domenica 8 febbraio 2009

Bisogno

Non sono i soli ad aver bisogno del Vangelo,
anche in questi giorni,
anche a Roma, a Udine, a Milano, a Varese...

Quei ragazzi sulla panchina hanno bisogno del Vangelo

di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 20.04.08
Sembrava una buona idea quella delle panchine collocate là, nella piccola isola verde dell’oratorio. Si immaginavano nonni sapienti e mamme intenerite a vigilare su giochi di bimbi. Ma poi loro hanno preso l’abitudine di accamparsi sopra, sotto, intorno alla panchina: ragazzi e ragazze sdraiati, seduti, accucciati, i jeans a brandelli, la musica pesante. La panchina è diventata una specie di diario: scritte dipinte e cancellate, dichiarazioni graffiate nel legno con improbabili «per sempre», frasi celebri e misteriose allusioni. La panchina è diventata una specie di buco nero: le ragazze passavano alla larga per evitare commenti e volgarità, i bambini, se spingevano fin là il pallone, lo davano per perso. I genitori insistevano con proteste e proposte: «Lascia che mi dicano una parola e con due schiaffoni li metto a posto». «Un idrante ci vuole e fare pulizia». «Ma che cosa aspetta, don, a chiamare i carabinieri?». Ditemi: ha dunque sbagliato il Giuseppe, catechista da sempre, a sedersi con loro sulla panchina? Tra parole colorite e frasi sconnesse, Giuseppe ha raccolto l’immagine di ragazzi smarriti e derubati della speranza. Che abbiano bisogno del Vangelo?

sabato 7 febbraio 2009

Oggi niente post


Giornate buie:
per la pioggia,
per la nostra cultura,
per le nostre istituzioni,
per la nostra fede.

Cerchiamo di amare, come ci chiede il Vangelo di oggi:

Un dottore della Legge, interrogò il Signore Gesù per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». (Mt 22, 35-40)

venerdì 6 febbraio 2009

Non sparate sul sognatore

Non bisogna sparare sui sognatori. Perché, a dispetto di ogni realismo scientifico che pretende di far tenere a ogni costo i piedi per terra, coloro che oggi camminano con la testa per aria saranno gli unici ad aver ragione domani. (...) "abbiamo fatto un sogno e non c'è chi lo interpreti!" Quella frase mi rotola sull'anima come un macigno. Perché sintetizza il grido di tutti gli oppressi. Di tutti i prigionieri del regime. Tutti violentati dei sistemi di potere. Di tutte le vittime dei palazzi. Di tutti coloro, cioè, che abitano sotterranei della storia, ai quali l'ingiustizia subita non impedisce di sognare, ma che non trovano sulla loro strada gente capace di decifrare i loro sogni. (...) Quella frase mi torna in mente ogni volta che, a uno a uno, se ne vanno i vecchi profeti, e all'orizzonte non si vedono discepoli che ne ereditino il mantello, e lasciano sia pure per poco lo sgomento del vuoto, i poveri sembrano rimanere più soli. Allora, ti confesso, anche me nasce un sogno nel cuore: quello di una Chiesa più audace, che si decida a scendere nelle carceri degli uomini e, organizzando la speranza degli ultimi, smetta di essere la notaia dell'ineluttabile, e divenga finalmente ministra dei loro sogni.
mons. Tonino Bello, Ad Abramo e alla sua discendenza, 44-46

Dati sul web

Il Web torna più orizzontale
di Federico Cella
La crisi entra di forza anche nelle abitudini di navigazione del nostro Paese, ma forse non è questo il punto più interessante dell'analisi del Web all'italiana fornita da Nielsen confrontando i dati del 2007 con quelli raccolti nello scorso mese di dicembre. Da un lato infatti si può notare una contrazione dell'uso della posta elettronica, la cosiddetta webmail, rispetto ai siti di community e ai loro strumenti di comunicazione, dall'altro entrano nella Top 10 delle categorie di siti più visitati quelli che vengono definiti "tool di ricerca" - siti con contenuti creati dagli utenti stessi (...).
"Le email sembrano ora perdere gradualmente l'esclusiva come mezzo per tenersi in contatto, a vantaggio dei social network, che consentono di chattare, condividere foto, video, interessi e altro ancora". Sul "crollo" delle news, Nielsen conferma che si tratterebbe di un segno che gli utenti si stanno abituando ad un Web più partecipativo e alla comunicazione orizzontale. Direi, "riabituando", data la perfetta o quasi orizzontalità della prima Internet.
Sul fronte crisi, le conseguenze online sono fondamentalmente due. Nella classifica per categorie entrano per la prima volta anche i siti dei rivenditori online, con grande evidenza per la sottocategoria delle cosiddette aste al ribasso, cioè la corsa alle occasioni (...). Seconda conseguenza, il rifugio nelle categorie di svago: il fenomeno YouTube e simili è quello che cresce di più, passando dal 43 al 54% della penetrazione sugli utenti attivi in Rete. In tal senso, buone performance anche per i siti per scaricare suonerie e giochi per il cellulare e i siti dei giochi online, oltre ai già citati siti di social network. Infine, ecco la "star" del 2008. Indovinate. Ovviamente FaceBook, passato dall'essere visitato dal 2% dei navigatori italiani alla fine del 2007 a quasi il 45% del totale degli utenti nel dicembre scorso. Come dire uno su due. In conclusione, Nielsen ci dice che il 2008 è stato un anno positivo per il Web italiano: nel mese di dicembre ogni navigatore ha passato sul web 26 ore al mese contro le 20 di dicembre 2007, collegandosi 33 volte e visitando 82 siti rispetto alle 29 volte e i 66 siti di un anno fa.

giovedì 5 febbraio 2009

Rispetto?

A me pare un po' una presa in giro,
vederli belli e sorridenti da un luogo di brutture.
Senza parlare poi dei costi dell'operazione:
avessimo dato a loro quei soldi,
li avremmo potuti fotografare più contenti.

Infine, ho molte riserve su chi costruisce la sua fama e i suoi interessi
approfittando della sofferenza altrui.
Ma tanto li vediamo dall'alto... in ogni senso.
don Chisciotte

Il nuovo progetto del fotografo parigino JR: scatti dalla baraccopoli di Kibera, in Kenya. Visibili anche da Google Earth e «persino dallo spazio» - dice l'artista - i poster sui tetti dei tuguri che ritraggono i volti e i sorrisi delle donne di Kibera.

