mercoledì 28 gennaio 2009

il Concilio

Quanta ricchezza negli orientamenti che il Concilio Vaticano II ci ha dato! […]
A giubileo concluso sento più che mai il dovere di additare il concilio
come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX:
in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre.
Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 57

martedì 27 gennaio 2009

Qualche giorno fa l'avevamo definito "scorretto"

Che c’entra il cardinal Martini con certi «fantasmi»?
di Piero Coda e Marco Vergottini
(...) Una prima regola invita a cogliere il significato di una parte collegandola al tutto; un’altra dice che la comprensione si attua nella fusione (non confusione) degli orizzonti del testo e del lettore; e, ancora, una terza che senza una affinità esistenziale l’interprete si preclude la comprensione del testo. Senza dire del sincero amore alla verità che ha da guidare interiormente tutta l’operazione.
La stessa pratica di un giornalismo di qualità avrebbe di che guadagnare dal frequentare i principi e l’arte dell’ermeneutica, per evitare che chi ha compito d’informare, anziché raccontare la realtà così come essa si dà, ne restituisca un’immagine arbitraria. Oppure, che il critico anziché far parlare il suo interlocutore pretenda di mettergli in bocca parole o intenzioni che questi non ha espresso.
Vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini, in occasione di un convegno di giornalisti «Chiesa e opinione pubblica: le difficoltà del comunicare», uscì con una battuta che nessuno potrebbe contestare: «Informare è sempre arduo, ma informare sui fatti religiosi è sommamente arduo». Il riferimento all’anziano presule è tanto più pertinente, poiché in questi giorni – suo malgrado – è toccato a lui essere vittima di un’operazione che eufemisticamente si può presentare come una grave «mancanza di correttezza ermeneutica» nei suoi confronti.
In breve i fatti sono questi. Un noto vaticanista, Sandro Magister, ha pubblicato sulla rete una Newsletter (...) in cui si raccontano le traversie di un teologo gesuita americano, Roger Haight, il quale ha ricevuto una notifica della Congregazione della Fede in ragione di una serie di asserti problematici in materia di cristologia (...).
Fin qui la notizia di un fatto oggettivo. Se non che il giornalista ritiene di segnalare alcune singolari coincidenze: anche il cardinale Martini, tra l’altro, è un gesuita che ha pubblicato di recente un libro di grande successo, Conversazioni notturne a Gerusalemme, in cui parla diffusamente dell’umanità di Gesù. Così – si insinua – anche il cardinale Martini esprimerebbe la tendenza di chi esalta Gesù come uomo insigne e operatore di giustizia, ma offuscando la sua divinità. Mentre Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth, parla di lui come «vero Dio e vero uomo». Dobbiamo attenderci che l’anziano porporato, che è insieme un riconosciuto studioso e un autorevole testimone della fede, faccia una smentita per riaffermare che per tutta la vita ha professato e tuttora professa la fede nella figliolanza divina di Gesù Cristo? Ci possiamo accontentare del fatto che tra pochi giorni sarà in libreria un suo nuovo volume dal titolo Incontro al Signore risorto? Oppure possiamo sperare che il vaticanista (al quale per altro abbiamo espresso di persona e garbatamente il nostro disappunto) tenga conto per deontologia professionale le elementari regole di ermeneutica sopra richiamate?
Una sana dose di prudenza e di autoironia, oltretutto, non fa mai male. Anche a chi ha il compito di informare sulla realtà e non sui «fantasmi » che eventualmente ci angustiano.
da Avvenire 27.01.09 p. 27 - edizione online

Azzeccatissimo!

Non c'è dialogo
di Massimo Gramellini
(...) devo confessare che la parola «dialogo» fa venire l’itterizia anche a me. Già Carlo Fruttero l’aveva depennata dalla lista delle espressioni pronunciabili. Appartiene al dizionario dei sogni spolpati: quei vocaboli ricchi di suggestione, che a furia di venire sbrodolati in modo infingardo perdono consistenza, diventando scatole vuote e un tantino irritanti.
La lista è infinita e nei ricordi della mia infanzia incomincia con lo «spirito di servizio» enunciato dai notabili democristiani ogni qual volta si catapultavano su qualche poltrona. Negli ultimi tempi c’è stato il ricorso sfrenato alla parola «squadra» da parte dei pescecani di Wall Street. L’hanno usata per incantare le maestranze e convincerle a dare il sangue per loro. Salvo poi sparire con il malloppo e lasciare la «squadra» in mezzo a una strada.
Adesso è il momento del dialogo, l’aspirina esistenziale che previene i divorzi, scongiura le guerre e favorisce l’armonia. E magari sarebbe davvero così, se chi parla di «dialogo» cominciasse a praticarne la prima regola: mettersi nei panni dell’altro. Il simbolo del «dialogo» non sono due lingue che si parlano addosso come nei talk show, ma due orecchie che ascoltano in silenzio le ragioni della controparte. Ecco, «silenzio» resta una delle poche parole che si possono ancora adottare con tranquillità, sicuri che nessun politico smania dalla voglia di impossessarsene.

Giornata della Memoria...

... sempre più debole, sempre più negata.




















L'ultima intervista del vescovo lefebvriano Williamson.

lunedì 26 gennaio 2009

Eclissi bellissima!


Bellissime immagini dell'eclisse in Indonesia!

Reliquie

Una reliquia della Passione
Se dovessi scegliere
una reliquia della tua Passione,
prenderei proprio quel catino
colmo d'acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
e ad ogni piede
cingermi dell'asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere
i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo,
dell'ateo, del drogato,
del carcerato, dell'omicida,
di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego mai,
in silenzio
finché tutti abbiano capito nel mio
il tuo amore.
Luigi Santucci, Una vita di Cristo: «Volete andarvene anche voi?»

domenica 25 gennaio 2009

Virtuali relazioni

Raccomandazione della CEI
La Chiesa frena su Facebook: ecco le regole per usare i social network
Qualche tempo fa fece scalpore la scelta del cardinale Crescenzio Sepe di affrontare internet in prima persona
Nell'era di Facebook la Chiesa cattolica italiana riafferma la sua presenza in internet, della quale vuole sfruttare tutte le potenzialità in funzione «pastorale», ma, di fronte alle indubbie insidie dei social network, invoca regole, invita a «non parlare con gli sconosciuti», spera che l'etica continui a prevalere sulla tecnologia, e che il mondo virtuale non sostituisca le relazioni umane fatte di voci, sguardi, strette di mano.
Qualche tempo fa fece scalpore la scelta dell'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, di affrontare Facebook in prima persona. «Serve a diffondere la parola di Dio», aveva spiegato in quella occasione il presule napoletano. Più recentemente, è stato annunciato un accordo per dedicare all'attività pubblica del Papa un canale dedicato su Youtube. Insomma, la Chiesa italiana, pur confessandosi «not digital native», nata cioè prima della generazione di internet, ha dimostrato in molti modi di non temere la partecipazione ai nuovi «luoghi» della comunicazione: fra l'altro, istituendo, fin dagli albori di internet, un potentissimo centro informatico, il «Si.Cei» che si occupa dello sviluppo dei nuovi strumenti, ma anche della loro diffusione a diocesi, parrocchie, istituti religiosi.
Tuttavia, l'era dei social network, e le nuove modalità di relazione che essi impongono, non solo sulla rete ma anche alla società nel suo insieme, fa emergere - sostiene la CEI - nuovi interrogativi, con la quale ha voluto confrontarsi con un convegno (...) Il direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni sociali della Cei, don Domenico Pompili li ha sintetizzati in tre questioni che la Chiesa ritiene fondamentali: come relazionare reale e virtuale sui social network, come impedire il nuovo individualismo che ne deriva e, ultimo ma non per ordine d'importanza, come essere sulla rete senza stravolgere la propria natura, la propria identità, il proprio linguaggio. Sfide che, se interessano la Chiesa per la loro attinenza con i valori cristiani, riguardano in realtà chiunque, prima o poi, finisca sulla rete. E le risposte non si sono fatte attendere. Lo sviluppo dei social network rappresenta - è stato detto - «una grande opportunità, ma anche causa di possibili ingiustizie», da usare quindi con il giusto discernimento e con senso di responsabilità. Occorre, insomma «assumere ed elaborare, in rapporto alle tecniche utilizzate, un sovrappiù di etica, capace di orientarci proprio nelle nostre scelte di connessione». Alle famiglie, un semplice consiglio, «diffidate dagli sconosciuti». Dal presidente della Cei, Mariano Crociata, una raccomandazione: «Internet oscilla tra esaltazione e diffidenza, sarebbe ora - ha detto - di trovare una giusta via di mezzo».

