Miracoli della tecnologia, ecco che già riprendono i post sul nostro sito! State bene?! Io sì, grazie! Mi sento sempre più normale, secondo quanto dice Gramellini: Jury e puri
di Massimo Gramellini
A furia di alzare la dose, è scattata l’assuefazione e i fenomeni da baraccone sono diventati assolutamente banali. (...) Ma neppure una simile trovata avrebbe la forza innovativa di Chechi che rinuncia a un mucchietto di soldi e a venti copertine assicurate per scomparire in silenzio fra le colline di Ascoli Piceno a raccogliere olive.
Ci avevano insegnato che sui giornali bisogna raccontare l’uomo che morde il cane, ma oggi è il cane che morde l’uomo la vera notizia. Perché in un mondo di esibizionisti violenti e isterici che hanno reso rivoluzionario il buonsenso, essere normali sta diventando qualcosa di eccezionale.
giovedì 22 gennaio 2009
Miracoli!
lunedì 19 gennaio 2009
Scorretto

le prese di posizione di Sandro Magister:
"Il cardinale Renato Martino tira una molotov tra i piedi del papa
La boutade del cardinale Renato Martino su Gaza equiparata “a un grande campo di concentramento” sotto comando israeliano ha reso un pessimo servizio a Benedetto XVI. Non solo in sé, ma anche per la tempistica. L’intervista di Martino a “ilSussidiario.net” – giornale on line dell’area di Comunione e Liberazione – è andata in rete, infatti, il 7 gennaio, cioè proprio alla vigilia dell’incontro che il papa tiene ogni inizio d’anno con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Il risultato è che le parole di Martino hanno rumorosamente soverchiato quelle del papa. Non solo. Hanno convalidato l’idea che, sotto sotto, il vero pensiero del Vaticano non è quello misurato della diplomazia ufficiale, ma quello più brutale “candidamente” formulato dal cardinale (segue)".
Caparezza - Vieni a ballare in Puglia
Insuperabile modalità per parlare di una situazione drammatica. E poetica l'espressione "Viene a ballare" per dire "andare a morire".
Il nome della pace
"Vedete, in parte è qui la cultura della non-violenza, con tutte le esigenze radicali che ci sono dentro. A chi ti chiede la tunica, dagli anche il mantello. A chi ti percuote sulla destra, volgi la sinistra e a chi ti obbliga a fare un miglio, tu fanne due con lui. Rimetti la spada nel fodero. Quelle espressioni del Vangelo hanno disarmato per sempre tutti i soldati della terra. Oggi, purtroppo, non c'è audacia propositiva, forse anche nei nostri gruppi cristiani. Abbiamo paura che ci dicano che andiamo avanti soltanto con i sentimenti, perché abbiamo offeso il senso comune; siamo degli equilibristi straordinari, siamo i professori del buon senso e quindi stiamo stemperando il Vangelo. Ma il Vangelo che cos'ha da spartire con il buonsenso? Siamo propositori di buon senso. E la novità cristiana? Si è spuntata, perché abbiamo omologato tutte le nostre spinte cristiane in un’etica di equilibrio". mons. Tonino Bello (fai il download dell'intero intervento - formato .pdf)
domenica 18 gennaio 2009
"Single" salato
Scarse le confezioni "per uno", e molti alimenti finiscono nella spazzatura
Spese alte e sprechi record per i single il cibo è "salato"
Sono circa 6 milioni, secondo l'Istat, le "famiglie" italiane con un singolo componente, oltre un quarto del totale, e negli ultimi anni si registra una tendenza all'aumento con tassi superiori al 5%. I motivi della maggiore incidenza della spesa sono da ricercare nella necessità, per chi vive solo, di acquistare spesso maggiori quantità di cibo per la mancanza di formati adeguati che comunque, anche quando sono disponibili, costano molto di più rispetto a quelli tradizionali.
Ad incidere sulla spesa mensile dei single sono nell'ordine, precisa la Coldiretti, la carne (62 euro), l'ortofrutta (59 euro), pane, pasta e derivati dai cereali (49 euro), latte, yogurt e formaggi (41 euro), bevande (28 euro), pesce (25 euro), zucchero, caffè (23 euro) e, per ultimi, olii e grassi (13 euro).
"A incrementare la spesa alimentare - continua la Coldiretti - è quindi anche l'elevata presenza di sprechi perché è facile dimenticare in fondo al frigorifero la confezione di latte aperto, la mozzarella, la busta di insalata aperta, i tortelloni iniziati. Tutto inesorabilmente destinato a finire nella pattumiera".
Ma i single - aggiunge la Coldiretti - sono anche un segmento di popolazione con uno stile di vita attento a risparmiare tempo a favore del lavoro, e soprattutto dello svago, che privilegia il consumo di piatti pronti a più elevato valore aggiunto che incidono maggiormente sulla busta della spesa. Una scelta che aumenta notevolmente la spesa, visto che i cibi pronti per il consumo possono costare anche cinque volte il prezzo delle materie prime impiegate.
Nonostante la crisi economica e il rialzo dei prezzi, anche per effetto dell'aumento dei single, i preparati e i piatti pronti hanno fatto registrare un aumento delle vendite in volume del 9,5% in Italia nei primi sei mesi del 2008 (dati Ref-Iri Infoscan). In testa, i primi piatti pronti (+16%) e i sughi pronti (datiRef per Ancc-coop). "In Italia - conclude la Coldiretti - si è progressivamente ridotto il tempo dedicato alla preparazione dei pasti che è di appena 34,9 minuti per quello di mezzogiorno, il 4,7% in meno rispetto all'anno precedente, e di 33,1 minuti per la cena (-2,7%)".
Ama il prossimo
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 23.11.08
sabato 17 gennaio 2009
Si può sempre imparare
di Massimo Gramellini
Finora quel principio lo aveva sperimentato sugli altri: non solo nel calcio, ma soprattutto lì. Quando scippò l’atalantino Donadoni all’Avvocato raddoppiando all’ultimo la già lauta offerta della Juve. Quando rapì il granata Lentini in elicottero per mostrargli un oceano di banconote. O quando, a furor di bigliettoni, sfilò alla Lazio la sua bandiera, Nesta, dopo aver giurato al meeting di Comunione e Liberazione che Nesta mai e poi mai.