Cimeli impolverati


Napoli: dieci auto d’epoca dimenticate nei depositi comunali
L'articolo e le foto.

Età

Quando ho saputo l'età del nuovo presidente
della Commissione della Vigilanza sulla Rai (85 anni),

ho provato a sommarla con quella del Presidente della Repubblica,
+ quella del Presidente del Consiglio,
+ quella dei due immarcescibili conduttori televisivi italiani;
non potevo certo dimenticare l'età del Papa
e quella dell'Arcivescovo,
e neppure quella del più noto e attivo oncologo italiano,
poi...
ops, il pallottolliere è andato in tilt!

don Chisciotte

Sogni di bambino


Non sono mai stato un super-patito,
né un competente del settore,
ma... alzi la mano chi non è rimasto a bocca aperta
davanti ad un plastico dei trenini elettrici!
Guarda questo video!

mercoledì 4 febbraio 2009

Divertente!

Obama non chiama
di Massimo Gramellini
Nelle prime due settimane di soggiorno alla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti ha telefonato a cinesi e indiani, francesi e afghani, inglesi e israeliani, palestinesi e pakistani, ai banchieri per insultarli e ai manager per tassarli, ai creditori per le loro spettanze e agli operai per le condoglianze, ai petrolieri perché si convertano in giardinieri e ai finanzieri perché diventino seri, alla sarta della moglie per licenziarla, alla moglie per ammansirla, alla suocera per farsi aiutare, alla moglie di nuovo ma per farsi perdonare, a Bruce Springsteen perché gli restituisse un disco che gli aveva prestato, al segretario dell’Onu per lo stesso motivo, a un venditore di articoli sportivi per piazzare un canestro nella Sala Ovale, a un amico di Chicago per invitarlo a fare due tiri, al comico David Letterman che ha messo giù pensando fosse un imitatore, a Scarlett Johansson che ha messo giù perché stava entrando suo marito, al fioraio, al callista, di nuovo alla suocera per sapere se la moglie aveva ricevuto i fiori, a Hillary Clinton che ha fatto finta di non sentire, a Bill Clinton che ha fatto finta di ascoltare, allo psicanalista, ancora alla suocera perché parla di meno ed è più rilassante, a una cugina hawaiana, a un prozio keniota, al Museo delle Cere, al suo parrucchiere, ai generali di Baghdad, al sosia pacifista di Ahmadinejad.
Infine, esausto, si è ricordato anche del nostro amato Paese. Ha chiamato Tony Mantuano, il proprietario del suo ristorante preferito, e gli ha ordinato una mozzarella in carrozza.

Milano dall'obiettivo

Una presentazione accattivante
per delle foto notevoli!
E' uno dei migliori prodotti in campo fotografico. I suoi reportage sono contesi dai più importanti magazine e quotidiani del mondo. Per molti è un artista militante, per altri un provocatore. Ma il comun denominatore è la genialità che nasce dalla capacità di lavorare mostrando tutto senza mezzi termini. La realtà non si manipola, la realtà "è". Dunque non lasciatevi fuorviare. Questa non è una mostra normale come non lo è Boogie. Di semplice in questi scatti non c'è nulla. Ma naturalmente bisogna perderci del tempo per capirlo. Neppure tanto, diciamo quello necessario per acquisire la consapevolezza che il principio non è "come si guarda" , ma "dove si guarda". Boogie è uno zingaro mancato, un giramondo per vocazione e un fotografo di grandissimo spessore. Sarà la terra dov'è nato (Belgrado) dilaniata dai conflitti etnici, dall'aver avuto il coraggio di emigrare a New York, forse le amicizie, magari l'amore per la professione: in ogni caso dopo aver "guardato" nelle pieghe delle metropoli, San Paolo, Belgrado, Parigi, New York, Istabul.. si cimenta con Milano che ospita la mostra "Boogie.5 Days" negli spazi della Avantgarden Gallery (via Cadolini 29, dal 5 febbraio. guarda il sito). Il tema è naturalmente Milano: quella grottesca e piena di contraddizione che si muove tra party e finanza, cimiteri e immigrazione. Milano bella e violenta, brutta e affascinante. Boogie non lascia nulla al caso e passa con una semplicità devastante dal racconto per immagini delle gang giovanili americane al racconto di città. Ci vuole talento e ironia. Scopritelo visitando il sito

martedì 3 febbraio 2009

Televendita Roberto da Crema: Branduardi

Il mio cantautore preferito!!

Converrebbe

A me non conviene
di Massimo Gramellini
Il treno sta arrivando in stazione. Un giovanotto con la mascella da manager abbassa il finestrino e guarda fuori, alla ricerca di qualche faccia conosciuta. Soddisfatto, recupera la sua ventiquattrore dal bagagliaio e si accinge a scendere. «Scusi, ma conviene chiuderlo, quel finestrino, altrimenti chi salirà dopo di noi morirà di freddo», suggerisce con linguaggio felpato e volutamente impersonale un signore dall'aria serafica. Il giovanotto gli rivolge uno sguardo strafottente: «A me non conviene». E se ne va. Nessun passeggero sembra fare caso a questo episodio di ordinaria solidarietà fra le genti, tranne una ragazza energica che aiuta il signore dall'aria serafica a richiudere il finestrino e intanto commenta: «Lei è troppo buono. Al suo posto, io gli avrei tirato un calcio in mezzo ai calzoni» (non dice proprio calzoni, ma ci siamo capiti).
Da questo aneddoto, raccontatomi da un lettore, un pessimista trarrebbe lo spunto per celebrare i funerali dell'umanità. Se persino in tempi di crisi il menefreghismo prevale sulle forme più elementari di educazione civica, le speranze di veder sopravvivere la convivenza sociale sono ridotte al lumicino. Ma chi è condannato dal titolo della rubrica a concedere sempre un'ultima chance all'ottimismo, non può non guardare con simpatia alla ragazza energica. Che diventi mamma al più presto per educare la prossima generazione di calzoni, ricorrendo ai metodi che riterrà più appropriati all'immane compito. A noi conviene.

lunedì 2 febbraio 2009

Navigare prudenti in famiglia


Un video presenta alcune attenzioni per la navigazione in famiglia.

