lunedì 18 febbraio 2008

mondo


Saremmo ben da compiangere se non potessimo cercar Dio che dopo d'esser morti al mondo! La Maddalena, la Samaritana, la Cananea erano forse morte al mondo quando trovarono il Signore?

santa Teresa d'Avila

Cappella di S.Luca - Milano


"Qualche notte insonne spetta sicuramente a chi, come progettista, viene chiamato a intervenire sull'opera di un grande maestro: questa sorte è toccata di recente al giovane Marco Micheletti (Yuman Architetti, Milano), incaricato dalla Parrocchia di San Luca Evangelista di Milano, del progetto di recupero e ridefinizione funzionale della zona interrata dell'omonima chiesa, costruita nel 1956-1960 da Gio Ponti. Ma Ponti è stato maestro vero e i suoi scritti, oltre alle sue opere, esprimono in modo semplice geniali insegnamenti, che aiutano a illuminare le notti dei discepoli. Come quando, parlando di 'espressione' dice: "...da un certo momento in poi non è più, da parte dell'architetto, opera di creazione, ma intuizione interpretativa: l'edificio non è più emanazione dell'opera dell'architetto, ma l'opera dell'architetto è emanazione dell'edificio, che gli pone i suoi problemi...". L'edificio in questione, soprattutto nella zona interrata adibita a oratorio, dopo cinquant'anni di vita, di problemi ne aveva diversi: di accessibilità, di utilizzo degli spazi, di comfort abitativo. L'intervento di Micheletti, conclusosi nel giugno del 2007, ha portato alla ridefinizione degli accessi a partire dal sagrato della chiesa (già più volte modificato) con il ridisegno della rampa per i disabili e dell'aiuola centrale, la sostituzione, sul lato sinistro, della vecchia scala metallica che conduceva al livello dell'oratorio, con un nuovo corpo scala e ascensore chiuso e alla revisione degli spazi sottostanti la chiesa. Inserito tra il setto laterale della facciata della chiesa e il confine del lotto, il nuovo volume della scala è visibile dall'esterno solo quando emerge dal muro di confine in pietra, liscio ma grigio come la facciata di Ponti. Solo la parete vetrata d'ingresso, con il disegno del serramento in acciaio, che piega verso l'interno per dare spazio a una pensilina di protezione, cita in negativo l'ingresso della chiesa. Il nuovo percorso coperto da lucernari collega i vari livelli dell'oratorio e conduce a una cappella realizzata nell'interrato dove in precedenza si trovava un locale magazzino. Il piccolo spazio a pianta rettangolare molto allungata è stato riplasmato con contropareti che ne arrotondano gli angoli sul lato dell'altare e da un controsoffitto che forma un'ampia curva di sezione. Tutto il programma iconografico è composto da arredi ed elementi liturgici disegnati ad hoc e realizzati con essenza di acero americano venato, con inserti in ottone e foglia d'oro. Anche qui la lezione del maestro sembra emergere nella semplicità delle geometrie e nell'uso espressivo dei materiali e della luce". S.M.

Domus – febbraio 2008 - 911

domenica 17 febbraio 2008

Vita "normale"


Benritrovati a tutti!
Prima di raccontare qualcosa della profonda settimana di Esercizi Spirituali ad Assisi,
vorrei anzitutto ringraziare le Suore Francescane Angeline,
che ci hanno ospitato nella loro casa di S. Maria degli Angeli!
Sono state super-accoglienti e trovo interessanti le loro attività formative per adolescenti e giovani: navigate un po' su http://www.angeline.it/
Buona settimana a tutti!

sabato 9 febbraio 2008

Buona Quaresima!


Buon cammino quaresimale!
Sul sito potete trovare il testo del Messaggio del Papa per la Quaresima e una riflessione del priore di Bose, Enzo Bianchi:
http://www.seitreseiuno.net/Testi/tabid/174/language/it-IT/Default.aspx


Da Domenica 10 a venerdì 15 febbraio sarò agli Esercizi Spirituali ad Assisi:
ci ritroveremo da sabato 16!

Sabato grasso


per un sorriso

Gli intramontabili VIPs internazionali - parte prima


Barbiere egiziano: Tara Sato
Barman egiziano: Nabir Albar
Becchino giapponese: Tefon Abara
Bullo rumeno: Nutjpu Manescu
Cameramen giapponese: Mozumo
Centravanti tedesco: Von Gol
Cuoca russa: Olga Kocimilova
Cuoco giapponese: Sughisciapy
Cuoco polacco: Tocott Ottawa
Dentista giapponese: Takura Nakaria
Direttore zoo ingles: Sir Pent
Falegname cinese: Chian Chjo Din
Fannullone tedesco: Von Katzen
Fenomeno agricolo russo: Galina Faseiowa
Freddolosa spagnola: Amaja Delana
Freddoloso austriaco: Otto Maye
Giocatore cubano: Che Chi Bara
Giocatore poker tedesco: Von Bleff
Industriale del cioccolato tedesco: Von Dent
Investigatore cinese: Ndovay Tepjio

venerdì 8 febbraio 2008

giovedì 7 febbraio 2008

Giudicare


Se avessimo novantanove ragioni per giudicare male il prossimo e una sola per ritenerlo in buona fede, dovremmo scegliere quest'ultima per non contravvenire alla carità.
san Francesco di Sales

nuovo sito dMc


Ieri è stato varato il nuovo sito di dMc:


Visita il sito, registrati,
inviaci qualche impressione, ricevi la Newsletter!!

mercoledì 6 febbraio 2008

Come farne a meno?!


Che sarà mai questo oggetto così indispensabile?!
Guarda:

martedì 5 febbraio 2008

Videofilia


«L'uomo divorzia dalla natura» - Boom di videofilia, addio attività fisica
Tramontano giardinaggio e gite in bicicletta: vincono Pc e televisione
MILANO - Giardinaggio, gite in bicicletta, arrampicate con scarponi e piccozza addio. Il contatto con la natura, e relativa attività fisica, tramontano sotto i «colpi» della «videofilia», la passione smodata per lo schermo di pc e tv che porta a trascorrere il tempo libero online o comodamente seduti in poltrona. Tendenza ben nota, ma ora stigmatizzata da uno studio condotto da Oliver Pergams, docente di Scienze
biologiche dell'University of Illinois a Chicago e pubblicato sui «Proceedings of the National Academy of Sciences». Secondo Pergams, «c'è un reale e fondamentale «divorzio dalla natura».
CROLLO DELLE VISITE NEI PARCHI - Pergams e la collega Patricia Zaradic, dell'Environmental Leadership Program della Delaware Valley di Bryb Mawr (Usa), avevano giá fotografato il crollo delle visite per persona all'interno dei parchi nazionali statunitensi, a partire dalla fine degli anni '80. Un trend che ora, assicurano, ha contagiato gran parte del resto del mondo. Ma soprattutto un atteggiamento fortemente correlato alla passione per videogame, navigazione online e film o programmi tv. Oggi i ricercatori parlano di una vera e propria «videofilia», che conquista alla vita sedentaria sempre più persone. E, secondo gli esperti, non può essere vista come un passo avanti in termini di vita sana. «Sentivamo che il numero di visite pro-capite nei parchi statunitensi era un sistema abbastanza buono per capire quanto le persone fossero ancora legate alla natura. Ma volevamo saperne di più, e scoprire - spiegano gli autori dello studio - se ormai ci si dedicasse meno ad altri passatempi all'aria aperta, qui e in altri Paesi». Così i biologi hanno esaminato i dati su viaggi zaino in spalla, pesca, arrampicate, caccia e visite in boschi, foreste e parchi nazionali di diversi Paesi del mondo. Scoprendo dati comparabili dal Giappone alla Spagna (risultata comunque fra i Paesi in cui la passione per la natura è meno in crisi). Il team ha visto che tra il 1981 e il 1991 i passatempi all'aria aperta e a contatto con la natura sono crollati, con ritmo che va dall'1% all'1,3% l'anno, in base alle diverse attività prese in esame. E che da allora, in media, si è registrato un calo del 18-25% per ogni attività. Dati che preoccupano i ricercatori, anche per via delle implicazioni ecologiche, oltre che per quelle salutistiche.
BAMBINI A RISCHIO - «La sostituzione di impegnative attività all'aperto con sessioni di videofilia indoor ha importanti conseguenze per la salute fisica e mentale, specie nei bambini - avverte Pergams - La passione per lo schermo di tv e pc si è già rivelata alleata di obesità, mancanza di socializzazione, disordini dell'attenzione e scarse performance scolastiche». «Inoltre» concludono gli studuosi, «non sappiamo quanto le future generazioni, meno attente all'esplorazione della natura, saranno interessate a conservare l'ambiente rispetto alle generazioni passate».
04 febbraio 2008
http://www.corriere.it/salute/08_febbraio_04/boom_videofilia_80797c46-d33c-11dc-8916-0003ba99c667.shtml

lunedì 4 febbraio 2008

Compromettersi


"Quando qualcuno vuole parlare con me, spero fino all'ultimo che la paura di compromettersi lo trattenga... ma non si lasciano spaventare".

Karl Kraus, Detti e contraddetti

sabato 2 febbraio 2008

ombre e Luce


"Scrivo con una minuscola bilancia come quelle utilizzate dai gioiellieri.
Su un piatto depongo l'ombra e sull'altro la luce.
Un grammo di luce fa da contrappeso a diversi chili d'ombra".
Christian Bobin, Resuscitare, 23

Comunità di S. Egidio


40° anniversario della Comunità di Sant'Egidio
Venerdì 1 febbraio - Omelia del cardinal Tarcisio Bertone

“Dio è morto, Marx è morto… e anch’io non mi sento molto bene!”. Questa nota battuta ironica e pessimista di Woody Allen potrebbe fotografare lo stato d’animo di una larga parte dell’umanità di questa nostra epoca, apparentemente sempre più insoddisfatta e sempre meno fiduciosa nel futuro. Nell'età della globalizzazione le comunicazioni sono rapide, immediate; ogni notizia, ancor più quando si tratta di episodi drammatici, di fatti scandalistici, di informazioni trasgressive, entra in casa all’improvviso, naviga liberamente in internet, ci raggiunge dovunque sul telefono cellulare. E questo succedersi costante di comunicazioni produce un senso di smarrimento, ingenera stati d’animo di paura e di scoraggiamento, suscita voglia di violenza e talora persino di morte. Il rischio è allora di diventare pessimisti, di rinchiudersi nel proprio interesse, non nutrendo più una speranza “affidabile” per il mondo, una speranza che, come scrive Benedetto XVI nell’Enciclica Spe salvi, sia in grado di sostenerci nel cammino “faticoso” della vita. In un contesto mondiale così compromesso, almeno apparentemente, il cristiano che cosa deve fare, come può e deve vivere e testimoniare la sua fede in Cristo, che è Vita immortale e Speranza certa? (...)
La vostra benemerita Comunità, come piccolo seme gettato nella terra, ha avuto inizio 40 anni fa, in un periodo storico turbinoso e complesso, segnato dall'ideologia e dal senso prometeico di un’umanità che voleva costruire se stessa e il mondo senza Dio o peggio contro di Lui. La parola “comunità”, nel suo significato più profondo, manifesta questa coscienza che la nostra speranza è sempre essenzialmente anche speranza per gli altri (cf Spe salvi n. 48). In questo modo la speranza per gli altri si è fatta, nella vostra Comunità, passione per la comunicazione del Vangelo, perché altri vengano salvati; si è fatta amore per tutti, specie per i più poveri, perché sorga finalmente la stella della speranza anche per loro.

Marco Paolini - Rugby - Aprile '74 e '75

In occasione dell'apertura del "6 Nazioni"

venerdì 1 febbraio 2008

Uscire!!


Vi prego, mettiamoci nella persona di quell' amorosissimo padre che tanto sospirava il ritorno del figlio perduto e, non sapendo dove andare per cercarlo, fece tutto quello che era in suo potere, portandosi chi sa quante volte sulla via (Lc 15), perché il figlio, ritornando, scorgesse da lontano il sorriso sul volto del padre e affrettasse il passo per buttarsi più presto fra le sue braccia. Noi invece sappiamo dove sono i nostri miseri fratelli e figli, vediamo la quercia sotto la quale stanno , le ghiande di cui si cibano; vediamo quali tristi compagnie frequentano. Andiamo dunque a chia­marli, invitiamoli a riconciliarsi col Padre, diamo loro il pane della vita senza attendere che ce lo domandino. Persuadiamoci che è assolutamente necessario uscire dalle nostre case, poiché tocca al pastore cercare ­le pecorelle; e chi vuol fare pesca più abbondante, ascolta le parole del Salvatore e non sta in casa, ma va al mare (Mt 17), e non rimane a riva ma spinge la barca dove le acque sono più profonde (Lc 5).

beato Andrea Carlo Ferrari, Lettera Pastorale, Como 14 ottobre 1894

Colui che non esiste


«Parlami ancora di Dio», domanda monsieur Lucien a mademoiselle Rosée abbracciandole il collo. «Avete una voce così dolce quando parlate di ciò che non esi­ste». «Oh, ma caro il mio uomo», dice mademoiselle Ro­sée aggiustando la bretella del suo reggiseno, «io non cerco di convincervi dell'esistenza di Dio. Se sapeste come poco gli importa che voi crediate in lui. Dio, caro il mio uomo, è tanto semplice quanto il sole. Il sole non vi chiede di adorarlo. Ci chiede soltanto di non fargli ostacolo e di lasciarlo passare, di lasciar fare. Un poco come Ariane in cucina, quando chiede ai bambini di andare a giocare un poco più lontano, per preparare questa pietanza che non prepara in fondo che per loro. Dio è così, caro il mio uomo. Ama vederci ridere e giocare. Di tutto il resto si occupa lui».