Anche nel calcio Berlusconi ha sempre mostrato le sue due facce. Tradizionalista in famiglia, dove Baresi, Maldini e Costacurta alimentavano il culto feticista per le bandiere, quei giocatori che restano legati in eterno al club degli esordi. E spregiudicato innovatore in giro per il mondo, dove utilizzava l’arma infallibile del denaro per strappare gli scalpi migliori, senza alcun riguardo per i contratti firmati e le promesse fatte ai tifosi: nient’altro che carta da far scomparire dentro altra carta, quella luccicante dei suoi dobloni.
Era come uno di quei condottieri romani che, per conservare la civiltà a casa propria, si prestavano a essere i razziatori di quelle altrui. Finché non trovarono dei barbari più barbari di loro. Il barbaro di Berlusconi si chiama Mansour e sta per dargli 150 milioni di dollari in cambio della sua verginità di seduttore non seducibile. Una proposta impossibile da respingere e il premier, uomo pratico, finirà per accettarla. Ma sono sicuro che, nell’incassare l’assegno, per la prima volta in vita sua si sentirà invecchiato.
Scarpe e birra... il senso che muove i sensi!
Chapeau a chi ha inventato e prodotto questo spot azzeccatissimo!
Commenti entusiasti di coloro che l'hanno visto... e gustato!!
Video in qualità migliore qui.
venerdì 16 gennaio 2009
Prendiamo le distanze!

e serve a coprire l'ignoranza e la violenza.
di Zita Dazzi
Lui dentro al collegio religioso a parlare di "questione morale", a criticare il consumismo contrapponendolo alla solidarietà, ad invocare la "sobrietà di stile" di chi fa politica. I leghisti fuori, con gli striscioni "Tettamanzi vescovo di Kabul" e "Varese ambrosiana, mai musulmana". Non ha avuto una accoglienza calorosa l'arcivescovo di Milano, Dionigi Tettamanzi, arrivato a Varese per la prima tappa del suo giro di incontri con gli amministratori pubblici delle province della Diocesi ambrosiana. Ad aspettarlo, anche se tenuti a debita distanza dalla una folta presenza di forze dell'ordine, una trentina di militanti della Lega Nord.
"Un presidio in difesa dei valori e della tradizione cristiana", spiega il segretario cittadino del Carroccio, Fabio Binelli, che esprime "dissenso rispetto all'atteggiamento di succube accondiscendenza, quando non di attivo collaborazionismo, manifestato dal cardinale nei confronti dell'espansione islamica nella diocesi".
Dal suo discorso Tettamanzi ha volutamente lasciato fuori i temi caldi del dialogo con l'Islam, limitandosi a criticare "la solidarietà per categorie" che distingue "i poveri a seconda del colore della pelle e della provenienza". Il fulcro del discorso era altro: l'invito ai politici a praticare "una rinnovata sobrietà nelle parole, nell'esibizione di sé, nell'esercizio del potere e nello stile di vita", il biasimo è per l'abitudine al "cumulo delle cariche", per lo "spreco di parole", per "l'ostentazione di grandezza e ricchezza"
Avvenire, il quotidiano dei vescovi, definisce l'accaduto una "indecorosa gazzarra" sulla quale "varrebbe la pena di stendere un velo pietoso" in un boxino riconducibile alla direzione. "Ma non si può tacere - scrive Avvenire - che lo stesso padrone di casa, il sindaco Fontana, ha deciso di sponsorizzare (con appena qualche cautela preventiva) quella brutta iniziativa, venendo meno non solo a un basilare dovere di rappresentanza di tutta la sua città, ma anche alla più elementare cortesia istituzionale". Il quotidiano critica poi "gli inaccettabili slogan di certi uomini di partito che per sostenere la loro polemica con gli islamici non trovano di meglio che prendersela anche con il pastore della Chiesa ambrosiana".
Occasioni di formazione sprecate -2
che chiacchierano a scuola, leggono altro, chattano col pc, mandano sms...
il tutto durante le lezioni e sotto gli occhi dei prof.
Vivrò fuori dal mondo, ma ero convinto che per loro le medie fossero finite da tempo...
ma forse non hanno giocato abbastanza a quel tempo.
E magari credono che la vita - in fondo - sia solo un gioco,
giocato con le loro "regole"... senza regola.
don Chisciotte
Occasioni di formazione sprecate
Lo sconcertante esito dei test d'accesso
«Piazza Fontana» è stata scambiata per un luogo dove vedersi il prossimo fine settimana. I fratelli Rosselli ignorati, confusi chissà, con dei costruttori di scarpe. C’è chi, alla domanda «cos’è stato il Msi?», ha detto un’azienda di stato, risposta errata a meno che non si voglia ipotizzare una sottile interpretazione da parte del ragazzo revisionista. Ad altri erano sconosciuti «quali partiti si sono fusi nel Pdl, o nel Pd»; zero anche sulla crisi nel Caucaso, le tensioni in Pakistan (attribuite a Gheddafi che qualcosa c’entra sempre), le elezioni americane o il crac finanziario negli Stati Uniti. «Le risposte in quasi tutti i casi sono state deludenti», comunica Andreatta. Spesso risibili. La professoressa, sgomenta, ha tentato la difesa in extremis: con me avevano sempre studiato. L’assimilazione l’hanno fatta però davanti al Gabibbo. Questi universitari sono convinti che il Pci di Palmiro Togliatti sia stato il partito che ha governato l’Italia «per gran parte della storia repubblicana», tesi peraltro analoga a quella che compare nell’opuscolo «Italia Forza», spedito nelle case degli italiani per le ultime elezioni. Altri lo ritengono «uno dei cardini del pentapartito», riscrittura della storia innocente quindi più interessante di quella tentata oggi con Salò. L’unico modo per esorcizzarla è, forse, la sublime ironia di tempi andati. A Torino ancora raccontano una giornata memorabile per un’intera generazione, quando Gaetano Scardocchia, direttore della Stampa, accolse così, nel salone al piano terra del giornale, i giovani usciti dalle selezioni di una scuola di giornalismo: «Siete stati tutti bravissimi, molto preparati, complimenti. A parte uno che alla domanda sul Dalai Lama ha risposto “è un vulcano”». Ovviamente, gelo davanti al leggendario direttore; che per fortuna era divertito dall’accaduto, e la buttò a ridere. Tra parentesi, l’imputata, elegantemente, si autodenunciò.
Animali alla radio... dalla parte del microfono
giovedì 15 gennaio 2009
Finalmente!
