Staccare la spina per sette giorni. E magari, se il risultato è incoraggiante, non riattaccarla più. E' l'obiettivo della "Tv Turnoff Week", la settimana della televisione spenta, una campagna ideata in Gran Bretagna e ripresa da numerosi altri paesi per provare a vivere senza tivù. Comincia oggi e finirà domenica, senza illudersi di poter realizzare una simile rivoluzione: ma i sostenitori dell'iniziativa aumentano e i suoi promotori sperano che come minimo serva a rendere la gente più consapevole, spingendo quelli che la televisione intendono tenerla accesa a guardarla un po' di meno. "Get out of the box", letteralmente "uscite dalla scatola", del video s'intende, è lo slogan stampato in migliaia di poster appesi nelle strade di Londra e di altre città inglesi. Fate un esperimento, dicono gli organizzatori: invece di guardare la tivù, stasera invitate i vostri vicini a fare due chiacchiere. I benefici, assicurano, saranno istantanei. La settimana della tivù spenta è un'invenzione di David Burke, un americano di 44 anni trapiantato da decenni in Inghilterra. Tutto cominciò quando un amico gli mise in mano una newsletter anti-televisione: Burke lo lesse, si mise alla prova e da allora è il più ostinato combattente sul fronte della lotta al video. "Dal giorno in cui ho smesso di guardare la tv", racconta, "ho cominciato a vedere la società contemporanea occidentale con altri occhi. Di colpo mi sono reso conto dell'assurdità di entrare in una stanza in cui nessuno parla perché tutti sono ipnotizzati da uno schermo luminoso". (...) Del resto studi e cifre sugli effetti dannosi della tivù, o meglio del guardarla troppo, si moltiplicano. Una ricerca della British Psychological Society afferma che guardare la televisione fa male alla salute, e una dell'associazione americana pediatri è giunta a simili conclusioni. (...)
Il «caso Pinar» ha trovato una soluzione, grazie alla scelta umanitaria dell’Italia di far attraccare la nave in un porto siciliano. Prima ancora della disputa con Malta - diplomatica e non solo, par di capire - c’era da risolvere l’emergenza di 140 vite «clandestine» in pericolo. Emergenza di carattere politico, oltre che umanitario. Perché è politica scegliere di anteporre le ragioni della solidarietà a quelle delle competenze sulle acque di nessuno dove chi cerca un approdo rischia l’abbandono. Alla fine ha prevalso la volontà di tendere una mano a quei migranti in cerca di futuro, e quando avranno toccato terra ci sarà il tempo per riprendere le discussioni tra governi e ambasciatori su chi aveva il dovere di intervenire. Una volontà che magari poteva affiorare prima, senza arrivare alle condizioni - allarmanti, tragiche o disperate, a seconda delle diverse fonti - in cui versavano i profughi raccolti dalla nave turca. E senza l’immagine un po’ imbarazzante di ministri che si rimbalzavano le responsabilità tra Roma e La Valletta, mentre quei corpi ammassati in coperta aspettavano in mezzo al mare. Di questi tempi le politiche dell’immigrazione sono complicate, ma puntare i piedi davanti a uomini, donne e bambini che chiedono aiuto non è un bello spettacolo. Meglio cercare soluzioni e accordi prima che si verifichino situazioni come quelle della Pinar, e se al dunque si rivelano inadeguati prima si affronti l’emergenza e poi si torni a discutere di competenze e acque territoriali. Solo con le vite messe in salvo, però, anche se sono «clandestine».
Diario mediatico di un giorno di crisi. Apro il giornale e leggo di una donna inglese con la voce d’angelo e la faccia da rospo che a cinquant’anni emerge dal cono d’ombra in cui l’aspetto fisico l’aveva reclusa e diventa una stella della tv. Sulla copertina di una rivista spunta il volto da geroglifico di Rita Levi Montalcini, immortalata alla vigilia dei suoi primi cento anni. Su un’altra resistono la Bellucci e la Herzigova, però fotografate senza trucco: sempre belle, non più irraggiungibili. In televisione la rivelazione sanremese Arisa gioca con la sua goffaggine, mentre scorre la pubblicità di un uomo di 102 anni che affida a una pronipote in fasce la nuova parola d’ordine: non più «ricchezza», «benessere» e neppure «ottimismo», ma «felicità». Potrei andare avanti: la vecchiaia e la bruttezza non avevano mai goduto di tanta fortuna. E fa un certo effetto ritrovarle esaltate proprio in quelle cattedrali della visibilità che negli ultimi decenni avevano imposto l’eterna bellezza e l’eterna giovinezza come valori assoluti, ma così assoluti che per ottenerli si era disposti a sacrificare anche l’intelligenza sull’altare dell’eterna idiozia. Poiché il sistema della comunicazione non ha mutato missione sociale - vendere - si deve parlare di un cambio di strategia. La sostanza ricomincia a prevalere sull’apparenza. Qualcuno ne darà il merito alla crisi che sforbicia l’effimero e si concentra su ciò che è essenziale: la saggezza, il talento, la sobrietà. Per ora sembrano i postumi di una sbornia. Speriamo di non risvegliarci con il mal di testa.
Se per una foto si chiede di ripetere la cresima... di mons. Mario Delpini Avvenire - Milano 7 - 12 ottobre 2008
Non c’è niente di male nella fotografia. È un bel ricordo: ciascuno si fa il suo album personale e ogni tanto lo riguarda sorridente. La zia che non ha potuto venire in chiesa per i suoi acciacchi incornicia la fotografia e la tiene sul tavolino: una piccola collezione degli eventi dei nipoti, per farsi compagnia e per farsi bella mostrandola alle amiche. La fotografia porta l’evento anche oltreoceano e pure lo zio che abita in Argentina può ricordarsi del nipotino e inviare il suo esotico regalino. Non c’è niente di male nella fotografia. Certo è un po’ bizzarro che la ragazzina mentre viene segnata con il sigillo dello Spirito Santo, guardi di lato, per assicurarsi che il fotografo sia all’opera e non manchi l’istante. E fa un po’ sorridere il ragazzino che, secondo le raccomandazioni della mamma, si mette un po’ di sbieco, perché si veda bene la catenina d’oro e il crocifisso che gli ha regalato il padrino. Mi sembra però che abbia esagerato quel fotografo che mi ha chiesto se potevo ripetere per un ragazzo la scena della crismazione, perché proprio in quel momento s’era messo di mezzo il parroco! E io che credevo che la cosa più importante della cresima fosse il dono dello Spirito Santo!