Christian Bobin, L'amore è proprio una piccola cosa…
con delle conseguenze meravigliose, 91-92

giovedì 31 gennaio 2008

san Giovanni Bosco


"Il “bello” dell'educazione è che essa gioca con elementi la cui risposta, essendo libera, è sempre in qualche modo imprevedibile. Di conseguenza gli itinerari non possono in nessun modo essere pensati come “tecniche di successo”. Può sembrare che io insista un po' troppo nel mettere in guardia contro questo meccanicismo educativo. Ma l'esperienza mi ha insegnato che esso è una delle più sottili e diffuse insidie dei nostri ambienti. La fiducia nei mezzi soprannaturali, nella parola di Dio, nei sacramenti e nelle tradizioni educative, nell'oratorio, ecc., viene talora vissuta come sicurezza umana, con conseguenti delusioni e anche prove di fede. Ma allora, perché Dio non ha operato come ci aspettavamo? Perché dopo tante prediche e comunioni questo ragazzo è finito così? I fallimenti educativi sono in certo senso provvidenziali, perché ci aiutano a entrare nel mondo dello spirito, che è mondo di libertà, e ci alleano con quel Dio che non strumentalizza né meccanicizza nessuno, che rispetta fino allo scrupolo la libertà del più piccolo dei suoi figli, contento di attrarre con la forza straordinaria del suo amore e della sua grazia".
Carlo Maria Martini, Itinerari educativi, n. 4

mercoledì 30 gennaio 2008

santa Martina


Auguri di BUON ONOMASTICO!

Buena Vista Social Club - El Cuarto de Tula

Irresistibile!!

Materia scritta


Un giorno di lavoro in cantiere: sposto per le giuste ore molte lastre di marmo destinate a un pavimento. Le scarico dal camion, le trasporto all'interno, mi passano per le mani molte volte. La polvere bianca, la sfarinatura del marmo, si assesta in tutti i solchi delle mani, nei pori, nelle scalfitture. A raschiarla sotto l'acqua la sera, resiste come un velo. Poi a casa mi cucino una seppia e il residuo del suo nero insegue il bianco, a ricalco, su tut­ta la superficie delle mani. Le risciacquo, ma non a fon­do, tanto non ho da fare baciamano. Siccome ho una te­sta che impasta sempre parole, penso che quel nero su bianco sopra mani mie, sia scrittura: che le cose intorno scrivano sopra di me e di tutti, e nessuno sa più leggere tutta la posta che ci arriva addosso, per esempio, le goc­ce di pioggia sopra un vetro. Neanche i bambini lo san­no fare. Forse sapeva Adamo, quando metteva i nomi a tutte le creature. Forse non li inventava, ma li leggeva scritti su di loro, nelle orme al suolo, nei voli in cielo. E se posso fare pagine da scrittore è perché io stesso sta­sera sono scritto da nero di seppia e polvere di marmo, su dorso e palmo di mano. Nel disparte di un tavolo da sparecchiare, nel fiato che esala cipolla, scrivo della ma­teria che mi ha scritto.

Erri De Luca, Alzaia, 67

martedì 29 gennaio 2008

Chi vuole cambiare il mondo


"Dedicato ai folli, agli anticonformisti, ai ribelli, ai piantagrane,
a tutti coloro che vedono le cose in modo diverso.
Certo non amano le regole, specie i regolamenti,
e non hanno alcun rispetto per lo status quo.
Potete citarli, essere in disaccordo con loro; potete glorificarli o denigrarli,
ma non potrete mai ignorarli,
perché riescono a cambiare le cose, perché fanno progredire l'umanità.
E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio,
perché solo quelli che sono abbastanza folli da voler cambiare il mondo...
lo cambiano davvero!"
Kivuli project

lunedì 28 gennaio 2008

Visione dall'alto

Se ci fosse stato GoogleEarth al tempo di Mosè,
forse avremmo potuto vedere così il passaggio del Mar Rosso!

L'idea di questo artista è proprio originale!
vedi qualche altro esempio:
http://www.corriere.it/gallery/Spettacoli/vuoto.shtml?2008/01_Gennaio/art/1&2

Eccomi!


Mir zainen do ("Noi siamo qui"): è un canto yiddish dei partigiani del ghetto di Vilna, in Lituania. Noi siamo qui: ci sono momenti in cui le fibre sfilacciate di un popolo si rianimano e nasce nella resistenza all'oppressione una nuova consistenza. Essa comincia sempre con una spe­cie di "eccoci".
Abramo pronuncia il suo, quando Dio lo chiama per mandarlo a sacrificare suo figlio Isacco sul monte Moria. A Dio che lo chiama, risponde: hinnèni, ec­comi. Ridice ancora la sua ardita parola al figlio che gli rivolge la terribile domanda: "Dov'è l'agnello per l'olo­causto?". L'ultimo degli eccomi lo dirà a fiato corto quan­do l'angelo per due volte chiamerà il suo nome, per fer­margli la mano armata sulla gola del figlio. Non aveva mai detto questa parola prima della prova di obbedien­za richiesta da Dio e non la dirà più.
E buono a sapersi che anche Iod/Dio può dire il suo hinnèni alla creatura che lo chiama. Ce lo annuncia Isaia (58, 9): "Allora chiamerai e Iod risponderà. Strillerai e dirà: 'eccomi'". Eccomi è voce dei momenti di verità, quando si è chiamati a rispondere di sé. È il passo avan­ti, lo scatto che fa uscire dai ranghi e porta a uno sbara­glio. È la più bella parola che si possa pronunciare in quei momenti, un dichiararsi pronti, anche se non lo sì è af­fatto. Prima di usarla bisognerebbe allenarsi a pensarla più spesso.
Buona fortuna a chi dovrà pronunciare oggi il suo difficile "eccomi".
Erri De Luca, Alzaia, 40

domenica 27 gennaio 2008

Pazzie


«Talvolta un pensiero mi annebbia l'Io: sono pazzi gli altri, o sono pazzo io?»

Albert Einstein

sabato 26 gennaio 2008

27 gennaio - Festa della Famiglia


Lo sguardo ammirato di Adamo che fissa attentamente Eva condotta­gli innanzi da Dio trova espressione nel grido che lo accompagna: «Que­sta volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Genesi 2,23). L'esclamazione esprime intensa intimità. Essa giunge a seguito di una serie di incontri con altre creature cui l'uomo imponeva il nome, ma in nessuna delle quali trovava «un aiuto che gli fosse simile» (2,20). Nes­suna creatura - si potrebbe altrimenti tradurre - era «alla sua altezza», così da poter essere guardata negli occhi. E si sa che gli occhi, in amore, sono più eloquenti delle parole. È guardando l'altro/a negli occhi che si scorge la sincerità o meno delle sue parole, perché gli occhi sono una finestra sul cuore.
L'esclamazione meravigliata di Adamo alla vista di Eva non è rivolta direttamente a lei, ma risulta indirizzata a Dio che gliel'ha condotta in­nanzi. Nell'incontro «volto a volto» con l'altro/a, l'uomo avverte la presen­za di Dio, al quale, per la prima volta, rivolge la sua parola. Nel «faccia a faccia» con l'altro - si potrebbe dire mutuando le parole dal filosofo ebreo Emmanuel Lévinas - si intravvede il Volto di un Altro infinitamente maiuscolo, si scorge la «traccia dell'Infinito» .
La filigrana divina che traspare nell'incontro uomo-donna trova riscon­tro nel fatto che entrambi provengono dalle mani di Dio. Benché, infatti, la donna venga plasmata a partire da una costola tolta all'uomo, la sua cre­azione avviene al di fuori dell'uomo. Tra l'uomo e la donna non c'è deri­vazione diretta, ma diretta derivazione di ciascuno da Dio. Il riconosci­mento della donna come carne della carne e ossa delle ossa dell'uomo è mediato dall'intervento di Dio. Già da qui s'intuisce che la possibilità di incontro tra l'uomo e la donna è dovuto a Dio: da Lui entrambi derivano, solo attraverso di Lui, l'uno e l'altra potranno trovare il segreto della loro unione.
Aristide Fumagalli,
Non hanno più vino. Le nozze di Cana e le odierne vicende amorose,
ed. Seminario, Quaresima 2007, 5

