venerdì 19 dicembre 2008

Intervento educativo

Una parola sugli autori di questo manifesto:
- non è da uomini non firmare un proprio scritto;
- non è lo strumento adatto affidare il proprio messaggio a volantini appesi alle porte, quasi fossimo per strada o in una dittatura;
- suggerire che per noi insegnanti l'Eucarestia sia quello che è stato descritto in questo testo, significa non aver studiato la teologia che insegnamo nelle nostre aule;
- sarebbe molto debole la considerazione dei "valori della tradizione" se qualcuno li identificasse con pizzi, incensi e affini;
- non è misericordioso non concedere il perdono a chi può essere uscito fuori dalle righe e i processi di piazza non sono i più giusti;
- non è intelligente prendere come paladino chi non ne ha i numeri;
- non è caritatevole trattare così (con sarcasmo, violenza, maldicenza) i propri fratelli di fede e i propri educatori.

Per rilanciare: non può ancora essere presbitero chi - con azioni come queste - dimostra che non sta camminando nella via dell'amore fraterno, nella forma della capacità di condurre nell'unità il popolo di Dio.
don Chisciotte


Analisi e interpretazione

Con l'analisi del fenomeno ci siamo;
la "terapia" è un po' deboluccia.
don Chisciotte
Natale, che stress
Non per tutti le festività sono un momento di gioia. Per alcuni la pausa dal lavoro porta con sé una riflessione sulle aspettative deluse, le ansie e le frustrazioni, la solitudine. Ma bisogna razionalizzare per riprendersi e affrontare con positività il nuovo anno
Strade addobbate e atmosfera di festa. Ed è subito Natale. Ma non per tutti è un momento di gioia, anzi per molti l’attesa festività è accompagnata da una vena di malinconia e tristezza. La depressione natalizia esiste ed è fatta di un senso di vuoto, di pessimismo e causa disturbi dell’umore che coincidono con quelli tipici della depressione clinica.
“Ogni momento di pausa dal lavoro e dalla quotidianità conduce a un momento di riflessione – spiega Silvia Vegetti Finzi, psicoterapeuta docente all'Università di Pavia e scrittrice –. E così, tutte le aspettative deluse, tutte le ansie e lo stress che si accumula durante l'anno trovano spazio nei nostri pensieri proprio durante le feste”.
Le cause e i sintomi della depressione natalizia. La fine dell'anno è il periodo ideale per fare un bilancio. “Proprio in quel momento – continua la Vegetti Finzi -, in una situazione di stasi, viene fuori la nostra vera essenza. Abbiamo sempre un desiderio non realizzato o un dolore legato a un'assenza dolorosa, a un amore che manca, alla morte di un coniuge o di un parente, alla separazione dei genitori. Insomma riemergono tutte quelle situazioni che la fatica e lo stress tendono a esasperare”. E la tristezza che si prova tende a confliggere con l'atmosfera di felicità tipica del Natale che, però, la persona depressa non percepisce. La conseguenza infatti, secondo la psicanalista, è il senso di colpa che non fa che aumentare la malinconia e l'inadeguatezza rispetto agli altri, tanto che si ha perfino difficoltà a stare con la famiglia. “Inoltre la depressione ha conseguenze sull'organismo: mal di testa, disturbi del sonno (o si dorme troppo o pochissimo), difficoltà di concentrazione, agitazione e ansia. Ma anche diminuzione dell'interesse in attività che normalmente portano piacere come: cibo, sesso, lavoro, amici, hobby e divertimenti”.
I soggetti più colpiti. Le persone che soffrono di più lo sbalzo di umore sono gli adolescenti e gli anziani. “Nel caso di un giovane – continua l'esperta – bisogna tener presente che sta vivendo la stagione dei grandi cambiamenti. La tristezza per un rifiuto amoroso o per la separazione dei genitori porta alla mente la stagione della vita in cui il Natale era il momento più atteso, quello in cui non bisognava altro che aspettare i doni”. Anche i nonni soffrono la depressione natalizia. In pochi giorni trovano di nuovo la casa piena di nipoti, di parenti e nel giro di due settimane tutto ritorna com'era. “Un'attenzione particolare la meritano proprio gli anziani – aggiunge la Vegetti Finzi, autrice del volume Nuovi nonni per nuovi nipoti – bisogna cercare di accudirli, di ringraziarli, di farli sentire amati e utili. Specie quando sono soli a causa della morte del coniuge”. Come sopravvivere alla malinconia natalizia. Minimizzare la situazione e le aspettative, valorizzando al massimo la propria situazione. Bisogna difendersi accentuando il razionalismo ma anche condividendo ciò che viviamo con gli altri. “Capire che in fondo la propria situazione è comune anche ad amici e parenti – conclude la Vegetti Finzi – può aiutarci a stare meglio. Non solo, anche dare amore risolleva l'umore. Soltanto amando si riceve amore, anche quando lo vorremmo da chi invece non ci soddisfa”. E così un abbraccio a un nonno, una carezza a un amico, una serata vissuta a ridere e scherzare facendo stare bene gli altri può restituirci la gioia e rende tutti pronti a vivere meglio l'arrivo del nuovo anno. Proprio per questo non è detto che la depressione natalizia sia un male. “Perché superare un momento di tristezza con le proprie forze, può dare quella positività che serve a farci iniziare l'anno che viene al meglio”.

giovedì 18 dicembre 2008

Povere bestie... i padroni


"XXX è un asilo a tutti gli effetti, il primo a Milano, con tanto di educatori professionisti, zona pappa, zona nanna, area giochi, area relax per i massaggi e servizio happening per il compleanno di Fido. Perché con i ritmi frenetici e lo stile di vita moderno dei loro padroni, anche gli amici a quattro zampe soffrono di solitudine, noia e stress. (...) Da XXX i cani vengono trattati come ospiti di tutto rispetto dai sei educatori cinofili che lavorano nella struttura. Vengono accolti in uno spazio di circa 200 metri quadrati, disponibile per massimo 15 o 20 animali e prima del loro primo giorno di scuola, fanno l’inserimento. Non si accettano cani aggressivi o ingestibili, né con problemi sanitari. La giornata dei clienti di questo club esclusivo comincia alle 8, con i giochi di attivazione mentale e attività fisica. Ogni due ore vengono portati fuori per la passeggiata, mentre i pasti sono serviti secondo le indicazioni del padrone (tipologia, marca, quantità e orari). Se hanno sonno possono rilassarsi nell’area riposo, attrezzata con lettini.
Servizi aggiuntivi per gli ospiti
- Presa e consegna: bus dog o taxi dog
- Educazione di Base: metodologia gentile
- Massaggi e reiki: con esperti nel settore
- Attivazione mentale: sviluppa le capacità cognitive del tuo cane ed allenare le sue abilità nel risolvere problemi di crescente difficoltà
- Fotografie e ritratti: fotografi e pittori per un ritratto del tuo cane
- Comportamentalista: se il tuo cane manifesta un problema di comportamento".
grazie a L.M. per la segnalazione

Dimenticanza

Nel nuovo lezionario ambrosiano, ieri è stato letto il Vangelo secondo Luca 1, 1-17; oggi si prosegue con il cap. 1, i versetti dal 19 al 25.
E' stato dimenticato il v. 18: "Zaccaria disse all'angelo: «Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni»".
Una dimenticanza che non fa capire come mai, nella lettura di oggi, l'angelo contesti a Zaccaria di non aver creduto all'annuncio della fecondità del grembo di sua moglie.

Il "castigo-segno" per questa incredulità è - per Zaccaria - il mutismo.
Credo che l'attuale difficoltà della Chiesa a comunicare
(paragonabile ad un muto gesticolare senza parole)
sia interpretabile come dovuto alla stessa dinamica.

don Chisciotte

Società an-estetica

I chirurghi: «Per Natale non regalate interventi estetici alle figlie»
Un fenomeno in crescita in tutta Europa: «Ma prima dei 20 anni almeno il seno non va mai ritoccato». Gli specialisti della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica hanno pubblicato un appello contro l'abitudine, che si sta diffondendo, di regalare interventi estetici correttivi alle figlie adolescenti.
Niente chirurgia al seno come «regalo di Natale». L'appello a non cedere alle richieste di adolescenti insoddisfatte del proprio aspetto arriva dai chirurghi estetici della Sicpre (Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica).
Da qualche anno - sottolinea una nota diffusa dalla Sicpre- sempre più ragazze di età inferiore ai 18-20 anni chiedono ai genitori, come regalo di Natale di compleanno, di promozione un intervento di chirurgia estetica.
Il fenomeno riguarda molti Paesi europei - in Germania 100 mila casi nel 2007 - e anche l'Italia, sebbene non ci siano dati precisi, è coinvolta dal problema. In occasione del periodo natalizio gli specialisti hanno voluto intervenire sul fenomeno sottolineando alcuni aspetti da tenere presente.
«Va fatta una distinzione- precisa la nota- fra inestetismi stabili già durante l'adolescenza e che non possono modificarsi da soli (per esempio orecchie a ventola o naso non bello) e caratteristiche che semplicemente non corrispondono ai canoni di moda, che fra l'altro sono suscettibili ancora di trasformazioni oltre i vent'anni, fra cui il volume del seno e la distribuzione del grasso corporeo. Di conseguenza, è evidente che mentre un intervento estetico come la rinoplastica (correzione del naso) può essere ammissibile e utile anche a 16 anni, per il seno o per le liposuzioni il discorso è molto diverso».
«In particolare, -ricordano i chirurghi- sotto i 20 anni l'aumento di seno non va mai praticato: fino a quell'età sono possibili modificazioni spontanee del suo volume dovute alle variazioni dell'assetto ormonale. Anche la riduzione del seno è sconsigliata nella maggior parte dei casi e può essere ammissibile solo in situazioni estreme. Stessi criteri per la liposuzione. Anche la distribuzione e il volume del grasso sono infatti influenzati dall'assetto ormonale. Intervenire chirurgicamente è giustificato solo in casi gravi».
«La chirurgia», chiarisce il professor Carlo D'Aniello, Presidente della Sicpre, «anche quella estetica, è un atto traumatico e mai privo di rischi, per quanto minimi. Quindi, nel dubbio che un inestetismo possa attenuarsi o addirittura sparire, è saggio aspettare. Tanto più che l'adolescenza è un'età di trasformazioni anche psicologiche, e ciò che appare insopportabile a 15 anni può diventare gradevole a 18 o 19. Inversamente, c'è anche il rischio che una correzione chirurgica eseguita troppo presto diventi sgradita col passare degli anni. Insomma, la chirurgia estetica richiede maturità sia fisica sia psichica». In Germania è in discussione da qualche mese la proposta (della Cdu) di vincolare gli interventi al parere favorevole di due diversi chirurghi plastici, mentre altri dicono che basterebbe obbligare a un periodo di riflessione di 6 settimane tra visita e intervento. La Sicpre non entra nel merito né si augura l'introduzione di norme di legge rigide sull'argomento. Però chiede a tutti i genitori e a tutti i chirurghi italiani di tenere conto responsabilmente di queste raccomandazioni. (...)

mercoledì 17 dicembre 2008

Nostalgie

Nostalgia canaglia
di Massimo Gramellini
Avete fatto caso a quanti telefonini adottano la suoneria dei telefononi che strillavano nei tinelli della seconda metà del Novecento? È l’ultimo segnale di un fenomeno che si acuisce in tempi di crisi: la nostalgia. Per gli stipendi che consentivano a un impiegato di comprarsi la casa senza fare mutui. Per i comici che facevano ridere senza usare parolacce. Per la persona che non sposammo o che sposammo ma non le assomiglia più. Per le fatiche di una vita in salita che era comunque meno stressante di una in discesa verso l’ignoto. Nei sondaggi i tedeschi dell’Est difendono la memoria della Ddr, in realtà la loro giovinezza trascorsa sotto quel regime. Da noi chi vota Veltroni (pochi, ultimamente) rimpiange Berlinguer. Gli altri hanno già rivalutato la Dc e qualcuno anche i socialisti. Ogni aspetto della vita è pervaso da una polvere che deforma i ricordi, ripulendoli dalle scorie per restituirceli nella magia dell’incanto che non furono. Persino il tifo calcistico è una forma di nostalgia: per il te stesso bambino, ancora capace di provare emozioni assolute.
Adesso dalla Gran Bretagna giunge l’immancabile studio scientifico a certificare quel che in fondo sapevamo già: rimpiangere il passato aiuta ad affrontare meglio il presente. Costretti a nuotare in mare aperto, ci appigliamo allo scoglio dei ricordi per trovare un punto di riferimento e il coraggio di dare un senso al panorama. È un piacevole inganno che da generazioni aiuta gli uomini a vivere. Sembra impossibile, ma fra vent’anni i giovani fan di Di Pietro rimpiangeranno Berlusconi (sempre che non sia ancora lì).

Manca solo di citare la nostalgia in ambito ecclesiale...
c'è la nostalgia classica, quella che ha sempre fatto dire ad alcuni: "Prima era meglio... tutto";
c'è quella più costruttiva: "Poco tempo fa avevamo dei padri... che rimpiangiamo".
don Chisciotte

Criteri di scelta

La vita è fatta di scelte. Con criteri.
La scelta delle due letture del nuovo Lezionario ambrosiano per la Messa di oggi
ha dei "criteri" che non sono certo quelli della comprensione
e della partecipazione del popolo di Dio.

Questi i versetti della seconda lettura:
Inizia la lettura del libro di Ester 1, 1a-1r. 1-5. 10a. 11-12; 2, 1-2. 15-18.

martedì 16 dicembre 2008

Epoca di agonia di nomi

Dalla lettera a Giacobbe
Sì, anche noi, come te, stiamo vivendo un momento decisivo.
Quella notte tu lasciavi per sempre la tua terra antica e ti addentravi rischiosamente nel territorio controllato dal fratello-nemico. Stavi facendo, cioè, il passo più drammatico della tua vita: entrare in un continente sconosciuto. Passavi il tuo Rubicone, insomma.
Ed ecco densificarsi, proprio sulla frontiera segnata dal fiume, il cumulo delle incertezze simbolizzato dalla tua lotta con Dio. Che, in fondo, fu una lotta per il nome.
Tu chiedesti il nome tutta la notte al tuo rivale misterioso, dicendogli ogni volta che l'atterravi: Come ti chiami? Ma lui sgusciava alla presa delle mani viscide e, prendendo il sopravvento, ti ripeteva: Perché mi chiedi il nome? La nostra storia, caro Giacobbe, ti rassomiglia tanto. Anche noi stiamo sperimentando l'oscurità del trapasso.
Giunti a una frontiera decisiva della storia, affrontiamo il guado che ci introduce nel terzo millennio e, come te, viviamo il dramma del nome. Le antiche categorie si rimescolano. I vecchi vocaboli non ci bastano più per indicare gli scenari nuovi sulle cui sponde stiamo per approdare. Lo scontro più vero oggi è con l'ineffabile.
Gli schemi concettuali che avevano finora sorretto la nostra comprensione dell'universo si stanno sfaldando, minacciati come sono dall'onda lunga di una realtà inedita. Sensazioni impreviste straripano da tutte le parti, e le parole di un tempo non le contengono più. Le dighe lessicali cedono sotto l'urto di emergenze che irrompono con la furia di un tornado. E noi, a ogni realtà che pure tocchiamo ma che ed slitta dalle mani, continuiamo a chiedere, sotto lo spasimo della lotta, come facesti tu: Qual è il tuo nome?
È proprio vero: la nostra è un'agonia di nomi. È una crisi di vocabolario. I termini non aderiscono più alle cose e scivolano sulla loro pelle.
mons. Tonino bello, Ad Abramo e alla sua discendenza, 36-37

Alla ricerca di Gesù

L'irresistibile attrattiva di Gesù per il tempio fa da contrasto alla non comprensione dei genitori: «Senza che se ne accorgessero», in greco: «uk égnosan», non lo conobbero, non lo seppero. Siamo di fronte a un grande mistero. Non è poco quello che è accaduto a Maria: normalmente le mamme conoscono da che cosa i loro bambini sono attratti e sanno dove possono essere andati allorché, sfuggendo alla sorveglianza, sono scappati. È vero che un dodicenne, soprattutto nel mondo orientale, aveva una qualche autonomia, ma era, come sembra, la prima volta che andava a Gerusalemme e i genitori avrebbero dovuto essere attenti. Si direbbe - e provo una certa fatica nel dirlo - che Giuseppe e Maria abbiano perso il colpo d'occhio, l'insieme della situazione, si siano fatti sfuggire l'essenziale. Possibile - ci chiediamo - che non avessero compreso la forza di attrazione che il tempio esercitava su Gesù? Possibile che non abbiano colto l'irresistibile fascino che avrebbe come inchiodato Gesù nel tempio? (...)
Che cosa dice a noi l'atteggiamento dei due genitori? Capita a tutti noi di perdere il punto della situazione senza nostra colpa, proprio perché non ci viene in mente. Non riusciamo sempre a valutare la totalità degli eventi e viene il momento in cui ci battiamo il petto perché ci è sfuggito qualcosa che, a rigor di logica, non avremmo dovuto tralasciare: avevamo molto da fare in quel giorno e non siamo stati attenti a quella persona mentre sarebbe stato ovvio prestarvi attenzione, ecc. Maria partecipa alla nostra fragilità perché è passata per questo momento di smarrimento nel senso globale della situazione. Forse sarebbe bastata da parte sua un po' di riflessione: "Era così immobile Gesù nel tempio, non riuscivamo a tirarlo via, sarà certamente rimasto là!".
Se Maria ha vissuto un momento così duro di disagio, di umiliazione, di dolore, anche noi dobbiamo perdonarci, anche noi dobbiamo capire che la nostra natura povera non riesce spesso a cogliere, per quanto si sforzi, il vero centro della situazione. Maria ci dà la mano e ci insegna l'umiltà: l'umiltà e l'umiliazione che ci può venire dalla gente che critica il nostro sbaglio, la nostra scarsa capacità di intuizione, la nostra dimenticanza, la nostra non attenzione a quella persona in una circostanza importante. Forse la gente della carovana ha criticato Maria: «Ecco, è capitato anche a lei, non può andarle sempre bene...». Qui Maria è veramente nel suo popolo: vive, partecipa, soffre, è criticata, si sente smarrita, in qualche modo si mette in colpa: "Ma come ho fatto? Come è stato possibile?". (...)
«Ma essi non compresero le sue parole». Di fronte alla manifestazione così cruda del mistero e delle sue conseguenze, Maria e Giuseppe non comprendono, devono fare ancora del cammino. Quasi ci stupisce il candore di questa espressione dell'evangelista. «Essi non compresero» è la parola che Luca usa per l'incomprensione degli apostoli di fronte a Gesù che spiega loro come il Figlio dell'uomo dovrà soffrire: «Ma essi non compresero questo» (9, 45); «Ma non compresero nulla di tutto questo» (18, 34). Indica il nostro annaspare di fronte al mistero della morte e risurrezione di Gesù. Maria e Giuseppe, pur se in maniera sottomessa, umile, accogliente, hanno vissuto prima di noi questo brivido del non capire.

C. M. MARTINI, Il Vangelo di Maria, 43-62
lo puoi trovare tra i nostri Testi

"Miracoli"

E' vero che per i diversi disturbi mentali si danno percentuali di curabilità, con piena o soddisfacente remissione dei sintomi, che possono arrivare fino all'80-90%. Miracolo? Sì, certo: uno dei tanti della medicina moderna. Ho letto solo di recente lo splendido "Diceria dell'untore" di Gesualdo Bufalino, ispirato dalla reale degenza dell'autore in un sanatorio nel '46, e sono rimasta allibita nello scoprire che a quell'epoca appena dietro le nostre spalle fosse ancora scontato, normale aspettarsi di morire per tubercolosi (nel libro, forse nella vita, si salva solo il protagonista). Appena nel '46: quando oggi la Tbc, nell'immaginario collettivo, sopravvive come un ricordo remoto se non puramente letterario (il "mal sottile", la Traviata...).
Altro "miracolo" contro la polmonite. Anche qui posso offrirmi come testimone. Bambina di pochi anni, nel dopoguerra fui salvata in extremis dalla morte per polmonite grazie al fortunoso reperimento di una dose di penicillina, introdotta in Italia dai "liberatori" americani. Solo un anno o due prima e il verdetto sarebbe stato senza appello. Nel mio caso come in migliaia d'altri.
E non è un "miracolo" che il vaiolo, terrore secolare di popoli, sia letteralmente sparito grazie alle vaccinazioni (l'ultimo caso nel 1977) e che l'Organizzazione mondiale della sanità abbia potuto decretare l'annientamento dei residui ceppi del virus, conservati come un souvenir in due grandi freezer in America e in Russia? Fantascienza sarebbe sembrata solo trent'anni fa, quando il morbo era ancora endemico in 33 Paesi e catturava ogni anno 10-15 milioni di persone.
Infine, non è uno straordinario "miracolo" che in neanche cent'anni la lunghezza della vita sia praticamente raddoppiata -almeno nel nostro mondo, dove all'inizio del secolo la media era di 42 anni? Che le morti per parto siano oggi una rarità, così come la mortalità infantile quando appartiene ancora ai ricordi dei nonni la scomparsa di tanti fratelli o sorelline decimati in tenera età? Lo stesso è accaduto con la poliomielite, rischio pesante ancora nell'infanzia di quanti hanno oggi 50 anni.
Serena Zoli, Storie di ordinaria risurrezione (e non).
Fuori dalla depressione e altri "mali oscuri"
, 20

lunedì 15 dicembre 2008

Altri

Dal vangelo di oggi (Mt 21,42-43)
E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: / “La pietra che i costruttori hanno scartato / è diventata la pietra d’angolo; / questo è stato fatto dal Signore / ed è una meraviglia ai nostri occhi”? / Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti.

Inquietante e stimolante l'affermazione del Vangelo.
Senz'altro l'evangelista Matteo pensava alla comunità dei seguaci di Gesù come il nuovo popolo che avrebbe goduto delle particolari prerogative che Dio aveva regalato a Israele.
Ma io credo che il Signore stia ripetendo le stesse parole a coloro che adesso guidano la Chiesa: state attenti, perché anche voi, come le autorità del tempo di Gesù, state scartando Colui che è pietra d'angolo e che resterà il criterio fondamentale - col suo modo di agire, fare, pensare - per discernere ciò che è secondo la Rivelazione della Trinità.
E allora non sarete più in grado di guidare il popolo di Dio, e Lui sceglierà altri per portare i frutti della vita vera.
don Chisciotte

Diversi anche in questo

L'allarme degli specialisti: si muore di più per il secondo infarto, pericoli sottovalutati
Il cuore di lei si ammala per amore. Quello di lui invece per traffico e lavoro.
Ricerca presentata al congresso dei cardiologi italiani: per l'uomo e la dona lo stress ha origini diverse.
I nemici del cuore degli italiani hanno nome e cognome, ma sono diversi a seconda che la «vittima» sia uomo o donna. Ne sono convinti i cardiologi, secondo i quali le fonti maggiori di stress per il muscolo cardiaco sono per lui il luogo di lavoro e il traffico, mentre per lei la famiglia e i rapporti sentimentali. Lo rivela un sondaggio condotto a Roma al 69esimo Congresso della Societá italiana di cardiologia (Sic), e realizzato dalla Sic con il supporto di Datanalysis.
Lo stress eccessivo, ricordano gli specialisti, è un nemico della salute del cuore. E per i cardiologi intervistati non c'è dubbio: gli uomini si stressano soprattutto al lavoro (43,6%) e quando sono nel traffico (22,3%), mentre per le donne la tensione dannosa è più legata alla famiglia (40%) e ai rapporti sentimentali (23,7%).
Dal sondaggio, poi, emerge che più di un terzo dei cardiologi (35%) ritiene che oggi si muoia meno di un tempo per l'infarto, ma di più per il secondo infarto. Questo perchè si sottovalutano i pericoli, c'è trascuratezza da parte del paziente (29,8%) oppure una insufficienza dei servizi cardiologici (12,4%), o una valutazione del cuore in ambiente non cardiologico (10,5%). Secondo gli specialisti occorrerebbe garantire la presenza di un cardiologo nel Pronto soccorso (75%). La mancanza di questa figura deve essere ricondotta soprattutto a motivi economici (56,4%) e organizzativi (23%).

Calendario dei diritti

Tra le ciofeche dei calendari, a volte si trova qualcosa di bello e di buono!
Guarda!

domenica 14 dicembre 2008

Natale

IL NATALE DI UN TEMPO OSCURO

Carlo Maria Martini S.I.
cardinale, arcivescovo emerito di Milano

POPOLI Editoriale - dicembre 2008

Forse, per comprendere meglio il mistero del Natale, dovremmo fare astrazione, almeno per un certo periodo, da quelle immagini con cui la fantasia ha ammobiliato la nostra mente e che ricorrono quasi necessariamente quando pronunciamo questo nome. Si tratta per lo più di immagini prese dal racconto del Vangelo secondo Luca. Esso ci lascia un'impressione di luminosità e di serenità: una grande luce compare sulla terra (Lc 2,9), si ode il cantico di pace di una moltitudine dell'esercito celeste (Lc 2, 13-14), mentre con i pastori andiamo ad adorare il bambino che è nato (Lc 2, 15) e incontriamo Maria e Giuseppe che contemplano il loro primogenito (Lc 2, 16).
Tutto questo è vero e fa parte del mistero del Natale. Ma è importante anche ricordare il contesto oscuro in cui tutto ciò avviene. Un viaggio faticoso da Nazaret a Gerusalemme per soddisfare la vanità di un imperatore, le pesanti ripulse ricevute da Giuseppe che cerca un posto dove possa nascere il bambino, il freddo della notte, il disinteresse con cui il mondo accoglie il figlio di Dio che nasce. E su tutto questo grava una pesante cappa di grigiore, di incredulità, di superficialità e di scetticismo, evidenziata nelle gravissime ingiustizie presenti allora nel mondo. Non si può dire che il contesto del primo Natale fosse un contesto di luce e di serenità, ma piuttosto di oscurità, di dolore e anche di disperazione.
IL MISTERO DEL PECCATO

Anche oggi, come allora, possiamo lamentarci di vivere in un periodo particolarmente oscuro e difficile. Basta pensare alla pesante crisi economica che mette tante famiglie in difficoltà, all'ingiustizia globale, alla crescente intolleranza verso gli stranieri e i poveri. Si aggiungano le tensioni religiose, gli smarrimenti delle giovani generazioni. Non sappiamo dire se il nostro contesto sia più oscuro e pesante di quello del primo Natale. D'altra parte è difficile che si possa trovare nella storia dell'umanità un contesto veramente favorevole all'uomo e alla sua dignità. Questo fa parte del mistero del peccato, che è un mistero di assurdità e di irrazionalità.
In tale quadro possiamo chiederci: come opera il mistero del Natale? Come affronta un contesto ostile o indifferente? Che cosa sa dire per il vero bene e la dignità dell'uomo?
In primo luogo appare chiaro che il mistero del Natale è un mistero di modestia e di piccolezza. Non ha la pretesa di introdurre modifiche di grande livello, che mutino il contesto in tempi brevi. E tuttavia il mistero del Natale introduce nel cammino storico dell'uomo quegli atteggiamenti quasi impercettibili, ma che permettono di cogliere la verità dei rapporti e di modificarli nel senso di un rispetto dell'altro, di una riverenza e di un'accettazione tali da poter influire anche su contesti più ampi.
TRE SEGNALI DI SPERANZA

Alcuni di questi atteggiamenti riguardano ogni tempo e situazione. Altri sono più specifici del nostro tempo e ad essi vorrei invitare a dare uno sguardo privilegiato. Ne segnalo tre.

Anzitutto un crescente amore e desiderio della Parola di Dio, specialmente di quella contenuta nella Bibbia. Essa si è manifestata sia nel recente Sinodo universale dei vescovi sia, in Italia, nella Bibbia letta notte e giorno, senza interruzione, per una settimana. Quest'ultima iniziativa, quasi una sorta di maratona biblica, non mancava di qualche ambiguità. Ma il comportamento dei lettori e dei fedeli e l'accoglienza silenziosa e riverente del pubblico hanno mitigato i timori della vigilia. Soprattutto vorrei ricordare, in questo amore alla Parola di Dio, la crescente capacità dei laici di leggere le Scritture e di pregare a partire da esse. Se si giungerà così a compiere finalmente il voto del Concilio Vaticano II (cfr Dei Verbum, n. 26), avremo un segnale di speranza che non deluderà.

Vorrei ricordare, come secondo segnale, il crescente desiderio di apertura ecumenica e interreligiosa, che vuole contrastare efficacemente le chiusure etniche e confessionali.

Ma soprattutto vorrei menzionare una serie di gesti che ho conosciuto in Israele che, non nascendo da un terreno propriamente biblico o cristiano, mi sono sembrati fiori purissimi germinati per opera dello Spirito Santo, che mostra la sua presenza anche nelle pieghe più difficili del mondo di oggi. Si tratta di famiglie ebraiche e palestinesi, che hanno subito ciascuna un lutto grave a causa della violenza (per esempio una ragazza uccisa in un attentato terroristico o un giovane ucciso in operazioni di guerra). Ora, invece di crogiolarsi nel desiderio di vendetta, queste persone si sono chieste: ma se io soffro tanto a causa di questa violenza ingiusta, quale sarà la sofferenza dell'altra parte per una violenza analoga? Così queste persone si sono cercate, hanno parlato e pianto insieme, e hanno elaborato insieme iniziative di pace e di riconciliazione coinvolgendo anche altri. Questo fiore del Vangelo nato in un terreno non religioso mi è sembrato un segnale importantissimo della presenza di Dio in ogni cuore e mi dà motivo di speranza anche in un contesto oscuro e difficile come il nostro.

sabato 13 dicembre 2008

Classe di carta

Inchiostro simpatico
di Massimo Gramellini
Fino all’altra sera avevo il sospetto che l’Italia fosse nelle mani di una classe dirigente superficiale e furbastra, simpaticamente ispirata alla famiglia Cesaroni. Ma poi ho visto la puntata di «Report» in cui Colaninno, messo all’angolo da quella judoka della notizia che è Milena Gabanelli, cercava fra i papiri del suo ufficio la clausola statutaria che dovrebbe impedirgli di vendere entro cinque anni l’Alitalia. Cercava e non trovava, lo Steward Maximo, ma ci rideva sopra. Si sa come sono le clausole, specie quelle cresciute nel microclima peninsulare: animaletti infingardi che si nutrono di inchiostro simpatico e il mercoledì si intrufolano fra le pieghe di una legge per amore dei manager («Tanzi, io ti salverò!») e la domenica scappano a gambe levate dagli statuti delle compagnie aeree. Sempre all’insaputa dei legittimi proprietari, naturalmente. E confidando nel disinteresse ostentato dell’opposizione, che non ha tempo per inseguire le clausole, dovendo occuparsi di cose molto più importanti, delle quali ci verrà fornito un elenco appena possibile, cioè mai.
Sì, fino all’altra sera avevo il sospetto che l’Italia fosse nelle mani ecc. ecc., ma adesso non l’ho più, perché il sospetto è diventato certezza. Viviamo momenti in cui uno guarda gli esempi che gli arrivano dall’alto e, per quanto si sforzi di imitarli, non riesce a essere altrettanto approssimativo e cialtrone.

venerdì 12 dicembre 2008

Rendersi conto

"A Messa si arriva in orario". E il ritardatario si offende.
di mons. Mario Delpini
Avvneire - 7 giugno 2008
Non ho mai capito come si spieghi il ritardo dei treni: si sa la distanza, si sa la velocità, che ci vuole a fare un orario? Più incomprensibile dei ritardi del treno è il ritardatario alla Messa della domenica. È un cristiano convinto: la Messa è il centro della vita. Sa l’orario: è sempre lo stesso da 20 anni. È domenica: c’è una ragionevole possibilità di organizzarsi. Eppure il ritardatario arriva in ritardo. Al suo arrivo qualcuno gli dedica un cenno di saluto e così ha già perso il filo delle letture. Mentre si siede, la sedia si sposta e anche la lettrice si distrae: salta alla riga successiva. Il prete che celebra osserva e si indispettisce, tanto che neppure s’accorge che la lettrice s’è confusa. Il ritardatario si accomoda, ma, prima di ascoltare, si guarda intorno e s’incuriosisce: come mai la statua della Madonna a fianco dell’altare? La spiegazione è stata data all’inizio, ma il ritardatario era in ritardo. Più o meno verso la predica, il ritardatario riesce a concentrarsi. Il prete parla del radunarsi dell’assemblea e dei riti di introduzione e quindi dice dell’importanza di arrivare per tempo in chiesa. Il ritardatario si indispettisce: ce l’ha con me? Come si permette?

"Non lo sappiamo"

il Vangelo di oggi secondo Matteo 21, 23-27
Il Signore Gesù entrò nel tempio e, mentre insegnava, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo e dissero: «Con quale autorità fai queste cose? E chi ti ha dato questa autorità?». Gesù rispose loro: «Anch’io vi farò una sola domanda. Se mi rispondete, anch’io vi dirò con quale autorità faccio questo. Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?». Essi discutevano fra loro dicendo: «Se diciamo: “Dal cielo”, ci risponderà: “Perché allora non gli avete creduto?”. Se diciamo: “Dagli uomini”, abbiamo paura della folla, perché tutti considerano Giovanni un profeta». Rispondendo a Gesù dissero: «Non lo sappiamo». Allora anch’egli disse loro: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio queste cose».

Anche oggi ho avuto modo di notare che circostanze ed opportunità chiudono la bocca rispetto a risposte doverose, note, risapute. E spesso chiudono anche le orecchie di fronte a domande doverose, note e risapute.
Meno male che Gesù, da gran signore, si sottrae a questo giochetto, lasciando a bocca asciutta gli esperti dell'equilibrismo, che si destreggiano ad essere contemporaneamente da una parte e dall'altra, pur di salvarsi la faccia, portare a casa il loro scopo, non perdere quell'appoggio o quell'altro... i famosi sostenitori del "sic et non" (cioè del "così e non così"... sullo stesso argomento), che lasciano altri nella difficoltà di dover prendere una decisione, senza averne gli elementi.
don Chisciotte

Se queste sono news...

... hanno un solo chiodo fisso!

giovedì 11 dicembre 2008

Affascinanti vertigini

Una torre per la tv costruita negli anni '90 in mezzo alla campagna russa, nei pressi della foresta di Terema, alta 300 metri. E' abbandonata da tempo, ma rappresenta comunque una delle attrattive per i pochi turisti che si spingono nella zona. Uno di loro ci è salito sopra e ha documentato la sua impresa con queste immagini. Nella foto si vede il primo pezzo della salita, ancora sgombro dal ghiaccio e dove la visibilià è ancora buona (Victorprofessor)

Ripensandoci

Qualche anno dopo… l’ordinazione
intervento all’Ora Media con la quinta teologia

La Parola di oggi: Vangelo secondo Matteo 21, 18-22
La mattina dopo, mentre rientrava in città, il Signore Gesù ebbe fame. Vedendo un albero di fichi lungo la strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Mai più in eterno nasca un frutto da te!». E subito il fico seccò. Vedendo ciò, i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai l’albero di fichi è seccato in un istante?». Rispose loro Gesù: «In verità io vi dico: se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che ho fatto a quest’albero, ma, anche se direte a questo monte: “Lèvati e gèttati nel mare”, ciò avverrà. E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete».

