giovedì 22 novembre 2007

Soddisfazione... senza parole!


Compleanno!


Grazie a tutti coloro che mi hanno fatto arrivare i loro AUGURI!

Chi, preso da qualche nostalgia dell'infanzia, volesse vedere giochi d'altri tempi,
può cliccare questo link:
Credo che tanti raga non saprebbero indicare né il nome né le regole di questi giochi...
né capirebbero come ci si potesse divertire in questo modo!

mercoledì 21 novembre 2007

Gossip e realtà


Uno studio tedesco conferma che le chiacchere hanno più effetto di ciò vediamo con i nostri occhi. Centoventisei studenti-cavia dimostrano il potere delle dicerie nella vita d'ogni giorno

"Il pettegolezzo è una verità. Due su tre credono al gossip"
ROMA - Cantava De Andrè: "La maldicenza insiste, batte la lingua sul tamburo". L'aveva già capito il cantautore genovese che il pettegolezzo è più potente della verità. I ricercatori del Max Planck Institute lo hanno dimostrato: usando studenti-cavia, psicologi tedeschi hanno confermato che "il gossip ha più effetto di ciò che abbiamo visto con i nostri occhi".
Gli studiosi hanno coinvolto 126 studenti suddivisi in gruppi di nove ragazzi ciascuno, bersagliandoli di pettegolezzi sui giovani degli altri gruppi ed è emerso che le "cavie" tendevano sempre a credere di più alle maldicenze o alle lodi intessute da altri, piuttosto che a ciò che avevano potuto sperimentare di persona o che gia sapevano sul conto delle inconsapevoli vittime.
E non è tutto. Secondo la ricerca, i gossip non influenzerebbero solo i giudizi sulle star dello spettacolo, ma inducono anche opinioni e comportamenti della vita comune. "Una recente indagine - spiega Ralf Sommerfeld dell'istituto di Plön in Germania che ha condotto la ricerca presto pubblicata sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze PNAS - ha evidenziato per esempio che due persone su tre credono il gossip una fonte per apprendere nuove cose: non importa se i pettegolezzi alla fine siano veri o meno. Diventano la realtà".
Gli studiosi hanno seguito dall'inizio alla fine il processo di gestazione delle chiacchiere degli studenti e il percorso di trasferimento di queste chiacchiere e i comportamenti conseguenti del fruitore del pettegolezzo. In pratica, ad ogni studente è stata passata una chiacchiera, buona o maligna, su un altro studente e poi gli è stato chiesto se avrebbe avuto voglia o meno di lavorare con la persona oggetto del pettegolezzo.
Non solo, com'era ovvio aspettarsi, i ragazzi hanno tendenzialmente rifiutato di far coppia con coloro sui quali circolavano voci negative, ma è emerso anche che la chiacchiera ha più effetto dell'informazione diretta sulla persona. Il 44% dei partecipanti infatti ha cambiato la propria opinione su una persona sotto l'influenza del gossip, anche quando le chiacchiere contraddicevano ciò che avevano visto di persona.
(15 ottobre 2007) http://www.repubblica.it/

martedì 20 novembre 2007

Neffa - Cambierà

Aspettando la nascita!

lunedì 19 novembre 2007

Serietà del lavoro


"Quel giorno in cui questo lavoro smetterà di tormentarti l'anima e di farti venire fredde le mani, forse sarà ora di cambiare mestiere".

Jason Gideon

Intervento alla Giornata Interdisciplinare

sabato 17 novembre 2007

Fede e ateismo


Martini: la tentazione dell'ateismo

C'è una voce in ognuno di noi che ci spinge a dubitare di Dio.

«Ecco il senso della fede e la difficoltà di seguirlo sino in fondo»


Chi è per me Dio? Fin da ragazzo mi è sempre piaciuta l'invocazione, che mi pare sia di San Francesco d'Assisi, «mio Dio é mio tutto». Mi piaceva perché con Dio intendevo in qualche modo una totalità, una realtà in cui tutto si riassume e tutto trova ragione di essere. Cercavo così di esprimere il mistero ineffabile, a cui nulla si sottrae. Ma vedevo anche Dio più concretamente come il Padre di Gesù Cristo, quel Dio che si rende vicino a noi in Gesù nell'eucarestia. Dunque c'era una serie di immagini che in qualche maniera si accavallavano o si sostituivano l'una con l'altra: l'una più misteriosa, attinente a colui che è l'inconoscibile, l'altra più precisa e concreta, che passava per la figura di Gesù. Mi sono reso conto ben presto che parlare di Dio voleva dire affrontare una duplicità, come una contraddizione quasi insuperabile. Quella cioè di pensare a una Realtà sacra inaccessibile, a un Essere profondamente distante, di cui non si può dire il nome, di cui non si sa quasi nulla: e tutto ciò nella certezza che questo Essere è vicino a noi, ci ama, ci cerca, ci vuole, si rivolge a noi con amore compassionevole e perdonante. Tenere insieme queste due cose sembra un po' impossibile, come del resto tenere insieme la giustizia rigorosa e la misericordia infinita di Dio. Noi non scegliamo tra l'una e l'altra, viviamo in bilico (...). Come dice il catechismo della Chiesa cattolica, la dichiarazione «io credo in Dio» è la più importante, la fonte di tutte le altre verità sull'uomo, sul mondo e di tutta la vita di ogni credente in lui. D'altra parte il fatto stesso che si parli di «credere » e non di riconoscere semplicemente la sua esistenza, significa che si tratta concretamente di un atto che non è di semplice conoscenza deduttiva, ma che coinvolge tutto l'uomo in una dedizione personale. Su questo punto, come su tanti altri relativi alla conoscenza di Dio, c'è stata, c'è e ci sarà sempre grande discussione. Per alcuni la realtà di Dio si conosce mediante un semplice ragionamento, per altri sono necessarie anche molte disposizioni del cuore e della persona (...). È dunque possibile conoscere Dio con le sole forze della ragione naturale? Il Concilio Vaticano I lo afferma, e anch'io l'ho sempre ritenuto in obbedienza al Concilio. Ma forse si tratta della ragione naturale concepita in astratto, prima del peccato. Concretamente la nostra natura umana storica, intrisa di deviazioni, ha bisogno di aiuti concreti, che le vengono dati in abbondanza dalla misericordia di Dio. Dunque non è tanto importante la distinzione tra la possibilità di conoscenza naturale e soprannaturale, perché noi conosciamo Dio con una conoscenza che viene e dalla natura, dalla grazia e dallo spirito Santo, che è riversata in noi da Dio stesso. Bisogna dunque accettare di dire a riguardo di Dio alcune cose che possono apparire contraddittorie. Dio è Colui che ci cerca e insieme Colui che si fa cercare. È colui che si rivela e insieme colui che si nasconde. È colui per il quale valgono le parole del salmo «il tuo volto, Signore, io cerco», e tante altre parole della Bibbia, come quelle della sposa del Cantico di Cantici: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l'amato del mio cuore; l'ho cercato, ma non l'ho trovato. Mi alzerò e farò il giro della città; per le strade e per le piazze voglio cercare l'amato del mio cuore. L'ho cercato ma non l'ho trovato. Da poco avevo oltrepassato le guardie che fanno la ronda quando trovai l'amato del mio cuore...» (3,1-4). Ma per lui vale anche la parola che lo presenta come il pastore che cerca la pecora smarrita nel deserto, come la donna che spazza la casa per trovare la moneta perduta, come il padre che attende il figlio prodigo e che vorrebbe che tornasse presto. Quindi cerchiamo Dio e siamo cercati da lui. Ma è certamente lui che per primo ci ama, ci cerca, ci rilancia, ci perdona. A questo punto, sollecitati anche dalle parole del Cantico «ho cercato e non l'ho trovato», ci poniamo il problema dell'ateismo o meglio dell'ignoranza su Dio. Nessuno di noi è lontano da tale esperienza: c'è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere. Su questo principio si fondava l'iniziativa della «Cattedra dei non credenti» che voleva di per sé «porre i non credenti in cattedra» e «ascoltare quanto essi hanno da dirci della loro non conoscenza di Dio». Quando si parla di «credere in Dio» come fa il catechismo della Chiesa cattolica, si ammette espressamente che c'è nella conoscenza di Dio un qualche atto di fiducia e di abbandono. Noi sappiamo bene che non si può costringere nessuno ad avere fiducia. Io posso donare la mia fiducia a un altro ma soltanto se questi mi sa infondere fiducia. E senza fiducia non si vive (...). L'adesione a Dio comporta un'atmosfera generale di fiducia nella giustezza e nella verità della vita, e quindi nella giustezza e nella verità del suo fondamento. Come dice Hans Küng «che Dio esista, può essere ammesso, in definitiva, solo in base a una fiducia che affonda le sue radici nella realtà stessa». Molti e diversi sono i modi con cui ci si avvicina al mistero di Dio. La nostra tradizione occidentale ha cercato di comprendere Dio possibilmente anche con una definizione. Lo si è chiamato ad esempio Sommo Bene, Essere Sussistente, Essere Perfettissimo... Non troviamo nessuna di queste denominazioni nella tradizione ebraica. La Bibbia non conosce nomi astratti di Dio, ma ne enumera le opere. Si può affermare che ciò che la Bibbia dice su Dio viene detto anzitutto con dei verbi, non con dei sostantivi. Questi verbi riguardano le grandi opere con cui Dio ha visitato il suo popolo. Sono verbi come creare, promettere, scegliere, eleggere, comandare, guidare, nutrire ecc. Si riferiscono a ciò che Dio ha fatto per il suo popolo. C'è quindi un'esperienza concreta, quella di essere stati aiutati in circostanze difficili, dove l'opera umana sarebbe venuta meno. Questa esperienza cerca la sua ragione ultima e la trova in questo essere misterioso che chiamiamo Dio. D'altra parte ha qualche ragione anche la tradizione occidentale. Infatti tutte le creature hanno ricevuto da Dio tutto ciò che sono e che hanno. Dio solo è in se stesso la pienezza dell'essere e di ogni perfezione, e colui che è senza origine e senza fine. Tuttavia nel mistero cristiano la natura di Dio ci appare gradualmente come avvolta da una luce ancora più misteriosa. Non è una natura semplicemente capace di tenere salda se stessa, di essere indipendente, di non aver bisogno di nessuno. È una realtà che si protende verso l'altro, in cui è più forte la relazione e il dono di sé che non il possedere se stesso. Per questo Gesù sulla croce ci rivela in maniera decisiva l'essere di Dio come essere per altri: è l'essere di Colui che si dona e perdona.