Lettura sociologica

Un perdono dai frutti avvelenati
di Franco Garelli
Mai come questa volta un gesto di riconciliazione è stato amaro. La revoca della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, fortemente voluta da Benedetto XVI, non soltanto non ha ammorbidito i rapporti tra questa ala ultratradizionalista cattolica e il Vaticano, ma ha innescato una serie di polemiche e rancori che ci dicono quanto gli steccati siano alti e le ferite ancora aperte. Le recenti frasi del vescovo lefebvriano di Rimini sono eclatanti. «Siamo stati scandalizzati dalla preghiera di Benedetto XVI nella Moschea Blu di Istanbul. [...] Il Papa poteva entrare in quel luogo dell’Islam come turista, ma non come Papa e come orante». Pochi giorni prima altri suoi colleghi si erano affrettati a dire che la loro riammissione nella Chiesa non comporta l’accettazione del Concilio Vaticano II, o il ripudio delle accuse che da 50 anni il gruppo di Econe lancia contro Roma e il resto del mondo.
Ai lefebvriani, dunque, non basta un Papa che fa del recupero della tradizione un punto qualificante del suo pontificato; non è sufficiente un Vicario di Cristo che ripristina la possibilità di dire la messa in latino, secondo quel rito di Pio V che richiama la profonda frattura tra i cristiani e gli ebrei, incentrato più sull’idea del sacrificio che della comunione; non va nemmeno bene un Pontefice che li riabilita nella Chiesa togliendo la scomunica loro impartita 20 anni fa da Giovanni Paolo II.
Sconcerto anche nella Chiesa. Ancora, a essi non basta neppure un Papa che fa un gesto gratuito di perdono senza condizioni, sperando che la gratuità sia feconda e inneschi un cammino di avvicinamento delle posizioni. Il perdono del Papa ai vescovi lefebvriani non ha avuto gli effetti sperati. Il porgere la prima guancia da parte del Papa è stato letto dai dissidenti come una resa incondizionata di Roma alle loro pretese tradizionalistiche. Il gesto di riconciliazione, invece di smuovere i cuori, sembra averli induriti e resi consapevoli della debolezza di Roma, nonché della forza della loro tradizione, che sembrano ritenerla più forte della stessa autorità del Pontefice. Chissà, come ha notato qualcuno, se essi credono veramente nell’infallibilità del Papa, quando si pronuncia sulle verità della fede?
È evidente lo sconcerto che questa complicata vicenda produce non soltanto fuori della Chiesa (nei rapporti con le altre confessioni religiose, nell’indebolimento del dialogo ecumenico), ma anche al suo interno. Molti hanno osservato che non c’era un tempo più sbagliato di quello scelto dal Vaticano per questa riconciliazione incompiuta o impossibile, essendo stata resa pubblica nel giorno (il 25 gennaio scorso) in cui convergevano tre circostanze significative: i 50 anni dall’inizio del Concilio Vaticano II; l’inizio delle celebrazioni annuali della Shoah; la conclusione della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani.
Riconciliazioni in lista d’attesa. Ma al di là della costante difficoltà della Chiesa di Roma di scegliere i tempi giusti per scelte che coinvolgono il suo essere nel mondo, resta il profondo disagio che la revoca della scomunica ai lefebvriani ha alimentato in molte aree della cattolicità. È il dubbio di quanti si chiedono se davvero valeva la pena ricucire lo strappo con gli ultratradizionalisti, pensando alle molte tensioni e conflitti che questa apertura può produrre negli ambienti ecclesiali. Oppure, è l’interrogativo su quali siano le misteriose ragioni che spingono il Papa a dedicare molte energie a questa difficile impresa, in una Chiesa che è chiamata oggi a misurarsi con sfide e problemi assai più importanti e impegnativi. Inoltre, molti si interrogano sul perché il Vaticano dia grande risalto a questo tipo di riconciliazione, sul perché questa vicenda sia un cruccio personale del Papa, quando altre sensibilità «cattoliche» - situate anch’esse ai margini o fuori della Chiesa - non ottengono altrettanta attenzione dal centro della cattolicità. Perché, ad esempio, la Chiesa di Roma non si impegna con la stessa intensità a riallacciare i rapporti con quei gruppi della teologia della liberazione, con quei credenti progressisti «rei» di avere alimentato un’idea di Chiesa più orizzontale che verticale? Ancora, perché il Vaticano - come ha detto di recente Hans Küng - non propone un atto di riconciliazione anche verso quei cristiani «normali» che non accettano il veto della Chiesa sulla pillola, sul divorzio, sulla contraccezione? Tutti aspetti che possono creare uno scisma strisciante nel «popolo di Dio», anche se non dà adito a pronunciamenti e animi induriti come quelli dei lefebvriani.

domenica 1 febbraio 2009

Donne... e uomini

A cosa servono ancora gli uomini
di Massimo Gramellini
Il maschio continua a rivestire un ruolo non sostituibile: quello di massaggiatore morale. Essendo anche l’ultimo rimastogli, vale la pena di approfondirlo. Ci sosterrà nell’impresa Tzipi Livni, futura premier israeliana. Quando le chiedono il contributo del marito al suo cammino esistenziale, la signora non ha dubbi: «Ogni volta che sono a pezzi, lui è lì per rimettermi insieme». Ecco, fratelli, la nostra missione. Esserci. Ascoltarle. O almeno fare finta, ma con un minimo di credibilità (niente cuffie dell’ipod in testa, per capirci).
La femmina contemporanea cresce con l’ansia di prestazione e un’agenda di impegni lavorativi, familiari e personali fatti apposta per provocarle un senso inestinguibile di inadeguatezza. Dal compagno della vita non si aspetta più quasi nulla: meno che mai a letto, dove si corica soltanto per fare ginnastica o l’ennesima telefonata.
L’unica cosa che ancora pretende è di essere rimessa in carreggiata al primo accenno di sbandamento. C’è un momento ciclico in cui si sente brutta, invecchiata, non all’altezza. Allora si rivolge al maschio di casa perché la rassicuri. Funzionano sempre i mantra hollywoodiani: «Non preoccuparti, cara» (Spencer Tracy), «Va tutto bene, amore» (Gregory Peck), «Tu salti, io salto» (Di Caprio). Se però ambite a una Tzipi Livni, serve qualcosa di più. Uno scatto d’umorismo. Dopo il suo primo incontro con Condoleeza Rice, la Livni telefonò agitatissima al marito che l’aveva vista in tv. «Sei stata fantastica, tesoro», la tranquillizzò lui. «Anche se, rispetto alla Rice, ti ho trovato un po’ pallida». Questo sì che è un uomo.

Generosità... gratuita?