C'era una volta la crisi economica mondiale, che - come è logico che sia - aveva investito anche l'Italia, checché ne dica qualche ammaliatore. Adesso non c'è più. Il terremoto in Abruzzo ha abbattuto anche la crisi mondiale. Dopo lo spettacolo della distruzione e delle morti, ora si parla solo di progetti, di rinascite, di futuro. Potenza della "comunicazione", parola che finisce come "risurrezione", ma non è proprio la stessa cosa!! don Chisciotte
Tutto si può riciclare, anche i 200 Kg di escrementi che un elefante medio produce in un giorno medio. Dopotutto la carta è fibra vegetale, la cacca di elefante anche. Perché non approfittarne? Un progetto di Vagamondi prevede di ritirare con un furgoncino la produzione di alcuni elefanti e di portare il raccolto in cartiera, dove, con l’aggiunta di solo il 20% di carta (riciclata) il tutto viene lavorato per produrre nuova carta. Il progetto si chiama Maximus, dal nome scientifico dell’Elefante dello Sri Lanka: Elephus Maximus Maximus e mira a trasformare l’elefante da disastro per l’agricoltura da abbattere il prima possibile a risorsa economica sostenibile.
Ci ritroviamo a condividere le vite degli altri, anche quelle di chi non abbiamo mai visto. Ma di commento in commento ognuno lascia impronte indelebili sul web. E allora? Sarà impossibile perdersi di vista. E sempre più difficile sfuggire al proprio passato. Ora che Facebook ha appena superato i cinque anni e 150 milioni di membri la cosa più cool è mollare. O almeno fare finta, non senza averne detto di tutti i colori, possibilmente in pubblico, sulla stampa o sui blog. Ma sì, dicono alcuni, che palle questo facebook, perché farsi regolare la propria vita sociale da un gruppo di supergeek californiani? E poi chissenefrega del vecchio compagno di scuola - perso di vista per ragioni tuttora valide - che ti manda la foto di classe, lo scrittore sfigato che ti invita a un pallosissimo reading, la vicina di casa che nemmeno saluti per strada che ti avvisa che ha preso l’australiana... «È la dimostrazione di come esista la libertà di pensiero senza il pensiero. La vera rivoluzione sarebbe far pagare gli utenti un tanto a parola», dice Gian Paolo Serino. «È un’arma impropria in mano ai nevrotici... e lo siamo più o meno tutti», dice Susi Brescia. «È troppo facile il contatto. Per essere amici ci vuole più impegno». «Spesso sento dire “ci vediamo su facebook”», riprende Serino. «Il che lascia interdetti. La vita vera è altrove». Ma altrove dove? Il web mescola sempre di più le categorie del reale e del virtuale. «Per me fb è un bar dove ogni tanto passo per un caffè o l’aperitivo», dice Marta Bertolini. «Buongiorno, come va, due battute con gli altri avventori, poi con qualcuno ci si mette a parlare e si esce pure. Il bar è organizzato e ha anche una bacheca annunci». «Ho reincontrato davvero la mia compagna di banco dopo 28 anni, grazie a fb», racconta Lidia Guarino. «I profili degli amici? Delle sliding door: vedere le altre nostre vite possibili». Allora? «Siamo spalmati tutti sulla rete», osserva un amico fb che vuole rimanere anonimo. «E passare da leggere il Guardian online a un sito di una galleria fotografica di L.A. mentre si chatta e si caricano foto di un weekend passato a Berlino è un attimo: si vive di link in link». E a chi dice che gli amici veri sono diversi da quelli di fb, risponde: «Splinder, MySpace, facebook... Oggi le storie nascono anche sul web. Rapporti veri. Resta ben poco di virtuale quando due si incontrano sul serio». Per conto mio potrei nominare più di un amico “vero” che in un momento particolarmente difficile della vita si è rivelato un pallido avatar. Facebook ha rimescolato le generazioni. «Quando, la scorsa primavera, ho ricevuto per e-mail l’invito a iscrivermi sono scoppiata a ridere. Era mia madre. Mia madre appartiene ai babyboomers, la generazione che ha inventato l’adolescenza. La tecnologia, la rete non l’ha mai spaventata, in confronto a lei io sono luddista. La sua generazione ha anche iscritto la sua storia in quella collettiva, il privato nel pubblico: non è un caso che il suo gruppo anagrafico sia tra quelli più in crescita su fb e che le sia venuto in mente di pubblicare un album con 50 immagini che hanno segnato la sua epoca: da Kennedy alle marce per i diritti civili a Ultimo tango a Parigi. La mia generazione (40) e quella dei trentenni che hanno vissuto epoche più narcisiste o meramente più individualiste si esprimono per avere quei cinque secondi di attenzione online, “il quarto d’ora di esibizionismo di noi timidi”», dice Marilena Renda. Scarichiamo video, articoli di attualità, ci iscriviamo a dei gruppi, chiacchieriamo e ça va sans dire scriviamo anche molte banalità. Per quella dei nativi digitali, gli adolescenti e i ventenni wired, fb è solo una delle molteplici estensioni (da usare contemporaneamente a MSN, iPod, MySpace, Nintendo DS, PlayStation) che gli permette di sperimentare il mondo reale (qualsiasi cosa esso significhi per questa generazione) possibilmente in sharing. Non solo per questo gruppo demografico sta scomparendo l’amico del cuore ma si è avverata la profezia di Warhol: “I don’t know where the artificial stops and the real starts” non so dove finisca l’artificiale e inizi il reale. All’inizio è spontaneo limitare l’accesso alle persone che conosciamo davvero e che possibilmente la pensano come noi. Ma una volta dentro ti rendi conto che sei a un solo clic per includere gente nuova, te la propone il sistema stesso incrociando gli amici degli amici. «Il mio criterio di selezione si basa principalmente sugli amici in comune», dice Laura Sacchi. «Leggendo un commento o link postato sul suo profilo valuto se tra noi ci possa essere qualcosa da condividere. O invio un messaggio per chiedere perché mi ha chiesto l’amicizia anche se non ci conosciamo». «Non accetto tutti, non mi interessa la gara a chi ne ha di più», interviene Vittorio Sabbatelli. «Voglio quelli con cui parlare di politica o anche dire stronzate. Insomma gente che mi conosce e non se la prende se dico delle amenità perché sa come sono fatto». «Ci arrivo dopo un’astinenza Internet di 5 anni», dice Manuela Dettori. «Ho trovato due amicizie