Qualche anno dopo radico sempre più la mia fede su questo Figlio di Dio che ha scelto di incarnarsi, fino al punto di avere fame, condividendo nella carne tutte le più profonde dinamiche delle creature volute e a sua immagine.
Qualche anno dopo mi commuovo che l’Altissimo, nonostante abbia visto tanti nostri errori, continui a dichiarare la sua “fame” di ministri ordinati della sua Chiesa, dalla sua Chiesa, per la sua Chiesa. E fame anche di me, tra questi ministri.
Qualche anno dopo mi meraviglio ancora che Gesù mi guardi, si avvicini a me, mi pensi e mi ricrei come portatore di una Notizia buona, sebbene Lui conosca le mie asperità, le mie rigidità, le mie durezze.
Qualche anno dopo, in questi giorni, accetto di fungere da “contro-miracolo” (secondo la definizione di Silvano Fausti), l’unico contro-miracolo del Vangelo, sperando almeno di servire come monito ad altri, in qualità di puledro o di albero seccato.
Qualche anno dopo gioisco ancora di avere un Signore che si aspetti ovunque frutti saporosi, anche fuori stagione; un Signore che non si lascia vincere dallo scoraggiamento, che ci prova sempre, ricordando e suscitando nei suoi discepoli la ferma convinzione che ogni momento è quello buono per fare frutti.
Qualche anno dopo mi rattristo perché la fame di Gesù, la domanda d’amore di un Dio bisognoso, resta spesso delusa. La prima parte di questo episodio è come una istantanea della delusione: l’albero più vicino e dai frutti più dolci, il fico, è il popolo di Dio, che ha sempre bisogno di essere stimolato ad avere fede, a non dubitare dei metodi del Salvatore che si fa servo.
Qualche anno dopo sono illuminato dalla Parola a valutare con fermezza il mio passato: i propositi, i sogni, il ministero… “tante foglie, nessun frutto”, “molto fumo, niente arrosto”. Fatto oggetto di misericordia perché strutturalmente bisognoso, inconcludente, in-efficace.
Qualche anno dopo, appena varcata la soglia dei quarant’anni, cerco di imparare dagli occhi di Gesù come guardare la mia sterilità, superando la tentazione di abbandonarmi alla lamentela, alla rabbia, alla frustrazione.
Qualche anno dopo, sono su questo colle, su questo monte. E oso ripetere a me il comando del Signore: “Marco, sradicati e accetta di essere gettato nel mare della vita”. E stacci.
don Chisciotte

Bestie part-time

Criminali part-time
"Eravamo nervosi"
di Massimo Gramellini
Nel traffico di ieri mattina ho visto due donne giovani ed eleganti scendere dai rispettivi carri armati per insultarsi sanguinosamente riguardo a non so quale diritto stradale o feudale di precedenza. Gli occhi, in particolare, erano uno spettacolo spaventoso: dilatati in un’espressione stravolta, tipica di chi ha abusato di sostanze psicotrope o ha perso la misura reale delle cose. Asserragliato nella mia vettura, ho dirottato lo sguardo sulla prima pagina del nostro giornale, dove uno dei ragazzi che nel fine settimana devastarono per puro sfizio la stazione di Avigliana confessava: «Eravamo nervosi. E allora?».
E allora ci si chiede da dove arrivi questo virus esistenziale che rende tutti così suscettibili di fronte a ogni minimo attentato all’amor proprio. Le cronache sono un rosario senza fine di delitti e baruffe, familiari e condominiali. Laddove esiste l’obbligo della convivenza o della vicinanza, l’essere umano esplode in reazioni sproporzionate. Ci si prende a pugni, e talvolta a pistolettate, per un cane che abbaia, una frase sgarbata, un’auto parcheggiata male. Ultime gocce di un bicchiere riempito ogni giorno, oltre che da troppo alcol, da un distillare di dispetti e rancori.
Futili motivi, si dice in questi casi. Ma è futile anche continuare ad attribuirne la colpa ai soliti sospetti: la noia, lo stress, l’aggressività, il consumo eccessivo di carne, l’inquinamento acustico e atmosferico. Tranne l’ultimo, questi demoni sono sempre esistiti. E non basta dire che un tempo venivano convogliati nella macelleria collettiva della guerra. Come non basta scaricarne il peso sul solito capro espiatorio: la società. Qui sono nervosi i ricchi e i poveri, anzi, i ricchi più dei poveri. Sono nervosi gli abitanti delle periferie anonime e quelli dei luoghi turistici. Sono nervosi gli assunti e i licenziati, i single e gli sposati, i creativi e i burocrati, i colti e gli ignoranti. La spiegazione sociologica diventa un alibi per espellere un problema che invece sta dentro di noi.
«Lei non sa chi sono io», è la classica frase dell’isterico in azione. Ma forse andrebbe cambiata in: «Io non so chi sono io». Questa rabbia senza passione, infatti, è la forma di rassicurazione di un ego sempre più debole e infelice. Un ego spaventato dal futuro e bisognoso di attestati, a cui le piazze sociali di Internet hanno fornito una sterminata passerella, che si pone al centro del mondo ed esalta il potere volatile delle emozioni, sostituendole ai sentimenti e a quella suprema affermazione di sé che consiste nel sapersi controllare sotto pressione. Un ego che, non essendo in grado di stimarsi da solo, ha perennemente bisogno di conferme, e non riuscendo ad averle, le cerca nella prevaricazione del prossimo. Per riuscire a sentirsi alto, deve per forza abbassare gli altri. E poiché non si rispetta, interpreta ogni gesto sfavorevole come una mancanza di rispetto nei suoi confronti.
La felicità, dice il saggio, consiste nel desiderare ciò che si ha. Mentre troppi desiderano ciò che non hanno e si sentono dei falliti o delle vittime se non riescono a raggiungerlo. Da qui il paradosso di persone che digeriscono senza fare una piega ingiustizie e drammi autentici, come la perdita del posto o lo sfascio di una famiglia, ma reagiscono in modo scomposto perché un passante in bicicletta ha osato sfiorare la punta dei loro mocassini.
C’è un altro paradosso: ormai gli scoppi d’ira avvengono più nel tempo libero che in quello lavorativo, in casa o per strada più che in ufficio. Come se solo gli ambienti di lavoro conservassero ancora quel minimo di regole gerarchiche che riescono a tenere a bada gli istinti primordiali. E come se persino i maschi avessero affidato al tempo libero, e non più al lavoro, il compito di misurare il loro valore.