Il quadro regalato dalla signora Aloisia
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 27.04.08
La signora Aloisia dispone di risorse e conoscenze, è generosa, facile all’entusiasmo. Don Paolo, esaurite le magre risorse negli interventi strutturali, chiede un aiuto per la cappellina feriale: «Forse un quadro? O una statua?». La signora Aloisia si entusiasma: «Conosco l’uomo adatto. È un grande artista. Espone anche all’estero». Don Paolo cerca qualche garanzia: «Forse è meglio che prepari un bozzetto... e anche un preventivo... ». Ma la signora Aloisia è animata da uno slancio travolgente: «Non ci pensi! Lei provveda alla cornice. Penso io a tutto. E poi l’artista è un vero maestro ed è mio amico». Quando poi arriva il quadro è proprio brutto, così brutto che i benevoli cercano parole prudenti: «Ha un significato profondo, ma in chiesa...». Altri usano espressioni più colorite. «E adesso dove lo mettiamo?», si domanda don Paolo, dopo aver speso un capitale per cornice e trasporto, tanto per gradire il dono. La conclusione è che il quadro rimane in qualche deposito, don Paolo ha imparato a diffidare degli slanci di certi benefattori, la gente s’è confermata nel sospetto verso l’arte moderna e la signora Aloisia, offesa, non frequenta più la chiesa di don Paolo.

sabato 31 gennaio 2009

Non c'era posto

Burundi, Dicembre 2008
“Questa notte abbiamo messo delle stuoie per terra perché non c’era più posto”, dice con un sorriso preoccupato l’infermiera della Maternità.
Ed io con la mente per un attimo mi allontano … alla ricerca di ogni ‘posto che non c’è…
Non c’è posto nella valigia della partenza: l’ultimo pacchetto purtroppo resta fuori …
Non c’è posto nella jeep stipata di persone, di sacchi e di banane:
è troppo piena e qualcuno rimane a terra …
Non c’è posto nel grembo della mamma per il bimbo che ora sta nascendo:
il suo primo respiro è un nuovo alito di vita donato alla terra …
Non c’è posto per quell’ uomo che, attraversando il mare, ha perso il suo nome:
ora si chiama semplicemente ‘clandestino’…
Non c’è posto per la fragile creatura di ogni età quando la sua esistenza diventa incomprensibile o scomoda …
Non c’è posto nemmeno per una lacrima quando la sofferenza è troppo grande …
Non c’è posto per la disperazione quando la certezza dell’eternità è un brivido di infinito che scuote ogni istante vissuto …
Ed ora con la mente per un attimo mi avvicino ed ecco:
in ogni ‘posto che non c’è’ ritrovo stupita un po’ di Natale … e sono felice!
Un po’ di Natale ancora …
“… perché non c’era posto per loro nell’albergo” (Luca 2,7)
Buon Natale!
Anna, dottoressa volontaria in Burundi

Foto magiche


Il mondo della fotografa italoamericana Sheila Bocchine è luminoso, colorato e catturato da un minuscolo forellino al posto del tradizionale obiettivo. La macchina utilizzata dall'artista di Phoenix si chiama pinhole camera ed è un apparecchio di produzione artigianale che sfrutta il principio della fotografia stenopeica, ovvero della camera oscura. Una sorta di scatola magica in legno, vuota e nera, con un foro del diametro di qualche decimo di millimetro su una parete e un foglio fotosensibile sulla parete opposta, è questo il segreto della pinohole camera. La tecnica di ripresa sfruttata è quella delle sperimentazioni fotografiche della fine dell'Ottocento ma il risultato è un'immagine dalla luminosità quasi accecante che si contraddistingue per i colori vividi e l'energia trasmessa. "I miei ritratti sono romantici, surreali, capricciosi, belli, unici - spiega Sheila Bocchine - e la fotografia pinhole è una fantasiosa interpretazione della vita". Le immagini vengono realizzate con un tempo di esposizione molto lungo per compensare le dimensioni del pinhole, l'obiettivo senza lente, e per questo spesso sono contraddistinte da un leggero effetto mosso (Benedetta Perilli). La rassegna fotografica.

venerdì 30 gennaio 2009

61 anni fa veniva assassinato Gandhi


“Sarete frustati, ma vi rifiuterete di sputare in viso al vostro carnefice. Vi chiuderanno in una prigione, e voi vi andrete senza spavalderia, sapendo che forse vi lascerete la vita. La nostra silenziosa disubbidienza sarà simile alla pietra che spezza il vomere, la gelo che spacca la pietra, al fiume che filtra nella montagna”.
“Dite sempre la verità, anche negli affari. Siate onesti, più onesti dei vostri avversari. L’odio non può generare che odio. Per questo noi non dobbiamo volere la distruzione dei nostri avversari. Gli inglesi e i boeri che ci opprimono hanno pure un senso di giustizia, di onore. Noi ci appelliamo a questo senso di giustizia, di onore, perché di restituiscano la nostra libertà. Ci ribelleremo soltanto alle leggi ingiuste, ma la nostra ribellione non sarà violenta. Ci lasceremo picchiare, mettere in carcere, finchè il senso di giustizia dei bianchi si sarà ridestato”.