Monsignor Gnesotto: «Balzello verso una categoria già poco tutelata». Maroni: «Meravigliato dalle critiche»
Immediata la reazione di Roberto Maroni. Il ministro dell'Interno si dice «francamente meravigliato» da queste polemiche che, «però, non ci toccano minimamente perché stiamo facendo quanto hanno fatto da tempo i Paesi europei». (continua)
Specchio
"Il reale ci dà esattamente ciò che noi diamo a lui, né più né meno. Quando sono mediocre, quello che vedo mi sembra lo stesso. Allora ho l'anima di un bulldog: tutta raggrinzita".
mercoledì 14 gennaio 2009
"Nemici"
Maria «la sanguinaria» regina del minimal nel circo delle passioni
Poca ironia, molta lucidità. «Ho imparato da Simenon».
Tanto narcisimo in mezzo allo psicodramma
di Paolo Di Stefano
Si fa presto a dire: «Amici»? Tv trash, finzione, volgarità allo stato puro. Provate voi a stare lì, nello studio 19 di Cinecittà, un intero pomeriggio, a pendolare tra la sala riunioni formicolante, il va e vieni dei corridoi, la penombra partecipante del backstage e i fari del set sovreccitato. Provateci e dopo un po' vi convincerete che è tutto vero: ci sono davvero due squadre che si fronteggiano fino allo spasimo, con giovani ballerini veri e cantanti veri, bravi o meno bravi ma in carne e ossa, tutti narcisi, con le loro crestine, i ciuffetti, i piercing, le mèches come Dio comanda, professori che (bene o male) insegnano davvero, cinquecento ragazzi impazziti sugli spalti, anziane signore in lacrime (vere) tra il pubblico. Persino i venti minuti buoni a sentir parlare l'insopportabile vocal-coach Jurman e il foniatra prof. Fussi (è in collegamento telefonico, ma sembrerebbe vero pure lui) delle corde vocali della povera Alessandra, un po' provate dall'uso: se davvero (davvero) le siano così dannosi i pomodori e l'insalata a foglia larga. Venti minuti venti di psico melodramma sanitario. E Maria De Filippi.
Notizia: è vera anche lei, la dea ex machina, vera e nera (jeans, camicia, pulloverino), con la sua camminata da cow-boy, la sua voce baritonale, il ruvido aplomb, la cattiveria appena dissimulata di chi dirige il traffico in tre programmoni mica da ridere, l'acribia nel ricostruire gli antefatti («ora facciamo un passo indietro») e nello spiegare i vari (veri) passaggi tecnici della gara a un pubblico in estasi, pronto a regalare ovazioni all'allevatrice di talenti, non meno che ai talentini in erba. La vera scoperta è che il programma si dovrebbe chiamare, piuttosto, Nemici, perché le ostilità prevalgono nettamente sulle amicizie, persino tra gli insegnanti. Ma ha gioco facile chi sostiene che è proprio qui il bello del talentshow: nessuna finzione, niente ipocrisie, pane al pane. Una commissione litigiosa? Nulla di più fedele qui, sottovetro, a quanto accade fuori, nel mondo. Già, allora il difetto sta all'origine: perché chiamarlo «Amici»? Che amici non vedono l'ora di farti fuori perché mors tua vita mea? Anche questo è vero. O no?
Maria la Sanguinaria (così la chiama Dagospia) sorride se proprio non può farne a meno, ammicca il necessario. Il resto sono gesti trattenuti, parchi riassunti, didascalie che pronuncia seduta su una sedia thonet alla destra del tavolone su cui troneggiano i commissari, la barba ottocentesca del maestro Vessicchio, accanto alla severità iperprofessionale di Alessandra Celentano che non ammette sconti di benevolenza per candidati ballerini somaticamente non proprio baciati dalla Natura: «Io miro alla qualità e alla totalità». E che su Daniela, visibilmente sovrappeso, commenta: «Non l'avrei neanche fatta entrare, ha problemi fisici enormi». Senza pietà. Ma la vera Sanguinaria, lo sa anche l'ultimo dei macchinisti, è un'altra. Più autorevole di tutti i professori messi insieme. Il suo sforzo consiste nel non far pesare la propria centralità: via via madre-matrigna («Che c'è, Alessandra?», «Qual è la tua ansia, Martina?»), confidente, bacchettatrice sadica e dispensatrice di carezze e di fama, eminenza nera (vera), direttore scolastico, burattinaia, supermanager galattico di un'azienda, «Fascino», che produce ormai non solo programmi ma dischi, musical, concerti, teatro, libri. Produce anche ciò che sembra nascere spontaneo, come le adunate pazzesche che in aprile hanno chiuso la serie numero 7 in piazza del Popolo a Roma e in piazza dei Centomila a Cagliari.
Tutto gira intorno a lei che raramente raggiunge il centro della scena, anzi per lo più resta lì sulla sua sedia, piegata in avanti, i gomiti sulle ginocchia, il microfono tenuto quasi controvoglia tra le mani come se qualcuno glielo avesse imposto lì per lì. Ha scelto le tinte sottotono perché, dice, «odio il protagonismo del conduttore vecchia maniera, preferisco osservare e cercare di capire». I maestri di cerimonie televisivi sono un ricordo remoto: nessun birignao, nessun proclama preliminare. È l'anti- Baudo e l'anti-Carrà. Giusto un filo di rossetto prima di entrare. Modelli? Neanche tanto illustri: «La Sampò e anche la Raffai». Tutt'al più si passa una mano tra i capelli, unico tic che sfugge a un autocontrollo da wonder woman. «Eppure», racconta dietro le quinte, «quando molti anni fa mi hanno chiesto di sostituire Lella Costa come conduttrice di "Amici", ho passato mesi con l'incubo di andare in onda: provavo e riprovavo, facevo riassunti di 2-3-5 minuti da Simenon, mi esercitavo intervistando chiunque, registravo e mi riascoltavo di continuo. La paura era l'ingresso in scena, il saluto, il sorriso iniziale per catturare lo spettatore».