venerdì 16 novembre 2007

Branduardi - Giovane per sempre

Artista: Angelo Branduardi
Album: Altro E Altrove - 2003
Titolo: Giovane Per Sempre


Tempo feroce, tempo vorace.
corrompi la tigre e il leone.
Tempo feroce, tempo vorace,
la terra divora i suoi figli.
Tu strappi i denti alla belva crudele
e la Fenice che non muore consumi.
Tu rendi tristi e felici le stagioni,
tempo dal piede leggero,
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo

Tempo feroce, tempo vorace.
il delitto più atroce ti vieto.
con le tue ore tu non ferire
la fronte del mio caro amore.

Con la tua penna rughe non disegnare,

lasciala intatta nel tuo passare.

a ricordo del bello negli anni a venire.

tempo dal piede leggero.

fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo.

E così nei miei versi il mio amore vivrà per sempre...
E sarà nei miei versi il mio amore giovane per sempre.

Inghilterra. 1560 circa. W. Shakespeare

Fossati - L'amore fa

Artista: Ivano Fossati
Album: L'Arcangelo (2006)
Titolo: L'amore Fa

L'amore fa l'acqua buona
fa passare la malinconia
crescere i capelli l'amore fa
l'amore accarezza i figli
l'amore parla con i vecchi
qualcuno vuole bene ai piu' lontani
anche per telefono
l'amore fa guerra agli idioti
agli arroganti pericolosi
fa bellissima la stanchezza
avvicina la fortuna quando puo'
fa buona la cucina
l'amore e' una puttana
che onora la bellezza
di un bacio per regalo

cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere

l'amore fa begli gli uomini
sagge le donne
l'amore fa
cantare le allodole
dolce la pioggia d'autunno
e vi dico che fa viaggiare, si'
illumina le strade
fa grandi le occasioni
di credere e di imparare

cose che fanno ridere
l'amore fa
cose che fanno piangere

fa crescere i gerani e le rose
aprire i balconi
l'amore fa
confondere le citta'
ma riconoscere i padroni
l'amore lo fa
aprire bene gli occhi
amare piu' se stessi
l'amore fa bene alla gente
comprendere il perdono
l'amore fa.

lunedì 12 novembre 2007

Societas christiana?!

"Non possiamo non dirci CRISTIANI"...???
NON POSSIAMO DIRCI UMANI,
se non diffondiamo altro, cioé una CULTURA
che meriti questo nome.

Violenza e luoghi comuni


Forse erano tutti extracomunitari, rumeni, musulmani o comunisti...
MA NON MI SEMBRA PROPRIO!
don Chisciotte

sabato 10 novembre 2007

Vale poco



La nuova banconota da 200 mila dollari dello Zimbabwe. Al cambio ufficiale vale 13 dollari Usa, al mercato nero vale un dollaro americano. Con questa somma in Zimbabwe, dove l'inflazione arriverà a fine anno al 100 mila per cento secondo stime del Fondo monetario internazionale, ci si può compare un chilo di zucchero. Ammesso che lo si trovi (Desmond Kwande/Afp)

Fortune della vita - 8


Lettera alle famiglie musulmane in occasione della visita natalizia!

Che bello!


giovedì 8 novembre 2007

Lavoriamo tanto?!



Non dimentichiamo immagini di questo tipo, quando diciamo che lavoriamo tanto e duramente.





mercoledì 7 novembre 2007

Good News - 1

Ben arrivata, Emma!


Emma è apparsa lunedì. Non è quella che appare in questa foto, ma quanto prima ve la presenteremo nel suo splendore!

p.s.: non è la mia nipotina!!

martedì 6 novembre 2007

Tempo e bellezza

Artista: Angelo Branduardi
Album: Altro E Altrove - 2003
Titolo: Giovane Per Sempre

Tempo feroce, tempo vorace, corrompi la tigre e il leone.
Tempo feroce, tempo vorace, la terra divora i suoi figli.
Tu strappi i denti alla belva crudele e la Fenice che non muore consumi.
Tu rendi tristi e felici le stagioni, tempo dal piede leggero,
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo.

Tempo feroce, tempo vorace, il delitto più atroce ti vieto:
con le tue ore tu non ferire la fronte del mio caro amore.
Con la tua penna rughe non disegnare,

lasciala intatta nel tuo passare,
a ricordo del bello negli anni a venire,
tempo dal piede leggero,
fa quel che vuoi delle dolcezze del mondo.

