lunedì 21 gennaio 2008

Spese alimentari medie per famiglia


Ringraziando Daniele,

sono venuto a conoscenza di questa efficace presentazione delle spese alimentari medie per famiglia, secondo le diverse zone del mondo.

Complimenti chi ha posto in essere questa idea così semplice e chiara!


Cammelli e deserti


Questa foto è considerata tra le più belle dell'anno.
Se guardate attentamente, scoprirete che i cammelli - visti dall'alto - sono delle piccole linee chiare;
le sagome scure sono le ombre!!
Da una foto simile, si potrebbe risalire a una splendida teologia della Luce,
considerando con sapienza ciò che noi vediamo e ciò che c'è dentro e dietro.

domenica 20 gennaio 2008

Papa lavoratore


"Un pericolo della cosiddetta questione sociale è quella di strapparla dalle sue radici cristiane. Ci troviamo qui davanti alla Chiesa di Gesù lavoratore, questo deve dirci qualcosa, deve offrirci delle risposte fondamentali. Una è questa: Gesù Figlio di Dio, incarnato, redentore di tutti gli uomini, per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore. Il lavoro di Gesù operaio appartiene così all’opera della redenzione dell’uomo, della redenzione divina dell’uomo.
Carissimi fratelli e sorelle, possiamo dire che appartiene alla grande opera della redenzione dell’uomo anche il lavoro umano, qualunque esso sia. Ed è a questo titolo che parlo. Perché io non sono né imprenditore né sindacalista. Sono stato operaio, operaio per molti anni della mia vita, e porto nel cuore una grande stima per ogni lavoro umano, e soprattutto per il lavoro più umile, così come era umile quello di Gesù. Porto questo come iscritto nel mio cuore, nella mia “biografia”, ma se vi parlo vi parlo in nome di Gesù. È a questo titolo vero che io parlo. Gesù ha compiuto l’opera della redenzione dell’uomo, di tutti gli uomini, attraverso la croce, sì, ma anche attraverso il lavoro. E così il lavoro umano, il vostro lavoro, il lavoro con tutti i suoi problemi appartiene a questa grande, divina opera della redenzione. (...)

Saluto ancora tutti. Il Papa è venuto per tutti, per ciascuno di voi senza distinzioni".


dal saluto di Giovanni Paolo II

a Porto Marghera, 17 giugno 1985

sabato 19 gennaio 2008

Colpevole e contento


E speriamo che Cuffaro non dica che gli è capitato tutto ciò

perché è cattolico...

"La Sapienza" amorevole


Ci lasciamo educare ancora dal Vangelo della Liturgia quotidiana
per dire parole sapienti circa gli eventi di questi giorni:

"Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 16-17)

Democrazia minima


Democrazia minima

di Ilvio Diamanti

Si odono ancora, distintamente, gli echi delle polemiche sollevate dalla rinuncia di Papa Benedetto XVI a proporre la sua lezione magistrale all'Università "la Sapienza" di Roma. Preoccupato dalla lettera dei 67 professori che avevano espresso, a tale proposito, il loro dissenso. E dalle manifestazioni annunciate da alcuni circoli di studenti, anch'essi apertamente contrari all'arrivo del Papa. Anche se, probabilmente, oltre alla preoccupazione è subentrata l'irritazione per il mancato senso di ospitalità (non si invita qualcuno a casa propria, come ha fatto il Rettore, per poi comunicargli che i figli lo accoglieranno, all'ingresso, per fischiarlo). Senza trascurare la volontà del Vaticano di far passare la religione civile fondata sulla "ragione" dalla parte del "torto". Rovesciando sui "militanti laici" la critica di intolleranza che, da qualche tempo, accompagna il rinnovato protagonismo della Chiesa sulla scena pubblica. Le polemiche dei giorni seguenti (che proseguono ancora) si sono concentrate, soprattutto, sul concetto di laicità, di libertà, pluralismo. In particolare, è stata criticata - giustamente, a nostro avviso - l'azione volta a impedire la lezione di Joseph Ratzinger. Pontefice, ma anche eminente filosofo e teologo: sarebbe stato di casa all'Università. Per contro, altre voci, più circoscritte, hanno insistito sull'inopportunità che l'autorità più rappresentativa della Chiesa aprisse le lezioni di un centro di cultura pubblica e "laica", qual è la più grande università italiana. Noi, tuttavia, vorremmo spostare l'attenzione dalla luna al dito che la indica. In altri termini, intendiamo soffermarci su un aspetto laterale, rispetto a questa discussione. E, tuttavia, sintomatico del male che affligge il nostro (povero) Paese; e indebolisce la nostra democrazia. Ci riferiamo alla sproporzione delle forze in campo. 67 professori esprimono il loro dissenso verso una iniziativa dell'Università in cui insegnano. Insieme ad altri 2000 docenti. Affiancati da circa 300 studenti, che manifestano la loro protesta. E la rilanciano giovedì scorso, quando avviene l'inaugurazione. Senza il Papa, ma di fronte al sindaco Veltroni e al ministro Mussi. Studenti molto diversi da quelli del mitico '68. Definiti e auto-definiti "autonomi", non perché si ispirino ai collettivi e ai movimenti "rivoluzionari" degli anni Settanta, ma perché dichiaratamente estranei e antagonisti rispetto ai soggetti politici attuali. "Antipolitici", per usare le categorie del nostro tempo. Ripetiamo un'altra volta: 300 studenti. Trecento: in una Università dove gli iscritti sono circa 140 mila. Il nostro appunto (e disappunto) è riassunto da questi numeri. Una iniziativa di grande rilievo pubblico e di grande importanza simbolica si è, infatti, incagliata sul dissenso espresso dal 2,8 % dei professori e dallo 0,2 % degli studenti. Tanta sproporzione suggerisce una considerazione inquietante. La nostra democrazia non è più in grado di sopportare neppure una frazione di conflitto e di opposizione così ridotta. L'opposizione di alcuni professori di Università. Ambiente dove è, quantomeno, normale che vengano espresse distinzioni, differenze; talora "eresie" culturali. La sfida irrequieta e "maleducata" di un drappello di giovani studenti. Ai quali, per età e condizione, va comunque concessa la possibilità anche di sbagliare in proprio. Hanno di fronte una vita per sbagliare con la testa degli altri. Una democrazia incapace di "tollerare" il dissenso (anche quando esprime posizioni "poco tolleranti"), neppure se è così minuscolo, ci appare seriamente malata. Tanto più se, poi, cede. Se non è in grado, comunque, di garantire il rispetto delle scelte assunte dagli organi di governo legittimi; condivise dalla stragrande maggioranza della società. La colpa non è del 2 % degli intellettuali che si oppone, né dello 0,2 % della popolazione che manifesta. E' delle istituzioni, delle autorità che si arrendono loro. Una democrazia che, come in troppe, altre, precedenti occasioni, si piega di fronte a pressioni minime. E non sopporta il minimo dissenso. E' una democrazia minima.

(18 gennaio 2008)

venerdì 18 gennaio 2008

I professori satanici della Sapienza - Radio Maria

Tanto per non dimenticare chi getta benzina sul fuoco

Teka P - Caragna No -Teatro Leonardo, Milano 19/12/2005

CARAGNA NO (Maghini)

caragna no, càr el me fioeu /so ben che 'sto mond làder
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti, caragna no

caragna no, càr el me fioeu / t'el disi anmò: caragna no
so ben che in 'sto mond nègher
gh'è poc de sta su allégher / perciò, ti, caragna no

gh'è no lavorà, ma se g'hoo de faa?
foo domà quel che pòdi, / son't minga el Berlusconi
perciò, ti, caragna no

riconossi che in quel moment chi /
gh'è propi nient de riid
ma quand te penset che gh'è in gir / chi sta semper pèg de ti...

l'è giamò un pò ch'el disi, / fass no vegnì ona crisi
perciò, ti, caragna no...

càr el me fioeu / t'el disi anmò
caragna no!
so ben che 'sto mond lader /
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti ca, cara, / caragna........ no

NON PIANGERE

caro figlio mio, non piangere / so bene che questo mondo ladro
non è il dipinto di un quadro / per questo, tu, non piangere

caro figlio mio, non piangere / te lo dico ancora: non piangere
so bene che in questo mondo nero
c'è poco da essere allegri / per questo, tu, non piangere

non c'è lavoro, ma cosa devo fare? / faccio solo quello che posso,
non sono mica Berlusconi / per questo, tu, non piangere

Riconosco che in questo momento / non c'è propio niente da ridere
ma quando pensi che in giro / c'e sempre chi sta peggio di te...

è già da un po' che lo dico, / non farti venire una crisi
per questo, tu, non piangere...

caro figlio mio / te lo dico ancora:
non piangere!
so bene che questo mondo ladro / non è il dipinto di un quadro
per questo, tu............. non piangere.

Senza parole


Sic et non
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Sic et non ("Sì e no") è un opera minore di Pietro Abelardo (1079-1142), in cui il filosofo rilevava coraggiosamente che la Sacra Scrittura e l'insegnamento dei Padri della Chiesa contenevano in più punti affermazioni contraddittorie, che venivano messe a confronto.
Il libello, scritto dopo il concilio di Soissons (aprile 1121), è diviso in tre parti: nella prima ("Prologo") vengono enunciati i criteri che permettono di conciliare tra loro le apparenti contraddizioni rilevate (perlopiù ciò viene imputato ai molteplici significati di una stessa parola); nella seconda (il cuore dell'opera, più volte rimaneggiato e citato da Abelardo stesso) sono raccolte le citazioni dalle Sacre Scritture e dai detti dei padri della Chiesa; nella terza invece vi sono citazioni dalle Retractationes di Sant'Agostino.

giovedì 17 gennaio 2008

Il servizio dei superiori


"Qual è quindi il servizio possibile dei superiori? La comunione più profonda fra i membri, non limitando il servizio dell'autorità al 'mero compito di coordinare le iniziative dei membri', ma di 'costruire assieme ai fratelli e sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' (Codice Diritto Canonico, can. 619)" [pag. 127].