mercoledì 10 dicembre 2008

60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

Shopping compulsivo

Dall'esperienza in un negozio "La sindrone dello shopping"
Libro sui vizi dell'acquisto compulsivo
Sette anni da commessa ed ecco il romanzo-reality
E' laureata in Arti e Scienze dello spettacolo ma prima di diventare insegnante, per mantenersi agli studi ha lavorato per sette anni in un negozio di abbigliamento. Un'esperienza dettata dalla necessità che ha però acceso in Mariafrancesca Venturo una vera e propria passione: fotografare con i suoi occhi le patite dello shopping. E allora è stato subito naturale per la giovane commessa annotare nei dettagli le debolezze e le fragilità delle clienti. Appunti scrupolosi con tanto di elenco delle richieste stravaganti e dei quesiti curiosi quanto imprevedibili, frutto delle giornate di lavoro spese in stressanti maratone per assecondare donne sull'orlo di una crisi di nervi, pronte a tutto pur di portarsi a casa l'abbinamento giusto, quasi che da un azzeccato assortimento di colori possa dipendere la felicità su questa terra. Infine, i vizi delle patite dell'acquisto compulsivo e le virtù delle commesse sono stati raccolti in un romanzo-reality tra l'ironico e l'amaro (...). Il tema sviluppato da Mariafrancesca è solo apparentemente frivolo: che cosa si nasconde dietro a quel tormentone d'altri tempi che recita "il cliente ha sempre ragione", un credo per le venditrici e i venditori d'altri tempi, ma che oggi, nell'èra del turn over a tutti i costi e del precariato perenne, sembra svanito nel nulla? Signore "abbondanti" che pretendono di entrare a tutti i costi nella taglia 42 mentre quella consona sarebbe la 48; maniache dell'apparire che provano decine di pantaloni a caccia della perfezione impossibile, clienti incontentabili, intenzionate ad affidare a un abito il potere di poter cambiare vita... Tutto questo e molto di più Mariafrancesca Venturo aveva annotato nel suo blog. (...) "Più andavo avanti a scrivere ed ad appuntare le strampalate richieste delle clienti più mi rendevo conto che dietro quelle domande c'era un ansia di approvazione, una sottile richiesta di conferme che spesso andava oltre il trovare la gonnellina giusta. (...) Sindrome dello shopping, come difendersi? Qualche consiglio da chi è dall'altra parte.
"Penso che le prime a doversi difendere dalla sindrome dello shopping, siano le clienti stesse. Prima di tutto perché l'ansia per l'acquisto, che poi è spesso legata a un'ansia dell'apparire, ci svuota il portafogli con la stessa velocità di superman, il supereroe che riusciva a superare la velocità della luce, e poi perché quando il piacere per un capo nuovo si trasforma in mania o, ancor peggio, in ossessione, la serenità svanisce come un capello sulla brace e il sorriso si capovolge dando vita a sguardi sempre più imbronciati. Alle commesse dico: non smettete mai di sorridere. Spesso il sorriso e l'autoironia, il sapersi prendere in giro con leggerezza ma mai con superficialità, sono la miglior medicina anche per i piedi gonfi. (...)

martedì 9 dicembre 2008

Oggi solo cose belle!

Tratto dal film "La tigre e la neve"
Su su.. svelti, veloci, piano, con calma...
Poi non v'affrettate, non scrivete subito poesie d'amore, che sono le più difficili, aspettate almeno almeno un'ottantina d'anni.
Scrivetele su un altro argomento... che ne so... sul mare, il vento, un termosifone, un tram in ritardo... che non esiste una cosa più poetica di un'altra!
Avete capito?
La poesia non è fuori, è dentro... Cos'è la poesia, non chiedermelo più, guardati nello specchio, la poesia sei tu...
..e vestitele bene le poesie, cercate bene le parole... dovete sceglierle!
A volte ci vogliono otto mesi per trovare una parola!
Sceglietele...che la bellezza è cominciata quando qualcuno ha cominciato a scegliere.
Da Adamo ed Eva... lo sapete Eva quanto c'ha messo prima di scegliere la foglia di fico giusta!!!
"Come mi sta questa, come mi sta questa, come mi sta questa.." ha spogliato tutti i fichi del paradiso terrestre!
Innamoratevi, se non vi innamorate è tutto morto... morto!
Vi dovete innamorare e tutto diventa vivo, si muove tutto... dilapidate la gioia, sperperate l'allegria e siate tristi e taciturni con esuberanza!
Fate soffiare in faccia alla gente la FELICITÀ! E come si fa? ...fammi vedere gli appunti che mi sono scordato... questo è quello che dovete fare...
non sono riuscito a leggerli!
Per trasmettere la felicità, bisogna essere FELICI e per trasmettere il dolore, bisogna essere FELICI.
Siate FELICI!!!
Dovete patire, stare male, soffrire.. non abbiate paura di soffrire, tutto il mondo soffre!
E se non avete i mezzi non vi preoccupate... tanto per fare poesie una sola cosa è necessaria... tutto.
Avete capito?
E non cercate la novità... la novità è la cosa più vecchia che ci sia...
E se il verso non vi viene, da questa posizione, né da questa, ne da così, buttatevi in terra! Mettetevi così!
Ecco... ohooo... è da distesi che si vede il cielo...
guarda che bellezza...perché non mi ci sono messo prima...
I poeti non guardano, vedono.
Fatevi obbedire dalle parole... Se la parola 'muro' non vi da retta, non usatela più...per otto anni, così impara! Che è questo, bhooo non lo so!
Questa è la bellezza, come quei versi là che voglio che rimangano scritti li per sempre...
forza, cancellate tutto che dobbiamo cominciare!
La lezione è finita.
Ciao ragazzi ci vediamo mercoledì o giovedì...
Ciao arrivederci!

postato sul nostro blog il 30 novembre 2007

A proposito di "terreno fertile"...

... la BMW GS 1150 Adventure è tornata dal tagliando!!

lunedì 8 dicembre 2008

Quando il "conflitto" può essere sano

Il tempo delle «emozioni blande»
Il declino del conflitto
di Giuseppe De Rita
In un cupo soliloquio della Tosca, Scarpia esprime con volgare voluttà il concetto che «ha più forte sapore la conquista violenta che il mellifluo consenso».
È un concetto che gli amanti dell'opera lirica recitano spesso, anche se sempre più raramente lo mettono in opera. Ma è un concetto però cui restano affezionati i teorici e i militanti del conflitto sociale e politico, sempre convinti che la storia e il potere si conquistano facendo rivoluzioni o almeno esercitando la forza. E anche quando, com'è attualmente, la forza e le rivoluzioni sono solo mediatiche e virtuali, l'ispirazione resta la stessa: il conflitto innanzitutto.
Chi osservi invece le cose italiane di questi ultimi tempi scopre che di conflitto ce n'è poco: non ce n'è in fabbrica e nei campi come retoricamente si è spesso declamato; non ce n'è negli uffici pubblici, visto che neppure l'aggressività brunettiana è riuscita a far scattare rivolte anche minimali; non ce n'è in tutto il vasto settore dei servizi alle imprese e alle persone, ormai segnato da professioni (dal pubblicitario alla badante) che sono strutturalmente negate alla mobilitazione collettiva, figurarsi al conflitto. Può spiacere a qualcuno, ma l’attuale composizione sociale non presenta grandi componenti conflittuali.
Si potrà dire che l'affermazione è contraddetta dalle recenti agitazioni di piazza degli studenti e dai recenti scioperi del trasporto aereo; ma credo che un po' tutti abbiano avvertito la loro carica altamente corporativa e la loro incapacità di creare valenza generale e mobilitazione politica. Come potenziali minacce conflittuali sono stati «lasciati cadere»; e non solo dalle sedi del relativo potere decisionale, ma anche dalle sedi tradizionalmente di lotta e potenzialmente di alleanza (il sindacato, ad esempio). Tutto quindi è tornato nell'ordine.
Nell'ordine. Che significa oggi questo termine? In superficie sta a significare che abbiamo più voglia di istituzioni funzionanti che voglia di trasformarle, riformarle, rivoluzionarle. Vince il pragmatismo del quotidiano, non un’idea di futuro migliore; può esser triste ammetterlo, ma tutto ciò porta a una bassa popolarità anche del riformismo, del resto da sempre visto solo come alternativa pacata al conflitto, non come ideologia autonoma e autopropellente.
Resta allora il «mellifluo consenso». È probabile che alla parte più combattiva della nostra classe dirigente venga un attacco di bile di fronte a tale locuzione, magari nel sospetto che essa riveli una più o meno cosciente berlusconiana strategia di dittatura morbida. Ma nei fatti dobbiamo verificare che oggi il consenso si conquista facendo ricorso a emozioni blande e non violente; e anche quando si scende in piazza, le emozioni devono restare blande, come sono quelle dei megaraduni, dei tour elettorali, dei girotondi, delle false primarie, dove tutto è mellifluo, anche se a lungo andare falso, non affidabile.
Perché, come ha acutamente notato Natalino Irti, viviamo un tempo in cui non c'è più rappresentanza (di interessi, di bisogni, di opzioni collettive) ma «rappresentatività esistenziale», di messa in comune di emozioni e sentimenti individuali coltivati nella dimensione dell'esistenza, senza passioni e spessori di essenza. Non a caso, limitando la riflessione al puro campo politico, hanno oggi più successo le formazioni che si rifanno al disagio esistenziale (il leghismo, il dipietrismo) che quelle che devono (per necessitata ampia consistenza) far riferimento alla rappresentanza di interessi, bisogni e opzioni di carattere collettivo, più che ai turbamenti o ai rinserramenti esistenziali. (...)