Oggi non si direbbe. Le dicono che tra cinque secondi dovrà andare sul set e ancora trattiene l'ennesima sigaretta tra le dita senza scomporsi. Ha fatto studi di giurisprudenza e si vede nella preoccupazione di far rispettare un presunto Codice-Amici come fosse il Codice dei Diritti Umani sottoscritto dalle Nazioni Unite, nel dosaggio della parola, nell'arte della postilla, che fa un effetto straniante se metti a fuoco che quei sillogismi («dunque», «se ho capito bene», «è corretto, quel che dico?», «proviamo a capire meglio», «facciamo il punto della situazione») sono al servizio del circo televisivo più approssimativo e sfrenato. Lavora su di sé per antitesi. Lei frena, taglia corto perché gli altri possano scatenarsi, lei agghiaccia perché il resto possa incendiarsi, lei è un manico di scopa perché gli altri possano sculettare liberamente. E quando la platea si sganascia lei tutt'al più concede un sorriso trattenuto, quasi una smorfia. Ironia poca, autoironia ancora meno. Lucidità sì. Non parlatele di Tv pedagogica, la sua mano scivolerà alla colt. Però, il gioco deve essere molto serio, anche perché alla fine non è un gioco per nessuno, né per i vincitori né per i vinti. Tantomeno per Sabina Gregoretti (occhi di ghiaccio, il suo alter ego incontrastato) e per gli altri autori che la mattina dopo corrono a verificare l'audience. Semmai rideranno dopo. E ridono, spesso e volentieri. Davvero. Troppo vero per essere davvero finto.
Parossismo
di Massimo Gramellini
E' il destino parossistico di un'epoca dominata dalla dittatura delle emozioni, che a differenza dei sentimenti sono violente, superficiali e brevi. Dalla Borsa alla vita privata, viviamo storie frenetiche e senza pazienza che prima ancora di decollare hanno già consumato l'intera gamma, dal desiderio al disgusto. La natura ha i suoi tempi: non si può giudicare un partner dopo sei mesi, e nemmeno un manager. Quanto a un presidente, lo si lasci governare almeno un weekend.
martedì 13 gennaio 2009
Per continuare a riflettere e pregare
di Mario Vargas Llosa
Per dare una parvenza di realtà al motivo brandito come giustificazione dell’attacco da Ehud Olmert e dai suoi ministri, Israele dovrebbe occupare Gaza con un immenso e permanente spiegamento militare o perpetrare un genocidio di cui neppure i suoi falchi più fanatici oserebbero farsi carico e che, speriamo, il resto del mondo non tollererebbe; anche se l’opinione pubblica internazionale ha mostrato, più d’una volta, una supina indifferenza per la sorte dei palestinesi.
La verità è che, per quanto feroce sia stata la punizione inflitta dall’esercito d’Israele a Gaza e, anzi, proprio a causa del sentimento d’impotenza e di odio per ciò che è accaduto al milione e mezzo di palestinesi che vivono ridotti alla fame e mezzo asfissiati in questa trappola, è probabile che, quando Tsahal si sia ritirato dalla Striscia e sia tornata «la pace», gli atti terroristici riprendano con maggior vigore e con un desiderio di vendetta attizzato dalle sofferenze di questi giorni.
I fautori dei bombardamenti e dell’invasione rispondono a chi li critica con questa domanda: «Sino a quando un Paese può sopportare che le sue città siano bersaglio di razzi terroristi lanciati dalle frontiere per giorni e mesi da un’organizzazione come Hamas che non riconosce l’esistenza di Israele e non nasconde le sue intenzioni di distruggerlo?». L’interrogativo è davvero molto pertinente e nessuno, a meno che non sia un terrorista o un fanatico, può trovare giustificazioni alla continua stretta criminale che Hamas esercita sulla popolazione civile d’Israele. D’accordo. Ma se si tratta di cercare le ragioni del conflitto non è onesto, a mio modo di vedere, fermarsi solo a questo, ai razzi artigianali di Hamas, e non andare, invece, un po’ indietro nel tempo per capire - il che non vuol dire giustificare - ciò che accade in quest’esplosivo angolo di mondo.
Tristezza...
La questione di fondo
di Franco Garelli
Viene da chiedersi se la questione del latino sia davvero così decisiva per una Chiesa cattolica che è alle prese con le molte sfide cui la espone l’annuncio cristiano nella società pluralistica. Non si stanno affrontando nella cattolicità due diverse visioni di Chiesa? Quanto i fautori del ritorno al latino fanno i conti con le concrete situazioni in cui operano i vescovi e il clero?
Dietro il motu proprio del Papa sulla reintroduzione del latino vi sono certamente varie preoccupazioni e intenti. Anzitutto creare un ponte nei confronti dei cattolici più tradizionalisti (e in particolare dei lefebvriani), per ristabilire la comunione con una quota di credenti che hanno rotto con la Chiesa di Roma a seguito delle aperture del Concilio Vaticano II. La Santa Sede inoltre dichiara di ricevere sempre più proteste di fedeli delusi di non trovare nelle chiese locali la possibilità di assistere alla messa in latino, che si sentono quindi ai margini di comunità che non rispettano la loro sensibilità religiosa. Ma l’argomento forse più forte a sostegno del ritorno alla liturgia del passato è individuabile nel giudizio che «il rito moderno ha distrutto il senso del sacro». La riforma liturgica ha certamente dato adito a esagerazioni e abusi, con alcuni riti rivolti più alla centralità dell’uomo che a quella di Dio, più orizzontali che verticali; con il chiasso delle chitarre che annulla il senso del mistero; con omelie centrate più su considerazioni di ordine sociologico o politico che sul discernimento della parola di Dio. Di qui l’idea che la liturgia pre-conciliare possa restituire quel clima di mistero che si è perso in celebrazioni concepite etsi Deus non daretur.
A rilievi come questi non sono insensibili i vescovi delle diverse nazioni, anche se preoccupati sia della realizzazione pratica del motu proprio papale sia di alcune convinzioni che lo accompagnano. Non c’è il rischio di confondere l’eccezione con la regola, di scambiare cioè la possibilità concessa ad alcuni gruppi di fedeli con il declassamento della riforma liturgica approvata dal Concilio? Certo la Chiesa non può vivere senza un fecondo richiamo alla tradizione e alla memoria. Ma perché ritenere che solo il gregoriano o la messa di Pio V siano capaci di aprire al senso del mistero e della trascendenza? Ancora, questi orientamenti non esprimono l’idea di una cattolicità elitaria ed eurocentrica, a fronte di sentimenti cattolici in molte aree del mondo che non hanno le stesse basi culturali e spirituali né alcuna familiarità col latino? Infine, come far fronte alle domande della vecchia liturgia in una situazione ecclesiale sempre più carente di vocazioni, in cui i preti (molti dei quali non hanno più una formazione classica) dovrebbero moltiplicare le messe per celebrarle sia nella lingua nazionale sia in quella antica?