Festa delle Famiglie

"Nelle vite dei santi padri si racconta che quando Macario, il grande asceta, viveva nel deserto, un angelo gli apparve ordinandogli di seguirlo fino a una città lontana. Quando furono arrivati lo fece entrare in una povera dimora dove viveva un'umile famiglia. L'angelo gli mostrò la sposa e madre di quella casa, dicendogli che aveva raggiunto la santità vivendo in pace e in perfetta armonia, dal giorno delle nozze, e in mezzo alle molte occupazioni quotidiane, con tutti i suoi, e aveva conservato un cuore casto, una grande umiltà e un ardente amore per Dio. E Macario implorò da Dio la grazia di vivere nel deserto come quella donna viveva nel mondo".
Pavel Evdokimov, Il matrimonio sacramento dell'amore, 219

sabato 24 gennaio 2009

Geniale, cioè semplice e impossibile!

Il Grande Gatsbello
di Massimo Gramellini
Avrei una modesta proposta per innalzare il livello delle conversazioni all’interno della casa del Grande Fratello, che quest’anno mi dicono essere particolarmente mortificante. Si tratterebbe di introdurre un oggetto misterioso e credo addirittura vietato in quelle contrade. Un libro. Uno qualsiasi, meglio se non troppo lungo e troppo difficile: lo choc potrebbe rivelarsi eccessivo. «Il Grande Gatsby» andrebbe benissimo. Intanto per il titolo, che in due parole su tre ricorda quello della trasmissione. E poi per la trama: le peripezie di un tipo che diventa ricco con dei traffici illegali allo scopo di riconquistare una bellezza dell’alta società. Verrebbe compresa dai concorrenti senza sforzi di fantasia.
Esaurita la comprensibile diffidenza iniziale verso l’intruso, si tratterebbe di prenderlo in mano, con la dovuta cautela, e di leggerne un capitolo al giorno a rotazione. Ogni sera il lettore di turno dovrà riassumere il capitolo al resto della compagnia e, per estensione, alle folle dei fan acquartierate davanti alla tv in ansiosa attesa di una palpata o almeno di un rutto. Non mi sfugge il limite dell’operazione. Maneggiare un capolavoro al di fuori delle apposite gabbie riservate agli intellettuali rischia di provocare effetti indesiderati: una irrorazione sistematica dei cervelli e la scoperta che la letteratura, oltre che un passatempo per asociali, può diventare persino un pretesto di conversazione. Eppure, al posto della Marcuzzi, tenterei l’azzardo lo stesso. Dai. Un capitolo ogni tre rutti mi sembra un compromesso accettabile.

Etica della comunicazione su Internet

NEtiquette ovvero il Galateo di Internet
Perchè un galateo su Internet?
Fino a a metà degli anni novanta, l'accesso ad Internet era assai complicato richiedendo notevole perizia e delle competenze da iniziati. I nuovi adepti, conosciuti in gergo col nome di newbies (traducibile in neofiti) per potersi muovere tra le risorse disponibili in Internet, dovevano chiedere aiuto ed informazioni ai verterani in un mondo che non presentava certamente strumenti user-friend (...). La necessita' di richiedere aiuto ad altri per potersi districare in questo strano mondo, aveva un profondo significato educativo in quanto i nuovi utenti, per ottenere le informazioni di cui avevano bisogno, dovevano comportarsi in modo gentile e corretto. Divenuti esperti, a loro volta pretendevano un eguale atteggiamento dai nuovi arrivati, pronti comunque a fornire gli aiuti necessari, memori dell'aiuto ricevuto in precedenza.
La facilita' con la quale oggi e' possibile collegarsi ad Internet ha comportato, accanto al dato positivo della accessibilita' ai piu' svariati tipi di informazioni da parte un sempre maggior numero di persone, un effetto negativo: i nuovi utenti infatti spesso non vengono addestrati opportunamente ad un uso corretto delle risorse di rete.
La rete è costituita da un insieme di risorse informative condivise quotidianamente da milioni di persone: è importante ricordare che le informazioni disponibili sono il frutto del lavoro e dell'impegno degli utenti connessi e che, quindi, è bene rispettare il lavoro degli altri così come si richiede il rispetto per il proprio. Non si dovrebbe ritenere escluso da tali considerazioni nemmeno chi non ha messo propri documenti nel web, in quanto un comportamento lesivo da parte di altri "navigatori" può comunque compromettere il corretto utilizzo di servizi quali, ad esempio, la posta elettronica (basti pensare a come ci sentiremmo se sapessimo che qualcuno ha violato volontariamente la riservatezza dei nostri messaggi).
Non essendo Internet gestita da un ente supervisore, ogni utente deve conoscere le proprie responsabilità, riguardanti le regole da seguire per un comportamento corretto. Anche se chi vigila sugli utenti abbonati ad un determinato provider è il provider stesso, resta comunque un dovere di ogni utente, e non del provider, comprendere le implicazioni derivate dalla condivisione con altri di un "territorio" comune, seppure virtuale.
Esiste un insieme di regole denominato Netiquette che si potrebbe tradurre in "Galateo (Etiquette) della Rete (Net)" che consiste nel rispettare e conservare le risorse di rete e nel rispettare e collaborare con gli altri utenti.
Entrando in Internet si accede ad una massa enorme di dati messi a disposizione il piu' spesso gratuitamente da altri utenti. Pertanto bisogna portare rispetto verso quanti, spesso in maniera volontaria, hanno prestato e prestano opera per consentire a tutti di accedere a dati ed informazioni che altrimenti sarebbero patrimonio di pochi o addirittura di singoli.
In Internet regna un'anarchia ordinata, intendendo con questo il fatto che non esiste una autorita' centrale che regolamenti cosa si puo' fare e cosa no, ne' esistono organi di vigilanza. E' infatti demandato alla responsabilita' individuale il buon funzionamento delle cose.
Si puo' pertanto decidere di entrare in Internet come persone civili, o al contrario, si puo' utilizzare la rete comportandosi da predatori o vandali saccheggiando le risorse presenti in essa. Sta a ciascuno decidere come comportarsi.
Di seguito vengono riportante una serie di norme di utilizzo per l'uso delle risorse Internet di piu' frequente utilizzo (...) una specie di "Tavola dei 10 Comandamenti di etica del computer":
1.Non fare uso di un computer per danneggiare altre persone.
2.Non interferire nel lavoro di altre persone.
3.Non curiosare nei file di altra gente.
4.Non usare un computer per rubare.
5.Non usare un computer per recare falsa testimonianza.
6.Non usare del software copiato se non hai pagato per averlo.
7.Non usare le risorse di altre persone su altre macchine senza autorizzazione.
8.Non ti appropriare del pensiero di altri.
9.Pensa alle conseguenze dei programmi che scriverai.
10.Usa un computer con rispetto e considerazione.

Netetiquette delle chat
Le buone maniere di internet, chiamate anche galateo della chat o Netetiquette. La netetiquette altro non è che il codice di buon senso in rete: una serie di piccoli accorgimenti che ci permettono di utilizzare liberamente tutti i servizi di internet senza rischiare di apparire invadenti conquistatori della terra di nessuno. Naturalmente se non rispettiamo la netiquette nessuna pattuglia della polizia verrà ad arrestarci, ma saremo comunque malvisti da tutti gli utenti con cui abbiamo modo di relazionarci sul web. (...) Metterla in pratica non significa essere bacchettoni moralisti, ma semplicemente persone che vivono fino in fondo lo spirito di internet. A ben vedere non esiste nessun precetto che non sia elementare da seguire, quindi perchè non farlo? il problema nasce, infatti, in caso contrario quando cerchiamo di sfruttare la rete e i suoi utenti senza dimostrare il minimo rispetto per il prossimo.
Regole generali usate sui canali internazionali:
* Spamming: pubblicità a siti internet, altri canali chat o prodotti di qualsiasi tipo sono vietati.
* Lingua: in chat pubblica si parla italiano. Se vuoi parlare in dialetto o in altre lingue lo puoi fare con messaggi privati.
* Comportamento: non disturbare gli utenti con messaggi privi di senso, ripetuti o urlati; nel rispetto delle opinioni altrui evita discussioni di carattere politico, religioso o sportivo; non inviare messaggi discriminatori per sesso, età, idea politica, religione, razza, nazione o condizione fisica. Rispetta gli altri se vuoi essere rispettato.
* Salutare quando si entra o si esce da un canale.
* Evitare di usare il maiuscolo, perché scrivere in maiuscolo è considerato l'equivalente di urlare sopra i discorsi di tante persone. Se si vuole mettere in evidenza una parola o una frase si può ricorrere in base al tipo di chat a (simboli o frasi colorate).
* Evitare le ripetizioni, scrivere più di una volta lo stesso messaggio può compromettere la discussione in stanza in quanto le altre persone potrebbero non riuscire a leggere i messaggi della conversazione. Viene chiamato solitamente flooding.
* Cercare di non essere offensivi, scrivere messaggi troppo forti o comunque utilizzare un linguaggio troppo colorito potrebbe creare problemi nel canale. Non possiamo sapere se le persone che sono presenti e leggono i messaggi sono minori o persone con principi e idee diverse dalle nostre. In ogni caso è proibito insultare gratuitamente le altre persone.
* Evitare assolutamente di divulgare informazioni personali, (nome, cognome, telefono, e-mail)
* Quando si interagisce in chat bisogna tenere sempre presente che ci si trova in un ambiente virtuale popolato da tante persone diverse e che i nostri i messaggi saranno letti da sconosciuti di diversa età, cultura e religione, e quindi quello che scriviamo può facilmente essere mal interpretato.