27 gennaio - Giorno della Memoria


SE QUESTO E' UN UOMO di Primo Levi
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case;
Voi che trovate tornando la sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce la pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì e per un no
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno:
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole:
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli:
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri cari torcano il viso da voi.

venerdì 25 gennaio 2008

Compleanno "First Lady"

Un anno fa iniziavo la convivenza con la mia Lady. "First" non di fatto, ma di diritto.
Dopo "Vagabonda", ma nel cuore da sempre.
Ecco come la trovai:


La prima trasferta, per presentarla ai miei:



Le ho costruito una tettoia apposita,
e le ho fatto conoscere alcuni amici:



In dodici mesi abbiamo fatto 10.000 km, nella massima fedeltà reciproca:
grazie, First Lady!

Ma perché lasciarla da sola, e non pensare ad una sorellina?!
Ecco un "piccolo" sogno:






Futuro e passato


"Da noi solo il futuro è certo, il passato cambia sempre"

Questo detto polacco è paradossale
e un po' cinico rispetto alle interpretazioni del passato,
ma senz'altro apre uno sguardo fiducioso sul futuro.

giovedì 24 gennaio 2008

Ai giornalisti


Festeggiando oggi il Patrono dei giornalisti,
san Francesco di Sales,
ripropongo un passaggio
del celebre "Io se fossi Dio" di Giorgio Gaber
(...)

Io se fossi Dio maledirei davvero i giornalisti e specialmente tutti
che certamente non sono brave persone e dove cogli, cogli sempre bene.
Compagni giornalisti avete troppa sete
e non sapete approfittare della libertà che avete avete ancora
la libertà di pensare
ma quello non lo fate e in cambio pretendete
la libertà di scrivere e di fotografare.
Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti.
E in questa Italia piena di sgomento come siete coraggiosi,
voi che vi buttate senza tremare un momento.
Cannibali, necrofili, deamicisiani e astuti e si direbbe proprio compiaciuti.
Voi vi buttate sul disastro umano col gusto della lacrima in primo piano.
Sì, vabbe’, lo ammetto la scomparsa dei fogli e della stampa sarebbe forse una follia
ma io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia.
Ma io non sono ancora del regno dei cieli sono troppo invischiato nei vostri sfaceli. (...)

A ciascuno la sua


La devozione è possibile in ogni vocazione e professione

"Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna “secondo la propria specie” (Gn 1, 11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta, bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona. Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l'artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso, e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come è dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando è sincera, ma anzi perfeziona tutto e, quando contrasta con gli impegni di qualcuno, è senza dubbio falsa.L’ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio di alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio.Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili. E’ un errore, anzi un'eresia, voler escludere l'esercizio della devozione dall'ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. E’ vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa, può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta".

Francesco di Sales, Introduzione alla vita devota, parte 1, cap. 3.

mercoledì 23 gennaio 2008

In braccio


"Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia".

Salmo 131,2

Ignoranza e scrittura


"Prima ero ignorante, ma ora procedo verso un'altra forma di ignoranza consapevole.
Il solo fatto di voler fare un libro impedisce di scrivere come si dovrebbe".

Christian Bobin, La luce del mondo, 156

Per non dimenticare

martedì 22 gennaio 2008

Strage quotidiana


Presentato il rapporto Unicef: un bambino su quattro è sottopeso

L'80% delle vittime in Africa subsahariana e Asia meridionale
Ventiseimila bimbi morti al giorno. E la metà dei decessi è per fame

ROMA - Ventiseimila ogni giorno, una strage continua: è questo il numero dei bambini che muoiono nel mondo prima di arrivare ai cinque anni d'età. E le cause sono facilmente prevenibili, dalle malattie infettive alla diarrea, dalla fame alle scarse condizioni igieniche. La fotografia illustrata oggi nell'ultimo rapporto dell'Unicef sulla condizione dell'infanzia presenta zone d'ombra soprattutto nell'Africa subsahariana e nell'Asia meridionale, dove si verificano l'80 per cento dei decessi infantili: percentuale lontana anni luce dalla condizione dei paesi occidentali. Il rapporto dell'agenzia Onu per i bambini è dedicato quest'anno al diritto alla salute, per "nascere e crescere sani" e traccia un quadro che lascia ancora molto a desiderare rispetto al quarto obiettivo di sviluppo del millennio, che prevede la riduzione di due terzi della mortalità infantile nel mondo entro il 2015. Passi avanti ne sono stati fatti, ricorda l'agenzia: nel 2006 per la prima volta le morti sono scese sotto quota 10 milioni, mentre nel 1960 erano bel il doppo, 20 milioni. Ma ancora 9.7 milioni di piccoli non sopravvivono a causa delle guerre, dei disastri naturali, dell'Aids, o ancora per le condizioni di miseria in cui sono costretti a vivere e per la mancanza di strutture medico-sanitarie adeguate. Un bambino su quattro nel mondo è sottopeso; percentuale che nei paesi meno sviluppati arriva ad uno ogni tre; cinque milioni di bambini sotto i cinque anni d'età muoiono di malnutrizione o fame. L'allarme dell'Unicef non risparmia poi le madri, la cui condizione non è certo incoraggante: mezzo milione di donne ogni anno muoiono per complicazioni di parto o di gravidanza. E il rischio aumenta per le più giovani: le ragazze sotto i 15 anni di età hanno cinque volte più possibilità di morire rispetto alle ventenni durante il parto. La maglia nera, sotto questo aspetto, tocca al Niger, dove le donne hanno una possibilità su sette di morire dando alla luce il proprio bambino; seguono Sierra Leone e Afghanistan (una su otto), mentre all'altro estremo della classifica ci sono l'Argentina (una possibilità su 530), la Tunisia (una su 500) e la Giordania (una su 450).
Fra i paesi in via di sviluppo le condizioni dei bambini, invece, sono nettamente migliorate a Cuba (sette morti ogni mille nati vivi), in Sri Lanka (13) e Siria (14). Va male invece in Sierra Leone (270), Angola (260) e Afghanistan (257), lontanissime dall'Occidente, in cui svettano Svezia e Singapore, al 189esimo posto nella classifica mondiale per la mortalità infantile che vede l'Italia al 175esimo posto. Ma di cosa muoiono i bambini? Complicazioni neo-natali (36 per cento), polmonite (19 per cento), diarrea (17 per cento), malaria (8 per cento), morbillo (4 per cento), Aids (3 per cento). La situazione non è identica fra i paesi in via di sviluppo: dove sono stati fatti interventi, i risultati si sono avuti. Paesi poveri con enormi difficoltà come Mozambico, Malawi, Eritrea ed Etiopia sono infatti riusciti a ridurre la mortalità dei più piccoli del 40 per cento dal 1990 ad oggi. E a fare la differenza sono spesso le piccole cose: misure salvavita semplici ed economicamente sostenibili come l'allattamento al seno esclusivo e le vaccinazioni, l'uso di zanzariere con insetticidi, gli integratori di vitamina A. Tutti questi accorgimenti hanno contribuito negli ultimi anni a ridurre il tasso dei decessi, sottolinea il direttore generale dell'Unicef, Ann M. Veneman. Con qualche investimento in più, di modesta entità, si potrebbe migliorare di molto: l'agenzia stima che un pacchetto minimo per l'Africa subsahariana porterebbe ad un calo del 30 per cento dei decessi fra i più piccoli, e del 15 per cento per le madri, con un costo di 2-3 dollari in più a persona rispetto ai programmi già adottati. Percentuali che salirebbero al 60 per cento per mamma e bambino con un investimento ulteriore di 12-15 dollari pro capite.
22 gennaio 2008

