo. Non c’è dubbio infatti che il regno del Signore, annunciato e proclamato presente, si rende visibile proprio attraverso segni concreti di carità fraterna, di servizio, di pratica della giustizia. È questo lo stile di Gesù e dei suoi discepoli. È uno stile che rende credibile il messaggio e - nello stesso tempo - introduce alle esigenze più alte del Vangelo partendo dai compiti più urgenti della giustizia e della solidarietà umana. Sta qui il motivo per il quale Gesù inviò i discepoli “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”: l’azione di solidarietà umana dei discepoli doveva preparare gli animi ad accogliere la presenza del Figlio di Dio incarnato e del suo messaggio d’amore divino ben superiore alle esigenze e alle possibilità dell’uomo.
4. L’annuncio ufficiale del mistero di Cristo è affidato da Cristo stesso, come sappiamo, al sacerdote. Tuttavia il compito di “precedere” questo annuncio e di collaborare, coinvolge tutti i laici cristiani, e ciò proprio in forza del fatto che essi sono chiamati - come dice il Concilio - a farsi animatori e promotori delle realtà temporali, ordinandole secondo Dio e le indicazioni del Vangelo. Così facendo, i laici “preparano le vie del Signore” (Mt 3, 3), e nel loro stesso impegno per la giustizia e la pace sulla terra, implicitamente annunciano, mediante la loro testimonianza, il mistero del Signore Gesù che “viene”, e l’imminenza del regno dei cieli. In questo lavoro di animazione e di trasformazione evangelica della società e della storia, i laici cristiani possono e devono dare un contributo decisivo e insostituibile al superamento delle difficoltà e delle preoccupazioni dell’ora presente, relative a questa nostra civiltà, che spesso tende a chiudere il cuore dell’uomo alla trascendenza, al senso di Dio, ai grandi valori evangelici della giustizia e della misericordia.
5. La festa e il ricordo di san Luca Evangelista, che oggi celebriamo, costituisce un pressante invito a far nostra l’ansia missionaria di tutti coloro che hanno permesso alla parola di Cristo di risonare nel mondo e di riempire il cuore dell’uomo di luce e di consolazione. Cristo infatti è la risposta adeguata e vera agli interrogativi e alle aspirazioni più profondi del cuore dell’uomo. Cristo dona all’uomo molto più di quanto l’uomo possa sperare e desiderare. Egli solo rivela a noi il vero volto di Dio e dell’uomo. Egli che ha vinto il peccato e la morte è la nostra speranza e la nostra salvezza. Egli è la via, la verità e la vita. Per questo, non possiamo rimanere indifferenti al pensiero che uomini, donne, giovani, nel mondo, ma anche nei confini della propria Chiesa locale, non hanno la gioia di fare esperienza di Gesù Cristo, redentore e amico dell’uomo. Tale pensiero, anzi tale inquietudine, deve risvegliare in noi le migliori energie per individuare e promuovere con generosità e creatività, dovunque sia possibile, occasioni, luoghi, iniziative per annunciare a tutti la buona notizia del Vangelo. È indispensabile, oggi più che mai, attingere a piene mani dal Vangelo, attraverso una preghiera assidua, calma, meditata, per lasciarci rimettere in discussione dalla Parola e comprendere sempre meglio e più profondamente il progetto che Dio ha sulla comunità ecclesiale di Fiesole e su ciascuno di voi.
martedì 16 ottobre 2007
Lo Spirito è il futuro
H.U. von Balthasar, Homo creatus est, 350
lunedì 15 ottobre 2007
Fortune della vita - 3
sabato 13 ottobre 2007
Fortune della vita - 2
Fortune della vita - 1
mercoledì 10 ottobre 2007
Verità profonda
lunedì 8 ottobre 2007
Essere vigilanti su se stessi

domenica 7 ottobre 2007
sabato 6 ottobre 2007
L'amore si fa

Non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.
Michel Quoist
martedì 2 ottobre 2007
Distorsioni della libertà
Le tre distorsioni fatali nel concetto corrente di libertàOggi c'è uno scialo di libertà. Nel nostro mondo, tutte le sue possibili declinazioni vengono esercitate o rivendicate. Guerre vengono fatte in nome della libertà; proposte politiche si riassumono sotto l'egida delle libertà, al plurale. Ogni riforma che voglia presentarsi come innovativa e accattivarsi le simpatie deve assumere almeno l'aspetto di un ampliamento della libertà. Chi potrebbe avere obiezioni? Non è l'anelito alla libertà ciò che è più pro¬fondo nell'essere umano e non è la libertà ciò che lo contraddistingue e che ne fonda dignità e responsabilità?
Ma in tanto inebriarsi di libertà debbono nascondersi delle tare. Come mai, altrimenti, si tollererebbe tanta mancanza sia di libertà da costrizioni e bisogni sia di libertà positiva ed effettiva, di libertà "per" e "di": fare, esistere, creare, amare, ben al di fuori di quei luoghi in cui la negazione della libertà politica e civile è evidente? Come mai milioni di bambini obbligati a diventare guerriglieri o a lavorare, in condizioni disumane? Come mai tante ragazze asservite al racket della prostituzione? Come mai forme di schiavitù in senso stretto, in certi Paesi? Come mai tanto assoggettamento alla mancanza di acqua, di cibo, di cure, di scuole, di case, di lavoro? Come mai, in Paesi liberi e cristiani, i "ragazzi di strada", senza libertà di crescere? È libertà la scelta, di tanti disperati che premono alle nostre coste, tra morire di fame o in mare o essere respinti? E che dire della mancanza di libertà delle coscienze e delle menti, che imperversa anche nei Paesi più ricchi e civilizzati e tra coloro che sono nel benessere? Sono liberi i giovani che si drogano, si abbrutiscono nelle discoteche, si ammazzano nelle stragi del sabato sera? Sono liberi quanti vivo¬no il lavoro solo come mezzo per accumulare denaro e trionfare sugli altri e che devastano affetti? Lo sono gli adulti che maltrattano i bambini o gli uomini che maltrattano le donne (percentuali impressionanti)? Siamo liberi, noi che stiamo rendendo inospitale il pianeta e che ne minacciamo con inquinamenti e energia nucleare, bellica e pacifica, la sopravvivenza? Modelli economici di tipo liberistico da che ci "liberano" se non dalle tutele sociali, assistenza sanitaria e servizi scolastici, dalla sicurezza del lavoro, premessa per progettare la propria vita, oltre che dall'onere umanizzante della solidarietà?
Al fondo della concezione corrente della libertà vi sono distorsioni fatali.
La prima, è il ritenere che la libertà di ognuno trovi nell'altro, nel suo eguale diritto, un limite, al massimo da tollerare e rispettare. Non è così. Filosofia e psicoanalisi sono concordi nel mostrare che la mia libertà è possibile solo perché l’altro c’è. Da altri traiamo origine ma, soprattutto, solo in relazione con l'altro ognuno può compiersi pienamente, è libero d'essere sé stesso: un essere relazionale. Si è liberi con l'altro, non dall’altro. Soltanto nel caso di beni materiali, la compresenza di altri impone la suddivisione e limita, quindi, il godimento. Invece di essere un caso minore nella concezione della libertà umana, il modello dei rapporti riguardanti le cose e la materia è diventato l’unico parametro e criterio della libertà. E, questo, proprio all'interno di quegli orientamenti di civiltà che si sono opposti (e in questo non avevano torto) al "materialismo", identificato col marxismo: solo che ne includono uno peggiore, se non altro perché più subdolo. Un materialismo individualista è, infatti, ancora più disumano di un materialismo collettivista, nel quale si conserva ancora una traccia, pur distorta, della esigenza primaria di coesione.
Il secondo, e forse più radicale, travisamento, al quale si oppongono sia l'annuncio cristiano sia i dati della psicologia del profondo, è quello di pensarci già liberi. Di non riconoscere che i nostri condizionamenti interni ed esterni fanno per noi della libertà una conquista mai del tutto compiuta, che la libertà per noi consiste in una liberazione, dal male cui siamo inclinati, dall'egocentrismo e incapacità di amare. E il Padre nostro termina col grido «liberaci dal male», spesso oscurato da recite frettolose.
Il terzo fraintendimento è il prendere come soggetto della libertà soltanto l'individuo, che è realtà in gran parte fittizia. Pur ognuno con un volto e una responsabilità unici, noi siamo come dei nodi in una rete di relazioni; cristianamente: un corpo, ora «di ossa spezzate» (Merton); cristianamente chiamati a formare il corpo di Cristo. Perciò la libertà è una e indivisibile; è per tutti e per l'intero essere umano o non è. Siamo infatti persone, luoghi di originale e irripetibile risonanza dell'Altro, da cui veniamo, e dei volti, voci e vite degli altri con cui con-viviamo, con-dividiamo e con-creiamo il mondo.
MARIA CRISTINA BARTOLOMEI su Jesus, agosto 2003, 21.
domenica 30 settembre 2007
Buona Festa dell'Oratorio!

Lo è oltre ogni situazione problematica e prima di ogni suo possibile giudizio. Dove le persone vivono creando legami improntati al vero amore reciproco e gratuito, anche se bisognoso di crescita, di educazione e di purificazione, lì troviamo sempre una traccia luminosa di Dio, il cui amore “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5). È con questa gioiosa certezza che invito tutti i responsabili e gli operatori degli Oratori a guardare con grande speranza e a vivere con operosa fiducia ogni relazione con le famiglie che incontrano nelle diverse occasioni dell’anno oratoriano.
Poveri e ricchi
mercoledì 26 settembre 2007
Riconoscere le proprie colpe

dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate
(Doctr. 13, De accusatione sui ipsius, 2-3: PG 88, 1699)
La falsa pace dello spirito
Chi incolpa se stesso, accoglie tutto serenamente quando incorre in qualunque contrarietà, danno, mal¬dicenza, oltraggio o altra afflizione: di tutto egli si ritiene meritevole, né può in alcun modo essere turba¬to. Che cosa vi è di più tranquillo di quest’uomo? Forse qualcuno mi obietterà: «Se un fratello mi afflig¬ge ed esaminandomi non trovassi di avergli data alcu¬na occasione, perché dovrei accusare me stesso?».
Intanto è certo che se qualcuno con timore di Dio si esaminasse diligentemente, non si troverebbe mai del tutto innocente e scoprirebbe che o con l'azione o con la parola o con l’atteggiamento ha dato qualche occa¬sione. Che se poi in nessuno di questi casi si scopris¬se colpevole, certamente in un altro momento avrà trattato duramente quel fratello o in qualche questio¬ne vecchia o nuova, oppure ha forse recato danno a qualche altro fratello. Perciò per questo meritatamen¬te soffre, oppure soffre per altri innumerevoli peccati che ha commesso in altro tempo.
Un altro chiede perché dovrebbe incolparsi quando, standosene in tutta tranquillità e pace, viene insultato dal fratello che sopraggiunge con qualche parola offensiva e infamante e, non potendola sopportare, si ritiene in diritto di adirarsi e di protestare. Poiché se quello non fosse giunto e non avesse parlato e non avesse dato fastidio, egli non avrebbe peccato. La scusa è certamente ridicola e non poggia su un ragionevole fondamento. Non è stato certamente per il fatto che gli sia stata detta qualche parola che è ribollita in lui la passione dell'ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro. Perciò, se ha buona volontà, avrà ottime ragioni per fare penitenza. Egli è simile alla segala chiara splendente che rivela le sue scorie solo quando viene macinata.
Così colui che siede tranquillo e pacifico, come egli pensa, possiede all’interno una passio¬ne che non vede. Sopraggiunge il fratello, dice qual¬che parola pungente, e subito tutto il fondo deteriore, che si nascondeva dentro, è vomitato fuori.
Perciò se vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, si puri¬fichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento essendo stato messo da lui in un’occa¬sione di progresso spirituale. Se così avesse fatto, in seguito non avrebbe più sperimentato la stessa suscet¬tibilità. È certo comunque che quanto più progredirà tanto più facilmente affronterà simili prove. In verità quanto più l’anima avanza nella virtù tanto più diven¬ta forte ed energica nel sopportare qualunque cosa gravosa possa accaderle.
Diverse persone, diverse reazioni

Dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate
(Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 1-2: PG 88, 1695-1699)
La ragione di ogni turbamento è che nessuno accusa se stesso
Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa soprattutto derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l'avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge. Qual è, mi domando, la causa di questa differenza? Questo fatto ha una sola o più spiegazioni? Io mi rendo conto che vi sono molte spiegazioni e motivi, ma ve n’è una che sta avanti alle altre e che genera tutte le altre, secondo quanto disse un tale: Questo deriva dalla particolare condizione in cui talora qualcuno viene a trovarsi. Chi infatti si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratel¬lo. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza.
Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti.
Da tutto questo può derivare il fatto, come ho detto, che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengo¬no dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello.
Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po’ di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all'infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo costatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tulle le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi.
Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l'uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano.
lunedì 4 giugno 2007
Notte dopo la Festa
Carissimi tutti,
credo di non essermi mai sentito come questa sera.
E’ difficile da descrivere.
Un po’ mi spaventa, un po’ mi coinvolge nell’avventura di scoprire ancora qualcosa di me.
A metà strada tra lo stand-by e il troppo-pieno.
Sono “spento”, nel senso che non riesco a produrre “movimento”, in me e fuori di me;
ma non è perché non ho voglia di muovermi, bensì perché ho troppa “energia” nelle vene,
e lo stomaco chiuso.
Mi è venuta in mente una parte di Ef 4, 26: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”.
Stasera ho scoperto anche: “Non tramonti il sole sopra la vostra gioia”.
Giornate, ore, minuti, lava incandescente di emozioni, sorrisi, ricordi, timori.
Volendolo e non volendolo, il tutto è ancora bloccato da un tappo.
Da tempo si raccoglievano le nuvole,
ma oggi mi pioveva addosso la grazia dell’affetto:
ora discreto come la pioggerella, ora rumoroso come un tuono,
ora dolce-salato come le lacrime, ora impetuoso come uno scroscio.
In un’alternanza implacabile e incontrollabile.
Capivo che tenevo aperto l’ombrello, per tentare di ripararmi un po’…
fino alla doccia fredda del gavettone: non ci si può, non ci si deve riparare.
E finalmente dagli occhi sono scese delle gocce.
Nonostante la stanchezza, sarà dura addormentarmi stasera,
più di quando lo sia stato le scorse notti.
Da domani spero di tornare a poter usare mente, corpo e cuore.
Per ora dico solo: Grazie!
Non è un granché, se lo dico e se lo scrivo;
per come lo sto provando nelle viscere vale quasi quanto la vita.
dMc
martedì 15 maggio 2007
A proposito di un nuovo parroco
(don Primo Mazzolari)
Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.
Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.
Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.
Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.
Si cerca per la Chiesa un uomo.
sabato 28 aprile 2007
La passione delle pazienze
Noi sappiamo che deve venire,
e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.
Come un filo di lana tagliato dalle forbici,
così noi dobbiamo essere separati.
Come un giovane animale che viene sgozzato,
così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.
Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione,
che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,
di ucciderci senza la nostra gloria.
Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa
E’ quell'amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.
Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana,
e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo,
aspettando - per dare la nostra vita – un'occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato
che come ci son rami che si distruggono col fuoco,
così ci son tavole che i passi lentamente logorano
e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato
che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici,
ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano
sul dorso di quelli che l'indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
È la passione delle pazienze.
Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi
lunedì 9 aprile 2007
Estasi quotidiane
(Madeleine Delbrel, Che gioia credere)
Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.
Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» del nostro destino.
Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.
Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.
Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.
Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.
Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.
Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.
Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.
L'abbraccio di Giuda

L’abbraccio disperato dell’Iscariota
(Caravaggio, 1598, Dublino) - Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna.
tratto da www.chiesadimilano.it
Le mani di Pietro

Le mani del Principe degli apostoli
(Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena) - Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia...
Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto.
tratto da www.chiesadimilano.it
