Pur apprezzata da non pochi «dotti inquieti» (anche di matrice laica), la messa in latino ci riporta al diverso modo di interpretare il rapporto chiesa-mondo presente nella cattolicità. Ancora una volta emerge la tensione tra l’essere un piccolo gregge nel mondo o mirare a un adattamento che non perda la sostanza della proposta religiosa.
lunedì 12 gennaio 2009
Punto prospettico
"I santi hanno infranto in se stessi il principio naturale che separa ogni vita da tutte le altre: più nulla dell'universo è loro estraneo nel loro cuore vibra per il canto della stella come per il sussurro della neve, per il sorriso dei morti come per i pianti del neonato. Non c'è altra umanità se non quella dei santi. Non c'è altra umanità che secondo questo punto di vista soprannaturalmente amoroso, amorosamente sovrannaturale".Per noi che abbiamo da mangiare
Mangiare in fretta fa davvero ingrassare
Lo conferma una ricerca giapponese: trangugiare il cibo manda in tilt il sistema che fa avvertire la sazietà
Gli scienziati hanno analizzato le abitudini alimentari di 3 mila persone, mettendo in luce che chi non si gusta tranquillamente il pasto dedicandoci tutto il tempo necessario, vede raddoppiata la possibilità di essere in sovrappeso. Questo essenzialmente perché ingozzandoci mandiamo in tilt il sistema preposto alla trasmissione del senso di sazietà, che dovrebbe dire al nostro cervello che è il momento di smettere di mangiare perchè lo stomaco è pieno. Così si finisce col mangiare più del necessario e i chili aumentano.
Poco meno della metà dei volontari che hanno partecipato allo studio hanno riferito di avere la tendenza a mangiare rapidamente. I dati raccolti dimostrano che gli uomini dalla forchetta veloce, paragonati a quelli che invece sono fedeli alla filosofia slow, e che degustano le pietanze con la giusta calma e in rilassatezza, hanno l'84 per cento di probabilità in più di essere in sovrappeso. La percentuale è addirittura raddoppiata quando si tratta del gentil sesso. E non è tutto: il rischio obesità è triplicato se, oltre a mangiare velocemente, si mangia fino a che non ci si sente sazi.
Oltre alle raccomandazioni sulla masticazione e sulla qualità del cibo con cui ci si nutre, rimane quindi valido il suggerimento di alzarsi da tavola prima di «sentirsi pieni». Assolutamente sconsigliabile consumare i pasti davanti alla televisione o al computer: meglio sedersi a tavola e degustare ciò che si ha nel piatto, magari sedendosi accanto a qualcuno che invece mangia con calma, giusto per avere un termine di paragone e magari - chissà - lasciarsi influenzare dalla lentezza.
domenica 11 gennaio 2009
"E se fosse tuo figlio?"
Michela Brambilla: «Tacere sul turismo sessuale è connivenza»
«Basta con i viaggi della vergogna». «Coinvolti almeno tre milioni di minori nel mondo»
«Sono coinvolti almeno tre milioni di minori per un volume di affari di oltre 100 miliardi di dollari - ha detto Michela Brambilla - il fenomeno ha messo le radici in tutto il mondo. Nel nostro spot infatti, non figurano bambini con particolari tratti somatici o colori di capelli. Il problema coinvolge per il 75% le bimbe, per il 25% i maschietti». A macchiarsi di questo crimine vergognoso «sono soprattutto i giovani - ha aggiunto ancora Brambilla - una cosa allarmante. Si pensa spesso all'anziano ma in realtà i primi interessati sono giovani e spesso padri di famiglia indotti dalla possibilità di fare altrove quello che in Italia non possono fare».
«Spesso questa gente pensa di poter abusare di questi bimbi perchè li considera diversi - ha detto Brambilla - . Il Governo è impegnato molto su questo fronte. Si interviene su tutta la filiera turistica a partire dai tour operator». E poi un avvertimento: in Italia abbiamo leggi all'avanguardia e coloro che pensano di poter commettere questi crimini all'estero e pensano di restare impuniti è bene che sappiano che invece questi reati rientrano nella giurisdizione italiana. «È arrivato il momento in cui tutti i governi devono fare qualcosa contro la pedofilia. Internet - ha sottolineato il Sottosegretario - ha fatto si che il problema stia assumendo contorni preoccupanti. Anche io sono mamma, il messaggio tocca anche me ed è fondamentale la presa di coscienza di quanto possa essere grave la connivenza e il tacere certi fenomeni».
Al freddo e al gelo
Coperte, vino rosso e un Vangelo: la lunga notte dei clochard di Milano
Viaggio tra i senzatetto del capoluogo lombardo. L'aria calda dei metrò unico rimedio contro il freddo
«Sono due anni che vivo a Milano – ci racconta Amabile -, ma sono nata a Collebeato in provincia di Brescia. Ho avuto un grosso shock per la separazione da mio marito e la sottrazione del mio unico figlio. Ora vivo qui, a due passi dal Duomo, sotto un portico». Dispensa sorrisi la tenace bresciana mentre si scalda le mani con il tepore del caffè. «Ho tutto quello che serve per passare l'inverno: una coperta, un piumino, un cappello di lana che mi ha regalato un passante e un Vangelo. Non voglio altre coperte e nemmeno altri indumenti perché potrebbero servire ad altre persone. Preferisco passare le mie notti d'inverno qui, piuttosto che in un dormitorio. Cerco il silenzio e il rumore degli altri mi innervosisce». Amabile non è sola. Lì vicino ci sono Pietro e Jordan che sono di casa. Nel tardo pomeriggio la temperatura cala notevolmente. Fino alla chiusura delle metropolitane – all'1 di notte - c'è un buon metodo per scaldarsi: gli homeless si sdraiano sulle grate centrali da dove fuoriesce il calore prodotto dalle centraline della metrò.