Il Vaticano su Youtube

http://it.youtube.com/vaticanit

venerdì 23 gennaio 2009

Sto con la guardia!

La guardia della Regina si arrabbia
Un ragazzo lo prende in giro nella marcia davanti a Buckingham Palace: si prende un ceffone (video). Ma c'era l'immancabile videofonino a riprendere tutto. Il filmato è stato rilanciato dai tabloid britannici e sono scattate le polemiche. Non è stato ancora identificato il soldato in questione. Il ragazzo, un turista colombiano di 24 anni, ci è rimasto un po' male: "Pensavo di fare una cosa divertente".
Non mi pare che il cosidetto "ceffone" sia stato così forte, né umiliante...
e "quando ci vuole, ci vuole":
a 24 anni si può anche capire se è il caso di iniziare una cosa stupida
e soprattutto quando finirla..., cioé presto!

A te sono manifesto

Dall'Ufficio delle Letture di oggi
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch'io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l'abisso dell'umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m'impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mia manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell'anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l'atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l'atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell'affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c'è qualcosa nell'uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l'hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d'uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).
Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
(Lib. 10, 1. 1 - 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

Gesti minimi

Una pubblicazione distribuita alle famiglie inglesi scritta dai figli
"Fai come me": gesti minimi per cambiare la vita del pianeta
Il mondo salvato dai bambini. A scuola il libro con i loro consigli
Come migliorare il mondo con i piccoli gesti. È questa l'idea lanciata da un'organizzazione ambientalista britannica, che si è rivolta a un gruppo di esperti particolari per tradurla in pratica: i bambini. Il movimento ecologista (...) ha raccolto per un anno i consigli di migliaia di scolaretti su modi pratici per cambiare le cose sul nostro pianeta.
Piccoli gesti, apparentemente senza importanza, che però sommati tutti insieme potrebbero modificare radicalmente il nostro stile di vita. Ora quei suggerimenti sono stati raccolti in un libro (...) I consigli sono estremamente semplici: fare sorridere qualcuno; chiedere al papà di fare una passeggiata insieme; imparare il linguaggio dei segni; far crescere in giardino qualcosa che poi si mangerà; non cantare sotto la doccia (per risparmiare tempo e acqua: la doccia media dura sette minuti per 35 litri d'acqua, mentre basterebbero due minuti per lavarsi - se tutti i bambini di una sola classe facessero così, in un anno risparmierebbero abbastanza acqua da riempire una piscina olimpionica). E ancora, fare un sacco di complimenti a tutti; non ricaricare il telefonino tutta la notte; leggere un libro insieme a un amico; guardare più attentamente ciò che ci circonda; e, come dice il titolo, insegnare alla nonna a scrivere messaggini sul cellulare.
Nell'introduzione al libro, gli attivisti di "We are what we do" affermano: "Il nostro obiettivo è unire la gente e dimostrare come, facendo ricorso a semplici azioni nella vita di tutti i giorni, possiamo creare un'atmosfera globale migliore. Basta fare qualcosa, anche una piccola, tutti insieme, per poter ottenere grandi cambiamenti". Il libro si rivolge poi ai bambini, dicendo loro: "Voi avete dei super poteri. Non sono eccitanti come la visione a raggi X o la capacità di volare o qualche altra incredibile magia dei supereroi del cinema. In effetti sono superpoteri piuttosto normali, ordinari, quelli di cui voi disponete. Ma potete usarli per cambiare le cose sulla terra. Come il surriscaldamento climatico, il bullismo, i diritti degli animali, e il perché non si vede più nessuno che sorride". (...)

giovedì 22 gennaio 2009

Giacobazzi 2008 - La Famiglia Del Mulino Bianco

Piccole donne... crescono?!

I sociologi lanciano l'allarme: nelle ragazzine tra i 9 e i 12 anni l'adolescenza è sempre più precoce
E il mercato si adatta, anche per sfruttare la forte spinta consumistica di queste nuove "piccole adulte"
Rossetto, dieta e seduzione: così le fatine diventano lolite
Ombelico generation, i sociologi l'hanno chiamata così. Taglia stretta e corta, colore rosa prevalente, seduzione anticipata, magliette piene di cuoricini. Età 9-12 anni, il transito dalle elementari alle medie. Sono le ragazze cresciute sull'onda lunga della Barbie, accerchiate da Bratz, Winx, magliette Hallo Kitty, lettrici di una miriade di riviste confezionate su misura per loro: Cioè, Kiss me, Pink Magazine, Pretty Girl e altre. Periodici che regalano già la matita nera per gli occhi o allegano un mascara, che mettono in copertina Zac Efron e Hannah Montana, che si chiedono "chi sta nel cuore della protagonista della serie tv "Gossip Girl"?". Che propongono test del tipo "sei una lei responsabile?" o che hanno rubriche di lettere in cui i primi ostacoli del cuore s'intrecciano con quelli delle diete per correggere una presunta pancetta, un fianco appena più largo dei desideri.
Ragazzine che si inabissano volentieri davanti alla tv, si sintonizzano su Disney Channel e Mtv, dialogano via Msn o Facebook, sono fan di "High School Musical", consultano la pagina dell'oroscopo, si lasciano già sedurre dai rossetti glitterati, abiti griffati, baby-star e principesse varie, insomma da un modello femminile concentrato sul corpo come mezzo di affermazione sociale. Ma finiscono qui le aspirazioni delle piccole donne di oggi? "Non credo proprio - spiega Simonetta Ulivieri, docente di Pedagogia generale all'università di Firenze - il problema è come difendere queste ragazzine dal "lolitismo" precoce che c'è in giro. La spinta consumistica che prende di mira le preadolescenti è forte, ma mi preoccupano di più gli ammiccamenti alla sensualità nel gioco così come nell'abbigliamento, non vedo molti argini da parte della società e delle famiglie". (...)
"C'è un decadimento nella qualità dei contenuti di quello che viene pubblicato - spiega Riccardo Pontegobbi, condirettore di Liber - Lo notiamo dai giudizi che danno i nostri collaboratori nelle recensioni". Da quell'osservatorio hanno spiato il mercato, visto precipitare il numero dei piccoli lettori, "mezzo milione in meno dalla metà degli Anni 90 a oggi" e nello stesso tempo crescere i titoli sfornati dalle case editrici (dai 900 nel 1987 ai 2.400 dell'anno passato). "A ogni libro diamo un voto, da una a quattro stelle, ma circa il 75% sta nelle due fasce più basse, quelle con un giudizio mediocre". I titoli la dicono lunga: spiegano come "diventare una rock star", annunciano piccoli manuali di galateo, istruzioni su "come sopravvivere alla prima cotta", oppure hanno per protagonisti personaggi seriali minori che nascono sulla scia di un successo come Harry Potter o come le Winx e che ne copiano le gesta e le magie. "La spinta commerciale - spiega Emy Beseghi, docente di Letteratura per l'infanzia a Bologna - sforna libri a getto continuo e rischia di schiacciare i prodotti di qualità che pure ci sono, ma sembrano disperdersi in un oceano di titoli. Penso ad autori di alto profilo come Bianca Pitzorno, Jerry Spinelli, Silvana Gandolfi e altri anche fra i classici che continuano a essere letti e cercati". L'accelerazione verso il mondo dei grandi ha abbassato l'età media delle lettrici di riviste di successo come Cioè, oltre 120mila copie di tiratura. "L'ingresso nell'età più adulta è anticipato - dice Manuela Trinci, psicoterapeuta - Il fenomeno etichettato con il nome di tweening (adolescenza precoce) fa capire come i prodotti, i programmi tv, le riviste apparentemente rivolti alle quattordicenni vengano in realtà fruiti dalle bambine di 7-8 anni".
Le bambole cominciano a essere sexy, a portare i tacchi alti, la pubblicità e la moda a promuovere trasparenze e cuoricini, certi libri di testo a riportare vecchi stereotipi femminili che, rileva ancora Emy Beseghi, "continuano ad essere maestre, segretarie, infermiere". Le solite gabbie (...).

Miracoli!

Miracoli della tecnologia,

ecco che già riprendono i post sul nostro sito!

State bene?! Io sì, grazie!