Libro di semplici facce

Facebook, effetti collaterali
Quei contatti che non vuoi
Un libro fa luce sugli effetti collaterali della vita virtuale, dall'ansia all'invadenza dei "conoscenti"
"Mario Rossi added you as a friend". Il nome vi dice qualcosa. Solo dopo aver visto la foto capite che si tratta di quel compagno di liceo che vi stava antipatico. Per chi frequenta Facebook, una situazione di vita virtuale quotidiana. Che l'esperto in comunicazione Jason Alba ha voluto analizzare in un libro, I'm on Facebook - Now What???, il punto sul social network più popolare del mondo che attualmente conta circa 120 milioni di utenti dai 25 anni in su. Il libro si concentra sul bivio del "confirm" o "ignore": che fare quando a chiedere l'amicizia è una persona sgradita o che si vuole evitare?
Secondo l'autore, trovarsi di fronte alla scelta di confermare o ignorare - quindi respingere - una richiesta d'"amicizia" è una situazione che spesso condiziona l'utente e lo costringe a riprendere i contatti con il passato circondandosi di inutili "friends". "Ci sono persone che aggiungono alla lista anche i compagni d'asilo - spiega Alba - ma accettare inviti a raffica può provocare ansia e non aggiunge nulla alla vita privata".
"Non sono un sostenitore della net-iquette - racconta Paolo, medico di Milano - ignorare una richiesta di amicizia non è una scortesia, non rispondere a una telefonata, secondo me, lo è molto di più e se i contatti sono stati volutamente interrotti, tendo a rispettare la decisione presa nel mondo della socialità reale".
"Nella mia lista ho amici che a loro volta hanno centinaia di contatti. Conosco una ragazza che, dopo essere arrivata a contarne duemila, è finita sulle prime pagine dei giornali. A questo punto si parla più che altro di 'pubblico' - spiega Enzo Di Frenna, presidente dell'associazione Netdipendenza e creatore del social network Runfortecnostress - molta gente è ossessionata dal pensiero di incrementare la cerchia di amici perché se ne hai solo trenta puoi essere considerato meno 'popular'. Le confessioni sul mio forum spesso parlano di questo: alla domanda 'cos'è per te il tecnostress' una ragazza ha risposto 'aggiornare Facebook ogni mattina'".
Secondo Danah Boyd, ricercatrice presso la School of Information dell'Università di Berkeley, i social network non solo favoriscono l'ansia ma disabituano alla vita reale: "Andiamo verso una società di persone sempre più goffe e meno abituate a confrontarsi. Scrivere una frase ogni tanto è più facile, ecco perché si accettano anche amici che non si considerano tali".
Ex fidanzati, colleghi, conoscenti di conoscenti, vecchi compagni di scuola. Il panorama dei possibili amici ritrovati su Facebook percorre il solco della vita con accenti grotteschi. C'è chi, come Andrea, scrittore di Torino, aggiunge anche i contatti indesiderati e poi li cancella mentalmente: "Né un messaggio, né uno scambio di esperienze. Solo un educato rispondere 'Buongiorno anche a lei'".
C'è chi invece vive l'esperienza con entusiasmo: "Sono andata a cercare tutta la gente che frequentavo anni fa, anche persone che mi stavano antipatiche o con le quali avevo discusso", racconta Sara, impiegata di Pisa, che fa la grafica a Roma ed è felice di poter riaprire capitoli della vita che credeva chiusi. "Il tuffo nel passato è piacevole. Ai nostri tempi non c'erano i cellulari - spiega - e cambiando casa si perdevano i contatti con le persone con cui eri cresciuta. Rincontrarsi dopo 10-15 anni come se ci si fosse salutati il giorno prima è meraviglioso". "Ritrovare vecchi amici mi diverte ma mi dà anche malinconia - osserva Enrico, manager di Cuneo - mi è comunque capitato di scoprire su Facebook gente con cui avevo un rapporto non proprio roseo, e sono scappato a gambe levate".
Secondo lo psicoterapeuta Alessandro Meluzzi, Facebook è uno strumento di comunicazione ancora inesplorato: "Fino a qualche anno fa la nostra vita era identificabile con un percorso uniforme che ci permetteva, anno dopo anno, di tirare le somme tra chi andava e chi rimaneva. Esistevano passato e presente. Il social network ha annullato le distanze trasformando il passato in un continuo presente".
Secondo Meluzzi questa "eternalizzazione della vita" può avere effetti interessanti, ma il rischio di un utilizzo compulsivo dei social network è comunque da considerare. "Favoriscono l'ansia - conclude Meluzzi - la sincronizzazione della storia e la nascita di una 'reputazione telematica' ci carica di responsabilità. Il rischio è la 'sindrome da iperrealtà', che può trasformarci. Come accaduto con le immagini di guerra trasmesse in tv che, a poco a poco, ci hanno desensibilizzati di fronte alla violenza".

santa Martina

"L'artista ha a che fare con l'invisibile della bellezza.
Il santo ha a che fare con l'invisibile della grazia.
Ma, in confronto al lavoro delle madri,
artisti e santi non sono che dilettanti:
niente di più essenziale che servire quella piccola infanzia
sulla quale poggia l'architettura di tutti i mondi invisibili".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 55

giovedì 29 gennaio 2009

Progressi

Dal « Primo Commonitorio » di san Vincenzo di Lerins, sacerdote
(Cap. 23: PL 50, 667-668)
Lo sviluppo del dogma
Qualcuno forse potrà domandarsi: non vi sarà mai alcun progresso della religione nella Chiesa di Cristo? Vi sarà certamente e anche molto grande. Chi infatti può esser talmente nemico degli uomini e ostile a Dio da volerlo impedire? Bisognerà tuttavia stare bene attenti che si tratti di un vero progresso della fede e non di un cambiamento. Il vero progresso avviene mediante lo sviluppo interno. II cambiamento invece si ha quando una dottrina si trasforma in un'altra. È necessario dunque che, con il progredire dei tempi crescano e progrediscano quanto più possibile la comprensione, la scienza e la sapienza così dei singoli come di tutti, tanto di uno solo, quanto di tutta la Chiesa. Devono però rimanere sempre uguali il genere della dottrina, la dottrina stessa, il suo significato e il suo contenuto. La religione delle anime segue la stessa legge che regola la vita dei corpi. Questi infatti, pur crescendo e sviluppandosi con l'andare degli anni, rimangono i medesimi di prima. Vi è certamente molta differenza fra il fiore della giovinezza e la messe della vecchiaia, ma sono gli stessi adolescenti di una volta quelli che diventano vecchi. Si cambia quindi l'età e la condizione, ma resta sempre il solo medesimo individuo. Unica e identica resta la natura, unica e identica la persona. Le membra del lattante sono piccole, più grandi invece quelle del giovane. Però sono le stesse. Le membra dell'uomo adulto non hanno più le proporzioni da quelle del bambino. Tuttavia quelle che esistono in età più matura esistevano già, come tutti sanno, nell'embrione, sicché quanto a parti del corpo, niente di nuovo si riscontra negli adulti che non sia stato già presente nei fanciulli, sia pure allo stato embrionale. Non vi è alcun dubbio in proposito. Questa è la vera e autentica legge del progresso organico. Questo è l'ordine meraviglioso disposto dalla natura per ogni crescita. Nell'età matura si dispiega e si sviluppa in forme sempre più ampie tutto quello che la sapienza del Creatore aveva formato in antecedenza nel corpicciuolo del piccolo. Se coll'andar del tempo la specie umana si cambiasse talmente da avere una struttura diversa oppure si arricchisse di qualche membro oltre a quelli ordinari di prima, oppure ne perdesse qualcuno, ne verrebbe di conseguenza che tutto l'organismo ne risulterebbe profondamente alterato o menomato. In ogni caso non sarebbe più lo stesso. Anche il dogma della religione cristiana deve seguire queste leggi. Progredisce, consolidandosi con gli anni, sviluppandosi col tempo, approfondendosi con l'età. È necessario però che resti sempre assolutamente intatto e inalterato. I nostri antenati hanno seminato già dai primi tempi nel campo della Chiesa il seme della fede. Sarebbe assurdo e incredibile che noi, loro figli, invece della genuina verità del frumento, raccogliessimo il frutto della frode cioè dell'errore della zizzania. È anzi giusto e del tutto logico escludere ogni contraddizione tra il prima e il dopo. Noi mietiamo quello stesso frumento di verità che fu seminato e che crebbe fino alla maturazione. Poiché dunque c'è qualcosa della primitiva seminagione che può ancora svilupparsi con l'andar del tempo, anche oggi essa può essere oggetto di felice e fruttuosa coltivazione.