"Servo è la parola che traduce il termine greco che significa anche 'schiavo'. Indica qui non tanto uno che non è libero, piuttosto uno che sa chi è il suo padrone, perché appartenere significa avere una identità, quella del padrone. Appartenere al Signore è una dignità, perché il lavorare per Lui ci fa fare il suo stesso lavoro: Lui seminatore ci fa arare, Lui pastore ci fa pascolare, Lui servo, ci fa servire, Lui risorto ci fa risorgere. Dal desiderio di essere simile al Signore proviene il fondamento della vita cristiana e della vita religiosa strutturata sui voti: l'obbedienza è il servizio di un servo chiamato ad essere simile al suo Signore obbediente e glorioso. Il superiore è un servo che ha cura della vigna del Signore, simbolo del popolo eletto, ha cura dei fratelli pascolando la comunità. Quale merito può vantare questo servo per un simile servizio? Quale ricompensa può desiderare? Non gli appartengono né la vigna, né i fratelli. Tutto è del Padre che associa il Figlio alla sua volontà di salvezza, e chiama gli uomini ad entrare nella logica dell'amore che salva. Si può così capire meglio il significato di "servo inutile". La parola greca suggerisce un senso più complesso di quello che evoca l'italiano. In greco 'inutile' significa 'senza utile', cioè senza profitto, senza guadagno. Il significato teologico che emerge è ricco: chi va a servizio nella vigna del Signore avendo cura dei propri fratelli non va in cerca di nessun guadagno [pag. 131]".

"Il servizio del superiore è quindi la comunione fraterna, affinché la persona si realizzi ad immagine di Dio nella relazione con gli altri. In altre parole: il ruolo del superiore è 'consolidare la comunione fraterna'. L'autorità ha il compito primario di costruire assieme ai fratelli e alle sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' [pag. 145]".

"Un superiore saggio diffida della fidura affascinante che emerge dal ritratto degli adulatori. Gli dovrebbe bastare di essere servo che sa vincere la tentazione del potere, nascosta a volte anche nel 'sottile godimento di essere sempre sovraccarico di lavoro' ma nascosta anche dietro l'illusione ricorrente di pensare di essere in fondo più intelligente e più bravo degli altri, illusione che favorisce l'emergere di giudizi negativi sugli altri, maldicenze su alcuni, adulazioni nei confronti di altri, illusione che ha la sua radice in una fiducia cieca in se stesso e in una insicurezza altrettanto cieca che divide il mondo in due categorie di persone, i buoni e i cattivi che si riducono in adulatores et detractores? La comunità è impoverita dalla sterilità della rivalità fra quelli che sono per il superiore e quelli che sono contro di lui. Quando il superiore cambia, non cambia niente nella comunità, le divisioni rimangono le stesse. Questo veleno, come il demonio più potente, non viene sradicato se non con la preghiera e il digiuno [pag. 151]".

Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, Lipa

mercoledì 16 gennaio 2008

Ascolto mite


"Fantasie. Le orecchie pos­sono mordere? La strana domanda scat­ta davanti al quadro di Victor Brauner, logo a Vercelli della mostra «Peggy Gug­genheim e l’immagine surreale». Due fauci ferine si sporgono da un volto u­mano al posto delle orecchie. Viva l’a­scolto mite".


Dino Basili, Tagliacorto, Avvenire 16.01.08

Convegno decanale delle famiglie


martedì 15 gennaio 2008

Giovanni Sollima - Sogno ad Occhi Aperti (Daydream) PART 1

Musica bella, editing interessante!

Piegare la schiena per zappare


So­no tormentato dal dubbio che non sempre i superiori abbiano meditato questa parabola (dei "due figli", Mt 21, 28-32) e ne abbiano quin­di tratto le rigorose conclusioni. Così rischiano di prendere qualche abbaglio allorché si tratta di scopri­re quali siano i figli veramente obbedienti.
Cortigiano non vuol dire collaboratore.
Adulare non è sinonimo di amare.
Dire «sì» non equivale a «fare».
Chi «si fa avanti» precipitosamente, quasi sem­pre scantona poi, non appena si trova fuori portata dalla vista del superiore.
Chi ha il «sì facile» sovente ha «l'impegno dif­ficile».
Il sorriso cerimonioso si accompagna inevitabil­mente al mugugno.
Gli specialisti dell'inchino - colonna vertebrale ad angolo retto - trovano una insormontabile difficoltà a piegare la schiena quando si tratta di afferrare la zap­pa e lavorare sul serio.
Quelli che si trovano immancabilmente in prima fila nelle parate ufficiali, finiscono volentieri nelle re­trovie (pantofole e poltrona) quando il calendario se­gna i grigi giorni feriali.
Certi «ribelli» sono i figli più appassionati della Casa. Il loro, sovente, è un amore deluso. Se sono «ribelli», può darsi che qualcuno li abbia feriti. «Se sono ribelli è, forse, perché sono fedeli a valori di­menticati» (Sulivan).
Certe «teste calde» hanno il solo torto di non saper adoperare la parola come turibolo. In realtà, un superiore intelligente sa di poter contare su di lo­ro. A occhi chiusi.
Possono avere qualche «parola sbagliata». Ma le azioni sono quelle giuste.


A.Pronzato, Vangeli scomodi, 353-354

"La Sapienza"?


A proposito dell'atteggiamento di alcuni cristiani
nella questione delle critiche alla visita del Papa a "La Sapienza".

Dal cap. 9 (versetti 51-56) del Vangelo secondo Luca:
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? ”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.

lunedì 14 gennaio 2008

Spiritualità dell'obbedienza


Ignazio "presupponeva l'indifferenza" nei suoi re­ligiosi, ossia supponeva che avessero raggiunto la li­bertà interiore come frutto degli esercizi spirituali; prima di proporre una missione, "verificava l'inclinazione" direttamente o indirettamente, per poter "te­ner conto delle disposizioni", perché contava sulla persona più che sull'idea del progetto; tuttavia, rac­conta Gonçalves da Câmara, Ignazio manifestava di apprezzare molto la disposizione del religioso che "quanto a inclinazione diceva di voler non averne af­fatto", perché la totale libertà è garanzia di obbe­dienza vera, dal momento che allora si può cercare in tutto di fare soltanto la volontà di Dio.
Racconta an­cora Gonçalves che, una volta attribuita la missione, Ignazio poteva anche firmare in bianco fogli che sa­rebbero serviti a compiere bene un mandato, fidan­dosi totalmente della libertà e della creatività del reli­gioso in missione. (...)
II modo di governare di Ignazio, "gentile e autore­vole" insieme, ha un segreto: prima di tutto, Ignazio dedicava tempo e attenzione alla cosa in questione prima di decidere; secondo, pregava molto a questo proposito e riceveva luce da Dio; terzo, non decideva nulla di preciso prima di aver ascoltato il parere di chi se ne intendeva, interrogando ognuno su molte cose, tranne su quelle di cui lui stesso aveva piena conoscenza.
Il superiore deve dare una reale attenzio­ne ai suoi religiosi nel discernimento e avere fiducia in coloro che avranno libertà di iniziativa nella mis­sione. Lo Spirito Santo parla attraverso le persone, gli eventi, i pensieri, i sentimenti, per cui rispettare l'originalità di uno, le idee di un altro, le tendenze di un altro non è accondiscendere, ma riconoscere l'a­zione dello Spirito Santo in loro e favorire il di più di un servizio, non il minus. Spirituale è quindi il gover­no dove il superiore è un "esperto" dello Spirito Santo di cui egli è come il "portavoce", o il contem­platore.
Non sorprende quindi che il principio del gover­no per sant'Ignazio sia la docilità allo Spirito Santo. Essa spiega insieme la sua esigenza e la sua capacità di rispettare i sudditi. Senza la prassi del discerni­mento degli spiriti, una tale esigenza e una tale lar­ghezza rischierebbero di degenerare in autoritarismo o in lassismo. Il discernimento degli spiriti d'altronde non è possibile senza un'intensa vita di preghiera, di conoscenza della Parola di Dio. Il discernimento non è autentico senza la purificazione dell'ascesi che per­mette alla carità di risplendere. (...)

Il modo di comprendere il governo - e quindi l'obbedienza - è costitutivo del carisma e del cammi­no di formazione che una comunità propone ai suoi membri. Per questo è pericoloso prendere un aspetto di una tradizione spirituale e, sic et sempliciter, appli­carlo ad un'altra.
Se i concetti di "governo", di superiore, di obbe­dienza vengono estrapolati dal contesto di una spiri­tualità complessa, si favoriscono le aberrazioni e gli abusi. Come l'abuso di chi ha l'autorità e richiama i suoi sudditi all'obbedienza cieca di sant'Ignazio senza averne il genio mistico e la carità, senza cioè assi­curare una formazione adeguata che verifichi il grado di adesione a Cristo della persona, senza che sia ga­rantita, insieme alla prassi dell'obbedienza, la pre­ghiera personale, l'autentica pratica del discernimen­to, lo stesso zelo per la carità fraterna e l'aspirazione all'umiltà perfetta. Vi è una sottomissione che fa del religioso un mercenario o un fariseo, un ateo sterile.
L'obbedienza, invece, deve portare alla contemplazione di Dio.


Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, 51-55.

domenica 13 gennaio 2008

La Casa del Padre


La CASA della VECCHIA ZIA
Come immaginiamo, come presentiamo la Casa del Padre?
Il modello, sovente, è dato da certe case antiche, aristocratiche. Dentro, tutta roba di classe. Mobilio artistico. Tappeti persiani. Vasellame cinese. Quadri d'autore. Ritratti (tanti, troppi), cimeli, medaglie di antenati. Museo. Archivio. Vi si conservano, gelosamente, le glorie del passato.
In certe stanze è vietato rigorosamente l'ingres­so. Da un'altra parte non si può andare perché è stata data la cera sul pavimento. Finestre chiuse. Imposte chiuse. Perché il sole potrebbe rovinare i delicati tendaggi. Aria che sa di muffa, di chiuso, di antichità. Non si respira. Pare di soffocare. Cartelli da tutte le parti: non toccare, non entra­re, proibito far questo, vietato far quell'altro, atten­ti alle scarpe sporche... Guai ad alzare la voce, a cantare. C'è la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi... E detesta la musica moderna. Adora Bach. I discorsi, noiosissimi. Sempre le stesse cose. La stessa solfa. Ripetizione delle glorie del passato e recriminazioni sul presente: «Dove andiamo a finire? Ai miei tempi...». Soprattutto: atteggiamento di superiorità e di disprezzo per quelli che sono fuori, che non godono dei nostri privilegi, che non hanno il nostro sangue nelle vene, che non possono vantare il nostro blaso­ne, una razza inferiore... Guai se i figli del vicino mettono i piedi in questa casa. Potrebbero sporcare, potrebbero turbarne l'or­dine rigorosamente stabilito.
Non abbiamo un po' la tentazione a ridurla così la Casa del Padre? Una Casa di privilegiati, una specie di Museo, di archivio. Tutto in ordine. Tutto già predisposto. So­prattutto, nessuna novità. Si è sempre fatto così. Milioni di proibizioni. Un cerimoniale esatto da osservare. Tutto rigida­mente stabilito. Manca l'atmosfera che dia la gioia di viverci.
Invece dovrebbe essere una Casa dalle finestre e dalle porte spalancate. Senza visi arcigni a custodir­la. Una Casa in cui tutti dovrebbero trovarsi a loro agio. Nessuno sentirsi impacciato. Poter ridere, scherzare e... fare capriole. In cui non dico sia lecito disegnare i baffi al ri­tratto dell'antenato che ha partecipato alla battaglia di Lepanto, ma perlomeno è possibile appendere quadri nuovi, con personaggi di attualità. In cui si ha il coraggio di mettere in soffitta le suppellettili che non servono più. In cui la storia la scriviamo anche noi. In cui la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi, con le sue manie, le sue crisi, le sue fissa­zioni, non condiziona la vita di tutti, non blocca la vita degli altri. Le vogliamo tutti bene a questa vecchia zia. La curiamo, se ha bisogno. Ma ci lasci vivere. Ci lasci lavorare. Ci lasci respirare. Non ci tolga la gioia di vivere. E se strilla, lasciamola strillare. Non le metteremo certo le puntine da disegno sulla poltrona preferita e nemmeno la fotografia del­la cantante alla moda nel suo libro di devozioni, ma non asseconderemo più le sue paturnie. E se grida: «Dove andiamo a finire?», grideremo più forte: «Avanti!».
La Casa non dobbiamo immaginarla come il ca­polavoro di un architetto raffinato. Dev'essere il capolavoro dei figli. Dev'essere una casa di famiglia dove «c'è sem­pre un po' di disordine, le sedie talvolta mancano di un piede, i tavoli sono macchiati d'inchiostro e le scatole di marmellata si vuotano da sole nella di­spensa» (Bernanos).
In questa Casa il centro è il cuore del Padre. E i mattoni, le pietre vive siamo noi. Noi siamo responsabili dell'atmosfera, dell'aria che vi si respira. Possiamo farne un capolavoro. O un inferno.

Di fronte al Cristo della Trasfigurazione, Pietro ha esclamato: «È bene stare qui». Ogni fratello, nella Casa, deve poter ripetere lo, stesso grido: «È bene, è bello stare qui». Nella Casa, sulla terra, ci si acclimata al Paradi­so. Non al Purgatorio. Né, tantomeno, all'Inferno. La Casa deve essere «la prova generale» del Pa­radiso.


Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 302-305

sabato 12 gennaio 2008

Fede e amore

"Sia l'amore che la fede non possono mai dare una spiegazione razionale del loro amore; essi possono soltanto dire: «Questo è il mio diletto» (Cantico dei Can­tici 5,16).
Ma forse è proprio bene che sia così; poiché se l'innamorato, o il credente, potesse fornirci una «ragione» per cui vuol bene al suo amore, come la sua grande «bellezza» o «fascino» o «ricchezza», allora è evidente che l'innamorato non ame­rebbe veramente il suo «amore», ma il desiderio reale del suo cuore sarebbe la bellezza o il fascino o la ricchezza o qualunque possa essere la «ragio­ne» per cui ama il supposto oggetto del suo amo­re. Per questo è impossibile che uno abbia questo tipo di ulteriore motivazione e resti un uomo che ama veramente, sia sul piano divino che su quello umano; per questo la fede cristiana è, alla fine, per un verso «dogmatica», per l'altro «confessiona­le». «Gesù Cristo è il Figlio di Dio perché lo è», dice la dogmatica; o, se tu devi fornire una ragio­ne, «Gesù Cristo è il Figlio di Dio perché Egli ha rivelato direttamente al mio cuore di essere tale», dice la confessione cristiana. Precisamente questa cecità di fede, o di amore, dà sempre al cristiano un certo aspetto comico:



Robert L. Short, Il vangelo secondo Charlie Brown, 162

Superbambino


Circondato da baby sitter e pediatri è il figlio spesso unico di coppie quarantenni. Protetto dai pericoli, corre un solo rischio: non sapere affrontare il futuro
Vita da superbambino: l'ossessione del figlio perfetto
di Concita De Gregorio

DICIASSETTE LUGLIO 2007, servizio nel tg delle otto di sera: la pasta corta ha superato nei consumi la pasta lunga. Gli italiani mangiano più maccheroni e meno spaghetti, i produttori si sono già adeguati: triplicati i fusilli. Motivo? I bimbi mangiano meglio la pasta corta, non sanno arrotolare le fettuccine. I genitori, docili, eseguono. Intervista ad un esperto. Un cuoco? Un critico gastronomico? Niente affatto: un gastroenterologo. Il medico compare sullo schermo in camice, dice che in effetti la digestione della pasta corta è più rapida. Stressa meno lo stomaco. Pazienza per le trenette al pesto, fine del servizio. Le esigenze del bambino e i consigli della scienza contro il piacere della carbonara: uno a zero, non c'è rivincita. Il bambino perfetto ha monitorati anche i tempi di digestione. Brevi, perché alle tre comincia l'attività del pomeriggio e non può essere appesantito. Canoa, pentathlon, cinese, violino. Mangia biologico, di preferenza. Non si ammala e se gli capita guarisce subito. E' vaccinato 13 volte nella vita, è sottoposto a cicli di antibiotici almeno quattro volte all'anno. E' sospettato di patologia ad ogni scarto dalla rotta prevista. Tre bambini vivaci su dieci sono sottoposti a test del deficit di attenzione, se faticano ad addormentarsi a luce spenta hanno probabilmente un disturbo del sonno. I distratti e i pigri non esistono più: solo principi di dislessia e specialisti pagati all'uopo per curarli. I bambini perfetti imparano una lingua prima del compimento del terzo anno di età perché è ormai di conoscenza comune che i neuroni preposti al linguaggio si attivano entro quella data. Vanno dal dentista all'indomani della caduta dei denti di latte, subiscono interventi di correzione del palato 150 volte più di dieci anni fa. A dodici anni eliminano le orecchie a sventola, un semplice intervento di otoplastica. A quattordici sono a dieta, a diciotto 25 ragazze su cento desiderano modificare (diminuire, assai più spesso aumentare) il seno: dieci lo fanno. Nella fascia d'età elementare le attività sportive che insidiano il calcio e la danza, per tradizione italica e sessista i più adatti a sviluppare scatto atletico nei maschi e grazia nelle femmine, avanzano le nuove discipline: rugby, scherma, golf, canoa (dove c'è acqua, ovviamente, e anche d'inverno). Pentathlon, caldamente consigliato dai pediatri per la completezza e autentico inferno dei genitori: occorrono attrezzature complete da equitazione, fioretto e spada, nuoto oltreché pomeriggi interi a disposizione per l'accompagnamento. La domenica le gare. I tornei in trasferta.
I bambini perfetti sono venuti al mondo con l'anestesia (epidurale, da vent'anni procedura di massa) e vivono anestetizzati dal dolore, preservati dai rischi, controllati a vista, accompagnati ovunque. Da baby sitter, in genere. Le madri lavorano. Sono figli del progresso della scienza e molto spesso di madri vicine ai 40; 35-45 per l'esattezza: destinati, altrettanto spesso, a restare figli unici. La "dittatura del figlio", quella di cui ormai si occupano anche le poste del cuore per via del fatto che ha soppiantato una qualsiasi anche blanda forma di intimità coniugale e di vita sociale, ne è la conseguenza diretta: dormono nel letto dei genitori, dettano la dieta e i tempi di vita, le amicizie. La maggior parte di frequentazioni fra adulti è conseguenza delle amicizie dei figli: compagni di scuola o di sport. Magari i genitori si sarebbe scelti comunque, forse no.
Roberto Volpi, demografo dell'infanzia e autore di I bambini inventati (sottotitolo: "la drammatizzazione della condizione infantile oggi in Italia") sta ora lavorando a un testo sulla tirannia della medicina sull'infanzia: L'amara medicina. Fa notare come alla sovrabbondanza di stimoli 'culturali' dei piccoli cresciuti come baby-manager non consegua un miglior rendimento scolastico dei medesimi: i nostri risultati nei test europei sono tra i peggiori. Crede che l'ansia da prestazione inculcata dai padri corrisponda più ad un'esigenza di gratificazione (o di compensazione delle frustrazioni) degli adulti che non ad una risorsa dei piccoli, che finiscono per somigliare a robottini identici e sostanzialmente incapaci di affrontare le vere difficoltà.
"E' chiaro che il figlio unico di genitori quarantenni è il destinatario di tutte le aspettative: o lui o nessun altro". Dice: "Non c'è più nessuna capacità di accettare l'idea di rischio. Dalla gravidanza in poi la nascita di un figlio è una questione affidata agli specialisti. Ecografie, diagnosi prenatali sofisticate che scongiurano la possibilità di anomalie e difetti. Parti pilotati e anestetizzati. Infanzie concepite come slalom tra timori da scongiurare: vaccini, profilassi, tutori. Per tutto si chiede il parere della scienza: dai giochi sicuri ai lettini anatomici. Tuttavia non ci sono studi che certifichino, per esempio, che le vaccinazioni antinfluenzali facciano diminuire il rischio di morte per influenza che negli anziani è rimasto identico, 5 per cento, prima e dopo le campagne di prevenzione. L'Unicef dice che l'Italia è al quarto posto tra i paesi per tasso di mortalità infantile dovuta a cause non naturali, prima fra i grandi paesi e molto avanti a Giappone e Stati Uniti: negli ultimi trent'anni le morti di bambini per cause violente si sono ridotte del 75 per cento ma la percezione è opposta. Di un pericolo in costante aumento".
Nelle catene di negozi per bambini interi reparti sono dedicati alla sicurezza: angoli di gomma per i tavoli e reggisportelli, cancelletti per le scale e cuscini antisoffocamento. La notizia di premi Nobel cresciuti orfani e fra gli stenti del vagabondaggio non inficia le vendite. I prodotti per sterilizzare gli alimenti sono il top di gamma. Le nonne dicevano che mangiare un po' di terra faceva bene agli anticorpi, roba dell'altro mondo nell'era Napisan. Vincenzo Calia, pediatra e direttore della rivista Un pediatra per amico: "L'Italia ha il più elevato numero di pediatri per abitante del mondo. Tuttavia il tasso di ospedalizzazione è doppio che in Inghilterra pur essendo le condizioni di salute le stesse. La medicalizzazione dell'infanzia è capillare. Il sabato e la domenica i pronto soccorso sono gironi infernali: la gente ci va per qualunque motivo e nessuno li scoraggia. Quando si decise di introdurre un ticket sui codici bianchi, quelli delle persone che non hanno niente, per demagogia e per interesse si stabilì che i bambini fossero tutti come minimo codice verde: è rimborsato, il bianco no. Inoltre è chiaro che l'eccesso di medici provoca un'offerta distorta: commercio di malattie. Si enfatizza una patologia per vendere la sua cura. Il fatto che i bimbi siano pochi e dunque pregiatissimi è il terreno ideale per coltivare l'ansia".
La vera ragione per cui un bimbo su tre finisce di notte al pronto soccorso (ci sono folle la notte, a Roma, al Bambino Gesù) è per traumi causati non dalla mancanza di salvasportello ma dal fatto che i piccini si sono lanciati da un armadio (da un letto, da un divano) e fratturati o contusi pensando di essere come Batman. Pensavano di poter volare, ecco. I cartoni, la tv: il tema è sconfinato ma la questione del modello è chiara. Il regalo più grande sarebbe spiegargli fin da piccoli non solo che volare è impossibile, ma che persino camminare è piuttosto difficile: si cade, spesso. Spesso cadere è utile. Farsi male serve. Sentire dolore aiuta: per esempio a sentire meglio il piacere.
Da adolescenti, poi, gli ex bambini perfetti vengono portati in massa da neuropsichiatri dell'età evolutiva: in prevalenza per sanare lo scarto tra il peso delle attese e le loro effettive possibilità. Ferita del sé grandioso, si chiama. Se alimenti un senso del sé grandioso prima o poi si sfracella. Nell'uso di droghe, per dire: un modo per dimenticare il fallimento del progetto. L'alternativa è restare da mamma fino a trent'anni: nemmeno questa un'idea particolarmente felice. Scrive la madre (separata) di un figlio preadolescente: "Ci siamo iscritti entrambi a un corso per imparare ad accettare le sconfitte. E' un'iniziativa del nostro comune, si chiama "Gli ultimi saranno i primi. Bella, sa?". Ecco, un bel corso a pagamento magari Vangeli alla mano. I figli perfetti a scuola di imperfezione, fra un corso di cinese il lunedì e uno di tai-chi il giovedì. A lezione per arrivare ultimi e insieme campetti da allenamento sportivo a porte chiuse, se possibile. Moltissimi club già lo fanno, visto che i genitori, dalle tribune, urlano "ammazzalo". Poi telefonano agli allenatori - non solo Previti - per far giocare i figli titolari. I coach, esausti, chiudono i cancelli alle famiglie. Meazza del resto era orfano.
(11 gennaio 2008)

venerdì 11 gennaio 2008

Saggezza


"Lungo il cammino verso la saggezza, il primo passo è il silenzio;
il secondo, ascoltare;
il terzo, ricordare;
il quarto, praticare;
il quinto, insegnare agli altri".

Così si esprimeva nel secolo XI
Salomon ben Jehudah ibn Gabirol,
noto presso i latini col nome di Avicebron.

Comunità e autorità


Vale per le comunità dei consacrati, vale per le Parrocchie, le Diocesi, la Chiesa universale.


"La vita consacrata, la comprensione dell'autorità e dell'obbedienza, tramite il carisma del fondatore, trasmettono la teologia di un'epoca. Quale teologia trasmettiamo o incarniamo oggi nell'idea che ci facciamo dell'autorità e del governo di una comunità?".

Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, Lipa, 64.

Lacrime e emozioni


LA CLINTON E TUTTI GLI ALTRI

Hillary e l'effetto lacrime in politica
Nel XXI secolo gli occhi lucidi sembrano essere diventati l'elemento fondante della nuova comunicazione politica

Piangere o non piangere: dopo la rimonta bagnata di lacrime di Hillary Clinton, è la questione più affascinante per gli uomini e le donne di potere anni Duemila. Che in questo momento, dagli Stati Uniti all'India all'Italia, si stanno interrogando se hanno pianto abbastanza nella loro vita pubblica e politica. Sì, perché quello che era stato bandito come un vizio da femminucce per tutto il Novecento, e che era stato poi sdoganato timidamente da qualche politico più fricchettone solo negli anni Novanta, sembra diventato elemento fondante della nuova comunicazione politica molto spettacolare del nostro tempo, in cui il leader deve mettere in gioco tutto se stesso, la sua immagine, il suo corpo, i sentimenti.
Attenzione, però, non si tratta della lagna mediatica, di avere il pianto in tasca pronto per ogni occasione: la questione del potere delle lacrime è molto più sofisticata e funziona a certe condizioni, come ha dimostrato Hillary Clinton che con le sue lacrime una tantum, ma umane, molto umane, ha ribaltato di colpo l'immagine di politica superefficiente ma fredda come una lama d'acciaio, gettando nello sconforto l'intero staff dello sfidante Obama, convinto che era molto più facile prima, quando si trattava di andare contro un robot e non contro una donna che — sul serio o per artificio — gioca fino in fondo e con voce rotta la carta del momento di verità. E ringiovanisce di colpo la sua immagine fino a diventare, quasi, anche lei, fresca come un outsider.
[prosegue - clicca sul link]
Maria Luisa Agnese - 11 gennaio 2008

giovedì 10 gennaio 2008

Consolazioni 2


Lo stesso tema nel portale d'ingresso di Notre-Dame de Paris.

Ammiriamo la dolce maestà dell'Arcangelo, rispetto all'inutile sforzo del nerboruto demonio.

Consolazioni


Dal timpano all'ingresso della Cattedrale di San Lazzaro a Autun.

La pesa delle anime, al momento del Giudizio Finale. La bilancia pesa irrimediabilmente dalla parte dell'arcangelo Gabriele, malgrado gli sforzi indescrivibili di un grande diavolo scheletrico che vorrebbe far pendere il piatto dalla sua parte.

Bambini di passaggio


I bambini sono gente di viaggio, anime di grandi spostamenti. Quando vengono a questo mondo, non hanno né vestiti, né pa­role, né denaro, non posseggono nessun altro bene che il bisogno, la fame, le lacrime e il sorriso. Le persone che li accolgono, che danno loro asilo per venti, trent'anni, per tutta la vita, le persone che dicono al bambino: entra, fa' come se fossi a casa tua, posa il tuo sorriso in un angolo, ci terrà compagnia, già ci rischiara un po', queste persone, albergatrici dell'infanzia, noi li chiamiamo genitori. I bambini rimangono dove la porta si apre. Giocano fuori nel cortile, rientrano alla sera, abitano là per anni e per anni, con la loro anima inafferrabile, è come se fos­sero sempre di passaggio. I bambini sono degli stra­nieri che vivono presso i genitori.

Christian Bobin, Consumazione. Un temporale, Servitium, 59-60.

lunedì 7 gennaio 2008

Fondente che passione!


Perché il Cioccolato Fondente XXX piace? Perché è cioccolato fondente prodotto con massa di cacao (fave di caccio tosiate, ridotte in pasta median­te un procedimento meccanico e non private di una qualsiasi parte o sostanza), prestando grande rispetto alla naturalità dei suoi virginei sapori.
La massa di cacao, presente in XXX Fondente per ben l'80%, contiene sostanze fondamentali per la salute: teobromina, serotonina, metilxantine, anandamide, feniletilamina, caffeina, tiramina, vitamine, oligo­minerali.
Recenti studi scientifici hanno messo in evidenza il positivo ruolo, sul fronte della prevenzione per la salute, svolto dal cioccolato fondente ad alto contenuto di cacao. Dopo il suo consumo, infatti, è stata osservata una significativa presenza di effetti protettivi sull'apparato cardiovascolare. In sostanza, il cioccolato fondente ad alto contenuto dì cacao si propone come alimento potenzialmente in grado di esercitare benefici salutistici attraverso una serie di meccanismi che riducono i rischi da stress ossidativo e favoriscono il miglioramento delle funzionalità vascolari. I nuovi stili di vita ed i ritmi sempre più frenetici sono ai primi posti fra le cause dell'aumento dei radicali liberi; diventa utile l'apporto di agenti antiossidanti in grado di disattivarli o stabilizzarli.
Il Cioccolato Fondente XXX è ricco di antiossidanti, in particolare di composti fenolici, sostanze presenti nel mondo vegetale. Le sostanze antiossidanti contrastano i radicali liberi, cioè quei composti chimici coinvolti nel processo di invecchiamento dell'organismo e nello sviluppo di patologie cro­niche e degene­rative.
A chi, poi, vuole entrare nel cuore più profondo del piacere e provare nuove sensazioni di benessere si consiglia di degustare XXX Fondente con vini strutturati, preferibilmente rossi, morbidi, con ricco bouquet e di alta gradazione alcolica, oppure di abbinarlo con grappe e distillati,
In questi casi un suggerimento va dato. Fare sciogliere completamente in bocca XXX Fondente prima di bere: uniche e straordinarie sono le sensazioni gustative che fa provare, mentre persiste, a lungo, il piacevole ricordo della sua degustazione.

Una cosa sola


Cenni della vita del vescovo Francesco Saverio Van Thuan, morto nel 2002, in alcune frasi autobiogra­fiche pronunciate durante gli Esercizi Spirituali che tenne al papa Giovanni Paolo II nel 2000. Esercizi che parla­vano della speranza e della testimonianza di questo vescovo che venne arrestato a Saigon nel 1975 e che passò tredici anni in prigione prima di esse­re liberato.

"Oggi, al momento della chiusura degli Esercizi Spirituali sono profondamente commosso.
Esattamente ventiquattro anni fa, il 18 marzo 1976, vigilia della festa di San Giuseppe, fui prelevato dalla resi­denza coatta a Cay-vong per essere sottoposto a duro isolamento nella prigione di Phu-Khanh.
Ventiquattro anni fa non avrei mai immaginato che un giorno, proprio in quella data avrei concluso la predicazione degli Esercizi in Vaticano. Ventiquattro anni fa celebravo la S. Messa con tre gocce di vino nel palmo della mano, non mi sarei mai aspet­tato che il Santo Padre oggi mi offrisse un calice dorato. Ventiquattro anni fa non avrei mai pensato che oggi, festa di San Giuseppe del Duemila, il mio successore consacrasse proprio nel posto in cui sono vissuto in resi­denza coatta la più bella chiesa dedicata a San Giuseppe in Vietnam".
Abbiamo celebrato la nascita di Gesù: una sola è la cosa necessaria: scegliamo quella, soprattutto mostriamo che questa scelta è sincera e coerente.
Un gior­no mentre stavo preparando il pranzo, sentii squillare il telefono delle mie guardie: "Forse questa telefonata è per me! E ' vero: oggi è il 21 novembre Festa della presentazione di Maria al tempio". Poco dopo una delle guardie viene da me e mi dice: "Dopo pranzo si vesta bene. Andrà a vedere il capo". In quel pomeriggio ho incontrato il Ministro degli Interni. "Lei ha un desiderio da esprimere?". "Sì, Signor Ministro, voglio la libertà". "Quando?". "Oggi". Il Ministro mi guardò sor­preso; gli spiego: "Sono stato troppo a lungo in prigione. Sotto tre pontefi­ci: Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II. E inoltre sono passati quattro segretari del partito comu­nista sovietico: Breznev, Andropov, Cernenko, Gorbaciov".
E voltandosi verso il suo segre­tario, il Ministro disse: "Forse è bene esaudire il suo desiderio".

Convegno Diocesano Fidanzati


domenica 6 gennaio 2008

Sobrietà e coraggio


"Con Gesù Cristo la benedizione di Abramo si è estesa a tutti i popoli, alla Chiesa universale come nuovo Israele che accoglie nel suo seno l’intera umanità. Anche oggi, tuttavia, resta in molti sensi vero quanto diceva il profeta: "nebbia fitta avvolge le nazioni" e la nostra storia. Non si può dire infatti che la globalizzazione sia sinonimo di ordine mondiale, tutt’altro. I conflitti per la supremazia economica e l’accaparramento delle risorse energetiche, idriche e delle materie prime rendono difficile il lavoro di quanti, ad ogni livello, si sforzano di costruire un mondo giusto e solidale. C’è bisogno di una speranza più grande, che permetta di preferire il bene comune di tutti al lusso di pochi e alla miseria di molti.
"Questa grande speranza può essere solo Dio … non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano" (n. 31): il Dio che si è manifestato nel Bambino di Betlemme e nel Crocifisso-Risorto. Se c’è una grande speranza, si può perseverare nella sobrietà. Se manca la vera speranza, si cerca la felicità nell’ebbrezza, nel superfluo, negli eccessi, e si rovina se stessi e il mondo.
La moderazione non è allora solo una regola ascetica, ma anche una via di salvezza per l’umanità. È ormai evidente che soltanto adottando uno stile di vita sobrio, accompagnato dal serio impegno per un’equa distribuzione delle ricchezze, sarà possibile instaurare un ordine di sviluppo giusto e sostenibile.
Per questo c’è bisogno di uomini che nutrano una grande speranza e possiedano perciò molto coraggio. Il coraggio dei Magi, che intrapresero un lungo viaggio seguendo una stella, e che seppero inginocchiarsi davanti ad un Bambino e offrirgli i loro doni preziosi. Abbiamo tutti bisogno di questo coraggio, ancorato a una salda speranza. Ce lo ottenga Maria, accompagnandoci nel nostro pellegrinaggio terreno con la sua materna protezione. Amen!"

dall'Omelia di Benedetto XVI - 6 gennaio 2008

sabato 5 gennaio 2008

Preghiera per le vittime


Lo ha annunciato il cardinale Claudio Hummes
«Preghiera per le vittime dei preti pedofili»
Il Vaticano: «Aprire cenacoli eucaristici nel mondo suscitando un movimento spirituale per tutti i sacerdoti»

CITTA' DEL VATICANO - Una preghiera e adorazione eucaristica perpetua su scala mondiale per «le vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero», cioè per le vittime di pedofilia e abusi perpretati da sacerdoti. Un'iniziativa lanciata dal Vaticano e annunciata sull'Osservatore romano dal cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, che ritiene una «priorità aprire cenacoli eucaristici suscitando un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione». Ci sono sempre stati problemi tra i preti, rimarca il porporato brasiliano, «perché siamo tutti peccatori, però in questo tempo sono stati segnalati fatti veramente molto gravi. Ovviamente si deve sempre ricordare che solo una minima parte del clero è coinvolta in situazioni gravi, neppure l'un per cento ha a che fare con problemi di condotta morale e sessuale; la stragrande maggioranza non ha nulla a che vedere con fatti di questo genere». La Congregazione ha proposto quindi a tutti i vescovi del mondo di promuovere questi cenacoli di preghiera per le vittime.

05 gennaio 2008

Pensare è ringraziare


"Denken ist Danken", "pensare è ringraziare".


Martin Heidegger

Contrasti fondanti



"Il contrasto tra estate e inverno era più netto... così come quello tra la luce e il buio, tra il silenzio ed il rumore. La città moderna non conosce più il buio assoluto e il silenzio assoluto, l'effetto di un singolo lumicino o di una singola voce lontana".


J. Huizinga, L'autunno del medioevo

Re Magi giovani


I Re Magi giovani del nostro tempo

di p. Renato Kizito Sesana, missionario comboniano – Natale 2003


Questo è stato il terzo Natale di questo millennio. E' stato ancora una volta, un Natale di pace per una minoranza dell'umanità. Per troppi in Palestina, Afghanistan, Iraq, ma anche in tanti altri paesi, è stato un Natale armato. E per quasi due miliardi di persone è stato un Natale vissuto nella guerra quotidiana contro la povertà, forse un Natale di fame, forse un Natale passato accudendo un familiare malato se non addirittura morente di malaria, di dissenteria, di lebbra, di AIDS, malattie che secondo la logica non dovrebbero esistere più da molti anni, od essere facilmente superabili. Niente di nuovo, niente di cui scandalizzarci. Il Gesù di cui celebriamo la nascita è venuto al mondo in un paese occupato militarmente.
Quando gli angeli cantavano "Pace in terra agli uomini di buona volontà" erano ascoltati da gente angosciata e divisa tanto quanto lo siamo noi oggi. La mamma e il papà di Gesù erano abituati ad uno stile di vita così duro che per noi è difficile immaginare. E subito dopo fecero l'esperienza amara dell'esilio. Lo scandalo è che dopo di lui dovrebbero essere cambiate tante cose che invece sono rimaste identiche. Colpa anche nostra, di cristiani e di una Chiesa ancora con troppo poca fede, ancora lacerata da incertezze e conflitti.
Stavo facendo queste riflessioni proprio mentre riordinavo le statue per il Presepio che i nostri amici, rifugiati dal Rwanda, mi hanno regalato. Mi è balzato agli occhi che hanno fatto dei Re Magi giovanissimi. Ma i Re Magi non erano anziani? Vado a rileggere i pertinenti passi del Vangelo ed effettivamente riscontro che di loro non sappiamo né il numero, né il sesso, né il colore della pelle, né l'età. Allora chiamo Pierre, lo scultore, il quale alla mia domanda risponde con logica inoppugnabile: "Li ho fatti giovani perché i viaggi lunghi e faticosi li possono fare solo i giovani. Agli anziani se non mancano le forze manca l'entusiasmo. Anche noi, quando siamo fuggiti dal Rwanda addirittura sotto la minaccia di morte, eravamo tutti giovani, gli anziani non se la sentivano di affrontare un lungo viaggio, hanno preferito affrontare il rischio di restare".
Mi piace quest'idea dei Re Magi come giovani entusiasti ed irrequieti, magari in cerca di novità, sotto sotto in cerca di un motivo per vivere. Liberi da impegni di famiglia, si buttano in spalla un borsone, o lo mettono in groppa ad un cammello e via, alla ricerca.
I Magi erano addestrati in astrologia e nell'interpretazione dei sogni. Non tutti i giovani sono degli esperti in sogni? Forse l'evangelista li chiama Magi perché vuole sottolineare proprio il loro sogno e ricerca del senso della vita, della sapienza. Certo sono rimasti rispettosamente sorpresi quando Erode ha letto loro un passo delle Scritture, e lo hanno preso seriamente, ma non si sono convertiti al giudaismo. Tantomeno Maria ha cercato di insegnare loro il catechismo...
Semplicemente si sono inginocchiati di fronte a quel Bambino, e ciò che quel Bambino aveva da insegnare lo hanno capito, senza pronunciare nessun Credo. Forse erano ricchi, certo non erano poverissimi, altrimenti dove avevano preso l'oro, l'incenso e la mirra che portavano come doni? Magari avevano venduto tutto e fatto una raccolta fra amici e parenti per mettere insieme il sufficiente per viaggiare e oro, incenso e mirra erano la loro moneta di scambio, in tempi in cui non c'erano né carta moneta né carte di credito. E al bambino che hanno trovato, hanno offerto tutto quello che era rimasto del loro tesoro iniziale. Viaggiavano di notte, altrimenti come avrebbero potuto seguire la stella, cosa che li rende più simili a tanti giovani d'oggi. Il Vangelo ci dice con certezza che venivano da Est, terra di favoleggiata sapienza e di ricchezze. E questi giovani sapienti, o cercatori di sapienza, almeno moderatamente benestanti, si mettono in pellegrinaggio per cercare, guidati solo da una stella, un lontano villaggio nascosto nella campagna di un paese sconosciuto. Quando arrivano si inginocchiano davanti ad un bambino povero, nato in una stalla, e riconoscono in lui la presenza di Dio.
Non ho forse visto questo miracolo ripetersi tante volte a Kivuli, a Mthunzi e sui Monti Nuba quando i giovani venuti da lontano, con mezzi per viaggiare, con studi e sofisticate esperienze che li hanno resi un po' arroganti e un po' cinici, ad un certo punto si accorgono che tutto il loro bagaglio non vale proprio niente, e lo depongono davanti ad un bambino? Un bambino che è troppo piccolo per parlare e che pure, con la sua toccante e viva presenza, rappresenta tutto ciò che conta nella vita?

venerdì 4 gennaio 2008

Passeggiando con i bambini


"Ho trascorso una decina d'anni a passeggiare con dei bambini, e ciò equivaleva a degli studi di teologia. Se in questo c'era una saggezza, potrebbe essere: l'arte di essere pienamente presenti, con un'attenzione estrema, sostenuta. E' per questo che mi affascinano i bambini, con quel loro dono di essere pienamente presenti, nel puro presente".


Christian Bobin, La luce del mondo, 121

Sorrisi


"Credo all'incredibile. Credo all'incredibile purezza del dolore e della gioia di un cuore. Sono cose estremamente rare e di una semplicità che strappa le lacrime.
Sul volto di mio padre morente ho visto un sorriso come un punto sorgivo. Un sorriso "immortale" mi rimanderebbe alle statue dei musei, ma in quel sorriso di mio padre era come contenuta una creazione del mondo. E nella sua vita esaurita che in un secondo egli ha speso tutto l'oro del suo sorriso. Questa verità sorridente che aveva attraversato la sua vita e le cui onde si sono non soltanto mantenute, ma persino ampliate molto tempo dopo che mio padre era stato ricoperto dalla terra, credo che mi attenda nell'ultima ora.
Ciò in cui credo è sempre legato a un attaccamento e a una persona. In questa convinzione, sostengo qualcosa che mi sostiene a sua volta, e che continua a vibrare molto dopo la scomparsa degli esseri, come la luce delle stelle che continua a giungere sino a noi quando sono morte. Non potrò mai più offrire nulla a queste persone che sono morte, ma si continua a stringere un'alleanza.
L'aldilà in cui credo, lo vedo qui e ora, perché in un certo senso è qui che ha luogo tutto. Questo aldilà inghiotte tutto il tempo e lo supera. E questo che cosa cambia se domani mi dimostrano che non c'è risurrezione e che Cristo non è che uno dei tanti saggi, sia pur il più grande? Ebbene, non cambia nulla, io non cambierò la mia vita né il mio modo di vedere, perché questa speranza fa talmente parte di me, come il colore dei miei occhi, che non potrei privarmene senza privarmi, nello stesso tempo, del respiro e dell'anima. In questo, mi trovo in qualcosa che è più immutabile della pietra. Per me questo sorriso di cui vi parlavo, per quanto evanescente, è incancellabile.
Uno dei crimini della nostra società, è avere snaturato addirittura il sorriso per farne uno spunto di commercio. Il sorriso è una cosa sacra, come tutto ciò che risponde con una risposta più grande della domanda. Io, che sono un ostinato della solitudine, dico che la cosa più meravigliosa di tutte è il sorriso. E una delle più grandi finezze umane. È quasi come pregustare la vita successiva, come un fiore dell'invisibile. Giungerò persino a dire che il sorriso più bello di tutti può sorgere solo su un viso quasi chiuso, distante. Ma se ci si china sulle culle possiamo ancora ritrovarlo. Quale che sia la ferocia degli uomini, il sorriso compare ogni volta che si mette al mondo qualcuno. Un sorriso può essere angelico o falso, ma un sorriso vero è il sorriso di chi ha trovato tutto: non c'è più calcolo né seduzione".

Christian Bobin, La luce del mondo, 116-118

giovedì 3 gennaio 2008

Neve e fuoco













Mentre guardo la neve che cade e ascolto la colonna sonora de "La marcia dei pinguini",
sento il calore e l'orrore delle fiamme del Kenya.

Speranza nella schiavitù


E' nello spirito e secondo gli scritti di fr. Charles De Foucauld e di piccola sorella (p.s.) Magdeleine che sono state fondate varie fraternità in mezzo alle persone più emarginate. Il primo inserimento in ambiente di prostituzione è avvenuto a Marsiglia.

In quanto città cosmopolita e portuale, Marsiglia era ed è sempre un centro di prostituzione, oggi incrementata dalla "rete" dell'Europa dell'Est e l'arrivo di donne dalla Bulgaria. Albania, Romania, Russia e altri paesi.

All'origine del nostro inserimento a Marsiglia va posta la conoscenza di un infermiere militare che frequentava il quartiere di prostituzione, non come cliente ma per aiutare da un punto di vista sanitario le donne che glielo chiedevano. Ci portò da una di loro, O., che voleva liberarsi dal suo protettore molto violento e uscire da quell'inferno. Vivevamo allora alla "Charité", una vera baraccopoli. La conoscenza di O. ci permise di introdurci nel quartiere di prostituzione più povero. Quanto a O., la potemmo portare all'estero, in un paese dove riprese una vita normale. Per caso, a quella stessa epoca (1955) avevamo incontrato all'ospedale una giovane donna ed eravamo diventate amiche. Più tardi la ritroveremo in un quartiere di "alberghi a ore". Una serie di nuove conoscenze ci portò, nel 1957, a fondare la prima fraternità all'interno di un quartiere di prostituzione, grazie anche all'accordo del Vescovo, molto aperto. Avemmo così la possibilità di conoscere da vicino molte donne vittime di protettori spesso molto violenti, di fare amicizia e guadagnare la loro fiducia.

Il nostro modo di testimoniare: presenza, contatti semplici, amichevoli e rispettosi, aiuto morale, lasciando ai Servizi sociali il loro ruolo specializzato.Negli anni, abbiamo conosciuto e amato centinaia di donne di tutte le età, travestiti, transessuali, d'Europa, d'Asia, d'Africa e America del Sud. I contatti si stabiliscono molto semplicemente per le strade dove le donne aspettano il "cliente", piccole conversazioni dove possono dire le loro sofferenze, il loro passato, la loro fiducia e giovinezza traumatizzata, le loro paure (aggressioni e a volte omicidi).

Altri contatti sono quelli con le donne dei locali notturni. Nel quartiere dell'Opera ce ne sono diciassette. In questi locali le giovani "entraîneuses" intrattengono i clienti per farli bere. Sono retribuite a percentuale sul bicchiere o sulla bottiglia di champagne. Questi locali, aperti dalla sera tardi fino all'indomani mattina, sono di solito l'anticamera della prostituzione. I primi contatti con queste giovani si prendono per strada, là dove stanno ad adescare i clienti o a volte a chiacchierare tra loro. Cambiano spesso locale o cadono nella prostituzione o lasciano del tutto l'ambiente, per cui ne incontriamo molte, ma sono tante quelle che non vedremo più.Per noi la cosa più importante è l'ascolto, l'assenza di giudizio, il rispetto di quelle o quelli che si sentono giudicati, umiliati e senza speranza.Ecco un loro grido di sofferenza:«Se ne vedete una (prostituta) sulla strada vedrete il suo corpo. Pensate al suo cuore che non vedete, ma che batte fortissimo, troppo forte dentro...». E un altro grido, lucido e doloroso: «Valgo di più di quel che faccio...».

La nostra presenza prosegue all'ospedale, quando una di loro è ammalata, oppure in prigione dove molte scontano una pena per il reato di adescamento. Abbiamo anche accompagnato alcune fino alla morte nella solitudine di un letto di ospedale.

Nel corso di questi anni quanti "miracoli" sono avvenuti! Molte di queste donne sono uscite dalla prostituzione, portandone però le conseguenze per la vita: alcool, AIDS, salute disastrosa e relazioni difficili con i figli, che spesso nell'adolescenza le rifiutano. «Soffri?», «Sì, ma non ancora abbastanza per lui. Gesù ha sofferto più di me», dice una... E un'altra che sta morendo di cancro: «Io sono la via crucis di Gesù...». Grande emozione quando una di loro, vedendo con una piccola sorella un film su Gesù e sentendo la parola «Le prostitute vi precederanno nel regno dei cieli» (Mt 21,31), grida: «Se ha detto questo, al¬lora anch'io posso andare in cielo!».Ci sono state riconciliazioni con le famiglie, perdoni donati alla madre che le aveva maltrattate, perdono eroico anche di una donna abbandonata dall'amico, che per anni aveva visitato e sostenuto mentre era in prigione, e che al ritorno da Lourdes mette la foto di Bernadette sopra quella di lui e dice: «Sarà la mia sola vendetta...».

Ed ecco il percorso di una di loro. In piedi davanti a un bar tutti i giorni aspettava dal mattino alla sera... Si faceva chiamare Rita perché aveva una grande devozione per questa santa. Le chiedeva la forza di andarsene da quel quartiere sordido e dall'uomo che ve la manteneva in vera schiavitù. Davanti al Bar Rue Longue dove stava, brillava la luce rossa della cappellina della fraternità. Dirà più tardi: «Guardando quella luce e aspettando....facevo la mia ora di adorazione...». Un giorno ha avuto il coraggio di farla finita, di nascondersi, di riprendere a poco a poco una vita diversa insieme al marito e ai figli che aveva lasciato. Nel paesino dove abita oggi, chi potrebbe dubitare che è la stessa persona, quella che tutte le mattine va a messa, piena di una fede e di un rendimento di grazie senza fine? Ci scriveva: «Saranno presto trent'anni che ci conosciamo. II Signore mi ha presa per mano. Quanta strada da allora. Non smetto di ringraziarLo d'aver lasciato le altre pecorelle per cercare me, la smarrita della strada, e attraverso di voi. Credetemi, siete nelle mie preghiere, ancora stamattina nella messa».

Pensiamo che "lo spirito fraternità" che abbiamo cercato di vivere abbia toccato da vicino le nostre amiche. Molte hanno fede, pregano anche se non praticano o praticano poco e senza neanche esprimerlo, ma il loro comportamento verso se stesse e gli altri è impregnato dallo spirito ereditato da fr. Charles, e per noi direttamente da p.s. Magdeleine, lei che ci diceva che bastava che fossimo anche solo «un piccolo raggio di sole che entra in una slama buia e gelida per illuminarla e scaldarla...».

Anche noi, piccole sorelle, sentiamo tutto quello che ci hanno portato queste persone: la loro amicizia, la loro umiltà, la loro riconoscenza. È una vera reciprocità, tra loro che sono immerse nella sofferenza e noi piccole sorelle che beneficiamo delle loro ricchezze nascoste.


piccola sorella Marie Raymonde e piccola sorella Liliane di Gesù


A proposito delle prostitute che vivono alla periferia di Città del Messico, ecco cosa scrive un'altra piccola sorella.
Ho scoperto in loro "gesti di vita" e desidero condividerne alcuni con voi. Sono gesti che capitano nelle conversazioni che si tessono in secondi, in minuti, e però rimangono in mente come parte degli interrogativi che queste persone del "sottomondo" pongono alla nostra società tanto ben organizzata di "normali e degni".

Maria: «Non mi hanno visto ieri in strada perché era il giorno in cui sto con i miei figli e lo dedico tutto a loro, anche se non ho soldi - ma questo lo so solo io. Ora mi fermo in strada fino a stasera per rifarmi un poco e pagare le spese della scuola per loro...».

Samantha: «Noi "le indipendenti" viviamo bene se paragonate alle ragazze che sono controllate. Lì ci sono sopratutto minori, le sfruttano e picchiano come animali. Loro sono importate da altri paesi o ingannate da persone del loro villaggio. Escono da qui solamente quando sono già vecchie a trent'anni e con vari figli...».

Alicia: «Ora che siamo nella settimana santa non mi metto la minigonna per rispetto, per lo meno so che Dio ne terrà conto, e poi qui tra noi ci aiutiamo le une le altre, perché quelli che ci "proteggono" non lo fanno. Quello che più desidero e avere un lavoro dignitoso e questo avverrà presto. Intanto i miei figli vanno a scuola dalle suore e lì insegnano loro a pregare e li educano bene».

Cristat: «Prendo molta cura dei miei bambini e gli do il meglio. Tutti stanno studiando e vanno bene a scuola. Vengo sulla strada solo in mattinata perché nel pomeriggio sto con loro aiutandoli nei compiti o vado alla loro scuola...

Gitana: «Quando non ho un cliente, leggo per restare aggiornata. Ora sto leggendo un libro grosso che tengo nella stanza dove mi cambio quando torno a casa mia, perché là non ho tempo per me».
Ci sono molte cose che mi condividono e che sarebbe bello scrivere, ma so che quello che succede di più importante all'essere umano non si esprime con parole, ma con gesti concreti che solo con gli occhi ed il cuore di fronte alla persona possiamo percepire. Dio ha un modo delicato di mostrarci il suo Volto nelle persone che si lasciano umilmente abitare da Lui.


piccola sorella Betty


esperienze tratte da "Notizie delle fraternità", n. 32, 2007-08

Ancora neve!


E a Venegono continua a nevicare!
Ecco una vista della Basilica.

p.s.: che ne dite, sfidiamo il tempo e facciamo un giretto in moto?!

mercoledì 2 gennaio 2008

Tendenze

Oggi, nella Chiesa, si vanno determinando due tendenze opposte. Si stanno scontrando due concezioni dell'apostolato. La prima è basata sull'istituzione. La seconda sul movimento.

1. - La prima insiste più sull'ordine che sulla giustizia. Più sull'autorità che sulla corresponsabilità. Il suo impegno: difendere l'onore di Dio e i diritti della verità. Il suo ideale: una Chiesa rispettata. I mezzi per arrivarci: la protezione, l'appoggio (leggi, Stato, potere, ecc...). Conseguenze: un mondo chiuso, una mentalità da ghetto. Raggruppare i cristiani tra di loro (quanti circoli chiusi, con sopra l'etichetta di cattolico!), fare in modo che abbiano il minor numero di contatti col «mondo perverso» e così nessuno si perda, ma giungano tutti insieme, ben allineati, cartello in testa che indica «I nostri», alla Casa del Padre. In quest'opera di difesa e di costruzione di massicci bastioni, non è difficile reclutare volontari più o meno disinteressati. Mani grassocce e sudaticce. Persone che considerano Dio quale «guardiacaccia» dei loro privilegi. Che difendono i propri «diritti» dando a vedere di difendere i diritti della Chiesa.

2. — Secondo la mentalità di movimento l'ordine, i privilegi, i titoli presuppongono qualcosa di più importante. Occorre arrivare a una chiarificazione, smascherare le posizioni sospette, abbandonare le preoccupazioni volte unicamente alla facciata. Bisogna avere il coraggio di sollevare certe polveri sacre che si sono accumulate sul nostro costume religioso e che, per quietismo e pigrizia, si considerano intoccabili. Il bersaglio non è l'autorità, ma l'autoritarismo. Non si rifiuta l'ubbidienza, bensì un'ubbidienza cieca, che impedisce una intelligente collaborazione. Più che leggi cristiane, urge fabbricare cristiani autentici. Di fronte al male, non si tratta tanto di prevenire, quanto di premunire (c'è una differenza sostanziale tra le due operazioni). Non basta che i cristiani sappiano dove non devono andare: occorre siano educati a scoprire dove devono andare. Bisogna che la Chiesa esca allo scoperto e che i suoi apostoli non abbiano paura di sporcarsi le mani affondandole nelle realtà del mondo in cui vivono. Il lievito va inserito dentro, non accanto alla pasta. Certe tattiche di attesa sono antievangeliche. Gli apostoli non hanno scritto sulla porta del Cenacolo: «Qui si parla di Gesù Cristo. Coloro che desiderano essere istruiti nella religione cristiana, possono presentarsi dall'ora tale all'ora tal'altra...». Sono usciti fuori. Sulla strada. Nelle piazze. Si sono mescolati agli uomini. La verità non si salva custodendola gelosamente sotto vetro, vigilata assiduamente da inesorabili cecchini dell'ortodossia. Ma portandola fuori, alla luce del sole, a contatto con la realtà di tutti i giorni. La verità non ha bisogno di essere rispettata. Chiede di essere amata. L'unico diritto che rivendica è quello di essere comunicata, di diventare proprietà di tutti.

Chi ha ragione? Probabilmente la soluzione verrà un giorno trovata alzandosi al di sopra dei contrasti (l'animosità delle rispettive posizioni non permette sempre di avere gli occhi limpidi), collocandosi su un piano superiore.

A.PRONZATO, Vangeli scomodi, 351-353

Pat Metheny - as it is

Per chi si vuol concedere 8 minuti di relax

martedì 1 gennaio 2008

Esperienze di vita


Intervista con il cardinale Carlo Maria Martini

AFFIDIAMOCI ALLA SPERANZA
Intervista pubblicata sul quotidiano «Europa» il 28 dicembre 2007.

di Aldo Maria Valli - Gerusalemme


Il prossimo 15 febbraio compirà 81 anni e il parkinson lo sta mettendo a dura prova. Come se non bastasse, una polmonite presa qualche mese fa lo ha fortemente debilitato. Però il sorriso è più dolce che mai e lo sguardo è quello di un uomo buono, in pace con se stesso e con gli altri. Per camminare si aiuta con il bastone e quando si siede evita poltrone e divani perché non riuscirebbe più a rialzarsi, ma da lui non sentirete mai un lamento. Il cardinale Carlo Maria Martini invece non fa che ringraziare. A Gerusalemme vive nella sede del Pontificio istituto biblico, dove lo incontro.

Eminenza, come sta?
Sto abbastanza bene, come vede. Posso sopportare abbastanza il clima di qui, migliore di quello italiano perché è piuttosto stabile, senza grandi cambiamenti, che va bene per le persone anziane. E poi Gerusalemme sta in alto e l'aria è buona.

Come sono le sue giornate qui?
Sono divise fra tre grandi priorità: anzitutto la preghiera di intercessione per tutte le intenzioni che ho conosciuto a Milano e per tutte quelle che mi vengono raccomandate per questi popoli e per il mondo intero; poi un po' di studio, per quanto possibile, e poi qualche incontro, qualche momento di ritiro spirituale. Quindi le giornate passano molto in fretta.

Quando lasciò Milano, nel 2002, disse: «Vado a Gerusalemme avvinto dallo Spirito senza sapere che cosa mi capiterà». Adesso può fare un bilancio di che cosa le è capitato?
Mi è capitato che lo Spirito mi ha condotto giorno dopo giorno e mi riserva sempre sorprese, che riguardano anche il futuro. Non bisogna mai adagiarsi sul presente!

Che cosa le sta insegnando questa esperienza?
Mi sembra che mi stia insegnando soprattutto due cose: la pazienza e la fiducia. Uno vorrebbe sempre la soluzione immediata dei problemi e invece bisogna affidarsi alla provvidenza, allo scorrere del tempo. Bisogna saper aspettare, e la gente qui insegna molto a essere pazienti e fiduciosi.Gerusalemme è più città di pace o di conflitto? Esteriormente sembra più di conflitto, ma per chi la conosce dall’intemo è una città in cui c'è molta preghiera, c'è molto dialogo, e ci sono molti tentativi di incontro. Quindi direi una città che desidera fortemente la pace, anche se fatica a ottenerla.

Lei riesce a immaginarsela questa pace?
Non credo che sia immaginabile con criteri politici, che d'altra parte sono alieni da me. Ma la posso immaginare molto bene come dono di Dio, questo sì.

Lei pensa davvero che i cristiani potrebbero sparire da questa terra?
Certamente il numero dei cristiani qui sta diminuendo, e quindi bisogna aiutarli a far sì che possano fermarsi e restare. Non solo come singoli ma come comunità cristiana che testimonia il vangelo.Da questo suo osservatorio come vede la Chiesa nel mondo?Da questo osservatorio in realtà io non cerco di vedere ma di pregare. Sto con le braccia alzate, pregando per tutte le intenzioni della Chiesa. Non voglio giudicare ma unicamente intercedere.

E questo anche per la Chiesa italiana?
Anche per la Chiesa italiana.Più di quarantanni fa Paolo VI scrisse che questo nostro mondo moderno offre non una ma cento ferme di possibile contatto con la Chiesa. Secondo lei nella Chiesa di oggi c'è ancora questa fiducia o prevale forse un po' di timore? C'è un po' di timore, però la gente semplice ha molta fiducia. Quindi bisogna puntare su questa fiducia e soprattutto fare atti di fiducia.

Che cosa pensa del messaggio del papa per la giornata mondiale della pace che si celebra il primo gennaio?
Mi pare che tocchi un tema fondamentale, che è quello della famiglia. La famiglia è veramente un luogo in cui ci si educa alla pace e da cui nascono le premesse per una pace mondiale. Bisogna guardare di più a queste piccole cose iniziali, non soltanto ai grandi risultali.

Una volta lei disse di aver sognato un Concilio Vaticano terzo. È un sogno che è tornato?
Non ho mai parlato di un Concilio vaticano terzo per non dare impressione di una ripetizione del Vaticano secondo, che si è svolto dopo secoli di non riflessione collettiva e quindi ha preso in esame tanti temi. Vedrei piuttosto dei concili che prendessero uno o due temi e quindi fossero molto ben delimitati nel loro scopo.

E quali potrebbero essere questi temi?
Io credo che, per esempio, quello della parola di Dio sarebbe un bellissimo argomento, e fra l’altro è anche quello del prossimo sinodo. E poi indicherei la famiglia.

Eminenza, la messa la dice in italiano o in latino?
A seconda delle situazioni scelgo l’italiano o l’inglese, ma qui quasi sempre in inglese perché è la lingua che si parla nella nostra casa.

Come giudica l’enciclica del Papa sulla speranza?
La giudico molto bene. E’ una bella enciclica, in qualche parte un po’ difficile, ma vorrei che tutti la leggessero con impegno perché va al fondo della speranza e la mette in relazione con tutte le speranze quotidiane e anche con le speranze fasulle e poco fondate. Quindi credo che serva molto bene per criticare certi concetti odierni di speranza.

Fino a pochi decenni fa sembrava che la religione dovesse sparire dall’orizzonte pubblico e diventare solo un fatto privato, invece ora la ritroviamo continuamente nel dibattito pubblico e nelle pagine culturali dei giornali. Come giudica questo fenomeno?
Non solo positivamente. Certamente è positivo che si parli di religione, però bisogna che questo interesse sia portato da una vera fede, da un vero amore al Vangelo e non soltanto dal desiderio di contarsi e di contare.

Si dice spesso che viviamo in una società secolarizzata, poi però succede, per esempio, che un libro dedicato all’anima come quello del teologo Vito Mancuso, «L’anima e suo destino», venga ristampato più volte nel giro di poche settimane. Secondo lei perché?
Ho detto più volte che la nostra società italiana non è secolarizzata se non in parte. In tanti ambienti c’è una profonda ricerca di valori. Nel caso specifico, credo che il libro di Mancuso abbia avuto il merito di suscitare interessi che sembravano spariti e invece esistono.

La stampa straniera, come di recente il New York times, dipinge l’Italia come un Paese vecchio e senza speranza. Condivide?
Non condivido del tutto. In parte sì, ma l’Italia è un Paese che a me appare piuttosto spensierato e giocherellone, specialmente quando lo paragono ad altri Paesi del mondo dove c’è molta sofferenza. Però in verità dietro questa facciata, che nasce un po’ dai mass media e dalla televisione, c’è serietà e preoccupazione, e c’è anche sofferenza. Quindi c’è un cammino molto serio e molto arduo.

Nella sua città d’origine, Torino, sei operai sono morti bruciati in un’acciaieria. Che cosa prova di fronte a questi fatti?
Un immenso dolore, un’immensa sofferenza per queste persone, e il desiderio che si faccia di tutto per evitare che questi fatti si ripetano.

Le capita qualche volta di avere paura? E di che cosa?
Paura non direi. Siamo nelle mani di Dio e quindi bisogna piuttosto affidarsi, avere questo senso di speranza e di pace.

Come convive con la sua malattia, con il parkinson?
Bene perché so che in certe ore non posso contare molto su di me e quindi devo, con pazienza, prendere i tempi buoni e quelli meno buoni.

Quale augurio si sente di fare agli italiani per queste feste?
L’augurio lo prendo dall’enciclica del Papa. È l’augurio di una grande speranza, una speranza che sia efficace, una speranza che sia affidabile, una speranza che porti a superare le difficoltà della vita quotidiana con grande coraggio. E questo messaggio, lo sottolineo, viene da Gerusalemme e da Betlemme, cioè luoghi nei quali furono pronunciate le parole più alte di speranza, ma sono successi anche eventi che hanno portato disperazione. Però la speranza è più forte, e questo è il messaggio che vorrei rimanesse impresso in tutti.

http://www.chiesadimilano.it/or4/or?uid=ADMIesy.main.index&oid=931666

Pace in famiglia!


"In una sana vita familiare si fa esperienza di alcune componenti fondamentali della pace: la giustizia e l’amore tra fratelli e sorelle, la funzione dell’autorità espressa dai genitori, il servizio amorevole ai membri più deboli perché piccoli o malati o anziani, l’aiuto vicendevole nelle necessità della vita, la disponibilità ad accogliere l’altro e, se necessario, a perdonarlo. Per questo la famiglia è la prima e insostituibile educatrice alla pace. Non meraviglia quindi che la violenza, se perpetrata in famiglia, sia percepita come particolarmente intollerabile. Pertanto, quando si afferma che la famiglia è «la prima e vitale cellula della società» , si dice qualcosa di essenziale. La famiglia è fondamento della società anche per questo: perché permette di fare determinanti esperienze di pace. Ne consegue che la comunità umana non può fare a meno del servizio che la famiglia svolge. Dove mai l’essere umano in formazione potrebbe imparare a gustare il «sapore» genuino della pace meglio che nel «nido» originario che la natura gli prepara? Il lessico familiare è un lessico di pace; lì è necessario attingere sempre per non perdere l’uso del vocabolario della pace. Nell’inflazione dei linguaggi, la società non può perdere il riferimento a quella «grammatica» che ogni bimbo apprende dai gesti e dagli sguardi della mamma e del papà, prima ancora che dalle loro parole".

Benedetto XVI, Giornata della Pace 2008