Scucire e ricucire


"Un sarto ebreo ricevette da un nobile della sua città l'incarico di cucire un raro capo di vestiario con un tessuto prezioso acquistato a Parigi. Il nobile raccomandò al sarto di realizzare un capolavoro. Il sarto sorrise e rispose che non c'era bisogno di incitamenti perché lui era il migliore della regione. Terminata l'opera portò il vestito dall'illustre cliente, ma ne ricevette in cambio solo ingiurie e accuse di aver rovinato il tessuto. Il sarto frastornato e avvilito andò a chiedere consiglio da reb Yerahmiel che gli disse pressappoco così: "Disfa tutte le cuciture del vestito e poi ricucile esattamente negli stessi punti di prima. Poi riportaglielo". Il sarto seguì lo strano consiglio e riportò il vestito al nobile. Con sua sorpresa il signore fu entusiasta del lavoro e aggiunse anche un premio al salario.Reb Yerahmiel gli spiegò poi: "La prima volta tu avevi cucito con arroganza e l'arroganza non ha grazia. Perciò sei stato respinto. La seconda volta hai cucito con umiltà e il vestito ha acquistato valore". È decisiva l'intenzione, più della perizia, l'ispirazione più della maestria, anche negli umili lavori. Nel libro delle sacre scritture Esodo/Nomi, Dio attraverso Mosè assegna all'eccellente artigiano Betzalèl l'esecuzione di molti lavori utili al culto. Ma prima: "Lo ha riempito, di vento di Elohìm: in sapienza, in intelligenza, in conoscenza e in ogni lavoro" (35,31). La sola abilità tecnica è sterile, vana.Per chi è abituato a considerare solo il prodotto finito e non il modo con cui lo si lavora, per chi giudica l'opera e non l'intenzione, questo racconto è invano".

Erri De Luca, Alzaia, 33

lunedì 21 gennaio 2008

Dall'amore all'amore



"Mademoiselle Rosée tace. Tace, da alcune settimane in modo eloquente. Tace rumorosamente. Tace, ecco la parola giusta: religiosamente. Mademoiselle Rosée è passata senza accorgersene dall'amore per monsieur Gomez all'amore per Dio. Tutto questo è avvenuto con estrema dolcezza. La bellezza dei tulipani gialli non è forse estranea a questo cambiamento. Dio e monsieur Gomez hanno un punto in comune: nessuno dei due risponde all'amore di mademoiselle Rosée - ma con Dio resta una piccola possibilità".

Christian Bobin, L'amore è una piccola cosa... con delle conseguenze meravigliose, 76

Spese alimentari medie per famiglia


Ringraziando Daniele,

sono venuto a conoscenza di questa efficace presentazione delle spese alimentari medie per famiglia, secondo le diverse zone del mondo.

Complimenti chi ha posto in essere questa idea così semplice e chiara!


Cammelli e deserti


Questa foto è considerata tra le più belle dell'anno.
Se guardate attentamente, scoprirete che i cammelli - visti dall'alto - sono delle piccole linee chiare;
le sagome scure sono le ombre!!
Da una foto simile, si potrebbe risalire a una splendida teologia della Luce,
considerando con sapienza ciò che noi vediamo e ciò che c'è dentro e dietro.

domenica 20 gennaio 2008

Papa lavoratore


"Un pericolo della cosiddetta questione sociale è quella di strapparla dalle sue radici cristiane. Ci troviamo qui davanti alla Chiesa di Gesù lavoratore, questo deve dirci qualcosa, deve offrirci delle risposte fondamentali. Una è questa: Gesù Figlio di Dio, incarnato, redentore di tutti gli uomini, per tanti anni della sua vita è stato un lavoratore. Il lavoro di Gesù operaio appartiene così all’opera della redenzione dell’uomo, della redenzione divina dell’uomo.
Carissimi fratelli e sorelle, possiamo dire che appartiene alla grande opera della redenzione dell’uomo anche il lavoro umano, qualunque esso sia. Ed è a questo titolo che parlo. Perché io non sono né imprenditore né sindacalista. Sono stato operaio, operaio per molti anni della mia vita, e porto nel cuore una grande stima per ogni lavoro umano, e soprattutto per il lavoro più umile, così come era umile quello di Gesù. Porto questo come iscritto nel mio cuore, nella mia “biografia”, ma se vi parlo vi parlo in nome di Gesù. È a questo titolo vero che io parlo. Gesù ha compiuto l’opera della redenzione dell’uomo, di tutti gli uomini, attraverso la croce, sì, ma anche attraverso il lavoro. E così il lavoro umano, il vostro lavoro, il lavoro con tutti i suoi problemi appartiene a questa grande, divina opera della redenzione. (...)

Saluto ancora tutti. Il Papa è venuto per tutti, per ciascuno di voi senza distinzioni".


dal saluto di Giovanni Paolo II

a Porto Marghera, 17 giugno 1985

sabato 19 gennaio 2008

Colpevole e contento


E speriamo che Cuffaro non dica che gli è capitato tutto ciò

perché è cattolico...