vere, un amore maledetto, 3 o 4 squilibrati psicotici e alcuni contatti utili». Ma ci sono anche i bulimici, quelli che arrivano a migliaia di faccine. In genere promuovono qualcosa: un libro, un gruppo, un partito, se stessi. «Avendo 5.000 contatti e 3.000 nel mio Satisfiction (gruppo di fan letterario ndr)», spiega Serino, «cerco di promuovere non me stesso ma invogliare alla lettura». «È uno strumento molto versatile, ognuno lo interpreta a suo modo. Per chi come me lavora davanti a un computer è un’occasione di pausa. Mette ordine nella nostra vita virtuale che altrimenti sarebbe molto dispersiva. È come passeggiare in piazza ma su scala globale», dice Alfredo Baldini. In questa piazza globale sta cambiando radicalmente il concetto di privacy. Le nostre vite stanno diventando sempre più pubbliche. Un conto è passeggiare a Campo de’ Fiori e conversare con qualcuno mentre la gente ti passa accanto. Un altro è sapere che quella conversazione è registrata e sottoposta a pubblico scrutinio. Ricordate quella canzone di Sting “Every breath you take... I’ll be watching you...”? Su facebook lo stalking è tanto involontario quanto parte integrante del sistema: tutti ci troviamo a condividere le vite degli altri. Accadono cose molto buffe con gli aggiornamenti sulla propria situazione sentimentale. Provate a passare dalla casella “sposato” a “single” a “relazione complicata” e vi ritroverete la bacheca intasata da decine di faccine preoccupate o incuriosite perché fb non distingue i gradi di intimità. Se avete rotto con qualcuno, comunicarlo alla persona con cui ci si incontra solo in palestra è l’ultima cosa che vi passa per la mente. Altrettanto umiliante trovare il seguente messaggio in bacheca: “Tizio ti ha eliminato”. Una volta un ex amico spariva nel nulla. Oggi te lo notifica. Questo scarso controllo sulla privacy, oltre a essere antipatico, ha almeno una conseguenza importante e poco valutata: ognuno di noi lascia impronte indelebili sul web. «Per le generazioni precedenti era normale perdersi di vista. Per quelle cresciute su Internet è letteralmente impossibile. Saremo tutti sempre più legati gli uni agli altri», interviene Jeff Jarvis, docente di giornalismo alla City University di New York. «I nostri nomi sono tutti googlabili». Adesso, è vero che la trasparenza ha i suoi lati positivi ma sarà sempre più difficile scomparire e ricominciare da un’altra parte. Ricordate l’ultima volta che vi siete fatti una canna con tizio, vi siete assentati per falsa malattia, avete mollato qualcuno in modo brutale. Bene, ora è molto facile che queste informazioni siano registrate online. Il web non dimentica nulla. Mentre scriviamo abbiamo appena letto che un’impiegata è stata licenziata nel Regno Unito per aver scritto in bacheca che il suo lavoro era noiosissimo. Il passato ci inseguirà e per molti di noi potrebbe essere un bagaglio troppo ingombrante. Per cancellare le informazioni da fb non basta disattivare il profilo ma bisogna eliminare ogni singola entry a mano e aspettare l’intervento dei gestori per la definitiva cancellazione sui profili condivisi. È un bene o un male? E soprattutto chi controlla queste informazioni e come le usa? Solo qualche settimana fa Mark Zuckerberg ha annunciato una carta dei diritti e delle reponsabilità e l’introduzione di un voto pubblico riguardo a qualsiasi cambiamento verrà introdotto su fb. Ma certo non basterà e c’è da scommettere che sarà sulla regolamentazione della rete che si combatteranno le battaglie più interessanti dei prossimi anni.
Un artista usa il cielo e le sue nuvole come supporto per poter interagire con la natura: i «dipinti di luce» di Lorenzo Mancini. Clicca sull'immagine per vedere una piccola rassegna.
Ai primi di aprile il sindaco argentino di San Isidro iniziò la costruzione di un muro che avrebbe dovuto separare il quartiere più ricco della sua città dal quartiere più povero dell’adiacente comune di San Fernando. Il sindaco di San Fernando lo denunciò alla magistratura, che con decisione d’urgenza ordinò di abbattere il muro. Ma il sindaco di San Isidro si oppose, affermando l’indispensabilità del muro per proteggere le famiglie ricche dalla rabbia di quelle povere. Fin qui la cronaca. Ora proviamo a immaginare come andrà a finire. Il sindaco di San Isidro fece ricorso, lo vinse e ricostruì il muro. Ma poiché i furti nelle case dei ricchi continuavano, decise di costruirne un altro per separare le case dei ricchi più ricchi dalle case dei ricchi normali. Quella notte rubarono in casa sua e così il sindaco fece costruire un terzo muro che lo isolasse dai vicini invidiosi. La notte seguente trovò la figlia in atteggiamenti sospetti con un povero di San Fernando, o con un ricco di San Isidro, al buio non si vedeva bene, e decise di murarla nella sua stanza. Ma la moglie si arrabbiò e allora il sindaco fece innalzare un quinto muro, definitivo, in camera da letto. Per sé tenne soltanto un piccolo bagno, nel quale andò subito a rintanarsi. Lì si sentì finalmente in pace e al sicuro. Quando, alcuni giorni dopo, i ladri sfondarono il muro, lo trovarono adagiato sul pavimento. Aveva un sorriso beato e fra le mani il progetto edilizio dell’Aldilà. Nel mezzo aveva disegnato un muro altissimo per non fare passare la morte. Ignorava che lei sapesse volare.
Nei prossimi due giorni sarò all'Abbazia di Luxeuil, sulle orme di san Colombano. Visita il sito dell'associazione "Amici di san Colombano". Ci ri-leggiamo giovedì!
«Con quale occhio Dio guarderà il nome del ricco scolpito obbrobriosamente sul capitello della sua chiesa o sulla parete dell'opera parrocchiale, mentre quel capitello e quella parete, a guardar bene, grondano sangue di poveri figli di Dio? Fabbricando la Certosa di Pavia un Visconti non cancella le taglie imposte ai poveri del ducato milanese; come un industriale non pulisce il suo denaro donando qualche milione alla parrocchia o all'ACLI. Sarebbe troppo comodo farsi meriti distribuendo ciò che non è nostro. Già l'apostolo san Giacomo scriveva: "Fratelli miei, che la vostra fede nel glorioso Signor Gesù Cristo non abbia riguardi alle persone". Io credo così all'anima dei ricchi che sento il dovere cristiano di gridare».