"Non nel mio nome"

Questo nuovo logo significa:

"Not in my name", "Non nel mio nome".

Sarà applicato su quelle notizie o realtà dalle quali è quasi impossibile "togliersi" (in quanto uomini o cittadini o credenti) ma che non mi rappresentano.
Non mi rappresentano perché non sono secondo un'antropologia integrale e un autentico spirito evangelico.
E quindi vorrei far sapere che non concordo per nulla e che non dovrebbero pensare di far conto sulla mia approvazione-collaborazione-complicità.
Mi sa un po' di "fuga";
e in alcuni casi sarebbe più onorevole un virile distanziamento.
Lo farei, se non fosse che lascerei spazio ancora una volta a coloro che non mi rappresentano, e anche di questo "lasciare un posto vacante" mi sentirei responsabile.
Per ora riesco a fare questo: dichiarare che la mia coscienza si ribella di fronte a certe cose.
Riguardo quelle persone che si sentissero coinvolte in questa mia presa di posizione, sappiano che possono riferirsi a me come preferiscono: voglio rendere ragione delle mie affermazioni.
Chissà che anche altri, invece, non condividano questa mia valutazione.

domenica 7 dicembre 2008

Domande, domande, domande

Sulla scuola due pesi e due misure
di Franco Garelli
E’ difficile comprendere il recente affondo della Chiesa italiana contro il governo per i ventilati tagli alle scuole paritarie, tra cui quelle cattoliche hanno un peso rilevante. Lo sconcerto è diffuso più nell’opinione pubblica che nel mondo politico (sempre diplomatico nei rapporti con la gerarchia ecclesiale) e coinvolge non solo l’area laica ma anche non pochi ambienti cattolici.
Intendiamoci: la Chiesa può avere molte frecce nel suo arco nel rivendicare la parità di trattamento per le famiglie che scelgono la scuola privata rispetto a quella pubblica, nel ricordare che questo tipo di scuole hanno un peso piuma nel bilancio dell’istruzione (l’1%), nel denunciare che il decurtamento previsto dal governo di 1/3 dei fondi a suo tempo pattuiti dalla legge sulla parità scolastica può decretare la fine di questo importante servizio «pubblico»; ancora, nell’osservare che l’eventuale chiusura delle scuole «private» costringerebbe lo stato a prendersi a carico anche gli allievi di questi istituti, con un forte aumento della spesa pubblica per l’istruzione. Di qui la discesa in campo della Cei, che parla di «crisi profonda» della scuola paritaria e minaccia una mobilitazione in tutto il Paese degli istituti cattolici. Ciò che colpisce in questa dura reazione non è il merito di una questione da tempo controversa e sin qui senza una chiara (e auspicabile) soluzione, quanto i tempi e i modi in cui essa si è manifestata e il comportamento messo in atto al riguardo dagli attori coinvolti.
In un momento di forte deficit delle risorse pubbliche, in cui la crisi della finanza creativa sta affossando l’economia reale, in cui si prevedono tagli e amputazioni per tutti i settori della società, desta sorpresa che le scuole cattoliche pensino di sottrarsi alla cura da cavallo a cui è sottoposto il Paese. La rivendicazione della Cei avrà richiamato a molti la penosa situazione in cui versa la scuola pubblica, che di tanto in tanto produce morti e feriti tra i giovani che la frequentano, per la carenza di adeguate risorse per riqualificare gli spazi e renderli all’altezza di un Paese civile. Chi ha più voce in capitolo? Chi ha più diritto ad alzare la voce?
Altro punto controverso della vicenda è la pronta risposta del governo di fronte alla protesta dei vertici ecclesiali, che ha fruttato alle scuole paritarie l’immediato ripristino dei fondi decurtati (120 milioni per il 2009). Qui è emerso sia il «potere» della Chiesa nel far cambiare idea al governo nel giro di qualche ora; sia il diseguale trattamento che l’esecutivo riserva alle diverse parti sociali, pur in un tempo in cui si predicano sacrifici per tutti. Le opere della religione meritano certamente grande considerazione pubblica. Ma perché i partiti al governo sono stati così solleciti nel ripristinare i fondi per le scuole paritarie, mentre da mesi sono inflessibili nel confermare i pesanti tagli che attendono le università italiane e una ricerca scientifica sempre più ridotta al lumicino? È davvero sufficiente, come qualche «maligno» ha detto, che il Vaticano fischi perché Tremonti e Berlusconi obbediscano?
Singolare è anche la minaccia avanzata nella circostanza dalla Chiesa per costringere il governo a modificare un provvedimento che penalizzava le sue strutture. Se non ascoltate, le scuole cattoliche scenderanno in piazza, potranno organizzare sit-in e lezioni all’aperto, «occuperanno» i media, proprio come hanno fatto in questi mesi il personale dell’Alitalia, le famiglie che protestavano contro il maestro unico, i dipendenti di aziende travolte dalla crisi. Come a dire, che il linguaggio rivendicativo è ormai di casa anche negli ambienti ecclesiali, disposti a mostrare (magari con pudore) i muscoli per difendere i propri valori e «interessi» e meglio operare per il bene comune.
L’insieme della vicenda è comunque intricato. Anzitutto, quella del finanziamento della scuola privata (cattolica in particolare) è un’annosa questione che divide tutti i raggruppamenti politici, anche se i partiti del centro-destra sembrano i più sensibili e ossequienti ai richiami della Chiesa. Inoltre, la campagna della Chiesa per la scuola cattolica cade in un momento favorevole per l’istruzione privata, per la crescente domanda delle famiglie di ambienti più seri e omogenei per la formazione dei propri figli. Il trend rischia dunque di bloccarsi se lo Stato non interviene, se le famiglie in un periodo di crisi devono accollarsi per intero questo investimento formativo. Più in generale, la Chiesa italiana non si capacita del perché nella «cattolica» Italia non vi sia la parità di condizioni di scelta scolastica riscontrabile in molti altri Paesi europei, pur più distaccati dalla tradizione religiosa. Perché chi sceglie la scuola cattolica deve essere economicamente penalizzato in Italia, mentre ciò non succede nella laica Francia, dove gli istituti cattolici attraggono un numero di studenti tre volte superiore a quello delle omologhe scuole italiane? In sintesi, anche la crisi economica alimenta la battaglia sui temi della laicità dello Stato, coinvolgendo quel finanziamento alla scuola paritaria che da anni è oggetto di contesa pubblica.