La mia ..... è differente

Quante realtà potremmo sostuire alla parola "banca"...
oppure soltanto sogneremmo di poter sostituire.

mercoledì 28 gennaio 2009

Questione di marketing?!

Se la chiesa entra al super
La spasmodica ricerca di iniziative promozionali e di “creative” soluzioni di marketing retail ha spinto un centro commerciale messinese a creare una piccola cappella al proprio interno, per offrire alla clientela uno spazio destinato anche al “ristoro spirituale”.
Le vie del Signore – si sa - sono infinite. E da alcuni giorni passano anche tra i negozi di un centro commerciale. Già, perché a Tremestieri Etneo, cittadina di 22mila anime in provincia di Messina, a fine anno è stata inaugurata una cappella all’interno del Centro Commerciale Tremestieri. Come dire che, indaffarati a fare la spesa, a volte i clienti dei supermercati non hanno tempo di andare in chiesa. E quindi ecco l’idea: perché non creare “uno spazio dedicato al sentimento religioso dei lavoratori e dei visitatori del Centro”?. Detto fatto. Realizzata in modo volutamente semplice (...) la cappella si caratterizza per un piccolo altare dove spicca un crocifisso donato negli scorsi mesi da un cliente del Centro.
Indubbiamente si tratta di un’iniziativa singolare: la prima in Italia, a quanto pare, collocata all’interno di un punto vendita e forse prima nel mondo. (...)
La struttura - naturalmente - è stata benedetta dal parroco di Tremestieri, che ha lodato l'iniziativa. «Nella cappella - ha annunciato il presidente del Consorzio di Tremestieri, Maurizio Andronico (...) - i nostri clienti e i nostri dipendenti potranno pregare e partecipare, se lo vorranno, anche alla Santa Messa». Nonostante lo stesso Andronico abbia precisato che «non vuol essere un servizio della struttura, ma un riconoscimento alla tradizione e all’appartenenza alla religione cattolica», un tale zelo fideistico, tuttavia, lascia trasparire, se non proprio una trovata pubblicitaria, quantomeno un’iniziativa di dubbia etica di marketing.
grazie a PC per la segnalazione

il Concilio

Quanta ricchezza negli orientamenti che il Concilio Vaticano II ci ha dato! […]
A giubileo concluso sento più che mai il dovere di additare il concilio
come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX:
in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre.
Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte 57

martedì 27 gennaio 2009

Qualche giorno fa l'avevamo definito "scorretto"

Che c’entra il cardinal Martini con certi «fantasmi»?
di Piero Coda e Marco Vergottini
(...) Una prima regola invita a cogliere il significato di una parte collegandola al tutto; un’altra dice che la comprensione si attua nella fusione (non confusione) degli orizzonti del testo e del lettore; e, ancora, una terza che senza una affinità esistenziale l’interprete si preclude la comprensione del testo. Senza dire del sincero amore alla verità che ha da guidare interiormente tutta l’operazione.
La stessa pratica di un giornalismo di qualità avrebbe di che guadagnare dal frequentare i principi e l’arte dell’ermeneutica, per evitare che chi ha compito d’informare, anziché raccontare la realtà così come essa si dà, ne restituisca un’immagine arbitraria. Oppure, che il critico anziché far parlare il suo interlocutore pretenda di mettergli in bocca parole o intenzioni che questi non ha espresso.
Vent’anni fa il cardinale Carlo Maria Martini, in occasione di un convegno di giornalisti «Chiesa e opinione pubblica: le difficoltà del comunicare», uscì con una battuta che nessuno potrebbe contestare: «Informare è sempre arduo, ma informare sui fatti religiosi è sommamente arduo». Il riferimento all’anziano presule è tanto più pertinente, poiché in questi giorni – suo malgrado – è toccato a lui essere vittima di un’operazione che eufemisticamente si può presentare come una grave «mancanza di correttezza ermeneutica» nei suoi confronti.
In breve i fatti sono questi. Un noto vaticanista, Sandro Magister, ha pubblicato sulla rete una Newsletter (...) in cui si raccontano le traversie di un teologo gesuita americano, Roger Haight, il quale ha ricevuto una notifica della Congregazione della Fede in ragione di una serie di asserti problematici in materia di cristologia (...).
Fin qui la notizia di un fatto oggettivo. Se non che il giornalista ritiene di segnalare alcune singolari coincidenze: anche il cardinale Martini, tra l’altro, è un gesuita che ha pubblicato di recente un libro di grande successo, Conversazioni notturne a Gerusalemme, in cui parla diffusamente dell’umanità di Gesù. Così – si insinua – anche il cardinale Martini esprimerebbe la tendenza di chi esalta Gesù come uomo insigne e operatore di giustizia, ma offuscando la sua divinità. Mentre Benedetto XVI nel suo libro Gesù di Nazareth, parla di lui come «vero Dio e vero uomo». Dobbiamo attenderci che l’anziano porporato, che è insieme un riconosciuto studioso e un autorevole testimone della fede, faccia una smentita per riaffermare che per tutta la vita ha professato e tuttora professa la fede nella figliolanza divina di Gesù Cristo? Ci possiamo accontentare del fatto che tra pochi giorni sarà in libreria un suo nuovo volume dal titolo Incontro al Signore risorto? Oppure possiamo sperare che il vaticanista (al quale per altro abbiamo espresso di persona e garbatamente il nostro disappunto) tenga conto per deontologia professionale le elementari regole di ermeneutica sopra richiamate?
Una sana dose di prudenza e di autoironia, oltretutto, non fa mai male. Anche a chi ha il compito di informare sulla realtà e non sui «fantasmi » che eventualmente ci angustiano.
da Avvenire 27.01.09 p. 27 - edizione online

Azzeccatissimo!