«"Dio non creò la morte e non gode per la distruzione dei viventi" (dal libro della Sapienza, 1,13), e per questo prova ripugnanza per una cosa che non ha creato».
s. Ambrogio, Esposizione del vangelo secondo Luca, X, 56-58
Le “parole infondate” (cfr Mt 12, 36-37) non sono tanto le chiacchiere tra amici, quanto tutte le parole importanti che non marchino un coinvolgimento vitale, che non provengano dal cuore; ogni esercizio del pensiero e dell’immaginazione che si allontani dalle forze unificanti proprie dell’amore; ogni utilizzo del linguaggio che renda quest’ultimo strumento di potenza o di profitto.
Dalla Lettera pastorale 2000-2001 “La Madonna del Sabato santo”
del card. C.M. Martini
«Come opera la consolazione che viene dalla fede? Essa assume forme diverse e una di queste – di cui c’è tanto bisogno oggi – può essere chiamata la “consolazione della mente”. Di che cosa si tratta? E’ un dono divino molto semplice, che permette di intuire come in un unico sguardo la ricchezza, la coerenza, l’armonia, la coesione, la bellezza dei contenuti della fede. Un teologo contemporaneo, Hans Urs von Balthasar, la chiamava “percezione della forma” (“Schau der Gestalt”), intuizione del legame che unisce tra loro tutte le verità di salvezza e ne svela la proporzione e il fascino. Di fronte all’evidenza della sofferenza e della morte, che tende a schiacciare il cuore, tale intuizione si pone come una grazia dello Spirito santo che fa risplendere talmente la “gloria di Dio” da illuminare con la luce della verità anche gli angoli più tenebrosi della storia. E’ la grazia di percepire la gloria di Dio che si manifesta nell’insieme dei gesti con cui il Padre si dona al mondo nella storia di salvezza e, in particolare, nella vita, morte e risurrezione di Gesù. E’ il dono di presagire dietro e sotto gli eventi della fede le vestigia del mistero della Trinità.
Si ha la “consolazione della mente” (o “consolazione intellettuale”) quando i gesti e le parole riportate nelle Scritture si collegano con altri gesti e parole della rivelazione: chi riceve tale grazia sente che ogni pietruzza del mosaico illumina quelle vicine e si compone con le più lontane in un disegno convincente e sfolgorante. Allora non si rimane più bloccati nella preghiera di fronte all’uno o all’altro dei momenti singoli della storia di salvezza, incapaci di vedere la relazione e il concatenamento di un singolo fatto o parola con tutti gli altri; la mente avverte di essere inondata di luce, il cuore si dilata, la preghiera zampilla come da una fresca sorgente.
(…)
Ciascuno di noi, quando riceve questa grazia, anche soltanto qualche accenno di essa, vive qualcosa di simile a ciò che vissero i tre discepoli sul monte della Trasfigurazione. Contemplando Gesù con Mosé ed Elia e sentendoli parlare dell’ “esodo” di Gesù a Gerusalemme (cf Lc 9,21) essi intuiscono i profondi legami che intercorrono tra i mille episodi narrati nelle Scritture e colgono la forza di unità che li mette insieme e li porta a compimento nella Passione e Risurrezione del Signore. E’ un’apertura degli occhi e del cuore, che dà un senso profondo di appagamento e di pace. Allora anche le ombre e le tragedie di questo mondo si rivelano come attraversate dalla luce di amore, di compassione e di perdono che viene dal cuore del Padre.
Si percepisce qualcosa della verità delle Beatitudini, il cuore si apre alla speranza di giustizia, alla visione
della vittoria dei poveri e degli oppressi di questa terra.
Un santo che ha goduto di questa grazia in maniera straordinaria così la descrive: “Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima. Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni compiuti, come in quella volta sola” (Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 30).
(…)
Se la “consolazione della mente” comporta una illuminazione dell’intelletto e una “apertura degli occhi” (cf Lc 24,31), la “consolazione del cuore” (cf Lc 24,32) – o “consolazione affettiva” – consiste in una grazia che tocca la sensibilità e gli affetti profondi inclinandoli ad aderire alla promessa di Dio, vincendo l’impazienza e la delusione. Quando il Signore sembra in ritardo nell’adempimento delle sue promesse, questa grazia ci permette di resistere nella speranza e di non venir meno nell’attesa. E’ la “speranza viva” di cui parla Pietro (cf 1Pt 1,3), è la “speranza contro ogni speranza” di cui parla Paolo a proposito di Abramo (cf Rom 4,18), il quale “per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento” (Rom 4,20-21).
(…)
La percezione di una forza che ci ha accompagnato in momenti duri, anche quando non la sentivamo e ci sembrava di non possederla, è una esperienza vissuta da tutti noi. Ci pare a volte di essere abbandonati da Dio e dagli uomini, e però, rileggendo in seguito gli eventi, ci accorgiamo che il Signore aveva continuato a camminare con noi, anzi a portarci sulle sue braccia. Ci succede un po’ come a Mosè sul monte Oreb: egli riuscì a vedere qualcosa della gloria di Dio, che desiderava tanto contemplare (“Mostrami la tua gloria!”, Es 33,18) solo quando era già passata (cf Es 33,19-22).
Una tale consolazione opera in noi e ci sostiene efficacemente, pur senza una consapevole illuminazione della mente e una percepita mozione degli affetti del cuore; essa opera dandoci la forza di resistere nella prova quando tutto intorno è oscurità. La chiamo “consolazione sostanziale” perché tocca il fondo e la sostanza dell’anima, ben al di sotto di tutti i moti superficiali e consci; oppure “consolazione della vita” perché i suoi effetti si esprimono nella quotidianità permettendoci di stare in piedi nei momenti più duri (“resistere nel giorno malvagio”, Ef 6,13), quando la mente sembra avvolta dalla nebbia e il cuore appare stanco.
Fai il download dell’intera Lettera Pastorale nella nostra sezioneTesti.
Un'altra vita di Franco Battiato Certe notti per dormire mi metto a leggere, e invece avrei bisogno di attimi di silenzio. Certe volte anche con te, e sai che ti voglio bene, mi arrabbio inutilmente senza una vera ragione. Sulle strade al mattino il troppo traffico mi sfianca; mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali. Non servono tranquillanti o terapie ci vuole un'altra vita. Su divani, abbandonati a telecomandi in mano storie di sottofondo Dallas e i Ricchi Piangono. Sulle strade la terza linea del metrò che avanza, e macchine parcheggiate in tripla fila, e la sera ritorno con la noia e la stanchezza. Non servono più eccitanti o ideologie ci vuole un'altra vita.