"La Sapienza" amorevole


Ci lasciamo educare ancora dal Vangelo della Liturgia quotidiana
per dire parole sapienti circa gli eventi di questi giorni:

"Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.
Non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori" (Mc 2, 16-17)

Democrazia minima


Democrazia minima

di Ilvio Diamanti

Si odono ancora, distintamente, gli echi delle polemiche sollevate dalla rinuncia di Papa Benedetto XVI a proporre la sua lezione magistrale all'Università "la Sapienza" di Roma. Preoccupato dalla lettera dei 67 professori che avevano espresso, a tale proposito, il loro dissenso. E dalle manifestazioni annunciate da alcuni circoli di studenti, anch'essi apertamente contrari all'arrivo del Papa. Anche se, probabilmente, oltre alla preoccupazione è subentrata l'irritazione per il mancato senso di ospitalità (non si invita qualcuno a casa propria, come ha fatto il Rettore, per poi comunicargli che i figli lo accoglieranno, all'ingresso, per fischiarlo). Senza trascurare la volontà del Vaticano di far passare la religione civile fondata sulla "ragione" dalla parte del "torto". Rovesciando sui "militanti laici" la critica di intolleranza che, da qualche tempo, accompagna il rinnovato protagonismo della Chiesa sulla scena pubblica. Le polemiche dei giorni seguenti (che proseguono ancora) si sono concentrate, soprattutto, sul concetto di laicità, di libertà, pluralismo. In particolare, è stata criticata - giustamente, a nostro avviso - l'azione volta a impedire la lezione di Joseph Ratzinger. Pontefice, ma anche eminente filosofo e teologo: sarebbe stato di casa all'Università. Per contro, altre voci, più circoscritte, hanno insistito sull'inopportunità che l'autorità più rappresentativa della Chiesa aprisse le lezioni di un centro di cultura pubblica e "laica", qual è la più grande università italiana. Noi, tuttavia, vorremmo spostare l'attenzione dalla luna al dito che la indica. In altri termini, intendiamo soffermarci su un aspetto laterale, rispetto a questa discussione. E, tuttavia, sintomatico del male che affligge il nostro (povero) Paese; e indebolisce la nostra democrazia. Ci riferiamo alla sproporzione delle forze in campo. 67 professori esprimono il loro dissenso verso una iniziativa dell'Università in cui insegnano. Insieme ad altri 2000 docenti. Affiancati da circa 300 studenti, che manifestano la loro protesta. E la rilanciano giovedì scorso, quando avviene l'inaugurazione. Senza il Papa, ma di fronte al sindaco Veltroni e al ministro Mussi. Studenti molto diversi da quelli del mitico '68. Definiti e auto-definiti "autonomi", non perché si ispirino ai collettivi e ai movimenti "rivoluzionari" degli anni Settanta, ma perché dichiaratamente estranei e antagonisti rispetto ai soggetti politici attuali. "Antipolitici", per usare le categorie del nostro tempo. Ripetiamo un'altra volta: 300 studenti. Trecento: in una Università dove gli iscritti sono circa 140 mila. Il nostro appunto (e disappunto) è riassunto da questi numeri. Una iniziativa di grande rilievo pubblico e di grande importanza simbolica si è, infatti, incagliata sul dissenso espresso dal 2,8 % dei professori e dallo 0,2 % degli studenti. Tanta sproporzione suggerisce una considerazione inquietante. La nostra democrazia non è più in grado di sopportare neppure una frazione di conflitto e di opposizione così ridotta. L'opposizione di alcuni professori di Università. Ambiente dove è, quantomeno, normale che vengano espresse distinzioni, differenze; talora "eresie" culturali. La sfida irrequieta e "maleducata" di un drappello di giovani studenti. Ai quali, per età e condizione, va comunque concessa la possibilità anche di sbagliare in proprio. Hanno di fronte una vita per sbagliare con la testa degli altri. Una democrazia incapace di "tollerare" il dissenso (anche quando esprime posizioni "poco tolleranti"), neppure se è così minuscolo, ci appare seriamente malata. Tanto più se, poi, cede. Se non è in grado, comunque, di garantire il rispetto delle scelte assunte dagli organi di governo legittimi; condivise dalla stragrande maggioranza della società. La colpa non è del 2 % degli intellettuali che si oppone, né dello 0,2 % della popolazione che manifesta. E' delle istituzioni, delle autorità che si arrendono loro. Una democrazia che, come in troppe, altre, precedenti occasioni, si piega di fronte a pressioni minime. E non sopporta il minimo dissenso. E' una democrazia minima.

(18 gennaio 2008)

venerdì 18 gennaio 2008

I professori satanici della Sapienza - Radio Maria

Tanto per non dimenticare chi getta benzina sul fuoco

Teka P - Caragna No -Teatro Leonardo, Milano 19/12/2005

CARAGNA NO (Maghini)

caragna no, càr el me fioeu /so ben che 'sto mond làder
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti, caragna no

caragna no, càr el me fioeu / t'el disi anmò: caragna no
so ben che in 'sto mond nègher
gh'è poc de sta su allégher / perciò, ti, caragna no

gh'è no lavorà, ma se g'hoo de faa?
foo domà quel che pòdi, / son't minga el Berlusconi
perciò, ti, caragna no

riconossi che in quel moment chi /
gh'è propi nient de riid
ma quand te penset che gh'è in gir / chi sta semper pèg de ti...

l'è giamò un pò ch'el disi, / fass no vegnì ona crisi
perciò, ti, caragna no...

càr el me fioeu / t'el disi anmò
caragna no!
so ben che 'sto mond lader /
l'è no el dipint d'on quader
perciò, ti ca, cara, / caragna........ no

NON PIANGERE

caro figlio mio, non piangere / so bene che questo mondo ladro
non è il dipinto di un quadro / per questo, tu, non piangere

caro figlio mio, non piangere / te lo dico ancora: non piangere
so bene che in questo mondo nero
c'è poco da essere allegri / per questo, tu, non piangere

non c'è lavoro, ma cosa devo fare? / faccio solo quello che posso,
non sono mica Berlusconi / per questo, tu, non piangere

Riconosco che in questo momento / non c'è propio niente da ridere
ma quando pensi che in giro / c'e sempre chi sta peggio di te...

è già da un po' che lo dico, / non farti venire una crisi
per questo, tu, non piangere...

caro figlio mio / te lo dico ancora:
non piangere!
so bene che questo mondo ladro / non è il dipinto di un quadro
per questo, tu............. non piangere.

Senza parole


Sic et non
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Sic et non ("Sì e no") è un opera minore di Pietro Abelardo (1079-1142), in cui il filosofo rilevava coraggiosamente che la Sacra Scrittura e l'insegnamento dei Padri della Chiesa contenevano in più punti affermazioni contraddittorie, che venivano messe a confronto.
Il libello, scritto dopo il concilio di Soissons (aprile 1121), è diviso in tre parti: nella prima ("Prologo") vengono enunciati i criteri che permettono di conciliare tra loro le apparenti contraddizioni rilevate (perlopiù ciò viene imputato ai molteplici significati di una stessa parola); nella seconda (il cuore dell'opera, più volte rimaneggiato e citato da Abelardo stesso) sono raccolte le citazioni dalle Sacre Scritture e dai detti dei padri della Chiesa; nella terza invece vi sono citazioni dalle Retractationes di Sant'Agostino.

giovedì 17 gennaio 2008

Il servizio dei superiori


"Qual è quindi il servizio possibile dei superiori? La comunione più profonda fra i membri, non limitando il servizio dell'autorità al 'mero compito di coordinare le iniziative dei membri', ma di 'costruire assieme ai fratelli e sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' (Codice Diritto Canonico, can. 619)" [pag. 127].