Sono quasi le 20.30, il freddo si infittisce. Lasciamo piazza Duomo che nel frattempo è circondata dai cumuli sale, portati dal Comune per combattere gli effetti dei due giorni di nevicate dell'Epifania, per dirigerci alla stazione centrale, altro punto nevralgico per i senzatetto della città. Nelle entrate laterali troviamo dei gruppetti di clochard che aspettano la notte. Qualcuno per tentare di scaldarsi, o forse quanto meno per non pensarci, beve il vino dalle confezioni di cartone. «Siamo preoccupati per la morsa del freddo - ci racconta Walter Nappa della Fondazione Fratelli di San Francesco - pensiamo alla salvaguardia delle loro vite». Vicino a noi scuote il capo l'assistente sociale Micaela Paleari che ci spiega le ragioni del rifiuto: «Molti di loro hanno un cane, un criceto e non vogliono separarsi dall'unico affetto che hanno; oppure tra ci sono le coppie che non possono stare insieme nei dormitori e preferiscono dormire all'aperto. Ma nei casi più delicati i clochard hanno un mondo che non riescono a condividere con nessuno».
Entriamo dall'ingresso principale della stazione accompagnati da Fernando Coco, un volontario brasiliano di 31 anni che appartiene alla associazione umanitaria Blue Berets. Ci dirigiamo verso i luoghi contesi dai senza-dimora per passare la notte: i vagoni delle carrozze regionali che stazionano sui binari fino alle prime luci del mattino; gli enormi totem che sponsorizzano la regione Piemonte collocati ai lati del piazzale principale. Non ci vuole molto, basta spostare un tendone e si scoprono gli indumenti lasciati come segno di proprietà dai clochard; oppure qualcuno che già dorme abbracciato tra le coperte. «Noi li conosciamo tutti – racconta Fernando – e sappiamo che gli "irriducibili" non cambieranno mai idea. Non chiedono l'assistenza».
Qualche metrò più il là c'è Eme Frak, un cinquantaduenne di origine africana con passaporto francese. Da diciannove anni vive in Italia, dopo una parentesi a Lione. Prima di finire su una strada faceva il muratore. «Sono un irregolare e cerco in tutti i modi di vivere con dignità. E se fa molto freddo non vado nei dormitori per evitare i controlli». Ormai è notte. I tabelloni elettronici indicano i primi treni della mattina in partenza. Qualcuno ha ancora voglia di parlare , forse per non sentire il freddo. Siamo a -3 e Silvia, una polacca di 30 anni nata a Varsavia, ci racconta che nei dormitori c'è stata un paio di volte ma non intende più tornarci. « Preferiamo stare qui. Siamo in troppi, facciamo fatica ad avere delle regole. Abbiamo le nostre piccole abitudini alle quali non sappiamo rinunciare. L'anno scorso al dormitorio mi hanno rubato le scarpe e i guanti. Preferisco rimanere in strada».
sabato 10 gennaio 2009
Ripetiamo ciò che sappiamo
La campagna di sensibilizzazione lanciata dalla Società Italiana di Pediatria. Raccontate la vostra esperienza sul nostro forum
Un appello simbolico per un problema più che concreto. Passare pomeriggi e serate davanti alla televisione, troppo spesso usata come babysitter catodica, significa prima di tutto togliere tempo al gioco con i propri coetanei, al movimento fisico - fondamentale perché l'obesità infantile è crescita - allo scambio in famiglia, a stimoli culturali. Ma vuol dire anche un bombardamento eccessivo di pubblicità nella "fascia protetta" e un'esposizione a scene violente inadatte ai più piccoli e ai loro fratelli maggiori. Dagli ultimi rilevamenti della Sip relativi al secondo quadrimestre 2008, su Italia 1 - la rete più vista da bambini ed adolescenti - la media oraria di spot è risultata essere 47,6 ogni ora, con una percentuale di pubblicità pari al 26,29% del tempo totale di trasmissione. Non cambia granché neppure per Canale 5, altra rete molto seguita dai piccoli, con risultati sostanzialmente allineati.
L'overdose televisiva influisce in modo negativo non solo sui comportamenti alimentari - si mangia di più e meno bene accoccolati sul divano davanti a cartoni e telefilm - ma anche su quelli sociali per il tipo di messaggi e modelli proposti. Un'indagine sull'adolescenza condotta dalla Sip per il 2007 - i nuovi dati relativi al 2008 verranno presentati il 2 dicembre - indicano con chiarezza che chi guarda di più la tv (oltre 3 ore al giorno) è anche più influenzato dalla pubblicità (92,2% contro l'80,9% di chi la guarda per meno di un'ora al giorno); tende a mangiare più merendine (25,8% contro il 15,2%) e risulta maggiormente predisposto alla violenza (54,9% contro 37,6%).
Il presidente della Sip Pasquale Di Pietro non si fa illusioni: "Sappiamo bene che non è con un giorno di moratoria che si risolvono i problemi, ma il nostro obiettivo è iniziare a sensibilizzare sia i genitori che i ragazzi sul fatto la tv non deve rappresentare una assoluta necessità e che ogni tanto se ne può anche fare a meno. Se poi la giornata senza tv diventasse almeno una abitudine settimanale, tanto meglio”, dice.
Può bastare poco ad innescare un ciclo virtuoso. Almeno, ci si può provare.
Non solo fiori
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 02.11.08
venerdì 9 gennaio 2009
"Sudan: diritto al cuore", fotoracconto di Emergency

il film-cartoon "Valzer con Bashir"
Da oggi nelle sale cinematografiche questo film-cartoon sulla strage nel campo profughi di Sabra e Shatila (Libano 1982).
giovedì 8 gennaio 2009
Le nostre lagne, il nostro cinismo
Finalmente chiarezza!
Ed è Martino, non Martini!
Il presidente del Pontificio Consiglio per la giustizia e la pace
Card. Martino: «Gaza assomiglia a un grande campo di concentramento»
«Se non si mettono d’accordo, qualcun altro deve sentire il dovere di farlo».
Israele: «Parla come Hamas»
«PAGANO SEMPRE GLI INERMI» - «Nessuno vede l’interesse dell’altro, ma solamente il proprio. Le conseguenze dell’egoismo sono l’odio per l’altro, la povertà e l’ingiustizia», secondo Martino. «A pagare sono sempre le popolazioni inermi. Guardiamo le condizioni di Gaza: assomiglia sempre più a un grande campo di concentramento.
SOLUZIONE - «Israeliani e palestinesi sono figli della stessa terra e bisogna separarli, come si farebbe con due fratelli», spiega Martino. «Ma questa è una categoria che il “mondo”, purtroppo, non comprende. Se non riescono a mettersi d’accordo, allora qualcun altro deve sentire il dovere di farlo. Il mondo non può stare a guardare senza far nulla. Si mandano missioni di pace in tutto il mondo, si sono fatte tante proposte ma i veti hanno sempre prevalso. Ora anche Bush ha cominciato a pensare che forse una missione di pace sarebbe auspicabile».