Mi sento sempre più normale, secondo quanto dice Gramellini:

Jury e puri
di Massimo Gramellini

L’olimpionico di ginnastica Jury Chechi ha respinto le offerte di alcuni «reality», preferendo ritirarsi nelle Marche a gestire un agriturismo. In tempi normali questa sarebbe stata una notizia normale, ai confini del «chissenefrega». Ma questi non sono tempi normali. Questi sono tempi in cui (...) per gli addetti al «casting» non conta la persona ma il carattere, inteso come il segno particolare, possibilmente caricaturale, che si porta appresso.
A furia di alzare la dose, è scattata l’assuefazione e i fenomeni da baraccone sono diventati assolutamente banali. (...) Ma neppure una simile trovata avrebbe la forza innovativa di Chechi che rinuncia a un mucchietto di soldi e a venti copertine assicurate per scomparire in silenzio fra le colline di Ascoli Piceno a raccogliere olive.
Ci avevano insegnato che sui giornali bisogna raccontare l’uomo che morde il cane, ma oggi è il cane che morde l’uomo la vera notizia. Perché in un mondo di esibizionisti violenti e isterici che hanno reso rivoluzionario il buonsenso, essere normali sta diventando qualcosa di eccezionale.

lunedì 19 gennaio 2009

Scorretto


Sempre più ideologiche, allarmistiche e apologetiche
le prese di posizione di Sandro Magister:

"Il cardinale Renato Martino tira una molotov tra i piedi del papa
La boutade del cardinale Renato Martino su Gaza equiparata “a un grande campo di concentramento” sotto comando israeliano ha reso un pessimo servizio a Benedetto XVI. Non solo in sé, ma anche per la tempistica. L’intervista di Martino a “ilSussidiario.net” – giornale on line dell’area di Comunione e Liberazione – è andata in rete, infatti, il 7 gennaio, cioè proprio alla vigilia dell’incontro che il papa tiene ogni inizio d’anno con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il risultato è che le parole di Martino hanno rumorosamente soverchiato quelle del papa. Non solo. Hanno convalidato l’idea che, sotto sotto, il vero pensiero del Vaticano non è quello misurato della diplomazia ufficiale, ma quello più brutale “candidamente” formulato dal cardinale (segue)".

Caparezza - Vieni a ballare in Puglia

Insuperabile modalità per parlare di una situazione drammatica. E poetica l'espressione "Viene a ballare" per dire "andare a morire".

Il nome della pace

"Vedete, in parte è qui la cultura della non-violenza, con tutte le esigenze radicali che ci sono dentro. A chi ti chiede la tunica, dagli anche il mantello. A chi ti percuote sulla destra, volgi la sinistra e a chi ti obbliga a fare un miglio, tu fanne due con lui. Rimetti la spada nel fodero. Quelle espressioni del Vangelo hanno disarmato per sempre tutti i soldati della terra. Oggi, purtroppo, non c'è audacia propositiva, forse anche nei nostri gruppi cristiani. Abbiamo paura che ci dicano che andiamo avanti soltanto con i sentimenti, perché abbiamo offeso il senso comune; siamo degli equilibristi straordinari, siamo i professori del buon senso e quindi stiamo stemperando il Vangelo. Ma il Vangelo che cos'ha da spartire con il buonsenso? Siamo propositori di buon senso. E la novità cristiana? Si è spuntata, perché abbiamo omologato tutte le nostre spinte cristiane in un’etica di equilibrio".

mons. Tonino Bello

(fai il download dell'intero intervento - formato .pdf)

domenica 18 gennaio 2009

"Single" salato

Indagine Coldiretti sui dati Istat: costi maggiori del 60% rispetto alle famiglie tradizionali
Scarse le confezioni "per uno", e molti alimenti finiscono nella spazzatura
Spese alte e sprechi record per i single il cibo è "salato"
Chi vive solo spende di più per mangiare, ma spreca anche di più. E' quanto emerge da un'analisi della Coldiretti sulla base di dati Istat, relativi ai consumi delle famiglie. La spesa media per alimentari e bevande di un single è di 300 euro al mese, superiore di oltre il 60% rispetto ai 186 euro al mese destinati alla tavola da ogni singolo componente di una famiglia-tipo italiana, formata da in media da 2,5 persone.
Sono circa 6 milioni, secondo l'Istat, le "famiglie" italiane con un singolo componente, oltre un quarto del totale, e negli ultimi anni si registra una tendenza all'aumento con tassi superiori al 5%. I motivi della maggiore incidenza della spesa sono da ricercare nella necessità, per chi vive solo, di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque, anche quando sono disponibili, costano molto di più rispetto a quelli tradizionali.
Ad incidere sulla spesa mensile dei single sono nell'ordine, precisa la Coldiretti, la carne (62 euro), l'ortofrutta (59 euro), pane, pasta e derivati dai cereali (49 euro), latte, yogurt e formaggi (41 euro), bevande (28 euro), pesce (25 euro), zucchero, caffè (23 euro) e, per ultimi, olii e grassi (13 euro).
"A incrementare la spesa alimentare - continua la Coldiretti - è quindi anche l'elevata presenza di sprechi perché è facile dimenticare in fondo al frigorifero la confezione di latte aperto, la mozzarella, la busta di insalata aperta, i tortelloni iniziati. Tutto inesorabilmente destinato a finire nella pattumiera".
Ma i single - aggiunge la Coldiretti - sono anche un segmento di popolazione con uno stile di vita attento a risparmiare tempo a favore del lavoro, e soprattutto dello svago, che privilegia il consumo di piatti pronti a più elevato valore aggiunto che incidono maggiormente sulla busta della spesa. Una scelta che aumenta notevolmente la spesa, visto che i cibi pronti per il consumo possono costare anche cinque volte il prezzo delle materie prime impiegate.
Nonostante la crisi economica e il rialzo dei prezzi, anche per effetto dell'aumento dei single, i preparati e i piatti pronti hanno fatto registrare un aumento delle vendite in volume del 9,5% in Italia nei primi sei mesi del 2008 (dati Ref-Iri Infoscan). In testa, i primi piatti pronti (+16%) e i sughi pronti (datiRef per Ancc-coop). "In Italia - conclude la Coldiretti - si è progressivamente ridotto il tempo dedicato alla preparazione dei pasti che è di appena 34,9 minuti per quello di mezzogiorno, il 4,7% in meno rispetto all'anno precedente, e di 33,1 minuti per la cena (-2,7%)".

Ama il prossimo

Non va bene la sala della parrocchia vicina
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 23.11.08
Il prete ha raccolto subito consensi. «La Chiesa esiste per la missione, cioè per andare dappertutto. È vero o no?». «È vero - risponde in coro il gruppo - basta leggere il Vangelo». E ancora: «I cristiani, anche se dispersi in tutto il mondo, sono un cuor solo e un’anima sola. Non vi pare bello?». «È molto bello, e noi siamo tutti fratelli!», risponde quella che è stata a Sydney. «Se siamo uniti, tutto riesce meglio: la festa, il campeggio, la veglia sotto le stelle», insiste il prete, sorpreso di come sia facile annunciare il Vangelo (e quello che ne segue). «In tanti è bello. Insieme è più facile anche fare le cose difficili!», approva convinto il filosofo del gruppo. «Quindi gli incontri di catechesi saranno insieme con quelli della parrocchia vicina. Ci troviamo là venerdì prossimo alle 6: loro hanno una sala più grande», conclude logicamente il prete. «Ah, no, io di là non vengo!»; «che cos’ha la nostra sala che non si possa fare qui l’incontro?»; «con quelli là abbiamo sempre litigato, figurati se adesso facciamo di là gli incontri»; «e se c’è la nebbia?». Il prete cominciò a pensare che predicare il Vangelo (e quello che ne segue) non è poi tanto facile.

sabato 17 gennaio 2009

Si può sempre imparare

L'ammainabandiera di Silvio
di Massimo Gramellini
La morale: c’è sempre un emiro più emiro di te. Se il figlio prediletto Kakà si trasferirà nell’harem dello sceicco di Manchester, Berlusconi avrà applicato a se stesso il principio sul quale ha impostato la vita: ogni uomo ha un prezzo. Anche lui.
Finora quel principio lo aveva sperimentato sugli altri: non solo nel calcio, ma soprattutto lì. Quando scippò l’atalantino Donadoni all’Avvocato raddoppiando all’ultimo la già lauta offerta della Juve. Quando rapì il granata Lentini in elicottero per mostrargli un oceano di banconote. O quando, a furor di bigliettoni, sfilò alla Lazio la sua bandiera, Nesta, dopo aver giurato al meeting di Comunione e Liberazione che Nesta mai e poi mai.
Anche nel calcio Berlusconi ha sempre mostrato le sue due facce. Tradizionalista in famiglia, dove Baresi, Maldini e Costacurta alimentavano il culto feticista per le bandiere, quei giocatori che restano legati in eterno al club degli esordi. E spregiudicato innovatore in giro per il mondo, dove utilizzava l’arma infallibile del denaro per strappare gli scalpi migliori, senza alcun riguardo per i contratti firmati e le promesse fatte ai tifosi: nient’altro che carta da far scomparire dentro altra carta, quella luccicante dei suoi dobloni.
Era come uno di quei condottieri romani che, per conservare la civiltà a casa propria, si prestavano a essere i razziatori di quelle altrui. Finché non trovarono dei barbari più barbari di loro. Il barbaro di Berlusconi si chiama Mansour e sta per dargli 150 milioni di dollari in cambio della sua verginità di seduttore non seducibile. Una proposta impossibile da respingere e il premier, uomo pratico, finirà per accettarla. Ma sono sicuro che, nell’incassare l’assegno, per la prima volta in vita sua si sentirà invecchiato.