Non c'è dialogo
di Massimo Gramellini
(...) devo confessare che la parola «dialogo» fa venire l’itterizia anche a me. Già Carlo Fruttero l’aveva depennata dalla lista delle espressioni pronunciabili. Appartiene al dizionario dei sogni spolpati: quei vocaboli ricchi di suggestione, che a furia di venire sbrodolati in modo infingardo perdono consistenza, diventando scatole vuote e un tantino irritanti.
La lista è infinita e nei ricordi della mia infanzia incomincia con lo «spirito di servizio» enunciato dai notabili democristiani ogni qual volta si catapultavano su qualche poltrona. Negli ultimi tempi c’è stato il ricorso sfrenato alla parola «squadra» da parte dei pescecani di Wall Street. L’hanno usata per incantare le maestranze e convincerle a dare il sangue per loro. Salvo poi sparire con il malloppo e lasciare la «squadra» in mezzo a una strada.
Adesso è il momento del dialogo, l’aspirina esistenziale che previene i divorzi, scongiura le guerre e favorisce l’armonia. E magari sarebbe davvero così, se chi parla di «dialogo» cominciasse a praticarne la prima regola: mettersi nei panni dell’altro. Il simbolo del «dialogo» non sono due lingue che si parlano addosso come nei talk show, ma due orecchie che ascoltano in silenzio le ragioni della controparte. Ecco, «silenzio» resta una delle poche parole che si possono ancora adottare con tranquillità, sicuri che nessun politico smania dalla voglia di impossessarsene.

Giornata della Memoria...

... sempre più debole, sempre più negata.




















L'ultima intervista del vescovo lefebvriano Williamson.

lunedì 26 gennaio 2009

Eclissi bellissima!


Bellissime immagini dell'eclisse in Indonesia!

Reliquie

Una reliquia della Passione
Se dovessi scegliere
una reliquia della tua Passione,
prenderei proprio quel catino
colmo d'acqua sporca.
Girare il mondo con quel recipiente
e ad ogni piede
cingermi dell'asciugatoio
e curvarmi giù in basso,
non alzando mai la testa oltre il polpaccio
per non distinguere
i nemici dagli amici,
e lavare i piedi del vagabondo,
dell'ateo, del drogato,
del carcerato, dell'omicida,
di chi non mi saluta più,
di quel compagno per cui non prego mai,
in silenzio
finché tutti abbiano capito nel mio
il tuo amore.
Luigi Santucci, Una vita di Cristo: «Volete andarvene anche voi?»

domenica 25 gennaio 2009

Virtuali relazioni

Raccomandazione della CEI
La Chiesa frena su Facebook: ecco le regole per usare i social network
Qualche tempo fa fece scalpore la scelta del cardinale Crescenzio Sepe di affrontare internet in prima persona
Nell'era di Facebook la Chiesa cattolica italiana riafferma la sua presenza in internet, della quale vuole sfruttare tutte le potenzialità in funzione «pastorale», ma, di fronte alle indubbie insidie dei social network, invoca regole, invita a «non parlare con gli sconosciuti», spera che l'etica continui a prevalere sulla tecnologia, e che il mondo virtuale non sostituisca le relazioni umane fatte di voci, sguardi, strette di mano.
Qualche tempo fa fece scalpore la scelta dell'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, di affrontare Facebook in prima persona. «Serve a diffondere la parola di Dio», aveva spiegato in quella occasione il presule napoletano. Più recentemente, è stato annunciato un accordo per dedicare all'attività pubblica del Papa un canale dedicato su Youtube. Insomma, la Chiesa italiana, pur confessandosi «not digital native», nata cioè prima della generazione di internet, ha dimostrato in molti modi di non temere la partecipazione ai nuovi «luoghi» della comunicazione: fra l'altro, istituendo, fin dagli albori di internet, un potentissimo centro informatico, il «Si.Cei» che si occupa dello sviluppo dei nuovi strumenti, ma anche della loro diffusione a diocesi, parrocchie, istituti religiosi.
Tuttavia, l'era dei social network, e le nuove modalità di relazione che essi impongono, non solo sulla rete ma anche alla società nel suo insieme, fa emergere - sostiene la CEI - nuovi interrogativi, con la quale ha voluto confrontarsi con un convegno (...) Il direttore dell'Ufficio nazionale delle comunicazioni sociali della Cei, don Domenico Pompili li ha sintetizzati in tre questioni che la Chiesa ritiene fondamentali: come relazionare reale e virtuale sui social network, come impedire il nuovo individualismo che ne deriva e, ultimo ma non per ordine d'importanza, come essere sulla rete senza stravolgere la propria natura, la propria identità, il proprio linguaggio. Sfide che, se interessano la Chiesa per la loro attinenza con i valori cristiani, riguardano in realtà chiunque, prima o poi, finisca sulla rete. E le risposte non si sono fatte attendere. Lo sviluppo dei social network rappresenta - è stato detto - «una grande opportunità, ma anche causa di possibili ingiustizie», da usare quindi con il giusto discernimento e con senso di responsabilità. Occorre, insomma «assumere ed elaborare, in rapporto alle tecniche utilizzate, un sovrappiù di etica, capace di orientarci proprio nelle nostre scelte di connessione». Alle famiglie, un semplice consiglio, «diffidate dagli sconosciuti». Dal presidente della Cei, Mariano Crociata, una raccomandazione: «Internet oscilla tra esaltazione e diffidenza, sarebbe ora - ha detto - di trovare una giusta via di mezzo».

Festa delle Famiglie

"Nelle vite dei santi padri si racconta che quando Macario, il grande asceta, viveva nel deserto, un angelo gli apparve ordinandogli di seguirlo fino a una città lontana. Quando furono arrivati lo fece entrare in una povera dimora dove viveva un'umile famiglia. L'angelo gli mostrò la sposa e madre di quella casa, dicendogli che aveva raggiunto la santità vivendo in pace e in perfetta armonia, dal giorno delle nozze, e in mezzo alle molte occupazioni quotidiane, con tutti i suoi, e aveva conservato un cuore casto, una grande umiltà e un ardente amore per Dio. E Macario implorò da Dio la grazia di vivere nel deserto come quella donna viveva nel mondo".
Pavel Evdokimov, Il matrimonio sacramento dell'amore, 219

sabato 24 gennaio 2009

Geniale, cioè semplice e impossibile!