E così nei miei versi il mio amore vivrà per sempre.
E sarà nei miei versi il mio amore giovane per sempre.

ispirato al testo di W. Shakespeare

lunedì 5 novembre 2007

L'impegno pastorale

Ecco evidenziata in giallo la superficie dell'unità pastorale (quattro Parrocchie, che diventeranno tra non molto cinque) in cui presto servizio il sabato e la Domenica. Un unico parroco!

Fai tante cose...

Artista: Gian Pieretti / Antoine
Titolo: Pietre
Autori: Pieretti - Ricky Gianco
Edizione: Sanremo 1967

Tu sei buono e ti tirano le pietre. Sei cattivo e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai, dovunque te ne vai, sempre pietre in faccia prenderai. Tu sei ricco e ti tirano le pietre Non sei ricco e ti tirano le pietre Al mondo non c'è mai qualcosa che gli va e pietre prenderai senza pietà! Sarà così finché vivrai Sarà così Se lavori, ti tirano le pietre. Non fai niente e ti tirano le pietre. Qualunque cosa fai capire tu non puoi se è bene o male quello che tu fai. Tu sei bello e ti tirano le pietre. Tu sei brutto e ti tirano le pietre. E il giorno che vorrai difenderti vedrai che tante pietre in faccia prenderai! Sarà così finché vivrai Sarà così

venerdì 2 novembre 2007

Ascendere

La giornata di oggi è l'inizio del nostro destino di uomini, ciò per cui ognuno di noi, l'umanità è stata fatta. Questo destino di felicità, armonia esuberante di tutto il cosmo per il Primo di noi si è già avverato. Egli è già nella felicità che sarà di tutti con il corpo nella scadenza che Dio fisserà. Il mistero dell'Ascensione segna questo inizio. Gli Apostoli senza capirlo bene, con un'adesione fedele, rimasero pieni di gioia. Con il cuore pieno, nella lontananza, anche noi sappiamo che è gioia. È mistero, ma mistero di gioia. Questo destino, il mistero di oggi, è ciò per cui Egli compì la Sua missione, restò nel silenzio, nel nascondimento di trent'anni, in quella lunga tensione, nella lotta con gente cattiva e ignorante, nella Sua morte. In ogni momento della Sua vita era questo giorno la componente ultima, visse per questo giorno, per porre così la parola fine. Destino Suo e per ognuno di noi, per ogni nostro corpo, per ogni nostra anima, così intero sarà questo mistero di Ascensione. Ci sconcerta, è quasi un peso, quando la nostra coscienza si lascia così facilmente andare. Ogni volta che ci alziamo la mattina dovrebbe riapparirci questo mistero. Egli ascese al cielo per porre l'inizio al compimento del Suo regno. Per tutti si avveri questo regno. Nel primo svegliarsi - peso, disagio, lavoro da riprendere - ci deve venire in mente il destino di questa fatica, che razionalizzi la sensazione iniziale con cui ci svegliamo. «Mando voi fino agli estremi confini della terra». Andandosene come fenomeno umano, ha lasciato il compito a noi (per questo gli Atti chiamano a uno a uno per nome gli Apostoli), il compito di essere Sua carne, Sua parola, Sua presenza. Esiste con certezza la proclamazione della felicità dell'uomo - «Io sarò con voi fino alla fine dei tempi» -, miracolo di resurrezione, di tempra che si crea all'improvviso. Il corpo mistico di Cristo in noi continua.
don Luigi Giussani

Profumi


Il giusto, come il legno di sandalo, profuma la scure che lo colpisce.

detto orientale

giovedì 1 novembre 2007

I Santi

Una canzone travolgente, adatta alla Festa di oggi! Auguri!

mercoledì 31 ottobre 2007

La nuova santità

Una nuova spiritualità sembra stia prendendo forma. Questa spiritualità di tipo nuovo intende non abbandonare il mondo al male, ma fare scaturire e quindi valorizzare lo spirituale insito nella creatura. L'uomo liberamente amante e spropriato di se stesso, semplice e spoglio di fronte al tocco dell'eterno, sfugge all'artificioso conflitto tra lo spirituale ed il materiale. L'amore a Dio si umanizza, si fa amore di ogni creatura in Dio. « Tutto è grazia », giacché Dio s'è chinato sull'umano e l'ha inserito negli abissi della Trinità.La tipologia classica della santità porta il marchio di un eroismo da deserto o da chiostro. Collocandosi a una certa distanza dal mondo, tale santità è protesa verticalmente verso il cielo come una guglia di cattedrale. Ai nostri giorni invece l'asse della santità si trova spostato, è più vicino al mondo. In apparenza la sua tipologia e meno vistosa, il suo eroismo resta celato agli occhi del mondo, ma è il frutto d'una lotta non meno reale. La fedeltà alla chiamata del Signore nelle condizioni del mondo fa penetrare la grazia nelle radici stesse di esso, e questa quindi penetra nei solchi stessi della vita umana.La “piccola via” di s. Teresa, quella dei discepoli del padre De Foucauld, delle Chiese che sono poste sotto il segno della Croce, ma che pregano e trasformano silenziosamente l'uomo perché lo amano, questa via è dunque sintomatica della risposta attuale all'appello evangelico. Più umanamente universale, più propensa a una attualizzazione del cristianesimo nel mondo, questa forma di santità raggiunge con la sua interiorizzazione i valori centrali di ogni epoca. Scendendo dalle altezze dei colloqui mistici, essa va a recare aiuto al mondo in pena, si china sulla miseria umana, scende fino agli inferi del mondo moderno. La vita degl'istinti, come pure quella della fisiologia, non ha bisogno di presentare scuse per quello che è. La grazia penetra in tutti i piani dell'esistenza umana; in uno che si dà totalmente a Dio, l'uomo nella sua interezza si trova restituito e reso a Dio. La spiritualità del deserto è rimasta a lungo alla periferia della vita comune. Il mondo di oggi reclama una santità che sia disposta e in grado di rispondere ai suoi problemi con una soluzione vissuta dentro di esso. L'escatologia laicizzata vuol far senza l'eschaton, il fine, e sogna una impossibile comunione di santi senza il Santo, un Regno di Dio senza Dio. Quando i servi di Dio vengon meno al loro compito, questo va a finire nelle mani di forze di vario genere, forze di segno contrario, e il risultato è la confusione. Allora l'ordine evangelico del « cercate il Regno di Dio » (Matteo 6, 33) si secolarizza e degenera nell'utopia di chimerici paradisi terrestri. È un fatto che il cristianesimo dei nostri giorni non è più l'agente condizionante della storia, ma è piuttosto lo spettatore di processi che sfuggono alla sua influenza e che anzi rischiano di porre la Chiesa al di fuori dei destini del mondo. Le riforme sociali ed economiche, la liberazione e l'emancipazione dei popoli e delle classi sociali, tutto ciò viene operato da parte dei fattori di questo mondo, svincolati dalla Chiesa. Attualmente quasi dovunque i cristiani vivono in regimi di separazione fra Stato e Chiesa. La Chiesa non potrà adattarsi a questa nuova situazione se non a condizione di conservare intatto il carattere universale della sua missione, carattere inerente alla sua stessa natura. Il suo teocratismo deve farsi più interiore, esso la chiama a farsi presente dovunque come la coscienza, la cui voce risuona liberamente e chiama alla libertà, al di fuori di ogni secolare imperativo. In tal modo essa ci perderà nelle applicazioni immediate, mancando dei mezzi concreti dello Stato, ma ci guadagnerà in forza morale, derivata dalla sovrana indipendenza che viene ad acquistare la sua parola. In un clima d'indifferenza o di aperta ostilità, la Chiesa, avendo perduto la voce in capitolo, non può appoggiarsi su altro che sulla fede del vero popolo di Dio, liberato e svincolato da ogni sorta di compromessi e di conformismi. La vittoria degli antichi popolatori del deserto era più vistosa del «trionfo» dell'Impero di Costantino: inoltrandosi nei luoghi deserti i monaci abbandonavano l'Impero, protetto fin troppo dall'ombra dei compromessi. Il deserto di oggi, « soggiorno dei demoni », si trova posto nel cuore stesso dei popoli, che «vivono nel mondo senza speranza e senza Dio» (Ejesini 2, 2). I monaci non han più bisogno di lasciare il mondo, e ogni fedele può scoprire la sua vocazione sotto una forma tutta nuova di un monachesimo interiorizzato.La teologia dei fini ultimi esige che il piano dei pensieri sia poggiato sulla croce, poiché non vi è continuità diretta fra essa e la filosofia umana: «Noi annunziamo ciò che mai è penetrato in cuore d'uomo, ma che Dio ha preparato per quei che l'amano» (1Corinti 2, 9). Essa abbraccia la totalità della Rivelazione, mette in luce il mistero dell'uomo escatologico — filius Sapientiae (figlio della Sapienza) — e rende iniziati alla magnifica definizione di ogni cristiano: colui che ama la Parusia (2Timoteo 4, 2). Per tali amanti della Parusia, il tempo che viene è il momento attuale.II Vangelo di s. Giovanni ci riferisce quella parola del Signore che è forse la più grave rivolta alla Chiesa: «Chi riceve colui che io mando, riceve me; e chi riceve me, riceve chi mi ha mandato » (Giovanni 13, 20). Se il mondo, l'uomo, il nostro dirimpettaio, riceve un membro della Chiesa, uno di noi, si trova tosto nel graduale movimento di comunione e non è più estraneo al cerchio sacro della Comunione trina e alla benedizione del Padre. Il destino del mondo è in sospesa aspettativa di fronte all'atteggiamento inventivo della Chiesa, alla sua arte di farsi accogliere. L'inferno non è in dipendenza della collera di Dio, ma forse della carità cosmica dei santi: «Vedere nel fratello il Signore», «sentirsi di continuo appesi alla croce», «fino alla morte non smettere mai di aggiungere fuoco al fuoco».Nell'epistola prima di Giovanni, l'amore di Dio è un cominciamento, esso precede tutto, trascende ogni risposta. Nella sua profondità, l'amore si dimostra come disinteressato, come l'oblazione pura dell'ancella, come la gioia dell'amico dello Sposo, gioia che sussiste da se stessa, come l'aria nella luce del sole, una gioia a priori per tutti.In Giovanni 14, 28, Gesù chiede ai suoi discepoli di essere giulivi di quella immensa gioia le cui radici stanno oltre l'uomo, nell'unica esistenza oggettiva di Dio. E’ proprio da questa gioia limpida e pura che proviene la salvezza del mondo.
PAUL EVDOKIMOV, Sacramento dell’amore, CENS, Milano 1994, 106-109;
originale francese del 1962