Scarpe e birra... il senso che muove i sensi!

Chapeau a chi ha inventato e prodotto questo spot azzeccatissimo!

Commenti entusiasti di coloro che l'hanno visto... e gustato!!

Video in qualità migliore qui.

venerdì 16 gennaio 2009

Prendiamo le distanze!


Quando l'espressione "tradizione cristiana" tradisce l'amore cristiano
e serve a coprire l'ignoranza e la violenza.
Tettamanzi a Varese, la Lega contesta
"Un presidio in difesa dei valori e della tradizione cristiana", spiega il segretario cittadino del Carroccio, Fabio Binelli, che esprime "dissenso rispetto all’atteggiamento di succube accondiscendenza, quando non di attivo collaborazionismo, manifestato dal cardinale nei confronti dell’espansione islamica nella diocesi"
di Zita Dazzi
Lui dentro al collegio religioso a parlare di "questione morale", a criticare il consumismo contrapponendolo alla solidarietà, ad invocare la "sobrietà di stile" di chi fa politica. I leghisti fuori, con gli striscioni "Tettamanzi vescovo di Kabul" e "Varese ambrosiana, mai musulmana". Non ha avuto una accoglienza calorosa l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, arrivato a Varese per la prima tappa del suo giro di incontri con gli amministratori pubblici delle province della Diocesi ambrosiana. Ad aspettarlo, anche se tenuti a debita distanza dalla una folta presenza di forze dell'ordine, una trentina di militanti della Lega Nord.
"Un presidio in difesa dei valori e della tradizione cristiana", spiega il segretario cittadino del Carroccio, Fabio Binelli, che esprime "dissenso rispetto all'atteggiamento di succube accondiscendenza, quando non di attivo collaborazionismo, manifestato dal cardinale nei confronti dell'espansione islamica nella diocesi".
Dal suo discorso Tettamanzi ha volutamente lasciato fuori i temi caldi del dialogo con l'Islam, limitandosi a criticare "la solidarietà per categorie" che distingue "i poveri a seconda del colore della pelle e della provenienza". Il fulcro del discorso era altro: l'invito ai politici a praticare "una rinnovata sobrietà nelle parole, nell'esibizione di sé, nell'esercizio del potere e nello stile di vita", il biasimo è per l'abitudine al "cumulo delle cariche", per lo "spreco di parole", per "l'ostentazione di grandezza e ricchezza"
Avvenire, il quotidiano dei vescovi, definisce l'accaduto una "indecorosa gazzarra" sulla quale "varrebbe la pena di stendere un velo pietoso" in un boxino riconducibile alla direzione. "Ma non si può tacere - scrive Avvenire - che lo stesso padrone di casa, il sindaco Fontana, ha deciso di sponsorizzare (con appena qualche cautela preventiva) quella brutta iniziativa, venendo meno non solo a un basilare dovere di rappresentanza di tutta la sua città, ma anche alla più elementare cortesia istituzionale". Il quotidiano critica poi "gli inaccettabili slogan di certi uomini di partito che per sostenere la loro polemica con gli islamici non trovano di meglio che prendersela anche con il pastore della Chiesa ambrosiana".

Occasioni di formazione sprecate -2

Ancora ieri ho sentito che ci sono studenti a livello universitario
che chiacchierano a scuola, leggono altro, chattano col pc, mandano sms...
il tutto durante le lezioni e sotto gli occhi dei prof.
Vivrò fuori dal mondo, ma ero convinto che per loro le medie fossero finite da tempo...
ma forse non hanno giocato abbastanza a quel tempo.
E magari credono che la vita - in fondo - sia solo un gioco,
giocato con le loro "regole"... senza regola.
don Chisciotte

Occasioni di formazione sprecate

Lo stupidario degli universitari
Lo sconcertante esito dei test d'accesso
Un po’ sbrigativamente, uno direbbe: "Che somari". Ma bisogna capirli, poveretti, con l’Italia che si trovano. Se il ministro dell’Istruzione va a fare l’esame da avvocato in Calabria dove si passa di più, che sarà mai se un aspirante scienziato politico - ai test d’ammissione per «Scienze internazionali» all’università di Forlì - alla domanda «chi uccise Giacomo Matteotti?» risponde «le Br»? È appena accaduto, università di Bologna. (...) I ragazzi di tutto questo non sembrano essersi accorti. Nessuno gliel’ha detto. Erano alla playstation. «Chi ha ucciso Giacomo Matteotti?». Risposta: «Le Br» (peraltro collocate cronologicamente nei primi Anni Sessanta). «Chi era Roberto Ruffilli?» (oltretutto la Facoltà dove si tenevano le prove è intitolata a senatore democristiano assassinato dalle Br nell’88). «Uno scienziato». «In quale contesto hanno lavorato insieme le figure di Massimo D’Antona e Marco Biagi?». Silenzio, buio, vuoto pneumatico.
«Piazza Fontana» è stata scambiata per un luogo dove vedersi il prossimo fine settimana. I fratelli Rosselli ignorati, confusi chissà, con dei costruttori di scarpe. C’è chi, alla domanda «cos’è stato il Msi?», ha detto un’azienda di stato, risposta errata a meno che non si voglia ipotizzare una sottile interpretazione da parte del ragazzo revisionista. Ad altri erano sconosciuti «quali partiti si sono fusi nel Pdl, o nel Pd»; zero anche sulla crisi nel Caucaso, le tensioni in Pakistan (attribuite a Gheddafi che qualcosa c’entra sempre), le elezioni americane o il crac finanziario negli Stati Uniti. «Le risposte in quasi tutti i casi sono state deludenti», comunica Andreatta. Spesso risibili. La professoressa, sgomenta, ha tentato la difesa in extremis: con me avevano sempre studiato. L’assimilazione l’hanno fatta però davanti al Gabibbo. Questi universitari sono convinti che il Pci di Palmiro Togliatti sia stato il partito che ha governato l’Italia «per gran parte della storia repubblicana», tesi peraltro analoga a quella che compare nell’opuscolo «Italia Forza», spedito nelle case degli italiani per le ultime elezioni. Altri lo ritengono «uno dei cardini del pentapartito», riscrittura della storia innocente quindi più interessante di quella tentata oggi con Salò. L’unico modo per esorcizzarla è, forse, la sublime ironia di tempi andati. A Torino ancora raccontano una giornata memorabile per un’intera generazione, quando Gaetano Scardocchia, direttore della Stampa, accolse così, nel salone al piano terra del giornale, i giovani usciti dalle selezioni di una scuola di giornalismo: «Siete stati tutti bravissimi, molto preparati, complimenti. A parte uno che alla domanda sul Dalai Lama ha risposto “è un vulcano”». Ovviamente, gelo davanti al leggendario direttore; che per fortuna era divertito dall’accaduto, e la buttò a ridere. Tra parentesi, l’imputata, elegantemente, si autodenunciò.

Animali alla radio... dalla parte del microfono


E le miriadi di stupidate dette in questi anni su ogni argomento?!
Non sarebbero state sufficienti per fermarsi e autolimitarsi?!
Meno male che la definizione che meritano
se la sono data da soli con l'ultimo aggettivo virgolettato.

giovedì 15 gennaio 2009

Aldo Grasso sul GF9


Qui il video del suo commento.

Finalmente!

Vescovi contro la «tassa» degli immigrati
Monsignor Gnesotto: «Balzello verso una categoria già poco tutelata». Maroni: «Meravigliato dalle critiche»
Nonostante il governo sottolinei come il pagamento per ottenere o rinnovare il permesso di soggiorno da parte degli stranieri sia un «contributo» e non un'imposta, i vescovi italiani non ci stanno e attaccano il provvedimento come «inaccettabile». L'occasione è la presentazione nella sede di Radio Vaticana della Giornata del Migrante, che si festeggia domenica 18 gennaio. «Una tassa che è meglio definire balzello verso una categoria già poco tutelata - attacca monsignor Gianromano Gnesotto, responsabile per gli immigrati e i profughi in Italia della Fondazione Migrantes, organismo della Cei -. Fantasie di questo genere penalizzano ulteriormente gli immigrati che, con impegno e con notevoli sforzi, cercano di integrarsi. È un passo indietro, servono politiche di integrazione con mentalità aperta e intelligenza». Gnesotto sottolinea che l'Italia «ha bisogno, ha avuto bisogno e avrà bisogno anche in futuro» di lavoratori stranieri e che «nell'attuale congiuntura economica probabilmente ci sarà bisogno di maggiore flessibilità anche per quanto riguarda la domanda di immigrati, ma non ci si può dimenticare che occupano settori di fatto lasciati scoperti dagli italiani». La Fondazione Migrantes respinge anche la proposta avanzata dalla Lega di prevedere l’obbligo di denuncia degli irregolari da parte dei medici cui si rivolgono. «Il diritto alla salute è fondamentale e va garantito a tutti senza preclusioni o invenzioni. Non si può far svolgere ai medici compiti, quale la delazione, che non vogliono né possono svolgere come se fossero gendarmi».
Immediata la reazione di Roberto Maroni. Il ministro dell'Interno si dice «francamente meravigliato» da queste polemiche che, «però, non ci toccano minimamente perché stiamo facendo quanto hanno fatto da tempo i Paesi europei». (continua)

Specchio

"Ho bisogno qualcuno di intelligente per essere intelligente a mia volta".