«L'episodio (dell'unzione di Betania - Mc 14,1-11) fa saltare un'altra opposizione artificiale: quella tra superfluo e necessario. Di fatto, anche il superfluo, in certe circostanze, può risultare indispensabile. Un povero, talvolta, può aver bisogno di un fiore prima ancora che di un piatto di minestra, di un sorriso più che di un'elemosina, di un po' del nostro tempo e della nostra attenzione, più che del nostro aiuto materiale. Il povero richiede dignità, prima ancora che compassione. Una carità sciatta, burocratica, ciabattona, cupa, infastidita, lagnosa, che si limita al dovere, allo stretto necessario, è l'opposto dell'amore. Oserei dire che è la tomba dell'amore. Unicamente grazie alla fantasia, l'amore non si riduce a ripetere gesti meccanici e scontati e prevedibili, prestazioni in serie, ma inventa sempre qualcosa di stupefacente, di unico, di esclusivo. Per evitare che la carità puzzi di stantio, bisogna profumarla, darle la fragranza della novità. La carità deve celebrare i propri riti in un clima di festa, non di tetraggine e squallore. E poi, chi è in grado di stabilire, una volta per tutte, che cosa è superfluo e che cosa necessario? A Cana la Madonna s'è accorta che mancava non il necessario, ma il superfluo; non il pane, ma il vino. Ed è intervenuta per rimediare a questo vuoto intollerabile (cfr Gv 2,1-11). Non è possibile amare senza un pizzico di fantasia. Non si tratta soltanto di rispondere alle attese. Il compito più urgente può essere quello di "sorprendere", ossia di produrre l'inatteso, l'imprevedibile. Il "di più" risulta indispensabile per vivere».
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 142-143
Presentato al Wedding Culture Expo della provincia di Jiangsu, un vestito da sposa - del valore di 1,4 milioni di dollari- composto da 2009 code di pavone.
Se questa Domenica l'organista è a Parigi di mons. Mario Delpini Avvenire - Milano 7 - 23.03.08
Il parroco ha radunato il gruppo liturgico. Ha introdotto la riunione spiegando bene ogni cosa: la Pasqua è il centro dell’anno liturgico, è la celebrazione più importante per una comunità, è la festa che dà origine a tutte le feste. Collaboratori volonterosi ed esperti sono venuti volentieri. «Purtroppo - dice l’organista - io non ci sarò a Pasqua. È un’occasione unica e andrò con la famiglia a Parigi». «Dovrà scusare anche me, don - dice la responsabile dei lettori. C’è ancora una bella neve e siamo iscritti allo sci club, sa com’è...». «Beh, lo sai che io, come al solito, farò Pasqua con il movimento» si spiega uno dei ministri straordinari della Comunione. «Il coro non sarà al completo - informa il maestro -, alcune ragazze hanno il campionato provinciale di pallavolo. Non possono mancare». Al parroco verrebbe da sbottare: «Insomma, sembra che la gente venga in parrocchia, nella sua chiesa, quando proprio non ha altro da fare!», ma è determinato a perseverare nel suo proposito di Quaresima, vuole essere amabile con tutti. Soltanto gli viene un po’ da piangere, pensando a quel povero Cristo che per fare Pasqua ha scelto la domenica sbagliata.
Tristemente, aggiungo che spesso la Chiesa si è ridotta a dare "pseudo-consigli" di tale superficialità, facendoli passare per "buona notizia". Già sono da compatire coloro che lo fanno in tv o alla radio... don Chisciotte
Elaina Smith, la bimba che aggiusta i cuori dei grandi A scoprire Elaina è stato il conduttore Andy Gouling Ha solo sette anni, ma su emittente inglese solleva signore tradite dal marito e giovani complessate senza fidanzato
Raccontano che quando è arrivato l’sms in cui Elaina suggeriva all’ascoltatrice disperata Lisa di archiviare il fidanzato fedifrago bevendoci su una tazza di latte la redazione di radio Mercia97 Fm sia esplosa per l’entusiasmo. «Un consiglio fresco, semplice, surreale al limite della genialità», dice al telefono il conduttore della trasmissione. Andy Goulding è l’anima di Breakfast, in onda ogni mattina sulla maggior emittente locale di Coventry, nelle West Midlands. Quando Lisa, inconsolabile fino a quel momento, è scoppiata a ridere e Andy ha capito che funzionava: «Ho richiamato immediatamente il numero e mi ha risposto Elaina, una bimba che potrebbe essere mia figlia». A sette anni Elaina Smith, in arte Agony Aunt, zia Agonia, è la più giovane e scanzonata consulente di coppia che l’etere britannico abbia assoldato. Tutti i lunedì mattina, cinque minuti prima di andare a scuola, risolve i problemi sentimentali degli adulti e, soprattutto, delle adulte. Stanca del partner che non ami più? «Datti alla macchia dopo aver cambiato la serratura e il numero di cellulare». Cerchi affannosamente mister Right, l’uomo giusto, quello della vita? «Vai in città e muovi il culo. Ma accertati che sia ricco e abbia un’automobile grande». Sei a pezzi perché lui se n’è andato con la tua migliore amica? «Consolati. Uno così meglio perderlo che trovarlo». Le risposte di Agony Aunt sono fulminanti: la sua posta del cuore non lascia mai il mittente a bocca asciutta. «Dico la prima cosa che mi viene in mente e alla gente piace», ammette candida Elaina, affatto sorpresa dal successo delle sue osservazioni. Sapeva di possedere il dono della parola giusta al momento giusto: «Quando il mio cuginetto fu picchiato a scuola da un gruppo di bulli provai a risollevargli l’umore con qualche battuta e funzionò». Funziona ancora, a giudicare dalle centinaia di persone che contattano Mercia97Fm per chiederle consiglio. Andy Goulding, 34 anni di cui 13 passati dietro al microfono, giura di non aver mai visto nulla del genere: «E’ fenomenale, ha il candore di una bambina e la maturità di una persona grande. Dopo il suo primo intervento in diretta una signora ricoverata in ospedale ha chiamato per ringraziare, quella voce l’aveva divertita molto. Da allora siamo stati letteralmente inondati di e-mail dirette a lei». Lei non si sottrae. Anzi. A Karen in lacrime per un amore naufragato replica che «la vita è troppo breve per farsela rovinare da un uomo». Alla ragazza sedotta e abbandonata consiglia la leggerezza di «una bella notte a giocare a bowling con le amiche». A un’altra ancora, stufa del fratello ventitreenne «ozioso e sporco», suggerisce fermezza: «Digli di cercarsi un lavoro e smettere di guardare la tv». È la banalità del bene: ricette ovvie e di buonsenso prescritte da una baby-psicologa che ha intuito il fascino segreto dei chiromanti. Elaina è spiritosa, spontanea, saggia. Ma perché donne dell’età della sua mamma le confidano pene d’amore e intimi desideri? «E’ lo specchio dell’appiattimento dell’età adulta, la cosiddetta sindrome di Peter Pan», spiega il neuropsichiatra infantile Roberto Grande che ha appena pubblicato con Ponte alle Grazie il saggio «Il bambino di cioccolato». L’effetto speculare dell’eterna adolescenza dei genitori, sostiene Grande, è «l’adultizzazione dei figli». (...) Da un lato baby-Lolite precocemente avide di sessualità, dall’altro serissimi professionisti in miniatura come Elaina Smith e David Fishman, il critico gastronomico dodicenne scoperto dalla rivista GQ che da settimane mette sull’attenti i migliori chef di New York. «E’ una ragazzina sicura di sé ma non si prende sul serio», garantisce la madre, Karen Harris. Da quando «collabora» con il Breakfast quotidiano di Andy Goulding è una piccola star nella città di Coventry. «I miei compagni di scuola dicono che ho un lavoro fantastico», si compiace lei. Al punto che ha cambiato idea su cosa farà da grande: «Quando ero piccola sognavo di diventare veterinario, adesso invece voglio fare la conduttrice radiofonica». E pazienza per gli animali: il linguaggio della natura è divertente, quello del cuore molto di più.