sabato 27 ottobre 2007

Fortune della vita - 7

Avere dei fratelli in Eritrea!

Fortune della vita - 6


Il panorama della catena del Monte Rosa innevata

Gioia!

Quando le parole di spiegazione non servono...

venerdì 26 ottobre 2007

Fortune della vita - 5






Gli anniversari di matrimonio!




giovedì 25 ottobre 2007

Las flores de la vida


Te doy la vida
Te doy la vida porque mi vida es tuya
Te entrego el alma sedienta de ilusión
No dudes nunca que muero por quererte
Te doy la vida, te doy el corazón (se repite)
Y cuando dueño sea, de la ilusión que siento
Unidos encontraremos la dicha y el placer
Juntitos viviremos, juntitos moriremos
Unidas las dos almas formando un solo ser
El amor de las mujeres no tiene comparación
No tiene, no tiene, no tiene comparación (se repite)
El amor de las mujeres no tiene comparación.
Canzone di Compay Segundo

Passato e futuro


"Noi cerche­remo in primo luogo di comprendere le forme tradizionali e i loro motivi partendo dal passato. Ma, nella consapevolezza che anche noi ci trovia­mo immersi in una storia come esseri che, tra­scendendo la temporalità vissuta, sia verso il pas­sato che verso il futuro, abbiamo dinanzi a noi un grande avvenire, ci mettiamo a demolire quelle strutture che non siamo più in grado di vivere. Non nel senso di procedere in una prima fase alla distruzione («demitizzazione») e, in una seconda fase, alla restaurazione; ma per rendere presente nell'adesso il futuro mediante una nuova inter­pretazione in base al passato. Non è possibile il movimento « distruttivo », se non si ha una visio­ne almeno implicita e una volontà di futurità; se questo non fosse il caso, allora si tratterebbe di semplice nichilismo: rivoluzionario, senza una nuova attrazione di valore, il che sarebbe l'an­nientamento di ogni vera rivoluzione. La verità si trova dinanzi a noi, nel futuro. Ma anche noi, a nostra volta, siamo uomini, che veniamo dal passato, da un passato che un giorno fu, per altri, un futuro e possiede perciò verità e valore at­tuabili".

Schillebeeckx E., Il celibato del ministero ecclesiastico, Roma, Paoline 1968, 10-11

martedì 23 ottobre 2007

Conforto


Penso che nessun'altra cosa ci conforti tanto quanto il ricordo di un amico: la memoria di lui, la gioia della sua confidenza o l'immenso sollievo di esserti tu confidato a lui con assoluta tranquillità: appunto perchè amico. Conforta il desiderio di rivederlo se lontano, di evocarlo per sentirlo vicino, quasi per udire la sua voce e continuare colloqui mai finiti.

David M. Turoldo

lunedì 22 ottobre 2007

In debito d'amore


"Il Signore dice: Chi di voi vuole essere il primo e il più grande, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (cfr Mc 9,35). Chi accetta questo criterio deve servire gratuitamente, sottomettersi a tutti e dare le sue prestazioni come il debitore che restituisce un prestito ad alto tasso. Coloro poi che esercitano una autorità hanno un onere ancor maggiore degli altri. Il loro servizio è più impegnativo di quello dei sudditi. Devono dare l'esempio di saper servire umilmente gli altri, considerando i fratelli come un deposito loro affidato da Dio.


san Gregorio di Nissa, La vita cristiana, PG 46,295ss

domenica 21 ottobre 2007

Occhi e cuore


Dopo questa giornata, posso affermare:

se è vero che "lontano dagli occhi, lontano dal cuore",

è anche vero che "vicino agli occhi, vicino al cuore"!

venerdì 19 ottobre 2007

Con la testa


Un aneddoto che si racconta a proposito del cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, in un teso quanto breve incontro con Napoleone Bonaparte. L'imperatore gli disse: "Distruggerò la vostra Chiesa!". Il cardinale gli rispose: "Non ci riuscirà; neppure noi ecclesiastici siamo riusciti a distruggerla in tutti questi secoli».

Senza testa


L'entomologo Christopher Tipping del college della citta' americana di Delaver, in Pennsylvania, e' giunto alla conclusione che gli scarafaggi sono in grado di sopravvivere diverse settimane privi della testa.

Taluni umani anche molto di più... quasi tutta la vita!

don Chisciotte

Disequilibrio


"E' minore il guadagno che si ha da un digiuno, che lo scapito derivante da un atto di collera;

il frutto di una lettura spirituale non basta a compensare il danno che proviene dal disprezzo di un fratello"

dalle "Conferenze" di Giovanni Cassiano, abate

giovedì 18 ottobre 2007

Fortune della vita - 4


Festa di San Luca evangelista!


OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II - Fiesole - Sabato, 18 ottobre 1986

1. “Il Signore mi ha mandato ad annunziare ai poveri la buona novella” (Lc 4, 18).
Questo versetto alleluiatico, che abbiamo cantato nell’odierna liturgia, riassume bene una caratteristica fondamentale del Vangelo di Luca, di cui oggi celebriamo la festa: la presentazione di Gesù come colui che è “consacrato con l’unzione” (Is 61, 1) “per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi” (Lc 4, 18-19). È un messaggio di gioia. La gioia di chi recupera la libertà dalla prigionia o dall’oppressione. Di chi recupera la vista, di chi torna a vedere la luce della verità. Cristo è mandato per annunciare agli uomini che la verità può essere conosciuta e che la libertà può essere raggiunta. L’evangelista Luca, sulle orme di Cristo, è stato un grande annunciatore di questo messaggio. E noi pure siamo da Cristo chiamati, siamo da lui mandati ad annunciare questo messaggio. Ci invita a ricordare ciò anche l’odierna vigilia della Giornata missionaria mondiale.


2. Nel Vangelo appena letto Luca (10, 1-20) ci presenta alcuni dei principali insegnamenti di Cristo ai discepoli circa i loro compiti missionari. Gesù non nasconde loro le difficoltà: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”; eppure li orna di una grande potenza spirituale: “Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare”. Qui vediamo inculcate le doti dell’apostolo, del missionario, dell’evangelizzatore. Da una parte lo spirito di sacrificio, l’apertura al dialogo, la misericordia; dall’altra la saldezza delle proprie convinzioni di fede, la potenza della grazia che opera in loro e che li rende strumenti dell’azione divina nel mondo per la salvezza degli uomini. Dio ama scegliere i poveri per evangelizzare i poveri. Ama scegliere degli “agnelli”, cioè persone inappariscenti e umili. Ama scegliere dei poveri strumenti, per mostrare che è lui l’Agente principale della salvezza. Ma l’evangelizzatore deve anche “essere agnello”, nel senso che deve essere umile e docile nelle mani di Dio. Solo uno strumento docile, infatti, è uno strumento utile.


3. “Curate i malati e dite loro: è vicino a voi il regno di Dio”. L’impegno di annuncio del Vangelo è connesso, con profondi legami, alla promozione integrale dell’uomo. Non c’è dubbio infatti che il regno del Signore, annunciato e proclamato presente, si rende visibile proprio attraverso segni concreti di carità fraterna, di servizio, di pratica della giustizia. È questo lo stile di Gesù e dei suoi discepoli. È uno stile che rende credibile il messaggio e - nello stesso tempo - introduce alle esigenze più alte del Vangelo partendo dai compiti più urgenti della giustizia e della solidarietà umana. Sta qui il motivo per il quale Gesù inviò i discepoli “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”: l’azione di solidarietà umana dei discepoli doveva preparare gli animi ad accogliere la presenza del Figlio di Dio incarnato e del suo messaggio d’amore divino ben superiore alle esigenze e alle possibilità dell’uomo.


4. L’annuncio ufficiale del mistero di Cristo è affidato da Cristo stesso, come sappiamo, al sacerdote. Tuttavia il compito di “precedere” questo annuncio e di collaborare, coinvolge tutti i laici cristiani, e ciò proprio in forza del fatto che essi sono chiamati - come dice il Concilio - a farsi animatori e promotori delle realtà temporali, ordinandole secondo Dio e le indicazioni del Vangelo. Così facendo, i laici “preparano le vie del Signore” (Mt 3, 3), e nel loro stesso impegno per la giustizia e la pace sulla terra, implicitamente annunciano, mediante la loro testimonianza, il mistero del Signore Gesù che “viene”, e l’imminenza del regno dei cieli. In questo lavoro di animazione e di trasformazione evangelica della società e della storia, i laici cristiani possono e devono dare un contributo decisivo e insostituibile al superamento delle difficoltà e delle preoccupazioni dell’ora presente, relative a questa nostra civiltà, che spesso tende a chiudere il cuore dell’uomo alla trascendenza, al senso di Dio, ai grandi valori evangelici della giustizia e della misericordia.


5. La festa e il ricordo di san Luca Evangelista, che oggi celebriamo, costituisce un pressante invito a far nostra l’ansia missionaria di tutti coloro che hanno permesso alla parola di Cristo di risonare nel mondo e di riempire il cuore dell’uomo di luce e di consolazione. Cristo infatti è la risposta adeguata e vera agli interrogativi e alle aspirazioni più profondi del cuore dell’uomo. Cristo dona all’uomo molto più di quanto l’uomo possa sperare e desiderare. Egli solo rivela a noi il vero volto di Dio e dell’uomo. Egli che ha vinto il peccato e la morte è la nostra speranza e la nostra salvezza. Egli è la via, la verità e la vita. Per questo, non possiamo rimanere indifferenti al pensiero che uomini, donne, giovani, nel mondo, ma anche nei confini della propria Chiesa locale, non hanno la gioia di fare esperienza di Gesù Cristo, redentore e amico dell’uomo. Tale pensiero, anzi tale inquietudine, deve risvegliare in noi le migliori energie per individuare e promuovere con generosità e creatività, dovunque sia possibile, occasioni, luoghi, iniziative per annunciare a tutti la buona notizia del Vangelo. È indispensabile, oggi più che mai, attingere a piene mani dal Vangelo, attraverso una preghiera assidua, calma, meditata, per lasciarci rimettere in discussione dalla Parola e comprendere sempre meglio e più profondamente il progetto che Dio ha sulla comunità ecclesiale di Fiesole e su ciascuno di voi.

martedì 16 ottobre 2007

Lo Spirito è il futuro

Non dovrebbe formarsi assolutamente l’opinione che nella storia passata della Chiesa lo Spirito Santo abbia detto tutto ciò che vi è di “essenziale”, sicché nel futuro non ci sarebbe da attendersi più nulla di rilevante da lui e tutto il lavoro del teologo si esaurirebbe nel ripetere quel che è già stato detto, magari nel tono della vecchia governante che vuole cacciare in testa agli stupidi bambini quanto tornano - sempre - a dimenticare.

H.U. von Balthasar, Homo creatus est, 350

lunedì 15 ottobre 2007

Fortune della vita - 3

Una biblioteca di più di 130.000 libri, sempre a nostra disposizione.

Provate a cercare qualche libro nel database dei titoli finora inseriti:



sabato 13 ottobre 2007

Fortune della vita - 2


La preghiera comune nella Liturgia; le condizioni ottimali per la preghiera personale; l'Adorazione eucaristica ogni venerdì pomeriggio.

Fortune della vita - 1

La presenza e la collaborazione con un gruppo di preti competenti, disponibili, al servizio della Chiesa: gli educatori del Seminario!




mercoledì 10 ottobre 2007

Verità profonda


"L'opposto di una affermazione vera è una affermazione falsa, ma l'opposto di una verità profonda può essere un'altra verità profonda"

Bohr

lunedì 8 ottobre 2007

Essere vigilanti su se stessi


"Occhio ai tuoi pensieri,

perché si trasformano in parole!

Occhio alle tue parole,

perché si trasformano in azioni!

Occhio alle tue azioni,

perché si trasformano in atteggiamenti!

Occhio ai tuoi atteggiamenti,

perché si trasformano in carattere!

Occhio al tuo carattere,

perché si trasforma in destino!"


F. Outlaw

domenica 7 ottobre 2007

Volontà di crescere


"La nostra volontà di crescere è la stessa

del primo giorno"

Chi apprende veramente?!


"Chi sente, dimentica;

chi vede, ricorda;

chi fa, apprende"

sabato 6 ottobre 2007

L'amore si fa


L’amore non è già fatto. Si fa.
Non è un vestito già confezionato, ma stoffa da tagliare, preparare e cucire.

Non è un appartamento chiavi in mano, ma una casa da concepire, costruire, conservare e, spesso, riparare.

Non è una vetta conquistata, ma scalate appassionanti e cadute dolorose.

Non è un solido ancoraggio nel porto della felicità, ma è un levar l’ancora, è un viaggio in pieno mare.

Non è un SI’ trionfale che si segna fra i sorrisi e gli applausi, ma è una moltitudine di “sì” che punteggiano la vita, tra una moltitudine di “no” che si cancellano strada facendo.

Non è l’apparizione improvvisa di una nuova vita, perfetta fin dalla nascita, ma sgorgare di sorgente e lungo tragitto di fiume dai molteplici meandri, qualche volta in secca, altre volte traboccante, ma sempre in cammino verso il mare infinito.


Michel Quoist

martedì 2 ottobre 2007

Distorsioni della libertà

Le tre distorsioni fatali nel concetto corrente di libertà

Oggi c'è uno scialo di libertà. Nel nostro mondo, tutte le sue possibili declinazioni vengono esercitate o rivendicate. Guerre vengono fatte in nome della libertà; proposte politiche si riassumono sotto l'egida delle libertà, al plurale. Ogni riforma che voglia presentarsi come innovativa e accattivarsi le simpatie deve assumere almeno l'aspetto di un ampliamento della libertà. Chi potrebbe avere obiezioni? Non è l'anelito alla libertà ciò che è più pro¬fondo nell'essere umano e non è la libertà ciò che lo contraddistingue e che ne fonda dignità e responsabilità?
Ma in tanto inebriarsi di libertà debbono nascondersi delle tare. Come mai, altrimenti, si tollererebbe tanta mancanza sia di libertà da costrizioni e bisogni sia di libertà positiva ed effettiva, di libertà "per" e "di": fare, esistere, creare, amare, ben al di fuori di quei luoghi in cui la negazione della libertà politica e civile è evidente? Come mai milioni di bambini obbligati a diventare guerriglieri o a lavorare, in condizioni disumane? Come mai tante ragazze asservite al racket della prostituzione? Come mai forme di schiavitù in senso stretto, in certi Paesi? Come mai tanto assoggettamento alla mancanza di acqua, di cibo, di cure, di scuole, di case, di lavoro? Come mai, in Paesi liberi e cristiani, i "ragazzi di strada", senza libertà di crescere? È libertà la scelta, di tanti disperati che premono alle nostre coste, tra morire di fame o in mare o essere respinti? E che dire della mancanza di libertà delle coscienze e delle menti, che imperversa anche nei Paesi più ricchi e civilizzati e tra coloro che sono nel benessere? Sono liberi i giovani che si drogano, si abbrutiscono nelle discoteche, si ammazzano nelle stragi del sabato sera? Sono liberi quanti vivo¬no il lavoro solo come mezzo per accumulare denaro e trionfare sugli altri e che devastano affetti? Lo sono gli adulti che maltrattano i bambini o gli uomini che maltrattano le donne (percentuali impressionanti)? Siamo liberi, noi che stiamo rendendo inospitale il pianeta e che ne minacciamo con inquinamenti e energia nucleare, bellica e pacifica, la sopravvivenza? Modelli economici di tipo liberistico da che ci "liberano" se non dalle tutele sociali, assistenza sanitaria e servizi scolastici, dalla sicurezza del lavoro, premessa per progettare la propria vita, oltre che dall'onere umanizzante della solidarietà?
Al fondo della concezione corrente della libertà vi sono distorsioni fatali.
La prima, è il ritenere che la libertà di ognuno trovi nell'altro, nel suo eguale diritto, un limite, al massimo da tollerare e rispettare. Non è così. Filosofia e psicoanalisi sono concordi nel mostrare che la mia libertà è possibile solo perché l’altro c’è. Da altri traiamo origine ma, soprattutto, solo in relazione con l'altro ognuno può compiersi pienamente, è libero d'essere sé stesso: un essere relazionale. Si è liberi con l'altro, non dall’altro. Soltanto nel caso di beni materiali, la compresenza di altri impone la suddivisione e limita, quindi, il godimento. Invece di essere un caso minore nella concezione della libertà umana, il modello dei rapporti riguardanti le cose e la materia è diventato l’unico parametro e criterio della libertà. E, questo, proprio all'interno di quegli orientamenti di civiltà che si sono opposti (e in questo non avevano torto) al "materialismo", identificato col marxismo: solo che ne includono uno peggiore, se non altro perché più subdolo. Un materialismo individualista è, infatti, ancora più disumano di un materialismo collettivista, nel quale si conserva ancora una traccia, pur distorta, della esigenza primaria di coesione.
Il secondo, e forse più radicale, travisamento, al quale si oppongono sia l'annuncio cristiano sia i dati della psicologia del profondo, è quello di pensarci già liberi. Di non riconoscere che i nostri condizionamenti interni ed esterni fanno per noi della libertà una conquista mai del tutto compiuta, che la libertà per noi consiste in una liberazione, dal male cui siamo inclinati, dall'egocentrismo e incapacità di amare. E il Padre nostro termina col grido «liberaci dal male», spesso oscurato da recite frettolose.
Il terzo fraintendimento è il prendere come soggetto della libertà soltanto l'individuo, che è realtà in gran parte fittizia. Pur ognuno con un volto e una responsabilità unici, noi siamo come dei nodi in una rete di relazioni; cristianamente: un corpo, ora «di ossa spezzate» (Merton); cristianamente chiamati a formare il corpo di Cristo. Perciò la libertà è una e indivisibile; è per tutti e per l'intero essere umano o non è. Siamo infatti persone, luoghi di originale e irripetibile risonanza dell'Altro, da cui veniamo, e dei volti, voci e vite degli altri con cui con-viviamo, con-dividiamo e con-creiamo il mondo.

MARIA CRISTINA BARTOLOMEI su Jesus, agosto 2003, 21.

domenica 30 settembre 2007

Buona Festa dell'Oratorio!


Ogni famiglia è segno dell’amore di Dio.
Lo è oltre ogni situazione problematica e prima di ogni suo possibile giudizio. Dove le persone vivono creando legami improntati al vero amore reciproco e gratuito, anche se bisognoso di crescita, di educazione e di purificazione, lì troviamo sempre una traccia luminosa di Dio, il cui amore “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Romani 5,5). È con questa gioiosa certezza che invito tutti i responsabili e gli operatori degli Oratori a guardare con grande speranza e a vivere con operosa fiducia ogni relazione con le famiglie che incontrano nelle diverse occasioni dell’anno oratoriano.


dal Messaggio dell'Arcivescovo per la Festa dell'Oratorio 2007

Poveri e ricchi


Il valore dell'umiltà lo acquistano più facilmente i poveri che i ricchi. Infatti i poveri, nella scarsità dei mezzi, hanno per amica la mitezza. I ricchi, nell'abbondanza, hanno come loro familiare l'arroganza.
san Leone Magno (Disc. 95, 2)

mercoledì 26 settembre 2007

Riconoscere le proprie colpe



dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate

(Doctr. 13, De accusatione sui ipsius, 2-3: PG 88, 1699)

La falsa pace dello spirito

Chi incolpa se stesso, accoglie tutto serenamente quando incorre in qualunque contrarietà, danno, mal¬dicenza, oltraggio o altra afflizione: di tutto egli si ritiene meritevole, né può in alcun modo essere turba¬to. Che cosa vi è di più tranquillo di quest’uomo? Forse qualcuno mi obietterà: «Se un fratello mi afflig¬ge ed esaminandomi non trovassi di avergli data alcu¬na occasione, perché dovrei accusare me stesso?».
Intanto è certo che se qualcuno con timore di Dio si esaminasse diligentemente, non si troverebbe mai del tutto innocente e scoprirebbe che o con l'azione o con la parola o con l’atteggiamento ha dato qualche occa¬sione. Che se poi in nessuno di questi casi si scopris¬se colpevole, certamente in un altro momento avrà trattato duramente quel fratello o in qualche questio¬ne vecchia o nuova, oppure ha forse recato danno a qualche altro fratello. Perciò per questo meritatamen¬te soffre, oppure soffre per altri innumerevoli peccati che ha commesso in altro tempo.
Un altro chiede perché dovrebbe incolparsi quando, standosene in tutta tranquillità e pace, viene insultato dal fratello che sopraggiunge con qualche parola offensiva e infamante e, non potendola sopportare, si ritiene in diritto di adirarsi e di protestare. Poiché se quello non fosse giunto e non avesse parlato e non avesse dato fastidio, egli non avrebbe peccato. La scusa è certamente ridicola e non poggia su un ragionevole fondamento. Non è stato certamente per il fatto che gli sia stata detta qualche parola che è ribollita in lui la passione dell'ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro. Perciò, se ha buona volontà, avrà ottime ragioni per fare penitenza. Egli è simile alla segala chiara splendente che rivela le sue scorie solo quando viene macinata.
Così colui che siede tranquillo e pacifico, come egli pensa, possiede all’interno una passio¬ne che non vede. Sopraggiunge il fratello, dice qual¬che parola pungente, e subito tutto il fondo deteriore, che si nascondeva dentro, è vomitato fuori.
Perciò se vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, si puri¬fichi, cerchi di migliorare, e vedrà che a quel fratello invece di un oltraggio doveva piuttosto rivolgere un ringraziamento essendo stato messo da lui in un’occa¬sione di progresso spirituale. Se così avesse fatto, in seguito non avrebbe più sperimentato la stessa suscet¬tibilità. È certo comunque che quanto più progredirà tanto più facilmente affronterà simili prove. In verità quanto più l’anima avanza nella virtù tanto più diven¬ta forte ed energica nel sopportare qualunque cosa gravosa possa accaderle.

Diverse persone, diverse reazioni


Dai « Discorsi spirituali » di san Doroteo, abate

(Doctr. 7, De accusatione sui ipsius, 1-2: PG 88, 1695-1699)

La ragione di ogni turbamento è che nessuno accusa se stesso

Cerchiamo, fratelli, di vedere da che cosa soprattutto derivi il fatto che quando qualcuno ha sentito una parola molesta, spesso se ne va senza alcuna reazione, come se non l'avesse udita, mentre talvolta appena l’ha sentita si turba e si affligge. Qual è, mi domando, la causa di questa differenza? Questo fatto ha una sola o più spiegazioni? Io mi rendo conto che vi sono molte spiegazioni e motivi, ma ve n’è una che sta avanti alle altre e che genera tutte le altre, secondo quanto disse un tale: Questo deriva dalla particolare condizione in cui talora qualcuno viene a trovarsi. Chi infatti si trova in preghiera o in contemplazione, facilmente sopporta il fratello che lo insulta, e rimane imperturbato. Talvolta questo avviene per il troppo affetto da cui qualcuno è animato verso qualche fratel¬lo. Per questo affetto egli sopporta da lui ogni cosa con molta pazienza.
Questo può inoltre derivare dal disprezzo. Quando uno disprezza o schernisce chi abbia voluto irritarlo, disdegna di guardarlo o di rivolgergli la parola o di accennare, parlando con qualcuno, ai suoi insulti e alle sue maldicenze, considerandolo come il più vile di tutti.
Da tutto questo può derivare il fatto, come ho detto, che qualcuno non si turbi, né si affligga se disprezzato o non prenda in considerazione le cose che gli vengo¬no dette. Accade invece che qualcuno si turbi e si affligga per le parole di un fratello allorquando si trova in una condizione molto critica o quando odia quel fratello.
Vi sono tuttavia anche molte altre cause di questo stesso fenomeno che vengono diversamente presentate. Ma la ragione prima di ogni turbamento, se facciamo una diligente indagine, la si trova nel fatto che nessuno incolpa se stesso. Da qui scaturisce ogni cruccio e travaglio, qui sta la ragione per cui non abbiamo mai un po’ di pace; né ci dobbiamo meravigliare, poiché abbiamo appreso da santi uomini che non esiste per noi altra strada all'infuori di questa per giungere alla tranquillità. Che le cose stiano proprio così lo costatiamo in moltissimi casi. E noi, inoperosi e amanti della tranquillità, ci illudiamo e crediamo di aver intrapresa la via giusta allorché in tulle le cose siamo insofferenti, non accettando mai di incolpare noi stessi.
Così stanno le cose. Per quante virtù possegga l'uomo, fossero pure innumerevoli e infinite, se si allontana da questa strada, non avrà mai pace, ma sarà sempre afflitto o affliggerà gli altri, e si affaticherà invano.

A proposito del poeta


"Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta"
card. Daneels

lunedì 4 giugno 2007

Notte dopo la Festa

Milano, 3 giugno 2007, ore 22

Carissimi tutti,
credo di non essermi mai sentito come questa sera.
E’ difficile da descrivere.
Un po’ mi spaventa, un po’ mi coinvolge nell’avventura di scoprire ancora qualcosa di me.

A metà strada tra lo stand-by e il troppo-pieno.
Sono “spento”, nel senso che non riesco a produrre “movimento”, in me e fuori di me;
ma non è perché non ho voglia di muovermi, bensì perché ho troppa “energia” nelle vene,
e lo stomaco chiuso.

Mi è venuta in mente una parte di Ef 4, 26: “Non tramonti il sole sopra la vostra ira”.
Stasera ho scoperto anche: “Non tramonti il sole sopra la vostra gioia”.

Giornate, ore, minuti, lava incandescente di emozioni, sorrisi, ricordi, timori.
Volendolo e non volendolo, il tutto è ancora bloccato da un tappo.

Da tempo si raccoglievano le nuvole,
ma oggi mi pioveva addosso la grazia dell’affetto:
ora discreto come la pioggerella, ora rumoroso come un tuono,
ora dolce-salato come le lacrime, ora impetuoso come uno scroscio.
In un’alternanza implacabile e incontrollabile.
Capivo che tenevo aperto l’ombrello, per tentare di ripararmi un po’…
fino alla doccia fredda del gavettone: non ci si può, non ci si deve riparare.
E finalmente dagli occhi sono scese delle gocce.

Nonostante la stanchezza, sarà dura addormentarmi stasera,
più di quando lo sia stato le scorse notti.
Da domani spero di tornare a poter usare mente, corpo e cuore.
Per ora dico solo: Grazie!
Non è un granché, se lo dico e se lo scrivo;
per come lo sto provando nelle viscere vale quasi quanto la vita.

dMc

Il video della PopoSong 2007

Ecco la canzone della Festa Popolare di San Luca
3 giugno 2007

Programma della serata di Sabato

Programma della Festa

martedì 15 maggio 2007

A proposito di un nuovo parroco

Si cerca un uomo
(don Primo Mazzolari)

Si cerca per la Chiesa
un prete capace di rinascere
nello Spirito ogni giorno.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza paura del domani
senza paura dell'oggi
senza complessi del passato.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non abbia paura di cambiare
che non cambi per cambiare
che non parli per parlare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di vivere insieme agli altri
di lavorare insieme
di piangere insieme
di ridere insieme
di amare insieme
di sognare insieme.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di perdere senza sentirsi distrutto
di mettere in dubbio senza perdere la fede
di portare la pace dove c'è inquietudine
e inquietudine dove c'è pace.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che sappia usare le mani per benedire
e indicare la strada da seguire.

Si cerca per la Chiesa un uomo
senza molti mezzi,
ma con molto da fare,
un uomo che nelle crisi
non cerchi altro lavoro,
ma come meglio lavorare.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che trovi la sua libertà
nel vivere e nel servire
e non nel fare quello che vuole.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che abbia nostalgia di Dio,
che abbia nostalgia della Chiesa,
nostalgia della gente,
nostalgia della povertà di Gesù,
nostalgia dell'obbedienza di Gesù.

Si cerca per la Chiesa un uomo
che non confonda la preghiera
con le parole dette d'abitudine,
la spiritualità col sentimentalismo,
la chiamata con l'interesse,
il servizio con la sistemazione.

Si cerca per la Chiesa un uomo
capace di morire per lei,
ma ancora più capace di vivere per la Chiesa;
un uomo capace di diventare ministro di Cristo,
profeta di Dio, un uomo che parli con la sua vita.

Si cerca per la Chiesa un uomo.

sabato 28 aprile 2007

La passione delle pazienze

La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo.
Noi sappiamo che deve venire,
e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati.
Come un filo di lana tagliato dalle forbici,
così noi dobbiamo essere separati.
Come un giovane animale che viene sgozzato,
così noi dobbiamo essere uccisi.

La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione,
che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria,
di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa
E’ quell'amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi e rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana,
e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo,
aspettando - per dare la nostra vita – un'occasione che ne valga la pena.

Perché abbiamo dimenticato
che come ci son rami che si distruggono col fuoco,
così ci son tavole che i passi lentamente logorano
e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato
che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici,
ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano
sul dorso di quelli che l'indossano.

Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
È la passione delle pazienze.

Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi

lunedì 9 aprile 2007

Estasi quotidiane

L'estasi delle tue volontà
(Madeleine Delbrel, Che gioia credere)

Quando quelli che amiamo ci chiedono qualcosa,
noi li ringraziamo di avercelo chiesto.

Se a te piacesse, Signore, chiederci una sola cosa
in tutta la nostra vita,
noi ne rimarremmo meravigliati
e l'aver compiuto questa sola volta la tua volontà
sarebbe «l'avvenimento» del nostro destino.

Ma poiché ogni giorno ogni ora ogni minuto
tu metti nelle nostre mani tanto onore,
noi lo troviamo così naturale da esserne stanchi,
da esserne annoiati.

Tuttavia, se comprendessimo quanto inscrutabile è il tuo mistero,
noi rimarremmo stupefatti
di poter captare queste scintille del tuo volere
che sono i nostri microscopici doveri.

Noi saremmo abbagliati nel conoscere,
in questa tenebra immensa che ci avvolge,
le innumerevoli
precise
personali
luci delle tue volontà.

Il giorno che noi comprendessimo questo
andremmo nella vita come profeti,
come veggenti delle tue piccole provvidenze,
come mediatori dei tuoi interventi.

Nulla sarebbe mediocre, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe troppo pesante, perché tutto avrebbe radice in te.
Nulla sarebbe triste, perché tutto sarebbe voluto da te.
Nulla sarebbe tedioso, perché tutto sarebbe amore di te.
Noi siamo tutti dei predestinati all'estasi,
tutti chiamati a uscire dai nostri poveri programmi
per approdare, di ora in ora, ai tuoi piani.

Noi non siamo mai dei miserabili lasciati a far numero,
ma dei felici eletti,
chiamati a sapere ciò che vuoi fare,
chiamati a sapere ciò che attendi, istante per istante, da noi.

Persone che ti sono un poco necessarie,
persone i cui gesti ti mancherebbero,
se rifiutassero di farli.
Il gomitolo di cotone per rammendare, la lettera da scrivere,
il bambino da alzare, il marito da rasserenare,
la porta da aprire, il microfono da staccare,
l'emicrania da sopportare:
altrettanti trampolini per l'estasi,
altrettanti ponti per passare dalla nostra povertà,
dalla nostra cattiva volontà
alla riva serena dei tuo beneplacito.

L'abbraccio di Giuda


L’abbraccio disperato dell’Iscariota



(Caravaggio, 1598, Dublino) - Una forza disperata spinge Giuda. La forza stolta di chi non vuol più ragionare, di chi non vuol più ascoltare, per paura forse di capire. Il Cristo quasi vacilla sotto l’urto dell’Iscariota. E si lascia stringere dal traditore, senza ricambiare l’abbraccio, lui che ha abbracciato le folle, e che dall’alto della croce continuerà ad abbracciare il mondo. Non c’è incrocio di sguardi: Gesù chiude gli occhi, mentre quelli di Giuda fissano il nulla, orbite vuote di chi non vede ormai che l’abisso. Caravaggio offre qui una delle sue prove più intense ed emozionanti, ritraendo se stesso in quell’uomo che alza la lanterna.

tratto da www.chiesadimilano.it

Le mani di Pietro


Le mani del Principe degli apostoli



(Duccio di Buoninsegna, 1310 circa, Siena) - Mette le mani avanti, Pietro, come a proteggersi, come a respingere, anche fisicamente, le accuse che gli vengono mosse. O, addirittura, quelle mani le alza in segno di resa, davanti al muso inquisitorio della megera e a quel dito puntato contro di lui quasi fosse un’arma. Quale contrasto, in questo delizioso dettaglio della Maestà di Duccio da Buoninsegna, fra l’appariscente aureola dorata del principe degli apostoli e la sua, in questo momento, misera codardia...
Anche lo sguardo pare perso, acquoso di quelle lacrime che ora sono di paura impotente, ma che fra un attimo saranno di rimpianto, per la consapevolezza e l’amarezza della sua umana fragilità. Poco più in alto, infatti, il gallo si prepara a cantare. E allora tutto sarà compiuto.

tratto da www.chiesadimilano.it