"Il reale ci dà esattamente ciò che noi diamo a lui, né più né meno. Quando sono mediocre, quello che vedo mi sembra lo stesso. Allora ho l'anima di un bulldog: tutta raggrinzita".

Christian Bobin, La luce del mondo, 106.108

mercoledì 14 gennaio 2009

"Nemici"

A Cinecittà, dietro le quinte del programma Amici
Maria «la sanguinaria» regina del minimal nel circo delle passioni
Poca ironia, molta lucidità. «Ho imparato da Simenon».
Tanto narcisimo in mezzo allo psicodramma
di Paolo Di Stefano
Il guaio è questo. Nella prima mezz'ora, forte della tua incorruttibile lucidità critica, ti chiedi dove sei finito e trattieni a fatica la voglia di dartela a gambe. Poi, abbandonata la tua fiera rigidità sartriana, ti rilassi, abbassi il sopracciglio ed esibisci per un'oretta un approccio più sciolto e autoironico, tra il desiderio di capire e la condiscendenza populistica. E alla fine ti accorgi che di mezz'ora in mezz'ora ogni difesa si è a poco a poco sgretolata e le tue macerie ideologiche si sono lasciate inghiottire nel circo, non sei più un intruso ma ne fai già parte e con un ruolo che ti calza a pennello, non sai ancora quale ma ti calza a pennello.
Si fa presto a dire: «Amici»? Tv trash, finzione, volgarità allo stato puro. Provate voi a stare lì, nello studio 19 di Cinecittà, un intero pomeriggio, a pendolare tra la sala riunioni formicolante, il va e vieni dei corridoi, la penombra partecipante del backstage e i fari del set sovreccitato. Provateci e dopo un po' vi convincerete che è tutto vero: ci sono davvero due squadre che si fronteggiano fino allo spasimo, con giovani ballerini veri e cantanti veri, bravi o meno bravi ma in carne e ossa, tutti narcisi, con le loro crestine, i ciuffetti, i piercing, le mèches come Dio comanda, professori che (bene o male) insegnano davvero, cinquecento ragazzi impazziti sugli spalti, anziane signore in lacrime (vere) tra il pubblico. Persino i venti minuti buoni a sentir parlare l'insopportabile vocal-coach Jurman e il foniatra prof. Fussi (è in collegamento telefonico, ma sembrerebbe vero pure lui) delle corde vocali della povera Alessandra, un po' provate dall'uso: se davvero (davvero) le siano così dannosi i pomodori e l'insalata a foglia larga. Venti minuti venti di psico melodramma sanitario. E Maria De Filippi.
Notizia: è vera anche lei, la dea ex machina, vera e nera (jeans, camicia, pulloverino), con la sua camminata da cow-boy, la sua voce baritonale, il ruvido aplomb, la cattiveria appena dissimulata di chi dirige il traffico in tre programmoni mica da ridere, l'acribia nel ricostruire gli antefatti («ora facciamo un passo indietro») e nello spiegare i vari (veri) passaggi tecnici della gara a un pubblico in estasi, pronto a regalare ovazioni all'allevatrice di talenti, non meno che ai talentini in erba. La vera scoperta è che il programma si dovrebbe chiamare, piuttosto, Nemici, perché le ostilità prevalgono nettamente sulle amicizie, persino tra gli insegnanti. Ma ha gioco facile chi sostiene che è proprio qui il bello del talentshow: nessuna finzione, niente ipocrisie, pane al pane. Una commissione litigiosa? Nulla di più fedele qui, sottovetro, a quanto accade fuori, nel mondo. Già, allora il difetto sta all'origine: perché chiamarlo «Amici»? Che amici non vedono l'ora di farti fuori perché mors tua vita mea? Anche questo è vero. O no?
Maria la Sanguinaria (così la chiama Dagospia) sorride se proprio non può farne a meno, ammicca il necessario. Il resto sono gesti trattenuti, parchi riassunti, didascalie che pronuncia seduta su una sedia thonet alla destra del tavolone su cui troneggiano i commissari, la barba ottocentesca del maestro Vessicchio, accanto alla severità iperprofessionale di Alessandra Celentano che non ammette sconti di benevolenza per candidati ballerini somaticamente non proprio baciati dalla Natura: «Io miro alla qualità e alla totalità». E che su Daniela, visibilmente sovrappeso, commenta: «Non l'avrei neanche fatta entrare, ha problemi fisici enormi». Senza pietà. Ma la vera Sanguinaria, lo sa anche l'ultimo dei macchinisti, è un'altra. Più autorevole di tutti i professori messi insieme. Il suo sforzo consiste nel non far pesare la propria centralità: via via madre-matrigna («Che c'è, Alessandra?», «Qual è la tua ansia, Martina?»), confidente, bacchettatrice sadica e dispensatrice di carezze e di fama, eminenza nera (vera), direttore scolastico, burattinaia, supermanager galattico di un'azienda, «Fascino», che produce ormai non solo programmi ma dischi, musical, concerti, teatro, libri. Produce anche ciò che sembra nascere spontaneo, come le adunate pazzesche che in aprile hanno chiuso la serie numero 7 in piazza del Popolo a Roma e in piazza dei Centomila a Cagliari.
Tutto gira intorno a lei che raramente raggiunge il centro della scena, anzi per lo più resta lì sulla sua sedia, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia, il microfono tenuto quasi controvoglia tra le mani come se qualcuno glielo avesse imposto lì per lì. Ha scelto le tinte sottotono perché, dice, «odio il protagonismo del conduttore vecchia maniera, preferisco osservare e cercare di capire». I maestri di cerimonie televisivi sono un ricordo remoto: nessun birignao, nessun proclama preliminare. È l'anti- Baudo e l'anti-Carrà. Giusto un filo di rossetto prima di entrare. Modelli? Neanche tanto illustri: «La Sampò e anche la Raffai». Tutt'al più si passa una mano tra i capelli, unico tic che sfugge a un autocontrollo da wonder woman. «Eppure», racconta dietro le quinte, «quando molti anni fa mi hanno chiesto di sostituire Lella Costa come conduttrice di "Amici", ho passato mesi con l'incubo di andare in onda: provavo e riprovavo, facevo riassunti di 2-3-5 minuti da Simenon, mi esercitavo intervistando chiunque, registravo e mi riascoltavo di continuo. La paura era l'ingresso in scena, il saluto, il sorriso iniziale per catturare lo spettatore».
Oggi non si direbbe. Le dicono che tra cinque secondi dovrà andare sul set e ancora trattiene l'ennesima sigaretta tra le dita senza scomporsi. Ha fatto studi di giurisprudenza e si vede nella preoccupazione di far rispettare un presunto Codice-Amici come fosse il Codice dei Diritti Umani sottoscritto dalle Nazioni Unite, nel dosaggio della parola, nell'arte della postilla, che fa un effetto straniante se metti a fuoco che quei sillogismi («dunque», «se ho capito bene», «è corretto, quel che dico?», «proviamo a capire meglio», «facciamo il punto della situazione») sono al servizio del circo televisivo più approssimativo e sfrenato. Lavora su di sé per antitesi. Lei frena, taglia corto perché gli altri possano scatenarsi, lei agghiaccia perché il resto possa incendiarsi, lei è un manico di scopa perché gli altri possano sculettare liberamente. E quando la platea si sganascia lei tutt'al più concede un sorriso trattenuto, quasi una smorfia. Ironia poca, autoironia ancora meno. Lucidità sì. Non parlatele di Tv pedagogica, la sua mano scivolerà alla colt. Però, il gioco deve essere molto serio, anche perché alla fine non è un gioco per nessuno, né per i vincitori né per i vinti. Tantomeno per Sabina Gregoretti (occhi di ghiaccio, il suo alter ego incontrastato) e per gli altri autori che la mattina dopo corrono a verificare l'audience. Semmai rideranno dopo. E ridono, spesso e volentieri. Davvero. Troppo vero per essere davvero finto.