"Servo è la parola che traduce il termine greco che significa anche 'schiavo'. Indica qui non tanto uno che non è libero, piuttosto uno che sa chi è il suo padrone, perché appartenere significa avere una identità, quella del padrone. Appartenere al Signore è una dignità, perché il lavorare per Lui ci fa fare il suo stesso lavoro: Lui seminatore ci fa arare, Lui pastore ci fa pascolare, Lui servo, ci fa servire, Lui risorto ci fa risorgere. Dal desiderio di essere simile al Signore proviene il fondamento della vita cristiana e della vita religiosa strutturata sui voti: l'obbedienza è il servizio di un servo chiamato ad essere simile al suo Signore obbediente e glorioso. Il superiore è un servo che ha cura della vigna del Signore, simbolo del popolo eletto, ha cura dei fratelli pascolando la comunità. Quale merito può vantare questo servo per un simile servizio? Quale ricompensa può desiderare? Non gli appartengono né la vigna, né i fratelli. Tutto è del Padre che associa il Figlio alla sua volontà di salvezza, e chiama gli uomini ad entrare nella logica dell'amore che salva. Si può così capire meglio il significato di "servo inutile". La parola greca suggerisce un senso più complesso di quello che evoca l'italiano. In greco 'inutile' significa 'senza utile', cioè senza profitto, senza guadagno. Il significato teologico che emerge è ricco: chi va a servizio nella vigna del Signore avendo cura dei propri fratelli non va in cerca di nessun guadagno [pag. 131]".

"Il servizio del superiore è quindi la comunione fraterna, affinché la persona si realizzi ad immagine di Dio nella relazione con gli altri. In altre parole: il ruolo del superiore è 'consolidare la comunione fraterna'. L'autorità ha il compito primario di costruire assieme ai fratelli e alle sorelle delle 'comunità fraterne nelle quali si cerchi Dio e lo si ami sopra ogni cosa' [pag. 145]".

"Un superiore saggio diffida della fidura affascinante che emerge dal ritratto degli adulatori. Gli dovrebbe bastare di essere servo che sa vincere la tentazione del potere, nascosta a volte anche nel 'sottile godimento di essere sempre sovraccarico di lavoro' ma nascosta anche dietro l'illusione ricorrente di pensare di essere in fondo più intelligente e più bravo degli altri, illusione che favorisce l'emergere di giudizi negativi sugli altri, maldicenze su alcuni, adulazioni nei confronti di altri, illusione che ha la sua radice in una fiducia cieca in se stesso e in una insicurezza altrettanto cieca che divide il mondo in due categorie di persone, i buoni e i cattivi che si riducono in adulatores et detractores? La comunità è impoverita dalla sterilità della rivalità fra quelli che sono per il superiore e quelli che sono contro di lui. Quando il superiore cambia, non cambia niente nella comunità, le divisioni rimangono le stesse. Questo veleno, come il demonio più potente, non viene sradicato se non con la preghiera e il digiuno [pag. 151]".

Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, Lipa

mercoledì 16 gennaio 2008

Ascolto mite


"Fantasie. Le orecchie pos­sono mordere? La strana domanda scat­ta davanti al quadro di Victor Brauner, logo a Vercelli della mostra «Peggy Gug­genheim e l’immagine surreale». Due fauci ferine si sporgono da un volto u­mano al posto delle orecchie. Viva l’a­scolto mite".


Dino Basili, Tagliacorto, Avvenire 16.01.08

Convegno decanale delle famiglie


martedì 15 gennaio 2008

Giovanni Sollima - Sogno ad Occhi Aperti (Daydream) PART 1

Musica bella, editing interessante!

Piegare la schiena per zappare


So­no tormentato dal dubbio che non sempre i superiori abbiano meditato questa parabola (dei "due figli", Mt 21, 28-32) e ne abbiano quin­di tratto le rigorose conclusioni. Così rischiano di prendere qualche abbaglio allorché si tratta di scopri­re quali siano i figli veramente obbedienti.
Cortigiano non vuol dire collaboratore.
Adulare non è sinonimo di amare.
Dire «sì» non equivale a «fare».
Chi «si fa avanti» precipitosamente, quasi sem­pre scantona poi, non appena si trova fuori portata dalla vista del superiore.
Chi ha il «sì facile» sovente ha «l'impegno dif­ficile».
Il sorriso cerimonioso si accompagna inevitabil­mente al mugugno.
Gli specialisti dell'inchino - colonna vertebrale ad angolo retto - trovano una insormontabile difficoltà a piegare la schiena quando si tratta di afferrare la zap­pa e lavorare sul serio.
Quelli che si trovano immancabilmente in prima fila nelle parate ufficiali, finiscono volentieri nelle re­trovie (pantofole e poltrona) quando il calendario se­gna i grigi giorni feriali.
Certi «ribelli» sono i figli più appassionati della Casa. Il loro, sovente, è un amore deluso. Se sono «ribelli», può darsi che qualcuno li abbia feriti. «Se sono ribelli è, forse, perché sono fedeli a valori di­menticati» (Sulivan).
Certe «teste calde» hanno il solo torto di non saper adoperare la parola come turibolo. In realtà, un superiore intelligente sa di poter contare su di lo­ro. A occhi chiusi.
Possono avere qualche «parola sbagliata». Ma le azioni sono quelle giuste.


A.Pronzato, Vangeli scomodi, 353-354

"La Sapienza"?


A proposito dell'atteggiamento di alcuni cristiani
nella questione delle critiche alla visita del Papa a "La Sapienza".

Dal cap. 9 (versetti 51-56) del Vangelo secondo Luca:
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme e mandò avanti dei messaggeri. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per fare i preparativi per lui. Ma essi non vollero riceverlo, perché era diretto verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi? ”. Ma Gesù si voltò e li rimproverò. E si avviarono verso un altro villaggio.