ISRAELE: «IL CARDINALE PARLA COME HAMAS» - Israele ha denunciato le affermazioni del cardinal Renato Raffaele Martino accusandolo di utilizzare termini «della propaganda di Hamas». Lo ha detto il portavoce del ministero degli esteri israeliano, Igal Palmor.
mercoledì 7 gennaio 2009
Paolo Conte - Il maestro (Live a Cinecittà 1990)
"Il Maestro è nell'anima e dentro l'anima per sempre resterà". Una canzone di qualche tempo fa, che oggi mi è tornata nelle orecchie.
Blogosfera
Scritto da: Marco Pratellesi alle 17:25 del 23.09.08
Valentina Tubino ci racconta il mondo dei blog fotografato dal motore di ricerca Technorati. Non solo numeri, ma anche dati sulla composizione di genere, la provenienza, l'età, le motivazioni. Blogger sempre più maturi e mainstream.
Dal 2002 a oggi Technorati ha indicizzato più di 133 milioni di blog e ha calcolato una media di 900.000 post pubblicati al giorno. In diciassette mesi di ricerca, ha individuato 3,5 milioni di blog attivi (ovvero aggiornati almeno una volta al mese). Circa la metà di questi hanno un alto indice di autorevolezza (un riferimento creato da Technorati stesso per misurare con che intensità i blogger fanno riferimento gli uni agli altri). Il rapporto del 2008 approfondisce l'indagine senza limitarsi a semplici elenchi di numeri. Grazie a un sondaggio condotto su un campione casuale di utenti, sono emerse alcune interessanti sfaccettature. Innanzitutto si tratta di un fenomeno sempre più globale. Questa la suddivisione dei blogger nel mondo: 43% negli Usa, 27% in Europa, 14% in Asia, 7% in Sud America, 3% in Australia e 1% in Africa. Inoltre, secondo la ricerca condotta su 81 lingue e 66 paesi, il 72% dei post è in inglese. (...)
Il blogger tipico è maschio, tra i 18 e i 34 anni, con un reddito annuo di più di 75.000 dollari (51.000 euro). In media rimane attivo per tre anni e, in un caso su due, si trova al suo secondo blog. Il 69% del campione intervistato ritiene di trattare argomenti personali mentre il 65% si identifica come blogger professionale (chi periodicamente o occasionalmente pubblica commenti o informazioni non ufficiali relative a società, prodotti, ecc).
Il rendimento economico di un blog non è al primo posto nelle motivazioni che spingono gli utenti a creare ed aggiornare le proprie pagine online. Piuttosto lo sono la soddisfazione personale, la visibilità, un avanzamento di carriera, o l'opportunità di esprimere le proprie idee in pubblico. Attualmente solo il 28% dei blogger ricava profitto dalle inserzioni commerciali. Eppure i guadagni derivati dalla pubblicità online non sono da sottovalutare: in media 6.000 euro l'anno. (...)
martedì 6 gennaio 2009
Quattro stagioni
http://tv.repubblica.it/copertina/un-anno-in-quaranta-secondi/27848?video
Ricerca
I Magi, su sollecitazione di una stella, si sono messi in cammino verso un traguardo non ancora perfettamente precisato.
Eppure quel traguardo li accompagnava, era presente nel loro cuore, durante tutto il viaggio.
Si dice, con una certa superficialità, che i "cercatori" raggiungono la verità, ammesso la raggiungano, al termine di un tormentato itinerario. Non è proprio così. I veri, appassionati, ostinati e inappagati cercatori, la verità ce l'hanno già dentro, almeno a livello di desiderio, di stimolo.
La terra promessa non è qualcosa cui si perviene, felicemente, alla fine. La terra promessa occorre già averla nel cuore durante l'interminabile traversata del deserto.
lunedì 5 gennaio 2009
A proposito del conflitto israelo-palestinese
"Io lo dico e ne do testimonianza: il mio cuore è turbato, la mia coscienza è lacerata, i miei pensieri si smarriscono. Tutti noi, senza fare eccezione tra credenti e non credenti possiamo ripetere: i nostri cuori sono turbati, le nostre coscienze: sono lacerate, i nostri pensieri si smarriscono, le nostre opinioni tendono a dividersi. trovi qui il testo completo
Smarrimento e angoscia che non ci coinvolgono solo sul terreno del lutto per i morti, delle lacrime per tutti i feriti, del lamento doloroso per i profughi, per i senza tetto, per coloro che vivono nell’angoscia dei bombardamenti giorno e notte. Lo smarrimento e la divisione delle opinioni avvengono pure sul terreno delle riflessioni etico-politiche, che in questi giorni si succedono facendo balenare i più diversi giudizi.
Vorrei dire molto di più: lo smarrimento e l’angoscia toccano persino l’ambito della fede e della preghiera, che è quello che ci riunisce questa sera, perché siamo qui per vegliare, digiunare, intercedere, facendo nostre le intercessioni e le grida di tutti gli uomini e le donne, di tutti i bambini, di tutti i vecchi in qualche modo coinvolti nel conflitto del Golfo, di qualunque parte essi siano.
(...)
“Dona nobis pacem” significa anzitutto: Purifica, Signore, il mio cuore da ogni fremito di ostilità, di partigianeria, di partito preso, di connivenza; purificami da ogni antipatia, pregiudizio, egoismo di gruppo o di classe o di razza. Tutti questi sentimenti negativi sono incompatibili con la pace. Eppure emergono vistosamente proprio ai nostri giorni, stimolati dalle notizie, dalle immagini che vediamo, stimolati dalle vibrazioni delle voci dei bollettini di guerra, dalla curiosità stessa eccitata da un conflitto la cui tecnologia sfiora l’inverosimile.
Così, mentre preghiamo per la pace, nel fondo del nostro cuore finiamo per parteggiare, per giudicare, per auspicare l’uno o l’altro successo di guerra. L’istinto si scatena, la fantasia si sbizzarrisce, e la preghiera non tende verso quella purificazione del cuore, dei sensi, delle emozioni e dei pensieri che sola si addice agli operatori di pace secondo il Vangelo. È esigente essere operatori di pace secondo il Vangelo; è un dono che non si compra a poco prezzo, perché viene dallo Spirito e occorre accettare di pagarlo a caro prezzo.