Se sei Simone di Cirene prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro… fai come il buon ladrone… adora colui che è stato crocifisso per te… entra con lui in paradiso e così capirai di quali beni ti eri privato…. Se sei Giuseppe d’Arimatea, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso (...). Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito, cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione. Se sei una delle Marie, versa nel mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, vai incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù. Ecco cosa significa rendersi partecipi della Pasqua di Cristo”.
Hai avuto le tue colpe, Aronne. Hai mormorato anche tu contro Mosè, mentre Myriam tua sorella ti faceva bordone. Però, tutto sommato, non ti sei mai lasciato prendere da quei "raptus" di gelosia, o da quelle sorde corrosioni dell'immagine del capo, a cui si lasciano andare spesso i cortigiani più vicini alla persona del principe: tanto vili nel lecchinaggio, quanto rapidi nel voltafaccia. Hai avuto le tue colpe. Ma non hai avvilito la tua anima nella sfrontatezza autoritaria. E ti sei sempre mantenuto lontano da quella voluttà di sottopotere che sta mettendo a dura prova la nostra convivenza civile. Oggi siamo assediati dai tirapiedi. C'è una inflazione di palloni gonfiati. Lo stuolo dei gregari si lottizza le aree del padrone. Il potere si frantuma nelle mani di fàmuli e giannizzeri di turno. La cerniera dei proseliti diventa passaggio obbligato per chi voglia accedere, non dico alla zona dei privilegi, ma perfino a quella dei più sacrosanti diritti. Finanziamenti, appalti, assunzioni, piani regolatori, tangenti, vengono filtrati dallo svincolo dei sottocaliffi. Gli accoliti, poi, si aggregano e si scompagnano secondo spregiudicati calcoli di alchimia politica, tutti tesi a cogliere l'attimo opportuno per salire sul vapore e insediarsi alla sua guida. Di qui, l'anima clientelare che ci portiamo dentro. Di qui, le molteplici sudditanze che, attraverso la lunga catena di vassalli, valvassori e valvassini, ci conduce a oscene genuflessioni. Di qui il cinismo con cui si spia il momento opportuno per far fuori chi comanda e prenderne il posto. Di qui, l'arroganza con cui il capo viene ricattato dagli arrampicatori che frequentano le sue segreterie. Di qui, l'impudenza con cui il gerarca supremo è spesso tenuto in ostaggio dai suoi corrotti manutengoli. Perdonami lo sfogo, carissimo Aronne. Ma parlare con una persona dal cuore incontaminato come il tuo mi solleva lo spirito. Mi fa sognare tempi migliori, che certamente verranno. E mi fa fiorire nell'anima la speranza in un mondo più pulito e più giusto. Così come, un giorno, fiorì il tuo bastone. Nel deserto. Davanti alla tenda di Dio.
mons. Tonino Bello, Ad Abramo e alla sua discendenza, 60-63
Migrazioni: Poettering, “Mediterraneo cimitero a cielo aperto”
“Si profila il rischio che il Mediterraneo si trasformi in un cimitero a cielo aperto”: Hans-Gert Poettering, presidente dell’Europarlamento, in apertura della sessione plenaria (Bruxelles, 1-2 aprile) ricorda “le oltre trecento vittime”, “profughi morti in mare o dispersi” nei giorni scorsi davanti alle coste libiche “nel tentativo di fuggire dalla miseria”. Poettering, dopo una breve descrizione dei fatti, e sottolineando che alcune persone “sono state tratte in salvo dalle autorità egiziane”, afferma “la commozione e la partecipazione al lutto” dell’Assemblea, per “queste persone provenienti dall’Africa” in “cerca di speranza”. Poettering aggiunge che “con l’aggravarsi della crisi economica tali flussi migratori verso l’Europa aumenteranno” e l’Unione è dunque chiamata a dare una risposta coerente. Il Parlamento sta preparando una dichiarazione congiunta sull’argomento. Prima di iniziare i lavori, gli eurodeputati hanno dunque osservato un minuto di silenzio.
Caro direttore, vorrei segnalare il diffuso disagio del clero ambrosiano riguardo all’uso del nuovo Lezionario, da poco entrato in vigore e sul quale avevate dato notizia negli scorsi mesi (cf. Regno-att. 10,2008,310). Già il clero della diocesi era diviso sull’opportunità pastorale di differenziarsi in toto dal Lezionario romano (vedi Sacrosanctum concilium, n. 23, che dà le indicazioni sulle innovazioni «se non quando lo richieda una vera e accertata utilità della Chiesa» e all’ultimo paragrafo recita: «Si evitino anche, per quanto possibile, notevoli differenze di riti tra regioni confinanti») in quanto non se ne sentiva la necessità pastorale (il Consiglio presbiterale ha approvato l’introduzione del nuovo Lezionario dopo tre controverse votazioni e con la maggioranza di 50% + 1 voto!). Avendone iniziato l’uso, le perplessità sono cresciute e non ho ancora sentito un parere positivo dai confratelli, neppure dai più «tradizionalisti». La ragione sta nel fatto che la connessione tra le prime due letture e il Vangelo è del tutto illogica. Neppure la pretesa e discussa scelta «tematica» in luogo della (parziale) lectio continua romana – quasi che i liturgisti siano più intelligenti degli evangelisti – appare chiara. Purtroppo una scelta così affrettata – e tutt’altro che condivisa con il clero e il popolo di Dio – avrà pesanti ripercussioni sulla concreta vita liturgica della nostra diocesi: per i prossimi 40 anni utilizzeremo un Lezionario impredicabile! Mi domando se i biblisti presenti nella commissione liturgica apposita abbiano avuto effettivamente voce in capitolo! Perché la vostra strepitosa rivista non approfondisce questa «pseudo-riforma»? Sinceri saluti.
Un parroco di periferia della grande Milano. Milano, 9 dicembre 2008.
da Il Regno/Attualità 2/2009
Un esempio, la seconda lettura di oggi: Lettura del libro dei Proverbi 30, 1a. 24-33 Detti di Agur, figlio di Iakè, da Massa. / Quattro esseri sono fra le cose più piccole della terra, / eppure sono più saggi dei saggi: / le formiche sono un popolo senza forza, / eppure si provvedono il cibo durante l’estate; / gli iràci sono un popolo imbelle, / eppure hanno la tana sulle rupi; / le cavallette non hanno un re, / eppure marciano tutte ben schierate; / la lucertola si può prendere con le mani, / eppure penetra anche nei palazzi dei re. / Tre cose hanno un portamento magnifico, / anzi quattro hanno un’andatura maestosa: / il leone, il più forte degli animali, / che non indietreggia davanti a nessuno; / il gallo pettoruto e il caprone / e un re alla testa del suo popolo. / Se stoltamente ti sei esaltato e se poi hai riflettuto, / mettiti una mano sulla bocca, / poiché, sbattendo il latte ne esce la panna, / premendo il naso ne esce il sangue / e spremendo la collera ne esce la lite.
L'istituto di ricerca Nomisma nel suo quarto "Quaderno sull'economia" si è occupato del recente boom dell'industria del Gioco: nel 2008 sono stati 28 i milioni di italiani che hanno avuto almeno un'occasione di gioco, il 28% ha puntato almeno una volta sull'estrazione dei numeri Scommesse, Lotto, Gratta e Vinci: Italia paese sempre più in gioco
Il gioco ed i giovani, i comportamenti dei giocatori e la social responsability degli operatori del settore. Sono questi i temi trattati dall'istituto di ricerca Nomisma, nel suo quarto "Quaderno dell'economia". Nel 2008 sono stati 28 i milioni di italiani che hanno avuto almeno un'occasione di gioco. L'11,6% (vale a dire oltre 6 milioni e mezzo) degli italiani - del rappresentativo campione analizzato da Nomisma - ha dichiarato di giocare una volta alla settimana e l'1,4% ogni giorno o quasi. Per oltre 700 mila persone il gioco è una componente irrinunciabile del proprio quotidiano. Più del 22% degli italiani ha sperimentato più di una tipologia di gioco; oltre 13 milioni di italiani ne praticano addirittura più di 3. Analizzando i singoli giochi, viene fuori che, nel 2008, il 28% degli italiani - cioè 14,4 milioni di persone - ha giocato almeno una volta al Lotto. Al secondo posto il SuperEnalotto, che è stato giocato da 11,6 milioni di italiani, seguito dai Gratta e Vinci con 10,1 milioni di persone. Buono anche il successo delle Lotterie Nazionali, che hanno rappresentato un'occasione di gioco per 5,5 milioni di italiani. In calo invece il bacino d'utenza dei concorsi pronostici (2,3 milioni), mentre sono in crescita le persone (2,7 milioni nel 2008) che hanno giocato almeno una volta alle scommesse sportive. Importante anche il valore dei giocatori di scommesse sportive online: il 2,8% degli italiani (vale a dire 1,4 milioni) ha puntato sul web. Ma qual è il motivo che spinge a giocare? Tra i giocatori la speranza di vincere denaro è la motivazione preponderante. Oltre il 43% dei giocatori individua nella possibilità di veder mutata la propria condizione economica con una spesa modica il principale stimolo a giocare. Sempre tra i giocatori, il 20% identifica il gioco con "divertimento". Ma emergono anche connotazioni negative: il 16% vede il gioco soprattutto come fattore di perdita di denaro. L'8,2% ritiene il gioco una dipendenza e circa il 5% lo vede come un rischio, vale a dire uno strumento che se non correttamente gestito può trasformarsi in dipendenza. Chi non gioca ha invece una posizione più critica. Il gioco è "perdita di denaro" per il 37% degli italiani che non giocano. L'aspetto ludico è decisamente in secondo piano: solo il 7% pensa che il gioco sia soprattutto divertimento, mentre il 2% pensa che sia una passione. In tema invece di informazione sui rischi reali della dipendenza da gioco, dalla ricerca Nomisma viene fuori che il 53% degli italiani ritiene che l'informazione sia assolutamente carente. Un ulteriore 32,8% ritiene inoltre che vi sia inadeguatezza sull'informazione attualmente a disposizione. Una delle principali priorità deve essere la protezione dei giovani rispetto ai rischi del gioco. E secondo i dati riportati nel Quaderno, è opinione diffusa che gli operatori del gioco non abbiano predisposto meccanismi di tutela adeguati: il 74,1% degli italiani ha un giudizio negativo del sistema e ritiene l'azione degli operatori del settore non adeguata o comunque caratterizzata da strumenti poco efficaci. (...) Per quanto riguarda la Social Responsability Index (SRI) e l'Indice di sensibilità nei confronti dei minori (ISM) per ciascuno dei 29 siti valutati, la maggior parte degli operatori di scommesse on line mostrano un indicatore medio di responsabilità sociale basso, pari a 30,8. La valutazione complessiva sulla responsabilità sociale espressa dal sistema può quindi essere considerata ancora insoddisfacente. Solo un operatore presenta infatti una valutazione appena sufficiente rispetto al SRI. La situazione risulta ancor più critica se si considerano i risultati dell'Indice di sensibilità nei confronti dei minori: il valore medio è in questo caso ancor più basso ed è pari a 26,5. Anche in questo caso, solo un operatore raggiunge la sufficienza, mostrando una adeguata sensibilità nell'adottare efficaci strategie di protezione dei minori e opportuni sistemi di inibizione al gioco. Quasi l'80% degli operatori presenta valutazioni gravemente insufficienti in tal senso.
Nel torneo interno tra le classi del seminario, i prof si sono classificati primi nel girone di qualificazione per la finale, con i seguenti punteggi: contro la 3^ selezione B: vittoria per 3-0 contro la 5^: vittoria per 3-0 contro la 4^: sconfitta per 4-1 contro la 3^ selezione A: vittoria per 4-3
Bisogna saper distinguere da caso a caso Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata» Si usano cure per situazioni che molti reputano patologiche ma in realtà sono fisiologiche
(...) A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società. Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile. Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo (per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarlo. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono a stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami. Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata». Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile. A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione. Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali . Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè... si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.
In psicologia l'anaffettività consiste nell'incapacità da parte dell'individuo di provare o produrre affetti e si manifesta attraverso la difficoltà di esprimere sentimenti ed emozioni; generalmente si accompagna ad una barriera corporea molto pesante: la persona anaffettiva è anche poco propensa ai contatti corporei, fino a provare disagio nell’essere abbracciata. In psicopatologia l’anaffettività è un sintomo (non una sindrome) presente nell'anoressia mentale, in alcune forme di psicosi e in misura minore nelle nevrosi ossessive e in alcuni disturbi di personalità. Viene anche considerato come un distacco emotivo spesso difensivo che si manifesta contestualmente alla presenza di emozioni troppo forti o che fanno paura; può anche rappresentare una fase transitoria di diversi disturbi di personalità, tra cui quello bipolare. Inoltre é sicuramente possibile che se per una persona “amare” in passato è risultato doloroso e frustrante, più o meno consapevolmente possa iniziare a ritenerlo un comportamento da evitare o comunque da fuggire, si presenta così una reale difficoltà nel creare e sostenere rapporti che implichino intimità. Sono di solito abbastanza casuali i fattori della remissione di questo sintomo: a volte basta un incontro importante e la personalità di un soggetto cambia notevolmente. Magari a questa persona potresti consigliare dei colloqui (non una psicoterapia) con uno psicologo, che la aiutino a far luce sulle sue difficoltà.
Uno studio inglese denuncia l'uso smodato da parte dei teenager: sei ore al giorno al telefonino È allarme cellulari in Inghilterra, dopo la pubblicazione dello studio della «Health Protection Agency» sullo smodato utilizzo dei telefonini da parte dei teenager d’Oltremanica. Stando ai dati, rilevati grazie a un sondaggio del sito di ricerca youngpoll.com su un campione di 2000 ragazzini fra i 6 e i 17 anni, in un giorno un bambino inglese medio spedisce 19 sms, ne riceve 15 e fa 8 telefonate, restando, in pratica, attaccato al cellulare per più di 6 ore, parlando, messaggiando o ascoltando musica. Ecco perchè 8 teenager su 10 si considerano ormai «telefonino-dipendenti»: una condizione confermata dal fatto che almeno la metà degli intervistati ha ammesso di dormire con il cellulare a fianco del letto e tre quarti di loro ha detto di controllare le chiamate perse o i messaggi ricevuti durante la notte come prima azione della giornata. E tutto questo a dispetto di una recente ricerca svedese, condotta dal professor Lennart Hardell dell’Università dell’Ospedale di Orebro, che ha dimostrato come l’eccessiva esposizione alle radiazioni dei dispositivi mobili quintuplichi il rischio di cancro al cervello fra gli under 20. Non a caso, in Francia le pubblicità che invitano i ragazzi al di sotto dei 12 anni ad usare i telefonini sono state bandite, mentre in Inghilterra tale preoccupazione non sembra essere stata ancora recepita dal governo e, di conseguenza, i ragazzi inglesi non avvertono il pericolo insito nell’uso esagerato dei cellulari, visto che per l’81% di loro il telefonino è il bene più importante di tutti e addirittura uno su tre dice di sentirsi perso senza, mentre 6 su 10 sostengono di non riuscire a fare nulla se il prezioso oggetto viene loro rubato. Non solo. Numeri alla mano, 9 sedicenni su 10 ne possiede almeno uno e la stessa cosa vale per oltre il 40% degli allievi delle elementari. E i telefonini spuntano spesso anche durante le lezioni, come conferma il dato secondo cui un quarto degli studenti è stato beccato almeno una volta a mandare messaggini dal banco. «Occorre assolutamente scoraggiare i giovani all’uso dei telefonini per sei-sette ore al giorno come misura preventiva», ha spiegato al «Daily Express» un portavoce della «Health Protection Agency», mentre un suo collega della Youngpoll.com ha sottolineato come i cellulari rappresentino ormai il modo più veloce e più facile per comunicare fra i ragazzi. «Adesso con i dispositivi mobili i giovanissimi fanno davvero di tutto. Basta premere un tasto e possono andare online, giocare o ascoltare musica e così facendo il tempo passa in fretta ed è complicato trovare il giusto compromesso».
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NIMN
Marchio di non-complicità
Spiegazione del logo NIMN
Questo logo significa: "Not in my name", "Non nel mio nome".
Sarà applicato su quelle notizie o realtà dalle quali è quasi impossibile "togliersi" (in quanto uomini o cittadini o credenti) ma che non mi rappresentano. Non mi rappresentano perché non sono secondo un'antropologia integrale e un autentico spirito evangelico. E quindi vorrei far sapere che non concordo per nulla e che non dovrebbero pensare di far conto sulla mia approvazione-collaborazione-complicità. Mi sa un po' di "fuga"; e in alcuni casi sarebbe più onorevole un virile distanziamento. Lo farei, se non fosse che lascerei spazio ancora una volta a coloro che non mi rappresentano, e anche di questo "lasciare un posto vacante" mi sentirei responsabile. Per ora riesco a fare questo: dichiarare che la mia coscienza si ribella di fronte a certe cose. Riguardo quelle persone che si sentissero coinvolte in questa mia presa di posizione, sappiano che possono riferirsi a me come preferiscono: voglio rendere ragione delle mie affermazioni. Chissà che anche altri, invece, non condividano questa mia valutazione.
Non dimenticare che...
Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida. Gandhi
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