lunedì 14 gennaio 2008

Spiritualità dell'obbedienza


Ignazio "presupponeva l'indifferenza" nei suoi re­ligiosi, ossia supponeva che avessero raggiunto la li­bertà interiore come frutto degli esercizi spirituali; prima di proporre una missione, "verificava l'inclinazione" direttamente o indirettamente, per poter "te­ner conto delle disposizioni", perché contava sulla persona più che sull'idea del progetto; tuttavia, rac­conta Gonçalves da Câmara, Ignazio manifestava di apprezzare molto la disposizione del religioso che "quanto a inclinazione diceva di voler non averne af­fatto", perché la totale libertà è garanzia di obbe­dienza vera, dal momento che allora si può cercare in tutto di fare soltanto la volontà di Dio.
Racconta an­cora Gonçalves che, una volta attribuita la missione, Ignazio poteva anche firmare in bianco fogli che sa­rebbero serviti a compiere bene un mandato, fidan­dosi totalmente della libertà e della creatività del reli­gioso in missione. (...)
II modo di governare di Ignazio, "gentile e autore­vole" insieme, ha un segreto: prima di tutto, Ignazio dedicava tempo e attenzione alla cosa in questione prima di decidere; secondo, pregava molto a questo proposito e riceveva luce da Dio; terzo, non decideva nulla di preciso prima di aver ascoltato il parere di chi se ne intendeva, interrogando ognuno su molte cose, tranne su quelle di cui lui stesso aveva piena conoscenza.
Il superiore deve dare una reale attenzio­ne ai suoi religiosi nel discernimento e avere fiducia in coloro che avranno libertà di iniziativa nella mis­sione. Lo Spirito Santo parla attraverso le persone, gli eventi, i pensieri, i sentimenti, per cui rispettare l'originalità di uno, le idee di un altro, le tendenze di un altro non è accondiscendere, ma riconoscere l'a­zione dello Spirito Santo in loro e favorire il di più di un servizio, non il minus. Spirituale è quindi il gover­no dove il superiore è un "esperto" dello Spirito Santo di cui egli è come il "portavoce", o il contem­platore.
Non sorprende quindi che il principio del gover­no per sant'Ignazio sia la docilità allo Spirito Santo. Essa spiega insieme la sua esigenza e la sua capacità di rispettare i sudditi. Senza la prassi del discerni­mento degli spiriti, una tale esigenza e una tale lar­ghezza rischierebbero di degenerare in autoritarismo o in lassismo. Il discernimento degli spiriti d'altronde non è possibile senza un'intensa vita di preghiera, di conoscenza della Parola di Dio. Il discernimento non è autentico senza la purificazione dell'ascesi che per­mette alla carità di risplendere. (...)

Il modo di comprendere il governo - e quindi l'obbedienza - è costitutivo del carisma e del cammi­no di formazione che una comunità propone ai suoi membri. Per questo è pericoloso prendere un aspetto di una tradizione spirituale e, sic et sempliciter, appli­carlo ad un'altra.
Se i concetti di "governo", di superiore, di obbe­dienza vengono estrapolati dal contesto di una spiri­tualità complessa, si favoriscono le aberrazioni e gli abusi. Come l'abuso di chi ha l'autorità e richiama i suoi sudditi all'obbedienza cieca di sant'Ignazio senza averne il genio mistico e la carità, senza cioè assi­curare una formazione adeguata che verifichi il grado di adesione a Cristo della persona, senza che sia ga­rantita, insieme alla prassi dell'obbedienza, la pre­ghiera personale, l'autentica pratica del discernimen­to, lo stesso zelo per la carità fraterna e l'aspirazione all'umiltà perfetta. Vi è una sottomissione che fa del religioso un mercenario o un fariseo, un ateo sterile.
L'obbedienza, invece, deve portare alla contemplazione di Dio.


Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, 51-55.

domenica 13 gennaio 2008

La Casa del Padre


La CASA della VECCHIA ZIA
Come immaginiamo, come presentiamo la Casa del Padre?
Il modello, sovente, è dato da certe case antiche, aristocratiche. Dentro, tutta roba di classe. Mobilio artistico. Tappeti persiani. Vasellame cinese. Quadri d'autore. Ritratti (tanti, troppi), cimeli, medaglie di antenati. Museo. Archivio. Vi si conservano, gelosamente, le glorie del passato.
In certe stanze è vietato rigorosamente l'ingres­so. Da un'altra parte non si può andare perché è stata data la cera sul pavimento. Finestre chiuse. Imposte chiuse. Perché il sole potrebbe rovinare i delicati tendaggi. Aria che sa di muffa, di chiuso, di antichità. Non si respira. Pare di soffocare. Cartelli da tutte le parti: non toccare, non entra­re, proibito far questo, vietato far quell'altro, atten­ti alle scarpe sporche... Guai ad alzare la voce, a cantare. C'è la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi... E detesta la musica moderna. Adora Bach. I discorsi, noiosissimi. Sempre le stesse cose. La stessa solfa. Ripetizione delle glorie del passato e recriminazioni sul presente: «Dove andiamo a finire? Ai miei tempi...». Soprattutto: atteggiamento di superiorità e di disprezzo per quelli che sono fuori, che non godono dei nostri privilegi, che non hanno il nostro sangue nelle vene, che non possono vantare il nostro blaso­ne, una razza inferiore... Guai se i figli del vicino mettono i piedi in questa casa. Potrebbero sporcare, potrebbero turbarne l'or­dine rigorosamente stabilito.
Non abbiamo un po' la tentazione a ridurla così la Casa del Padre? Una Casa di privilegiati, una specie di Museo, di archivio. Tutto in ordine. Tutto già predisposto. So­prattutto, nessuna novità. Si è sempre fatto così. Milioni di proibizioni. Un cerimoniale esatto da osservare. Tutto rigida­mente stabilito. Manca l'atmosfera che dia la gioia di viverci.
Invece dovrebbe essere una Casa dalle finestre e dalle porte spalancate. Senza visi arcigni a custodir­la. Una Casa in cui tutti dovrebbero trovarsi a loro agio. Nessuno sentirsi impacciato. Poter ridere, scherzare e... fare capriole. In cui non dico sia lecito disegnare i baffi al ri­tratto dell'antenato che ha partecipato alla battaglia di Lepanto, ma perlomeno è possibile appendere quadri nuovi, con personaggi di attualità. In cui si ha il coraggio di mettere in soffitta le suppellettili che non servono più. In cui la storia la scriviamo anche noi. In cui la vecchia zia, acida, bisbetica, che soffre di nervi, con le sue manie, le sue crisi, le sue fissa­zioni, non condiziona la vita di tutti, non blocca la vita degli altri. Le vogliamo tutti bene a questa vecchia zia. La curiamo, se ha bisogno. Ma ci lasci vivere. Ci lasci lavorare. Ci lasci respirare. Non ci tolga la gioia di vivere. E se strilla, lasciamola strillare. Non le metteremo certo le puntine da disegno sulla poltrona preferita e nemmeno la fotografia del­la cantante alla moda nel suo libro di devozioni, ma non asseconderemo più le sue paturnie. E se grida: «Dove andiamo a finire?», grideremo più forte: «Avanti!».
La Casa non dobbiamo immaginarla come il ca­polavoro di un architetto raffinato. Dev'essere il capolavoro dei figli. Dev'essere una casa di famiglia dove «c'è sem­pre un po' di disordine, le sedie talvolta mancano di un piede, i tavoli sono macchiati d'inchiostro e le scatole di marmellata si vuotano da sole nella di­spensa» (Bernanos).
In questa Casa il centro è il cuore del Padre. E i mattoni, le pietre vive siamo noi. Noi siamo responsabili dell'atmosfera, dell'aria che vi si respira. Possiamo farne un capolavoro. O un inferno.

Di fronte al Cristo della Trasfigurazione, Pietro ha esclamato: «È bene stare qui». Ogni fratello, nella Casa, deve poter ripetere lo, stesso grido: «È bene, è bello stare qui». Nella Casa, sulla terra, ci si acclimata al Paradi­so. Non al Purgatorio. Né, tantomeno, all'Inferno. La Casa deve essere «la prova generale» del Pa­radiso.


Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 302-305