Parossismo

Obama non s'ama più
di Massimo Gramellini
Secondo il New York Times, se Obama non riuscirà a rilanciare l'economia, farà un solo mandato: nel 2012 toccherà a qualcun altro rompersi le corna contro la Storia. Quando venne eletto, appena due mesi fa, il futuro presidente era una via di mezzo fra Superman e mago Merlino: bastava sfiorarlo per essere guariti da tutte le malattie. Nelle settimane successive venne restituito a una dimensione più umana, ma sempre stratosferica: il Time lo incoronava personaggio dell'anno e le riviste femminili riportavano gli ingrandimenti delle sue foto a torso nudo, mentre milioni di cittadini gli caricavano sulla schiena le loro speranze. Subito dopo arrivarono i primi appunti, che in breve divennero critiche: e il governatore amico che non era uno stinco di santo, e l'indigestione di clintoniani al governo, e dove troverà i soldi per aumentare la spesa pubblica. Ora le critiche assomigliano a una bocciatura: lui stesso ammette che non potrà mantenere le promesse, chissà se entro la fine della settimana qualcuno chiederà l'impeachment. Di sicuro la magia della nuova presidenza è già evaporata. E tutto questo senza che Obama si sia ancora insediato alla Casa Bianca.
E' il destino parossistico di un'epoca dominata dalla dittatura delle emozioni, che a differenza dei sentimenti sono violente, superficiali e brevi. Dalla Borsa alla vita privata, viviamo storie frenetiche e senza pazienza che prima ancora di decollare hanno già consumato l'intera gamma, dal desiderio al disgusto. La natura ha i suoi tempi: non si può giudicare un partner dopo sei mesi, e nemmeno un manager. Quanto a un presidente, lo si lasci governare almeno un weekend.

martedì 13 gennaio 2009

Per continuare a riflettere e pregare

Stiamo con i civili di Gaza
di Mario Vargas Llosa
C’è qualche possibilità che l’invasione militare di Gaza messa in atto da Israele distrugga le infrastrutture terroriste di Hamas - obiettivo ufficiale dell’operazione - e faccia terminare i lanci di razzi artigianali degli integralisti palestinesi che controllano la Striscia sulle città israeliane di frontiera? Penso che non ce ne sia nessuna e che l’operazione militare nella quale, sino al momento in cui scrivo, sono morti oltre 600 palestinesi - un gran numero di bambini e di civili innocenti - e che ha causato migliaia di feriti, avrà, nella comunità palestinese piuttosto l’effetto d’una potatura dalla quale uscirà rafforzata Hamas e parecchio indebolita la parte moderata, l’Autorità Palestinese guidata da Mohamed Abbas.
Per dare una parvenza di realtà al motivo brandito come giustificazione dell’attacco da Ehud Olmert e dai suoi ministri, Israele dovrebbe occupare Gaza con un immenso e permanente spiegamento militare o perpetrare un genocidio di cui neppure i suoi falchi più fanatici oserebbero farsi carico e che, speriamo, il resto del mondo non tollererebbe; anche se l’opinione pubblica internazionale ha mostrato, più d’una volta, una supina indifferenza per la sorte dei palestinesi.
La verità è che, per quanto feroce sia stata la punizione inflitta dall’esercito d’Israele a Gaza e, anzi, proprio a causa del sentimento d’impotenza e di odio per ciò che è accaduto al milione e mezzo di palestinesi che vivono ridotti alla fame e mezzo asfissiati in questa trappola, è probabile che, quando Tsahal si sia ritirato dalla Striscia e sia tornata «la pace», gli atti terroristici riprendano con maggior vigore e con un desiderio di vendetta attizzato dalle sofferenze di questi giorni.
I fautori dei bombardamenti e dell’invasione rispondono a chi li critica con questa domanda: «Sino a quando un Paese può sopportare che le sue città siano bersaglio di razzi terroristi lanciati dalle frontiere per giorni e mesi da un’organizzazione come Hamas che non riconosce l’esistenza di Israele e non nasconde le sue intenzioni di distruggerlo?». L’interrogativo è davvero molto pertinente e nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas esercita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo. Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo, ai razzi artigianali di Hamas, e non andare, invece, un po’ indietro nel tempo per capire - il che non vuol dire giustificare - ciò che accade in quest’esplosivo angolo di mondo.
segue

Tristezza...



Tristezza per chi si accontenta di questa splendida vita;
tristezza per chi pensa che i problemi maggiori vengano da Lui;
tristezza per chi crede di non aver bisogno.

La questione di fondo

Il senso del sacro val bene la messa in latino?
di Franco Garelli
Chiunque guardi ai fenomeni religiosi d’oggi non può non stupirsi del grande investimento che il Vaticano e il Papa continuano a fare sul ritorno della messa in latino. È recente il grido d’allarme del centro della cattolicità per i vescovi italiani che ostacolano l’antico rito, che fa seguito al monito di Benedetto XVI all’episcopato di Francia perché sulla questione della liturgia non si strappi ulteriormente «la tunica senza cuciture del Cristo». Nel mirino non c’è, dunque, solo la riottosa Francia, ma anche l’episcopato italiano tradizionalmente più elastico verso i cambi di registro della Santa Sede; e pure la Chiesa tedesca, da cui Ratzinger proviene e dove oggi più forte spira il vento della tradizione.
Viene da chiedersi se la questione del latino sia davvero così decisiva per una Chiesa cattolica che è alle prese con le molte sfide cui la espone l’annuncio cristiano nella società pluralistica. Non si stanno affrontando nella cattolicità due diverse visioni di Chiesa? Quanto i fautori del ritorno al latino fanno i conti con le concrete situazioni in cui operano i vescovi e il clero?
Dietro il motu proprio del Papa sulla reintroduzione del latino vi sono certamente varie preoccupazioni e intenti. Anzitutto creare un ponte nei confronti dei cattolici più tradizionalisti (e in particolare dei lefebvriani), per ristabilire la comunione con una quota di credenti che hanno rotto con la Chiesa di Roma a seguito delle aperture del Concilio Vaticano II. La Santa Sede inoltre dichiara di ricevere sempre più proteste di fedeli delusi di non trovare nelle chiese locali la possibilità di assistere alla messa in latino, che si sentono quindi ai margini di comunità che non rispettano la loro sensibilità religiosa. Ma l’argomento forse più forte a sostegno del ritorno alla liturgia del passato è individuabile nel giudizio che «il rito moderno ha distrutto il senso del sacro». La riforma liturgica ha certamente dato adito a esagerazioni e abusi, con alcuni riti rivolti più alla centralità dell’uomo che a quella di Dio, più orizzontali che verticali; con il chiasso delle chitarre che annulla il senso del mistero; con omelie centrate più su considerazioni di ordine sociologico o politico che sul discernimento della parola di Dio. Di qui l’idea che la liturgia pre-conciliare possa restituire quel clima di mistero che si è perso in celebrazioni concepite etsi Deus non daretur.
A rilievi come questi non sono insensibili i vescovi delle diverse nazioni, anche se preoccupati sia della realizzazione pratica del motu proprio papale sia di alcune convinzioni che lo accompagnano. Non c’è il rischio di confondere l’eccezione con la regola, di scambiare cioè la possibilità concessa ad alcuni gruppi di fedeli con il declassamento della riforma liturgica approvata dal Concilio? Certo la Chiesa non può vivere senza un fecondo richiamo alla tradizione e alla memoria. Ma perché ritenere che solo il gregoriano o la messa di Pio V siano capaci di aprire al senso del mistero e della trascendenza? Ancora, questi orientamenti non esprimono l’idea di una cattolicità elitaria ed eurocentrica, a fronte di sentimenti cattolici in molte aree del mondo che non hanno le stesse basi culturali e spirituali né alcuna familiarità col latino? Infine, come far fronte alle domande della vecchia liturgia in una situazione ecclesiale sempre più carente di vocazioni, in cui i preti (molti dei quali non hanno più una formazione classica) dovrebbero moltiplicare le messe per celebrarle sia nella lingua nazionale sia in quella antica?
Pur apprezzata da non pochi «dotti inquieti» (anche di matrice laica), la messa in latino ci riporta al diverso modo di interpretare il rapporto chiesa-mondo presente nella cattolicità. Ancora una volta emerge la tensione tra l’essere un piccolo gregge nel mondo o mirare a un adattamento che non perda la sostanza della proposta religiosa.

Poverina...

lunedì 12 gennaio 2009

Punto prospettico

"I santi hanno infranto in se stessi il principio naturale che separa ogni vita da tutte le altre: più nulla dell'universo è loro estraneo nel loro cuore vibra per il canto della stella come per il sussurro della neve, per il sorriso dei morti come per i pianti del neonato. Non c'è altra umanità se non quella dei santi. Non c'è altra umanità che secondo questo punto di vista soprannaturalmente amoroso, amorosamente sovrannaturale".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 21

Per noi che abbiamo da mangiare

Lo studio su oltre tremila pesone pubblicato sul british medical journal
Mangiare in fretta fa davvero ingrassare
Lo conferma una ricerca giapponese: trangugiare il cibo manda in tilt il sistema che fa avvertire la sazietà
Bisogna mangiare lentamente, masticare bene (almeno 20 volte ogni boccone) e abbandonare la pessima abitudine di trangugiare tutto velocemente. Pena un girovita più abbondante. Lo dicono le mamme e lo consigliano i nutrizionisti, e oggi la toeria del «chi mangia piano ci guadagna in salute» è avvallata ulteriormente anche da uno studio condotto in Giappone presso la Osaka University e pubblicato sul British Medical Journal.
Gli scienziati hanno analizzato le abitudini alimentari di 3 mila persone, mettendo in luce che chi non si gusta tranquillamente il pasto dedicandoci tutto il tempo necessario, vede raddoppiata la possibilità di essere in sovrappeso. Questo essenzialmente perché ingozzandoci mandiamo in tilt il sistema preposto alla trasmissione del senso di sazietà, che dovrebbe dire al nostro cervello che è il momento di smettere di mangiare perchè lo stomaco è pieno. Così si finisce col mangiare più del necessario e i chili aumentano.
Poco meno della metà dei volontari che hanno partecipato allo studio hanno riferito di avere la tendenza a mangiare rapidamente. I dati raccolti dimostrano che gli uomini dalla forchetta veloce, paragonati a quelli che invece sono fedeli alla filosofia slow, e che degustano le pietanze con la giusta calma e in rilassatezza, hanno l'84 per cento di probabilità in più di essere in sovrappeso. La percentuale è addirittura raddoppiata quando si tratta del gentil sesso. E non è tutto: il rischio obesità è triplicato se, oltre a mangiare velocemente, si mangia fino a che non ci si sente sazi.
Oltre alle raccomandazioni sulla masticazione e sulla qualità del cibo con cui ci si nutre, rimane quindi valido il suggerimento di alzarsi da tavola prima di «sentirsi pieni». Assolutamente sconsigliabile consumare i pasti davanti alla televisione o al computer: meglio sedersi a tavola e degustare ciò che si ha nel piatto, magari sedendosi accanto a qualcuno che invece mangia con calma, giusto per avere un termine di paragone e magari - chissà - lasciarsi influenzare dalla lentezza.

domenica 11 gennaio 2009

"E se fosse tuo figlio?"

Campagna del ministero «E se fosse tuo figlio? - Insieme per un Turismo Responsabile»
Michela Brambilla: «Tacere sul turismo sessuale è connivenza»
«Basta con i viaggi della vergogna». «Coinvolti almeno tre milioni di minori nel mondo»
«Tacere è connivenza, basta con i viaggi della vergogna». È questo il filo conduttore della campagna contro il turismo sessuale «E se fosse tuo figlio? - Insieme per un Turismo Responsabile» lanciata dal sottosegretario con delega al Turismo, Michela Brambilla. «Non si tratta di turismo - ha spiegato intervenendo allo speciale condotto da Monica Saluzzi su Sky - questi sono viaggi della vergogna. Tacere vuol dire connivenza. Perchè sino ad oggi non si è fatto niente? Non lo so. So però che tacere e connivenza. Solo grazie all'aiuto dei mezzi di comunicazione, possiamo toccare le coscienze».
«Sono coinvolti almeno tre milioni di minori per un volume di affari di oltre 100 miliardi di dollari - ha detto Michela Brambilla - il fenomeno ha messo le radici in tutto il mondo. Nel nostro spot infatti, non figurano bambini con particolari tratti somatici o colori di capelli. Il problema coinvolge per il 75% le bimbe, per il 25% i maschietti». A macchiarsi di questo crimine vergognoso «sono soprattutto i giovani - ha aggiunto ancora Brambilla - una cosa allarmante. Si pensa spesso all'anziano ma in realtà i primi interessati sono giovani e spesso padri di famiglia indotti dalla possibilità di fare altrove quello che in Italia non possono fare».
«Spesso questa gente pensa di poter abusare di questi bimbi perchè li considera diversi - ha detto Brambilla - . Il Governo è impegnato molto su questo fronte. Si interviene su tutta la filiera turistica a partire dai tour operator». E poi un avvertimento: in Italia abbiamo leggi all'avanguardia e coloro che pensano di poter commettere questi crimini all'estero e pensano di restare impuniti è bene che sappiano che invece questi reati rientrano nella giurisdizione italiana. «È arrivato il momento in cui tutti i governi devono fare qualcosa contro la pedofilia. Internet - ha sottolineato il Sottosegretario - ha fatto si che il problema stia assumendo contorni preoccupanti. Anche io sono mamma, il messaggio tocca anche me ed è fondamentale la presa di coscienza di quanto possa essere grave la connivenza e il tacere certi fenomeni».

Al freddo e al gelo

Le storie di Amabile, Eme e gli altri 800 homless dispersi tra Duomo e stazioni dei treni
Coperte, vino rosso e un Vangelo: la lunga notte dei clochard di Milano
Viaggio tra i senzatetto del capoluogo lombardo. L'aria calda dei metrò unico rimedio contro il freddo
Amabile, Luca, Angelo il «papà di tutti noi». E ancora: Silvia, Eme Frak, Ronald, Marcus, Leandro. Sono solo alcuni degli ottocento clochard milanesi che dai City Angels e dagli operatori delle altre associazioni di volontariato vengono chiamati gli «irriducibili». Nonostante il freddo, la pioggia e la neve, trascorrono le notti in strada e non abbandonano mai la loro «casa» sul marciapiede, tra le grate, vicino ad una colonna, sulle scale della metropolitana. Per tutti il ritornello è lo stesso: non vogliono andare nei dormitori predisposti per il piano antifreddo dal Comune perché hanno paura di perdere gli scatoloni, i sacchi a pelo, le borse, i Vangeli e tutte le cianfrusaglie che si portano appresso. Siamo andati a trascorrere il tardo pomeriggio e la notte con loro per farci raccontare questa resistenza scalfita a colpi di gelo.
«Sono due anni che vivo a Milano – ci racconta Amabile -, ma sono nata a Collebeato in provincia di Brescia. Ho avuto un grosso shock per la separazione da mio marito e la sottrazione del mio unico figlio. Ora vivo qui, a due passi dal Duomo, sotto un portico». Dispensa sorrisi la tenace bresciana mentre si scalda le mani con il tepore del caffè. «Ho tutto quello che serve per passare l'inverno: una coperta, un piumino, un cappello di lana che mi ha regalato un passante e un Vangelo. Non voglio altre coperte e nemmeno altri indumenti perché potrebbero servire ad altre persone. Preferisco passare le mie notti d'inverno qui, piuttosto che in un dormitorio. Cerco il silenzio e il rumore degli altri mi innervosisce». Amabile non è sola. Lì vicino ci sono Pietro e Jordan che sono di casa. Nel tardo pomeriggio la temperatura cala notevolmente. Fino alla chiusura delle metropolitane – all'1 di notte - c'è un buon metodo per scaldarsi: gli homeless si sdraiano sulle grate centrali da dove fuoriesce il calore prodotto dalle centraline della metrò.
Sono quasi le 20.30, il freddo si infittisce. Lasciamo piazza Duomo che nel frattempo è circondata dai cumuli sale, portati dal Comune per combattere gli effetti dei due giorni di nevicate dell'Epifania, per dirigerci alla stazione centrale, altro punto nevralgico per i senzatetto della città. Nelle entrate laterali troviamo dei gruppetti di clochard che aspettano la notte. Qualcuno per tentare di scaldarsi, o forse quanto meno per non pensarci, beve il vino dalle confezioni di cartone. «Siamo preoccupati per la morsa del freddo - ci racconta Walter Nappa della Fondazione Fratelli di San Francesco - pensiamo alla salvaguardia delle loro vite». Vicino a noi scuote il capo l'assistente sociale Micaela Paleari che ci spiega le ragioni del rifiuto: «Molti di loro hanno un cane, un criceto e non vogliono separarsi dall'unico affetto che hanno; oppure tra ci sono le coppie che non possono stare insieme nei dormitori e preferiscono dormire all'aperto. Ma nei casi più delicati i clochard hanno un mondo che non riescono a condividere con nessuno».
Entriamo dall'ingresso principale della stazione accompagnati da Fernando Coco, un volontario brasiliano di 31 anni che appartiene alla associazione umanitaria Blue Berets. Ci dirigiamo verso i luoghi contesi dai senza-dimora per passare la notte: i vagoni delle carrozze regionali che stazionano sui binari fino alle prime luci del mattino; gli enormi totem che sponsorizzano la regione Piemonte collocati ai lati del piazzale principale. Non ci vuole molto, basta spostare un tendone e si scoprono gli indumenti lasciati come segno di proprietà dai clochard; oppure qualcuno che già dorme abbracciato tra le coperte. «Noi li conosciamo tutti – racconta Fernando – e sappiamo che gli "irriducibili" non cambieranno mai idea. Non chiedono l'assistenza».
Qualche metrò più il là c'è Eme Frak, un cinquantaduenne di origine africana con passaporto francese. Da diciannove anni vive in Italia, dopo una parentesi a Lione. Prima di finire su una strada faceva il muratore. «Sono un irregolare e cerco in tutti i modi di vivere con dignità. E se fa molto freddo non vado nei dormitori per evitare i controlli». Ormai è notte. I tabelloni elettronici indicano i primi treni della mattina in partenza. Qualcuno ha ancora voglia di parlare , forse per non sentire il freddo. Siamo a -3 e Silvia, una polacca di 30 anni nata a Varsavia, ci racconta che nei dormitori c'è stata un paio di volte ma non intende più tornarci. « Preferiamo stare qui. Siamo in troppi, facciamo fatica ad avere delle regole. Abbiamo le nostre piccole abitudini alle quali non sappiamo rinunciare. L'anno scorso al dormitorio mi hanno rubato le scarpe e i guanti. Preferisco rimanere in strada».