(...)
Intercedere non vuol dire semplicemente “pregare per qualcuno”, come spesso pensiamo. Etimologicamente significa “fare un passo in mezzo”, fare un passo in modo da mettersi nel mezzo di una situazione. Intercessione vuol dire allora mettersi là dove il conflitto ha luogo, mettersi tra le due parti in conflitto.
Non si tratta quindi solo di articolare un bisogno davanti a Dio (Signore, dacci la pace!), stando al riparo. Si tratta di mettersi in mezzo.
Non è neppure semplicemente assumere la funzione di arbitro o di mediatore, cercando di convincere uno dei due che lui ha torto e che deve cedere, oppure invitando tutti e due a farsi qualche concessione reciproca, a giungere a un compromesso. Cosi facendo, saremmo ancora nel campo della politica e delle sue poche risorse. Chi si comporta in questo modo rimane estraneo al conflitto, se ne può andare in qualunque momento, magari lamentando di non essere stato ascoltato. Intercedere è un atteggiamento molto più serio, grave e coinvolgente, è qualcosa di molto più pericoloso. Intercedere è stare là, senza muoversi, senza scampo, cercando di mettere la mano sulla spalla di entrambi e accettando il rischio di questa posizione. (…)
Non dunque qualcuno da lontano, che esorta alla pace o a pregare genericamente per la pace, bensì qualcuno che si metta in mezzo, che entri nel cuore della situazione, che stenda le braccia a destra e a sinistra per unire e pacificare.
È il gesto di Gesù Cristo sulla croce, del Crocifisso che contempliamo questa sera al centro della nostra assemblea. Egli è colui che è venuto per porsi nel mezzo di una situazione insanabile, di una inimicizia ormai giunta a putrefazione, nel mezzo di un conflitto senza soluzione umana. Gesù ha potuto mettersi nel mezzo perché era solidale con le due parti in conflitto, anzi i due elementi in conflitto coincidevano in lui: l’uomo e Dio.
Ma la posizione di Gesù è quella di chi mette in conto anche la morte per questa duplice solidarietà; è quella di chi accetta la tristezza, l’insuccesso, la tortura, il supplizio, l’agonia e l’orrore della solitudine esistenziale fino a gridare: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46).
Questa è l’intercessione cristiana evangelica. Per essa è necessaria una duplice solidarietà. Tale solidarietà è un elemento indispensabile dell’atto di intercessione. Devo potere e volere abbracciare con amore e senza sottintesi tutte le parti in causa. Devo resistere in questa situazione anche se non capito o respinto dall’una o dall’altra, anche se pago di persona. Devo perseverare pure nella solitudine e nell’abbandono. Devo avere fiducia soltanto nella potenza di Dio, devo fare onore alla fede in Colui che risuscita i morti.
Tale fede è difficile, per questo l’intercessione vera è difficile. Ma se non vi tendiamo, la nostra preghiera sarà fatta con le labbra, non con la vita.
Naturalmente un simile atteggiamento non calpesta affatto le esigenze della giustizia. Non posso mai mettere sullo stesso piano assassini e vittime, trasgressori della legge e difensori della stessa. Però, quando guardo le persone, nessuna mi è indifferente, per nessuno provo odio o azzardo un giudizio interiore, e neppure scelgo di stare dalla parte di chi soffre per maledire chi fa soffrire. Gesù non maledice chi lo crocifigge, ma muore anche per lui dicendo: “Padre, non sanno quello che fanno, perdona loro” (Lc 23,34).
2. Se una preghiera non raggiunge questa duplice solidarietà, se intercede perché il Signore soccorra l’uno e abbatta l’altro, ignora ancora il bisogno di salvezza di chi è eventualmente nel torto, di chi ha scelto contro Dio e contro il fratello, lo abbandona, non gli mette la mano sulla spalla, e la sua non è una preghiera di intercessione. Nella misura dunque in cui facciamo delle scelte esclusive nel nostro cuore, e condanniamo e giudichiamo, non siamo più con Gesù Cristo, nella situazione che lui ha scelto, e dobbiamo dubitare della validità e della genuinità della nostra preghiera di intercessione.
3. Vorrei far notare che questo mettersi in mezzo non va concepito come un mezzo tattico, tanto per superare un’emergenza. È chiamato a diventare un modo di essere di chi vuole operare la pace, del cristiano che segue Gesù. Non abbiamo il diritto di restare in una situazione difficile solo fino a quando è sopportabile. Occorre volerci restare fino in fondo, a costo di morirci dentro. Solo così siamo seguaci di quel Gesù che non si è tirato indietro nell’orto degli ulivi.
4. Noi ci accorgiamo che una vera intercessione è difficile; può essere fatta solo nello Spirito Santo e non sarà necessariamente compresa da tutti. Ma se un desiderio essa suscita è questo: di essere in questo momento nei luoghi del conflitto, nelle strade di Bagdad o di Riad o di Bassora, nelle strade di Tel Aviv, dove cittadini inermi sono minacciati e uccisi. Stare là in pura passività, senza alcuna azione politica o alcun clamore, fidando solo nella forza della intercessione. Stare là, come Maria ai piedi della croce, senza maledire nessuno e senza giudicare nessuno, senza gridare alla ingiustizia o inveire contro qualcuno.
Se la guerra sarà abbreviata, e noi lo chiediamo con tutto il cuore, uniti insieme con il Papa, se la forza dei negoziati soverchierà di nuovo - lo speriamo presto - la forza maligna degli strumenti di morte, ciò sarà certamente anche perché nei vicoli delle città dell’Oriente, nei meandri attorno alle moschee o sulla spianata del muro occidentale di Gerusalemme ci sono piccoli uomini e piccole donne, di nessuna importanza, che stanno là, così, in preghiera, senza temere altro che il giudizio di Dio; prostrati, come dice Neemia, davanti al Signore loro Dio, confessando i loro peccati e quelli di tutti i loro amici e nemici" (...).
domenica 4 gennaio 2009
Buona ripresa dei post
dal primo al tre gennaio non sono riuscito a postare nulla.
Tra le tante cose che avrei voluto scrivere,
avrei voluto regalare questo video
a chi si fosse perso Marco Paolini su La7 la sera di Capodanno:






