mercoledì 1 aprile 2009

A proposito di ascolto del clero

Milano: quel Lezionario impredicabile
Caro direttore, vorrei segnalare il diffuso disagio del clero ambrosiano riguardo all’uso del nuovo Lezionario, da poco entrato in vigore e sul quale avevate dato notizia negli scorsi mesi (cf. Regno-att. 10,2008,310). Già il clero della diocesi era diviso sull’opportunità pastorale di differenziarsi in toto dal Lezionario romano (vedi Sacrosanctum concilium, n. 23, che dà le indicazioni sulle innovazioni «se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa» e all’ultimo paragrafo recita: «Si evitino anche, per quanto possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti») in quanto non se ne sentiva la necessità pastorale (il Consiglio presbiterale ha approvato l’introduzione del nuovo Lezionario dopo tre controverse votazioni e con la maggioranza di 50% + 1 voto!). Avendone iniziato l’uso, le perplessità sono cresciute e non ho ancora sentito un parere positivo dai confratelli, neppure dai più «tradizionalisti». La ragione sta nel fatto che la connessione tra le prime due letture e il Vangelo è del tutto illogica. Neppure la pretesa e discussa scelta «tematica» in luogo della (parziale) lectio continua romana – quasi che i liturgisti siano più intelligenti degli evangelisti – appare chiara. Purtroppo una scelta così affrettata – e tutt’altro che condivisa con il clero e il popolo di Dio – avrà pesanti ripercussioni sulla concreta vita liturgica della nostra diocesi: per i prossimi 40 anni utilizzeremo un Lezionario impredicabile! Mi domando se i biblisti presenti nella commissione liturgica apposita abbiano avuto effettivamente voce in capitolo! Perché la vostra strepitosa rivista non approfondisce questa «pseudo-riforma»? Sinceri saluti.
Un parroco di periferia della grande Milano. Milano, 9 dicembre 2008.
da Il Regno/Attualità 2/2009
Un esempio, la seconda lettura di oggi:
Lettura del libro dei Proverbi 30, 1a. 24-33
Detti di Agur, figlio di Iakè, da Massa. / Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra, / eppure sono più saggi dei saggi: / le formiche sono un popolo senza forza, / eppure si provvedono il cibo durante l’estate; / gli iràci sono un popolo imbelle, / eppure hanno la tana sulle rupi; / le cavallette non hanno un re, / eppure marciano tutte ben schierate; / la lucertola si può prendere con le mani, / eppure penetra anche nei palazzi dei re. / Tre cose hanno un portamento magnifico, / anzi quattro hanno un’andatura maestosa: / il leone, il più forte degli animali, / che non indietreggia davanti a nessuno; / il gallo pettoruto e il caprone / e un re alla testa del suo popolo. / Se stoltamente ti sei esaltato e se poi hai riflettuto, / mettiti una mano sulla bocca, / poiché, sbattendo il latte ne esce la panna, / premendo il naso ne esce il sangue / e spremendo la collera ne esce la lite.

martedì 31 marzo 2009

Quando ci vuole la carica!


Les Tambours du Bronx, gruppo della musica alternativa delle periferie francesi, ormai noti in tutto il mondo!

Scommesse (sulla finale)? No, grazie!

L'istituto di ricerca Nomisma nel suo quarto "Quaderno sull'economia" si è occupato del recente boom dell'industria del Gioco: nel 2008 sono stati 28 i milioni di italiani che hanno avuto almeno un'occasione di gioco, il 28% ha puntato almeno una volta sull'estrazione dei numeri
Scommesse, Lotto, Gratta e Vinci: Italia paese sempre più in gioco
Il gioco ed i giovani, i comportamenti dei giocatori e la social responsability degli operatori del settore. Sono questi i temi trattati dall'istituto di ricerca Nomisma, nel suo quarto "Quaderno dell'economia". Nel 2008 sono stati 28 i milioni di italiani che hanno avuto almeno un'occasione di gioco. L'11,6% (vale a dire oltre 6 milioni e mezzo) degli italiani - del rappresentativo campione analizzato da Nomisma - ha dichiarato di giocare una volta alla settimana e l'1,4% ogni giorno o quasi. Per oltre 700 mila persone il gioco è una componente irrinunciabile del proprio quotidiano. Più del 22% degli italiani ha sperimentato più di una tipologia di gioco; oltre 13 milioni di italiani ne praticano addirittura più di 3.
Analizzando i singoli giochi, viene fuori che, nel 2008, il 28% degli italiani - cioè 14,4 milioni di persone - ha giocato almeno una volta al Lotto. Al secondo posto il SuperEnalotto, che è stato giocato da 11,6 milioni di italiani, seguito dai Gratta e Vinci con 10,1 milioni di persone. Buono anche il successo delle Lotterie Nazionali, che hanno rappresentato un'occasione di gioco per 5,5 milioni di italiani. In calo invece il bacino d'utenza dei concorsi pronostici (2,3 milioni), mentre sono in crescita le persone (2,7 milioni nel 2008) che hanno giocato almeno una volta alle scommesse sportive. Importante anche il valore dei giocatori di scommesse sportive online: il 2,8% degli italiani (vale a dire 1,4 milioni) ha puntato sul web.
Ma qual è il motivo che spinge a giocare? Tra i giocatori la speranza di vincere denaro è la motivazione preponderante. Oltre il 43% dei giocatori individua nella possibilità di veder mutata la propria condizione economica con una spesa modica il principale stimolo a giocare. Sempre tra i giocatori, il 20% identifica il gioco con "divertimento". Ma emergono anche connotazioni negative: il 16% vede il gioco soprattutto come fattore di perdita di denaro. L'8,2% ritiene il gioco una dipendenza e circa il 5% lo vede come un rischio, vale a dire uno strumento che se non correttamente gestito può trasformarsi in dipendenza. Chi non gioca ha invece una posizione più critica. Il gioco è "perdita di denaro" per il 37% degli italiani che non giocano. L'aspetto ludico è decisamente in secondo piano: solo il 7% pensa che il gioco sia soprattutto divertimento, mentre il 2% pensa che sia una passione.
In tema invece di informazione sui rischi reali della dipendenza da gioco, dalla ricerca Nomisma viene fuori che il 53% degli italiani ritiene che l'informazione sia assolutamente carente. Un ulteriore 32,8% ritiene inoltre che vi sia inadeguatezza sull'informazione attualmente a disposizione. Una delle principali priorità deve essere la protezione dei giovani rispetto ai rischi del gioco. E secondo i dati riportati nel Quaderno, è opinione diffusa che gli operatori del gioco non abbiano predisposto meccanismi di tutela adeguati: il 74,1% degli italiani ha un giudizio negativo del sistema e ritiene l'azione degli operatori del settore non adeguata o comunque caratterizzata da strumenti poco efficaci. (...)
Per quanto riguarda la Social Responsability Index (SRI) e l'Indice di sensibilità nei confronti dei minori (ISM) per ciascuno dei 29 siti valutati, la maggior parte degli operatori di scommesse on line mostrano un indicatore medio di responsabilità sociale basso, pari a 30,8. La valutazione complessiva sulla responsabilità sociale espressa dal sistema può quindi essere considerata ancora insoddisfacente. Solo un operatore presenta infatti una valutazione appena sufficiente rispetto al SRI. La situazione risulta ancor più critica se si considerano i risultati dell'Indice di sensibilità nei confronti dei minori: il valore medio è in questo caso ancor più basso ed è pari a 26,5. Anche in questo caso, solo un operatore raggiunge la sufficienza, mostrando una adeguata sensibilità nell'adottare efficaci strategie di protezione dei minori e opportuni sistemi di inibizione al gioco. Quasi l'80% degli operatori presenta valutazioni gravemente insufficienti in tal senso.

Vincitori del girone!!

Nel torneo interno tra le classi del seminario,
i prof si sono classificati primi nel girone di qualificazione
per la finale, con i seguenti punteggi:
contro la 3^ selezione B: vittoria per 3-0
contro la 5^: vittoria per 3-0
contro la 4^: sconfitta per 4-1
contro la 3^ selezione A: vittoria per 4-3

Non siamo mica come i brocchi di questo video!

lunedì 30 marzo 2009

Malati ad hoc

Bisogna saper distinguere da caso a caso
Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»
Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche
(...) A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società. Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.
Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo (per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarlo. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono a stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami.
Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata».
Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile. A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.
Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali .
Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè... si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.

Anaffettività e mancanza di empatia

L'anaffettività
a cura di Marianna Pasquini
In psicologia l'anaffettività consiste nell'incapacità da parte dell'individuo di provare o produrre affetti e si manifesta attraverso la difficoltà di esprimere sentimenti ed emozioni; generalmente si accompagna ad una barriera corporea molto pesante: la persona anaffettiva è anche poco propensa ai contatti corporei, fino a provare disagio nell’essere abbracciata.
In psicopatologia l’anaffettività è un sintomo (non una sindrome) presente nell'anoressia mentale, in alcune forme di psicosi e in misura minore nelle nevrosi ossessive e in alcuni disturbi di personalità.
Viene anche considerato come un distacco emotivo spesso difensivo che si manifesta contestualmente alla presenza di emozioni troppo forti o che fanno paura; può anche rappresentare una fase transitoria di diversi disturbi di personalità, tra cui quello bipolare.
Inoltre é sicuramente possibile che se per una persona “amare” in passato è risultato doloroso e frustrante, più o meno consapevolmente possa iniziare a ritenerlo un comportamento da evitare o comunque da fuggire, si presenta così una reale difficoltà nel creare e sostenere rapporti che implichino intimità. Sono di solito abbastanza casuali i fattori della remissione di questo sintomo: a volte basta un incontro importante e la personalità di un soggetto cambia notevolmente.
Magari a questa persona potresti consigliare dei colloqui (non una psicoterapia) con uno psicologo, che la aiutino a far luce sulle sue difficoltà.

Tutto è relativo... o no?!



domenica 29 marzo 2009

In onore dei 250 anni della birra Guinness

New religion, new salvation

Londra
Cellulari: allarme giovani
Otto su dieci sono «dipendenti»
Uno studio inglese denuncia l'uso smodato da parte dei teenager: sei ore al giorno al telefonino
È allarme cellulari in Inghilterra, dopo la pubblicazione dello studio della «Health Protection Agency» sullo smodato utilizzo dei telefonini da parte dei teenager d’Oltremanica. Stando ai dati, rilevati grazie a un sondaggio del sito di ricerca youngpoll.com su un campione di 2000 ragazzini fra i 6 e i 17 anni, in un giorno un bambino inglese medio spedisce 19 sms, ne riceve 15 e fa 8 telefonate, restando, in pratica, attaccato al cellulare per più di 6 ore, parlando, messaggiando o ascoltando musica.
Ecco perchè 8 teenager su 10 si considerano ormai «telefonino-dipendenti»: una condizione confermata dal fatto che almeno la metà degli intervistati ha ammesso di dormire con il cellulare a fianco del letto e tre quarti di loro ha detto di controllare le chiamate perse o i messaggi ricevuti durante la notte come prima azione della giornata. E tutto questo a dispetto di una recente ricerca svedese, condotta dal professor Lennart Hardell dell’Università dell’Ospedale di Orebro, che ha dimostrato come l’eccessiva esposizione alle radiazioni dei dispositivi mobili quintuplichi il rischio di cancro al cervello fra gli under 20.
Non a caso, in Francia le pubblicità che invitano i ragazzi al di sotto dei 12 anni ad usare i telefonini sono state bandite, mentre in Inghilterra tale preoccupazione non sembra essere stata ancora recepita dal governo e, di conseguenza, i ragazzi inglesi non avvertono il pericolo insito nell’uso esagerato dei cellulari, visto che per l’81% di loro il telefonino è il bene più importante di tutti e addirittura uno su tre dice di sentirsi perso senza, mentre 6 su 10 sostengono di non riuscire a fare nulla se il prezioso oggetto viene loro rubato. Non solo. Numeri alla mano, 9 sedicenni su 10 ne possiede almeno uno e la stessa cosa vale per oltre il 40% degli allievi delle elementari. E i telefonini spuntano spesso anche durante le lezioni, come conferma il dato secondo cui un quarto degli studenti è stato beccato almeno una volta a mandare messaggini dal banco. «Occorre assolutamente scoraggiare i giovani all’uso dei telefonini per sei-sette ore al giorno come misura preventiva», ha spiegato al «Daily Express» un portavoce della «Health Protection Agency», mentre un suo collega della Youngpoll.com ha sottolineato come i cellulari rappresentino ormai il modo più veloce e più facile per comunicare fra i ragazzi. «Adesso con i dispositivi mobili i giovanissimi fanno davvero di tutto. Basta premere un tasto e possono andare online, giocare o ascoltare musica e così facendo il tempo passa in fretta ed è complicato trovare il giusto compromesso».

sabato 28 marzo 2009

Pensaci Tu.


Caro confratello,
che il Padre del cielo ti doni quel riposo
che quelli che avrebbero dovuto essere tuoi "padri" terreni non ti hanno saputo dare.
Che il Figlio Gesù ti sussurri quelle parole affettuose
che una parte della Chiesa non ha saputo dirti.
Che il Consolatore si prenda carico delle tue buone opere,
che chi avrebbe dovuto ricordare ha dimenticato.
Che in Cielo tu possa trovare una autentica Famiglia!
don Chisciotte

A proposito dei mega-eventi di questi giorni

Sintesi
Non avrai altro io all'infuori di me.
da Jena de La Stampa

Oggi i funerali di don Silvano

Tra le tombe i pensieri della signora Teresa
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 7 settembre 2008
La signora Teresa va spesso al cimitero. «Conosco più gente di là che di qua», dice. A dire la verità conosce anche abbastanza gente di qua per fermarsi a chiacchierare con tutti quelli che incontra. Chiacchiere, messaggi e rimproveri. «Come sono tristi quelle tombe senza neppure un segno religioso! Possibile che neppure la morte faccia pensare al Signore?». Passando davanti a tombe che sembrano piuttosto serre di fiori esotici commenta: «Che sperpero? Ma sarà per onorare i genitori o per esibire la ricchezza?». Su qualche tomba nota la foto di un cane o il modellino di una moto: «Sarà stato anche un cacciatore appassionato, sarà stato anche un motociclista spericolato, ma possibile che tutta una vita si riduca a un hobby?».
La signora Teresa ne ha per tutti, tra un requiem e un cenno di saluto semina critiche e consolazioni. Ma davanti alla tomba dei preti si ferma a lungo, in silenzio: come per ascoltare una confidenza, per ricordare una parola che, gridata dal pulpito o suggerita in confessionale, ha incoraggiato una scelta, ha dissolto un’angoscia, restituito il sorriso. È vero, cara signora Teresa, non basta la morte a spegnere l’eco di una voce amica che ci ha fatto del bene.

venerdì 27 marzo 2009

giovedì 26 marzo 2009

Per tenere i cuori aperti


Qui i link dei tre filmati
in cui è raccolto il monologo di Roberto Saviano,

ieri sera a "Che tempo che fa",
tratti direttamente dal sito della Rai.
Una delle rarissime volte
in cui possedere un televisore ha un senso.

parte prima
parte seconda
parte terza

Saviano a "Che tempo che fa" (25.03.09): "I camorristi vi tolgono la felicità"

Morire

"L'uomo può dire: 'Voglio morire',
ma è incapace di realizzare il contrario: 'Io non voglio morire'".

T. Spidlik, "Maranathà". La vita dopo la morte, 99
postato il 12.12.07

mercoledì 25 marzo 2009

Malati di solitudine

Un libro descrive un fenomeno che non riguarda solo la sfera della emozioni
Secondo gli esperti, l'isolamento indebolisce l'organismo e complica la vita
Solitudine in aumento. Un danno per la salute
C'è quella di chi detesta gli altri, quella di chi non ha più niente da dire, quella voluta e quella sofferta, quella che rilassa e quella che fa impazzire. La solitudine possiamo incontrarla dappertutto, anche in mezzo alla gente. E secondo le ultime statistiche riguarda quasi 4 milioni di italiani e il 20% della popolazione mondiale. Il professor John T. Cacioppo, docente di psicologia della University of Chicago, studia questa condizione umana da anni (...) Le sue pagine descrivono una società nella quale i momenti di socializzazione sono rarissimi, concentrata più sul mondo virtuale che sulla realtà, e denunciano anche gli effetti che questa situazione provoca sulla salute.
In primo luogo perché ci abbrutiamo tra sigarette e pasti consumati fissando il pc. E poi perché la solitudine distrugge la nostra capacità di parlare e di muoverci, rende più coriaceo il guscio che ci separa dal resto del mondo e ci indebolisce. Anche fisicamente. "Non è solo una sensazione - spiega Cacioppo - ma una minaccia: ha effetti devastanti, ad esempio, su coloro che soffrono di pressione alta". Chi vive da solo e si sente un po' giù di corda difficilmente fa sport, più spesso si rifugia nel cibo, nella tv, nell'alcol o nelle sigarette. (...) Tra il 1985 e il 2004 la General Social Survey americana ha stilato una serie di statistiche basate su 1500 interviste a cittadini americani, facendo loro delle domande molto semplici: quanti amici hai? Con quante persone ti puoi confidare? La maggior parte degli intervistati ha risposto in modo vago, molti addirittura non sapevano cosa dire. (...)
"La solitudine è un segnale di dolore che spesso la società non recepisce - continua - Per intensità e carica devastante, potremmo paragonarla alla rabbia o alla sete". Lo psicologo precisa inoltre che la società guarda più alla quantità che alla qualità delle cose, e che questo criterio spesso viene adottato nelle relazioni sociali. "Pochi ma buoni: la quantità spesso va a scapito della qualità: è quello che ripeto ai miei pazienti". (...)
Pasolini scriveva che "bisogna essere molto forti per amare la solitudine": le tragedie di ogni giorno ci ricordano che tanto forti non siamo.

Lavoro...

martedì 24 marzo 2009

Giornata di digiuno e di preghiera per i martiri missionari


Sul sito dell'agenzia Fides trovi le motivazioni di questa giornata
e l'elenco dei missionari uccisi negli ultimi anni.

Qui il link al Movimento Giovanile Missionario.

A proposito di "matrimonio" (in senso lato)

Se pensate che celebrare un matrimonio (civile o religioso che sia)
indichi sempre una sana volontà di amare,
fatevi una scorpacciata di bestiate
legate al "giorno più bello della vita".
Senza pessimismo, ma onestamente.
don Chisciotte

Il più grande plastico ferroviario: Miniatur Wunderland Hamburg

lunedì 23 marzo 2009

Un anno fa il Battesimo di Martina

«La preghiera è l'unico legame con la realtà
- se per "preghiera" si intende semplicemente
un'attenzione massima e non preoccupata di alcun risultato,
un'attenzione così pura che chi la esercita non sa di esercitarla».

Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 59

L'ozio...

Costringete gli uomini a stare sdraiati per giorni e giorni: là dove guerre e slogan hanno fallito riuscirebbero i divani. Perché le operazioni della noia superano in efficacia quelle delle armi e delle ideologie.
Emil Cioran, Sillogismi dell’amarezza

Anche in tv c'è umanità

La «fede» di House
Non vogliamo santificare House: è dichiaratamente ateo, a tratti flirta con l’idea dell’eutanasia o dell’aborto, e questo non lo condividiamo. Ma sarebbe così stupefacente sentirlo scagliarsi contro la droga o il sesso incestuoso – come avviene con discrezione e ironia in certe puntate –, se fosse un Santo da "immaginetta"? Se avesse l’aureola non colpirebbe lo spettatore quando si fa interrogare dalla manina del feto che sbuca dall’utero aperto, e gli abbraccia il dito della mano, restando poi incantato ore e ore a riguardare quel dito e domandarsi il mistero di una vita nascosta ma presente.
È un lavoro in corso, quello che avviene nell’animo di House, e sollecita lo spettatore ad un lavoro proprio perché offre un approccio sofferente e empatico che non dà risposte preconfezionate. A differenza di quanto accade troppo spesso nella realtà, qui il medico non è il “fornitore di un servizio” cui ogni richiesta è equivalente, ma sa riconoscere una buona da una cattiva risposta, sa trovare la forza di non fornire la seconda. House intuba e rianima il jazzista nonostante tutti abbiano paura di trasgredire il suo testamento biologico che chiede di lasciarlo morire.
La collega dottoressa Cuddy non è da meno: alla richiesta di House di un’iniezione di morfina, in realtà gli inietta un placebo, sapendo che la droga non è la risposta al dolore e alla solitudine. Anche nei passaggi più inquietanti, quando House indulge verso aborto o eutanasia, non possiamo non restare turbati, ma sentiamo la sproporzione tra ciò che House vorrebbe e quello che, assediato dalla sua solitudine, riesce a fare; in fondo l’uomo solo non può che dare risposte incomplete.
Quando finisce la storia di una ragazza stuprata che è arrivata ad abortire, i colleghi cercano di rasserenare House (che ha certo preso parte alla decisione) e gli chiedono perché si preoccupa, in fondo «ha fatto il suo lavoro», ma lui d’improvviso ha un gesto di stizza violento e grida: «Adesso ci raccontiamo che l’abbiamo aiutata... Noi ci sentiamo tanto bravi, ma abbiamo solo fatto piangere una ragazza». House va anche dalla maestra depressa che non vuol più farsi curare e insiste con tutti gli argomenti possibili, fino alle urla, perché non ceda alla tristezza e alla solitudine. Non lo fa perché questa stenda un “testamento biologico”, ma per risvegliare in lei (e in sé!) l’amore alla vita. House sa stupirsi: sbaglia, digrigna i denti, ma sa riconoscere l’umano quando lo incontra.
L’idea che le storie di House contengano un messaggio esistenzialmente profondo, viene chiarita dalle parole del suo autore, David Shore: «C’è un sottofondo filosofico nello show, un’opportunità di parlare della vita e di come viverla. Penso che i buoni show debbano trattare di dilemmi etici e di questioni di etica. Le storie di successo gettano il personaggio in situazioni in cui giri a destra o a sinistra. E qualcosa di brutto accadrà se vai a destra, ma accadrà qualcosa di brutto anche se vai a sinistra: quale soluzione è la peggiore? Questa serie ha molti di questi momenti, ed è una grande opportunità, ma produce anche delle nuove possibilità per la mia personale visione del mondo». È una sorpresa quando il protagonista (l’eroe) di una fiction è un tipo decisamente cinico.
Qui sta la genialità di chi ha creato la serie di House: non essere scontato ma proporre un itinerario eticamente buono usando le parole, le immagini, e anche le debolezze umane che normalmente veicolano ben altro tipo di messaggi. Perché “una strana morale”? Perché è una morale che “non fa la morale”. Con i suoi aforismi, i suoi apologhi, con le sue idiozie e le battute dei colleghi di House, questa serie riafferma dei valori forti e fermi, pur con le sue contraddizioni, col suo cinismo e il suo ateismo urlato (ma solo per darsi un tono, molto probabilmente). In fondo la morale non è solo escatologia, ma anche riaffermare la verità sull’uomo.
Attenzione, comunque: House è un “cattivo”, è cinico. Ci è richiesto uno sforzo per superare l’impatto con questi comportamenti negativi, per arrivare a capire il messaggio principale della fiction, non fermarsi a quello che si vede, ma fissare il punto decisivo: il cambiamento e lo stupore di una mente cinica. Certo, se volessimo sintetizzare in una frase il pensiero di House non potremmo altro che ripetere il suo famoso aforisma: «Tutti mentono». Ma dovremmo anche capire che dalla serie emerge la spiegazione a questa frase: «tutti mentono» perché tutti hanno paura. E il telefilm invece di essere un elogio alla bugia è una pietra scagliata contro la paure, perché ne mostra limiti e orride conseguenze patologiche. David Shore, creatore e sceneggiatore della serie, usa House a questo fine.
Qualche volta usa House, altre volte le forti condanne della paura vengono da altri personaggi della serie, come quando di fronte al cinismo di House, una ragazza stuprata grida «Ogni vita è sacra!», o quando la collega, cui domandano a proposito di una bambina che perderà un braccio «che qualità di vita avrà», risponde «la vita ha sempre delle qualità».

domenica 22 marzo 2009

Messe in tv

Non so bene perché a volte mi faccio del male volontariamente:
ho visto ancora una volta una parte della Messa in tv,
quella della Domenica mattina.

Assemblee di plastica; stile del celebrare più simile al medioevo che al 2009; ministranti-statuine;
canti da concerto; parole che non parlano.

Ho fondati dubbi che queste trasmissioni non siano strumenti di evangelizzazione, bensì pantomime dello spettacolo, ossequiose agli stili della tv generalista.
Con questo non voglio togliere nulla all'ex opere operato,
né alla buona fede di chi le segue.
E pensare che sarebbe uno spazio ottimale per mostrare-far vivere
ciò che è la Liturgia della Chiesa.
E non un'altra cosa.

don Chisciotte

dalla Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II
14. È ardente desiderio della madre Chiesa che tutti i fedeli vengano formati a quella piena, consapevole e attiva partecipazione alle celebrazioni liturgiche, che è richiesta dalla natura stessa della liturgia e alla quale il popolo cristiano, « stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo acquistato » (1 Pt 2,9; cfr 2,4-5), ha diritto e dovere in forza del battesimo. A tale piena e attiva partecipazione di tutto il popolo va dedicata una specialissima cura nel quadro della riforma e della promozione della liturgia. Essa infatti è la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano, e perciò i pastori d'anime in tutta la loro attività pastorale devono sforzarsi di ottenerla attraverso un'adeguata formazione. Ma poiché non si può sperare di ottenere questo risultato, se gli stessi pastori d'anime non saranno impregnati, loro per primi, dello spirito e della forza della liturgia (...).
19. I pastori d'anime curino con zelo e con pazienza la formazione liturgica, come pure la partecipazione attiva dei fedeli, sia interna che esterna, secondo la loro età, condizione, genere di vita e cultura religiosa. Assolveranno così uno dei principali doveri del fedele dispensatore dei misteri di Dio. E in questo campo cerchino di guidare il loro gregge non solo con la parola ma anche con l'esempio. (...)
30. Per promuovere la partecipazione attiva, si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l'atteggiamento del corpo. Si osservi anche, a tempo debito, un sacro silenzio. (...)
48. Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente. (...)

Siamo noi!

Melloni ricorda l’ultima pagina del Giornale dell’Anima di papa Roncalli, Giovanni XXIII, scritta il 24 maggio ’63, pochi giorni prima di morire: «Ora più che mai, certo più che nei secoli passati, siamo intesi a servire l’uomo in quanto tale e non solo i cattolici; a difendere, anzitutto e dovunque, i diritti della persona umana e non solo quelli della chiesa cattolica. (...) Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio».

sabato 21 marzo 2009

Primavera!

I "neuroni specchio"

E' comune dire che gli italiani "parlano con le mani", ovvero gesticolano molto.

Ma c'è anche chi è molto espressivo nel volto

e con tutta la gamma delle posture del proprio corpo.
Infine, scommetto che conoscete anche voi qualcuno che col proprio volto "mima"

- involontariamente - i contenuti e le emozioni che traspaiono sul volto e nelle parole

delle persone che sta ascoltando.

Questo fenomeno è chiamato dei "neuroni specchio": ecco un illuminante video!

dopo la festa del papà

«Mamma non c’è, lavora in Italia»
(...) Di lei, ai figli restano la minuscola foto della patente, una telefonata a settimana, i dolci che ogni tanto carica sull’autobus per Iaşi, la promessa che presto tornerà con tanti soldi. «Mi manca in ogni momento della giornata» Gabriela ha gli occhi lucidi «con papà non parlo come con lei. E per lui la casa non è mai pulita».
Nella campagna piatta attorno a Iaşi, il principale centro della Moldavia romena, capita di incontrare vecchi e bambini mentre gli adulti inseguono chimere di benessere a Occidente. Sarebbero 4 milioni, quasi un quinto della popolazione, i romeni emigrati, soprattutto in Italia e Spagna. Con la crisi che qui taglia il Pil del 3,5 per cento e gli stipendi del 20, si prevedono altre emorragie umane. E al capolinea orientale d’Europa si parla già di “orfani da migrazione”: una generazione affidata alle cure di nonni, zii, vicini. L’Unicef ne stima 350 mila nel Paese, di cui un terzo in Moldavia dove una famiglia non percepisce più di 2.140 lei al mese, 510 euro. Gli esperti studiano questo nuovo disagio minorile, che promette malissimo per il futuro del Paese: «A scuola rendono poco, e sono a rischio delinquenza» spiega Alex Gulei di Alternative Sociale, un’associazione di Iaşi che è stata la prima, nel 2005, a interrogarsi sull’abbandono da emigrazione. «Con la crisi in Italia e Spagna, non sono più i padri a partire per lavorare nei cantieri. Oggi se ne vanno le madri: la domanda di badanti e baby-sitter non è calata». I 350 mila “orfani bianchi” ipotizzati dall’Unicef sono per difetto. In Romania, sopravvive dal comunismo il sussidio statale per ogni bambino: 65 euro al mese fino ai due anni, 10 fino ai 18, ma se i genitori vivono in patria. Così tanti raccontano che mamma e papà lavorano nel villaggio accanto, o a Bucarest. «Solo il 7 per cento di chi va all’estero lo dichiara al Comune, come vorrebbe la legge» precisa Maricica Buzescu, coordinatrice degli psicologi scolastici nel distretto di Iaşi, 63 per 350 istituti, che da tempo chiedono rinforzi per aiutare questi ragazzi difficili. «I figli restano senza tutela legale: un problema, se devono iscriversi a scuola o ricoverarsi in ospedale». La psicologa ricorda bene i quattro recenti suicidi, (...): «Soffrono d’ansia e depressione. Oppure sono aggressivi e iperattivi. Gli stessi disturbi di chi è davvero orfano». (...) «Da qui si parte per coprire i bisogni primari» dice Moga. «Mi sono accorto che tanti emigravano quando ho smesso di comprare di tasca mia il pane per i bambini». Anche le insegnanti, a Liteni, prendono un’aspettativa per lavorare in Italia come badanti. «Guadagno 150 euro al mese» ammette Elena Baziluc, quarant’anni, italiano perfetto «a Palermo ne prendevo 900. Ho ristrutturato casa, comprato un’auto e un pezzo di terra, computer e regali per i miei figli. Senza indebitarmi». In genere i genitori tornano dopo qualche anno, (...) «Solo una minoranza raggiunge il benessere » informa Narcisa Marchitan, che dirige i Servizi sociali del Comune «gli altri lavorano all’estero senza contratto, saltuariamente. Non tornano perché qui è peggio». (...) Andreea Petriciac, psicologa di Save the Children, legge il malessere nei loro disegni: «I soggetti ricorrenti? L’attesa dell’autobus; due adulti pieni di bagagli... I nonni s’impegnano per educarli, eppure i piccoli sono insicuri, si attaccano a chiunque: aspettiamo di osservarli nell’adolescenza». (...)

venerdì 20 marzo 2009

giovedì 19 marzo 2009

Profeti

«Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili».

don Giuseppe Diana e i preti del Casalese, Natale 1991

scarica l'intero documento tra i nostri Testi o sul sito del Comitato

Un prete ucciso 15 anni fa

La mattina del 19 marzo '94, quindici anni fa, Giuseppe Diana fu ammazzato dai killer a Casal di Principe. Aveva preso posizione esplicita contro lo strapotere della famiglia
Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan
Le cosche tentarono di diffamarlo spargendo veleni dopo la morte
Rifondò la missione pastorale: denuncia e testimonianza contro le violenze e le sopraffazioni
di Roberto Saviano
La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono. «Chi è Don Peppino?». «Sono io...».
Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un'altra scelta.
Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo. Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l'innocenza è un'ipotesi lontana, l'ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell'esecuzione. Così distruggere l'immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. (...)
nel link prosegui la lettura di tutto l'articolo

mercoledì 18 marzo 2009

Lo shopping fa male

Due giorni di lavoro per rimuovere la roba e trovare il cadavere di una pensionata di 77 anni
travolta nel suo bungalow dagli oggetti che aveva accumulato per la sua mania di comprare
Gb, anziana malata di shopping, muore sepolta dai suoi acquisti
Di shopping si può anche morire. La mania di comprare senza una reale necessità ma solo per il gusto di accumulare abiti, oggetti e cose è costata la vita a una donna in Inghilterra, rimasta letteralmente sepolta dal cumulo di acquisti di una vita intera. Una montagna di oggetti ha infatti sepolto viva una pensionata di 77 anni, nel suo bungalow a Stockport, nella contea metropolitana inglese della Greater Manchester. Ci sono voluti due giorni di lavoro e due squadre di sei poliziotti per rimuovere tutta la roba e trovare il cadavere dell'anziana Joan Cucanne.
Ogni camera della sua abitazione era piena di roba, ma non solo. Anche il garage e la sua auto, una Rover 100, "straripavano" di oggetti, la maggior parte dei quali ovviamente inutilizzati. Secondo il Daily Mail gli agenti della polizia hanno trovato di tutto: gadget, vestiti, ombrelli, candele, ornamenti, vasi, molti dei quali nuovi di zecca. "Da 16 anni, comprava tutto ciò che le capitava tra le mani, per il semplice piacere di far compere e non perché le cose le servissero realmente" ha raccontato il miglior amico della donna. A dimostrare la sua affezione da shopping compulsivo possono bastare le 300 sciarpe di colori diversi che Joan possedeva. (...)
La donna non è mai stata sposata, anche se aveva un figlio. "Era una donna piacevole, con una forte personalità e sempre di buon umore". Così la ricordano gli amici e i vicini di casa. Nel suo bungalow viveva da sola e ogni settimana andava in chiesa. Nella sua mania era solita fare shopping nei centri commerciali di John Lewis, Marks and Spencer fino a tarda sera. Un'abitudine, o meglio un'ossessione, che le è costata la vita.

Ascoltare, scoprire

«Amare non significa convertire, ma per prima cosa ascoltare, scoprire quest'uomo, questa donna, che appartengono a una civiltà e ad una religione diversa».
Charles de Foucauld

martedì 17 marzo 2009

Tutto dalla vita?!

Bill Apple
di Massimo Gramellini
I figli dell’uomo più ricco del mondo possono avere qualunque cosa dalla vita, tranne le due più diffuse fra i loro coetanei: l’iPod e l’iPhone. Glieli ha vietati papà con una motivazione inoppugnabile: sono prodotti Apple. E’ stata la moglie di Bill Gates a rivelare l’umana debolezza del signor Microsoft. Uno che ha passato l’esistenza a seppellire l’azienda rivale sotto i numeri del suo fatturato, ma non ha mai smesso di invidiarne la creatività. Il rancore di Gates è così profondo che non diminuisce neppure adesso che dall’alto del suo successo potrebbe permettersi di essere magnanimo. Neppure adesso che il signor Apple, Steve Jobs, è alle prese con una malattia grave.
Forse i figli dell’uomo più ricco del mondo possono avere qualunque cosa dalla vita, tranne due, perché il loro padre ha avuto tutto dalla vita tranne la scintilla artistica che invidia a Jobs. Ma sarebbe sbagliato ridurre la questione a una baruffa fra due fuoriclasse diversamente attrezzati. In realtà l’episodio ci colpisce perché ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha un Gates o un Jobs con cui si confronta ogni giorno per rovinarsi meglio la vita. Alzi la mano chi nel suo ufficio non ha individuato un personaggio, uno solo, che per qualche ragione, spesso incomprensibile agli altri, egli considera il suo antagonista, soffrendo per i suoi successi anche quando non oscurano minimamente i propri. Una sfida che si trasforma in ossessione, quasi sempre all’insaputa del rivale, il quale starà pensando a tutt’altro: al nemico che si è scelto lui. Siamo una razza masochista, ammettiamolo: da Bill in giù.

Musica protodemenziale (anni '60)

Clem Sacco - Baciami La Vena Varicosa

festa di san Patrizio, patrono d'Irlanda




lunedì 16 marzo 2009

Rilevazione a pelle

Un pizzico qualunquista,
ma non siamo lontani dal vero!

L'amaca
di Michele Serra
L' idea di Dario Franceschini (una tantum sui redditi alti) sarebbe del tutto condivisibile, anzi lo è. Non fosse per un dettaglio che, a pensarci bene, è semplicemente agghiacciante. Il dettaglio è questo: in Italia non è possibile tassare davvero i ricchi, perché i ricchi non sono identificabili. A centinaia di migliaia, non figurano nel novero di quegli "over 120mila euro all' anno" che Franceschini individua come ceto abbiente, e sono un misero, incredibile, beffardo 0,5 per cento degli italiani: circa duecentomila persone. Per avere un'idea di quanto minima sia questa percentuale di "abbienti dichiarati" rispetto a quella reale, basta vivere in una qualunque città italiana (soprattutto del Nord), avere a che fare con professionisti, medici, avvocati, ristoratori, manager, consulenti, mediatori, vecchio e nuovo ceto medio e medio-alto, vedere come vivono, in quali case, con quali consumi e quali automobili, e la quantità di denaro che maneggiano. Due volte su tre io valuto di essere meno benestante di loro, di avere un tenore di vita più sobrio e soprattutto di non essere mai riuscito a mettere un soldo da parte, a differenza di loro. Poi scopro di essere, ufficialmente, molto più ricco. Talmente ricco che pago le tasse anche per loro. Ogni volta che firmo la dichiarazione dei redditi, me li sento alle spalle che fanno il gesto dell' ombrello.

Padre Nostro in aramaico

Obbedienti alla Parola del Vangelo e formati dall'insegnamento di Gesù.

domenica 15 marzo 2009

Winners!!

Celtic vince la Coppa di Scozia!

Sicurezza o solitudine?

I numeri sui citofoni: sicurezza o solitudine?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 30.11.08
I campanelli e i citofoni sono stati inventati - io credo - per farsi trovare. So la via, il numero, il cognome e mi dico: «Sono di passaggio, faccio un’improvvisata, chi sa come sarà contento il mio amico di rivedermi!». Ma davanti al portone scopri che campanelli e citofoni, servono invece per nascondersi: numeri, sigle, codici. Tutto, eccetto il nome e il cognome. Sono proibite le improvvisate. Se nel palazzo c’è uno studio d’avvocati, un ufficio di consulenza, l’ambulatorio di un dentista, allora trovi in evidenza il nome sul campanello e sei guidato passo passo fin davanti allo sguardo sorridente di una segretaria: guai a perdere un cliente. E un amico che viene senza preavviso? Beh, se non ha il cellulare, passerà un’altra volta. E il prete che passa per la benedizione di Natale? Suona a tutti i campanelli, finché qualcuno risponde, apre, invita a entrare. «Buona sera, signor Rossi». «No, guardi, io sono il signor Bianchi. È rimasto il nome dell’inquilino di prima. Perché poi cambiare?». Il prete vorrebbe chiamare ciascuno per nome, a imitazione del Buon Pastore, ma sembra che la gente si senta più sicura nell’anonimato. Ma si deve dire «sicurezza» o piuttosto «solitudine»?

sabato 14 marzo 2009

Siamo uomini o animali?!

Aforisma 14/bis
«No che non siamo animali, perbacco! Però ci comportiamo da animali. Il nostro problema sta nel credere di esserlo. Ecco perché la nostra umanità finisce per farci orrore. Siamo post-animali che hanno nostalgia della loro animalità. Che è come dire esseri bifronti e ancipiti.
Siamo, di nuovo, degli ibridi nichilisti e bastardi. Anche se in realtà non sappiamo bene che cosa siamo, altrimenti non staremmo qui a chiedercelo».
Mario Domina

Matrimoni-carnevale

E se trovassero occupate queste location
e venissero in una bella chiesa barocca
con organo, pizzi e paggetti...
sarebbe sacramento?!
don Chisciotte
Le proposte recenti di Comuni o siti archeologici per celebrare cerimonie civili. E le autorità irachene mettono a disposizione il palazzo di Saddam per il viaggio di nozze.
Pompei, Babilonia o la Rotonda: il matrimonio piace un po' kitsch
La giunta di Verona offre la casa e il balcone di Giulietta
e per il banchetto fra gli scavi si può affittare un abito da antico romano
Las Vegas, Italia. Per celebrare un matrimonio stravagante, indimenticabile e un po' kitsch non c'è bisogno di attraversare l'oceano. Se proprio si ha voglia di strafare, si può pensare a una puntatina a Babilonia, dove consumare la prima notte di nozze sul letto che fu di Saddam Hussein. Ma anche entro i confini c'è la possibilità di scegliere location originali per una cerimonia che nemmeno Jessica e Ivano, quelli di "lo famo strano", avrebbero potuto immaginare. Il balcone veronese di Giulietta o la rotonda sul mare di Senigallia celebrata da Fred Bongusto o gli scavi di Pompei. La follia, però, costa cara. Ed è meglio pensarci bene, prima. Salvo rinunciare alla cucina firmata o a quel letto a baldacchino che tanto piaceva a mammà.
Perché sei tu, Romeo? Bello sposarsi nella casa dell'eroina resa immortale da Shakespeare. Ma tanta trepidazione si infrange contro i costi. Per celebrare le nozze nella casa-torre medievale di via Cappello, a Verona, bisogna sborsare 600 euro. ma solo se si è veronesi. Settecento se si risiede fuori Verona. Peggio va agli stranieri: 800 euro per i cittadini dell'Unione europea, 1000 euro per gli extracomunitari. Il progetto si chiama "Sposami a Verona", e i soldi - spiega l'assessore comunale alle relazioni con i cittadini, Daniele Polato - serviranno a pagare gli straordinari al personale municipale necessario per lo svolgimento del rito.
Al letto col raìs. Che sia un'occasione da Mille e una notte o al contrario da incubo, alle autorità irachene poco interessa. A loro importa solo rilanciare la disastrata industria turistica nazionale. Per questo, offrono soggiorni nel palazzo che fu di Saddam Hussein a Babilonia, sulle rive del Tigri, compreso un "pacchetto luna di miele". Il complesso è immenso: 31 suite, a partire da 60 dollari a notte. Diverso il discorso per la camera da letto di Saddam, 200 mila dinari per una notte, circa 170 dollari, in cambio dei quali nuotare nell'oro: un grande letto dorato, come dorati sono i comodini, gli armadi, i lampadari, i divani e lo scrittoio. Il suo palazzo (che a quanto risulta non abitò mai) è una specie di fortezza di quattro piani, in cima a una collina, su un'area vasta come cinque campi da calcio, circondata da palme. Per i saloni, ma anche per le camere da letto e i bagni, furono impiegati migliaia di metri quadrati di marmi pregiati. E forse sono le uniche cose rimaste degli originali splendori, poiché dopo il crollo del regime, nell'aprile del 2003, la residenza è stata saccheggiata da cima a fondo, compresi gli interruttori della luce e i rubinetti, perché si diceva che fossero d'oro massiccio.
Il nostro disco che suona. Per tornare in Italia, l'amministrazione comunale di Senigallia ha deciso di aprire stabilmente ai matrimoni di rito civile la Rotonda sul mare che ha ispirato la celebre canzone di Fred Bongusto, l'unica rimasta in Italia in stile Belle Epoque, sospesa tra cielo e mare. I matrimoni potranno essere celebrati dalle 10 alle 19 e ogni coppia avrà a disposizione un'ora di tempo per fare le foto e intrattenersi con parenti e amici.
Sotto il vulcano. Indossate i sandaloni e invitate i parenti a un baccanale se volete essere in linea con location come gli scavi di Catellammare e Pompei. Nozze civili all'interno dei siti, e banchetto all'esterno, con menu ispirato a gusti e abitudini degli antichi romani. Un'agenzia fornisce anche suonatori di cetra e di lira e, se proprio uno volesse fare le cose in stile americano a Roma, è pure possibile affittare abiti, o meglio maschere, realizzate da una sartoria teatrale. I prezzi però sono piuttosto alti, per questo sono spesso gli stranieri a scegliere l'organizzazione del matrimonio negli scavi archeologici. Gli italiani si limitano ad affittare ville private che hanno all'interno ruderi antichi e sono più economiche. Pochi chilometri più in là e, se il clima vi assiste, potrete invece scambiarvi le fedi sulla terrazza del Comune di Positano e consumare il buffet sulla spiaggia della celebre località della Costiera amalfitana. A lume di candela, e all'aperto, sulla sabbia: alto il rischio di ospiti indesiderati alla Totò, che fanno gli auguri agli sposi, mangiano e bevono, ma nessuno li ha mai visti prima.

Auguri


Oggi l'arcivescovo compie 75 anni: AUGURI!

venerdì 13 marzo 2009

giovedì 12 marzo 2009

Amy!

Qualcuno penserà che ho delle azioni di questa società,
oppure che tutta la mia famiglia lavora lì...
ma io voglio pubblicare le ragioni della Campagna DOVE:

Perché la Campagna Per la Bellezza Autentica?
Per troppo tempo l'idea e i canoni della bellezza femminile sono stati condizionati dal confronto con modelli forzati. Pensiamo sia ora di cambiare registro perché, in tutto il mondo, le donne mandano segnali inequivocabili in tal senso. Segnali di disagio e di insofferenza, di voglia e bisogno di un cambiamento radicale di rotta. Siamo convinte che la bellezza autentica si manifesti in forme, taglie, colori ed età diverse. E pensiamo che sia arrivato il momento di raccontare al mondo il nostro modo di essere uniche. E' questo il motivo che ha portato Dove a lanciare la campagna Per la Bellezza Autentica. La campagna globale Dove Per la Bellezza Autentica ha lo scopo di cambiare la situazione attuale e offrire un'idea più ampia, più sana e più democratica di bellezza. Un'idea di bellezza che tutte le donne possono fare propria e apprezzare ogni giorno.

Se vuoi ritrovare online i video, clicca qui.

Ed ecco il terzo video: commovente!

Gesti insensati

Per favore non mandate i bacetti
di Lietta Tornabuoni
Le tecniche più usate per mandare baci sono tre: l’operatore si bacia la punta delle dita e invia il bacio verso il destinatario; l’operatore si copre il centro della faccia con il palmo delle mani, poi fa esplodere il bacio; l’operatore si bacia un palmo delle mani (quasi sempre la destra), lo investe con un soffio potente e fa volare il bacio verso l’interlocutore. A volte (spesso) il lancio del bacio è accompagnato da una smorfietta, un arricciarsi rafforzativo delle labbra. Naturalmente esistono altre tecniche, personalizzate oppure no: ma queste sono le più frequenti. Vengono usate dal palcoscenico o dallo schermo televisivo verso il pubblico plaudente; dagli artisti, dagli oratori, dagli sportivi, dagli amanti, da chi rimane a terra verso i partenti, dai parenti, dalle amiche; è già miracoloso che non mandino baci pure i soldati o gli ufficiali in divisa.
E’ un segno di gratitudine o di saluto, si capisce. Ma, francamente, perché mandare baci o bacetti? Per il bisogno di compiere un gesto fisico, di esprimersi con qualcosa di concreto, come càpita con gli applausi ai matrimoni o ai funerali? Perché le parole (o i silenzi) paiono troppo modesti, poco eloquenti, poco partecipativi? Perché si tende a trasformare gli scarsi riti della vita quotidiana in spettacoli o casini? Perché non si fa caso alla natura leziosa, settecentesca e manierata del bacetto volante? Perché non si riflette sugli usi sciocchi e inutili che chissà come si sono introdotti nel nostro modo di fare?
L’invio (formale) del bacio è uno dei più recenti insieme con gli applausi in chiesa: farne meno non sarebbe male. L’applauso, specialmente a un funerale, ha qualcosa di grottesco. Come se in certo modo si volesse lodare il morto: e per cosa? Perché è morto o per l’insieme della sua vita, per dargli insomma una specie di premio alla terminata carriera di essere umano? Il lancio del bacio, a seconda delle circostanze, è altrettanto lezioso. Tutti e due gli usi perseguono magari inconsapevolmente lo scopo di mettersi in mostra nell’occasione di un raduno sociale. Ma andiamo, su. Se proprio volessimo metterci in evidenza, facciamo piuttosto qualcosa che meriti attenzione, ammirazione.

mercoledì 11 marzo 2009

Evoluzione...?!

Il secondo filmato della DOVE: wow2!
Io a questi qui qualche prodotto glielo compro: meritano!
don Chisciotte

Distorsione dell'informazione

Rapporto di Medici senza frontiere e analisi sull'informazione dell'Osservatorio di Pavia
Gli angoli bui del mondo: le dieci crisi più gravi e dimenticate
Milioni di persone coinvolti ogni giorno. Ma sulle nostre tv queste notizie occupano solo il 6% del totale
MILANO - Centinaia di migliaia di persone fuggite in tutte le direzioni alla disperata ricerca di salvezza. Manca acqua, cibo e riparo; l’accesso all’assistenza sanitaria è praticamente inesistente. I profughi trovano rifugio nei campi o presso delle famiglie, oppure si nascondono nella foresta dove sono alla mercè di qualsiasi gruppo armato. Solo poche organizzazioni umanitarie sono presenti in modo continuativo, vicino alla capitale della provincia. Non è un film, sono storie vere, che continuano ad accadere in diverse parti del mondo. Soprattutto in Africa. (...)
Quante e quali sono le aree di crisi nel mondo che in Italia i media, in particolare la tv, rappresentano poco - e spesso male - nel loro racconto della realtà? Quante emergenze finiscono nella spirale del silenzio? Quali sono invece più visibili? In quale misura? Dal 2004 l’Osservatorio di Pavia cerca di dare una risposta a queste domande nell’annuale analisi dell’informazione italiana sulle crisi, nell’ambito del progetto di Medici Senza Frontiere sulle emergenze umanitarie dimenticate. E ogni anno va peggio. La nostra società parla sempre più di sè stessa, ormai avvitata di fronte a un deformante specchio per cui ci sentiamo centro del mondo, senza esserlo. Lanciando emergenze e allarmi continui, ridicoli se confrontati per un attimo con quelli che esistono altrove. Ecco l'informazione in tv. Un anno di fame: 110 notizie, un inverno di influenza nel nostro paese: 121 notizie; un mese di colera in Zimbabwe: 12 notizie; un’estate di Briatore-Gregoraci: 33 notizie; un anno di stermini in Sudan: 53 notizie: tre mesi di caldo 81 notizie.
LE DIECI CRISI PIU' GRAVI DEL 2008 - L’ultimo rapporto di Msf elenca e descrive le dieci crisi umanitarie più gravi e ignorate nel 2008. Ecco l'elenco, non in ordine di importanza e ricordando che ce ne sono molte altre: la crisi sanitaria nello Zimbabwe; la catastrofe umanitaria in Somalia; la situazione sanitaria in Myanmar; i civili nella morsa della guerra nel Congo Orientale (RDC); la malnutrizione infantile; la situazione critica nella regione somala dell’Etiopia; i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; la violenza e la sofferenza in Sudan; i civili iracheni bisognosi di assistenza; gli effetti nei paesi poveri della diffusione della coinfezione HIV-TBC.
IL SILENZIO DELLA TV - L’analisi fatta dall’Osservatorio di Pavia delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali Rai e Mediaset confermano la tendenza riscontrata negli ultimi anni di un calo costante delle notizie sulle crisi umanitarie, che sono passate dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all’8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81360) nel 2008.
A MENO CHE NON CI SIANO ITALIANI - Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi soprattutto laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i Tg hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della FAO o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi e per notizie circa l’inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per il presidente del Sudan.
LA CAMPAGNA DI MSF - Di fronte a questo stato di cose l'associazione di Medici senza frontiere, con il patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), ha deciso di lanciare nei prossimi mesi la campagna "Adotta una Crisi Dimenticata” rivolta ai media italiani, alle università e alle scuole di giornalismo. Corriere.it ha dato la sua adesione.

Ascolta l'intervista.

Ritardissimo






Ma "l'ora dei laici" non avrebbe dovuto essere 45 anni fa,
dopo il Concilio Vaticano II?
O forse addirittura 1976 anni fa,
dopo il 33 d.C.?!
don Chisciotte

L'articolo di Famiglia Cristiana.

Opposizione efficace

"Non amiamo gli altri perché sono buoni. Ma li facciamo diventare buoni perché li amiamo. La sfida al male non consiste nel condannare, nello scomunicare. E non consiste neppure nel discutere. «Tutte le volte che ho vinto una discussione ho perso un'anima» (Mons. Fulton Sheen). La vera sfida avviene sul piano dell'amore. In un film famoso, Il Porto delle nebbie, c'è un dialogo che sintetizza efficacemente la portata di questa sfida. Il disertore riconosce dinanzi alla fidanzata di essere una creatura abbietta. La ragazza lo interrompe: 'Tu non puoi essere cattivo perché io ti amo'! Se c'è tanto male nel mondo, ciò è dovuto al fatto che a questo male noi abbiamo opposto la nausea, il disgusto, la condanna. Mentre dovevamo opporre l'amore. L'amore impedisce a Zaccheo di essere cattivo".
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 221
postato il 2.12.07

martedì 10 marzo 2009

Forme di comunicazione

La firma DOVE ha creato una campagna pubblicitaria
che trovo eccezionale!
Sarà pure un interessato posizionamento di mercato,
ma lo considero un ottimo modo di spendere dei soldi!

Ecco il primo video:
quando anche la Chiesa
riuscirà a proporre forme di comunicazione così ben fatte ed efficaci?!
don Chisciotte

Fiera


Visita il sito per vedere
gli espositori, gli orari e il programma.

lunedì 9 marzo 2009

Benedetto corpo!

«Il pensiero è serio soltanto grazie al corpo, è l’apparizione del corpo a conferirgli il suo peso, la sua forza, le sue conseguenze, i suoi effetti definitivi. L’anima senza corpo saprebbe fare solo giochi di parole e teorie. Che cosa potrebbe sostituire alle lacrime un’anima senza occhi? e donde potrebbe essa trarre un sospiro e uno sforzo?».
Paul Valery

9 marzo

Il corpo spogliato delle donne in tv
Gambe scoperte e scollature a tutte le ore: Victoria Silvstedt gira le lettere della «Ruota della fortuna» anche in Francia: ma là è molto più sobria e le telecamere non le riprendono le mutande. 8 marzo, festa delle donne, viva le donne, mimose e tanti auguri e film a tema su molti canali (...)
Una studentessa francese dell'Erasmus prepara una tesi sul rapporto tra tv italiana e corpo femminile. Com'è messa l'Italia?, chiede. Non siamo messi bene. Uso strumentale della bellezza, gambe scoperte e scollature a tutte le ore, il corpo è mio, lo gestisco io e lo spoglio: questo è, sul video, il retaggio del femminismo, l'autosfruttamento consapevole del proprio fisico. Accade solo alla tv del Bel Paese. Victoria Silvstedt, per esempio, gira le lettere della «Ruota della fortuna» anche in Francia, ma là è molto più sobria e le telecamere non le riprendono le mutande.
Che succede da noi? Perché quest'altra anomalia italiana? Perché le ragazze, per apparire emancipate, si devono porre come oggetto del desiderio? Perché le donne in tv, anche quelle consapevoli, non mostrano il vero volto, bensì una maschera fatta di aggiustamenti, correzioni, interventi? E' come se le donne vere stessero scomparendo dalla tv, sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare, umiliante. O umiliazione o incompetenza. Questi e altri problemi si pone l'inquietante, civile documentario «Il corpo delle donne», di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Il documentario andrà in Festival a Firenze. Poi speriamo che qualche rete lo trasmetta. Ma quale rete avrà il coraggio di fare autocritica? Di non aver paura, anche, della retorica postfemminista? Troppi interrogativi, in questo intervento. E anche nel filmato. Prima di dare le risposte, d'altronde, è indispensabile porsi le domande.

domenica 8 marzo 2009

sabato 7 marzo 2009

7 marzo

Un sondaggio sul rapporto tra le lavoratrici, i figli, la famiglia
La maggioranza cerca soddisfazioni nell'attività fuori casa. Con l'aiuto del compagno
"Desperate housewiwes? No grazie". In Italia le donne scelgono il lavoro
di Caterina Pasolini
Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. (...)
Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).
Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.
Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi. Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.
Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizzazione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".
La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40.

Informazioni








Scarica qui il depliant che spiega i Gruppi sanguigni a cura di Avis Milano.

venerdì 6 marzo 2009

giovedì 5 marzo 2009

Ficcante ironia

Su le mani
di Massimo Gramellini
Dopo un lungo e democratico dibattito fra sondaggisti, il Pdl ha infine deciso le modalità con cui, a fine mese, sceglierà il suo leader fra Silvio e Berlusconi. Niente acclamazione con petardi e putipù, come avrebbe preteso l’ala critica del partito. Scartata anche la genuflessione, causa problemi tecnici (i tailleur delle delegate). Si procederà per alzata di mano: vietato usarne più di tre a testa, e questo per scoraggiare il mercato delle protesi. Lascia perplessi il basso profilo della scelta adottata. La «ola» avrebbe garantito una resa assai migliore nei telegiornali della sera. Per non parlare del «trenino» e della macarena, perfettamente in linea con la cultura egemonica: il villaggio-vacanze.
L’idea di fingere un’elezione vera, raccogliendo i voti anche per un rivale fantomatico a cui attribuire un 10 per cento di bandiera, è stata scartata perché noiosa e infatti già utilizzata da Franceschini nella recente pantomima del Pd. Ammainata a malincuore anche l’ipotesi dell’incoronazione nella cappella di Arcore dopo il rifiuto dei vescovi lefebvriani di partecipare alla cerimonia (che noiosi, non fanno che negare e negarsi su qualsiasi argomento), restava l’ipotesi di un karaoke sulle note del tormentone festivaliero di Arisa: «Silvio Pascià - è un elemento imprescindibile - per una coalizione stabile - che punti all’eternità». Ma pare sia stata bocciata dall’unica forma di democrazia ancora concessa alle masse: il televoto.

In vista di domani

Quando il digiuno imbarazza i cristiani
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 10.02.08
Il digiuno non fa più parte del linguaggio dei cristiani. È una parola che usano i medici che annunciano un intervento chirurgico, gli infermieri che ricevono prenotazioni per prelievi ed esami. Ma i cristiani, dopo secoli e santi di molti digiuni, usano la parola con imbarazzo. Ci sono buone ragioni per non fare del digiuno una priorità pastorale. In casa vivono bambini e anziani; ci sono ritmi di lavoro, stili di vita, relazioni abituali che impediscono di gestire la propria vita come si vorrebbe. Poi esistono modi di sfumare il digiuno per cui uno quasi non si accorge: un pasto ridotto, un piatto solo, meno o niente fuori dai pasti. Perciò quando tra gli avvisi si dice: «... e poi ricordo che il primo venerdì di Quaresima è giorno di digiuno oltre che di astinenza dalla carne», nessuno se ne preoccupa. Tuttavia se il papà, venerdì sera, tornando dal lavoro dicesse: «Stasera non mangio perché è il primo venerdì di Quaresima: vado in chiesa per pregare un po’ e portare un’offerta per la carità», non credo che la cosa passerebbe inosservata. Il venerdì sera può dunque raccontare la commozione di guardare il Crocifisso e un residuo di serietà a proposito del digiuno.