Il Grande Gatsbello
di Massimo Gramellini
Avrei una modesta proposta per innalzare il livello delle conversazioni all’interno della casa del Grande Fratello, che quest’anno mi dicono essere particolarmente mortificante. Si tratterebbe di introdurre un oggetto misterioso e credo addirittura vietato in quelle contrade. Un libro. Uno qualsiasi, meglio se non troppo lungo e troppo difficile: lo choc potrebbe rivelarsi eccessivo. «Il Grande Gatsby» andrebbe benissimo. Intanto per il titolo, che in due parole su tre ricorda quello della trasmissione. E poi per la trama: le peripezie di un tipo che diventa ricco con dei traffici illegali allo scopo di riconquistare una bellezza dell’alta società. Verrebbe compresa dai concorrenti senza sforzi di fantasia.
Esaurita la comprensibile diffidenza iniziale verso l’intruso, si tratterebbe di prenderlo in mano, con la dovuta cautela, e di leggerne un capitolo al giorno a rotazione. Ogni sera il lettore di turno dovrà riassumere il capitolo al resto della compagnia e, per estensione, alle folle dei fan acquartierate davanti alla tv in ansiosa attesa di una palpata o almeno di un rutto. Non mi sfugge il limite dell’operazione. Maneggiare un capolavoro al di fuori delle apposite gabbie riservate agli intellettuali rischia di provocare effetti indesiderati: una irrorazione sistematica dei cervelli e la scoperta che la letteratura, oltre che un passatempo per asociali, può diventare persino un pretesto di conversazione. Eppure, al posto della Marcuzzi, tenterei l’azzardo lo stesso. Dai. Un capitolo ogni tre rutti mi sembra un compromesso accettabile.

Etica della comunicazione su Internet

NEtiquette ovvero il Galateo di Internet
Perchè un galateo su Internet?
Fino a a metà degli anni novanta, l'accesso ad Internet era assai complicato richiedendo notevole perizia e delle competenze da iniziati. I nuovi adepti, conosciuti in gergo col nome di newbies (traducibile in neofiti) per potersi muovere tra le risorse disponibili in Internet, dovevano chiedere aiuto ed informazioni ai verterani in un mondo che non presentava certamente strumenti user-friend (...). La necessita' di richiedere aiuto ad altri per potersi districare in questo strano mondo, aveva un profondo significato educativo in quanto i nuovi utenti, per ottenere le informazioni di cui avevano bisogno, dovevano comportarsi in modo gentile e corretto. Divenuti esperti, a loro volta pretendevano un eguale atteggiamento dai nuovi arrivati, pronti comunque a fornire gli aiuti necessari, memori dell'aiuto ricevuto in precedenza.
La facilita' con la quale oggi e' possibile collegarsi ad Internet ha comportato, accanto al dato positivo della accessibilita' ai piu' svariati tipi di informazioni da parte un sempre maggior numero di persone, un effetto negativo: i nuovi utenti infatti spesso non vengono addestrati opportunamente ad un uso corretto delle risorse di rete.
La rete è costituita da un insieme di risorse informative condivise quotidianamente da milioni di persone: è importante ricordare che le informazioni disponibili sono il frutto del lavoro e dell'impegno degli utenti connessi e che, quindi, è bene rispettare il lavoro degli altri così come si richiede il rispetto per il proprio. Non si dovrebbe ritenere escluso da tali considerazioni nemmeno chi non ha messo propri documenti nel web, in quanto un comportamento lesivo da parte di altri "navigatori" può comunque compromettere il corretto utilizzo di servizi quali, ad esempio, la posta elettronica (basti pensare a come ci sentiremmo se sapessimo che qualcuno ha violato volontariamente la riservatezza dei nostri messaggi).
Non essendo Internet gestita da un ente supervisore, ogni utente deve conoscere le proprie responsabilità, riguardanti le regole da seguire per un comportamento corretto. Anche se chi vigila sugli utenti abbonati ad un determinato provider è il provider stesso, resta comunque un dovere di ogni utente, e non del provider, comprendere le implicazioni derivate dalla condivisione con altri di un "territorio" comune, seppure virtuale.
Esiste un insieme di regole denominato Netiquette che si potrebbe tradurre in "Galateo (Etiquette) della Rete (Net)" che consiste nel rispettare e conservare le risorse di rete e nel rispettare e collaborare con gli altri utenti.
Entrando in Internet si accede ad una massa enorme di dati messi a disposizione il piu' spesso gratuitamente da altri utenti. Pertanto bisogna portare rispetto verso quanti, spesso in maniera volontaria, hanno prestato e prestano opera per consentire a tutti di accedere a dati ed informazioni che altrimenti sarebbero patrimonio di pochi o addirittura di singoli.
In Internet regna un'anarchia ordinata, intendendo con questo il fatto che non esiste una autorita' centrale che regolamenti cosa si puo' fare e cosa no, ne' esistono organi di vigilanza. E' infatti demandato alla responsabilita' individuale il buon funzionamento delle cose.
Si puo' pertanto decidere di entrare in Internet come persone civili, o al contrario, si puo' utilizzare la rete comportandosi da predatori o vandali saccheggiando le risorse presenti in essa. Sta a ciascuno decidere come comportarsi.
Di seguito vengono riportante una serie di norme di utilizzo per l'uso delle risorse Internet di piu' frequente utilizzo (...) una specie di "Tavola dei 10 Comandamenti di etica del computer":
1.Non fare uso di un computer per danneggiare altre persone.
2.Non interferire nel lavoro di altre persone.
3.Non curiosare nei file di altra gente.
4.Non usare un computer per rubare.
5.Non usare un computer per recare falsa testimonianza.
6.Non usare del software copiato se non hai pagato per averlo.
7.Non usare le risorse di altre persone su altre macchine senza autorizzazione.
8.Non ti appropriare del pensiero di altri.
9.Pensa alle conseguenze dei programmi che scriverai.
10.Usa un computer con rispetto e considerazione.

Netetiquette delle chat
Le buone maniere di internet, chiamate anche galateo della chat o Netetiquette. La netetiquette altro non è che il codice di buon senso in rete: una serie di piccoli accorgimenti che ci permettono di utilizzare liberamente tutti i servizi di internet senza rischiare di apparire invadenti conquistatori della terra di nessuno. Naturalmente se non rispettiamo la netiquette nessuna pattuglia della polizia verrà ad arrestarci, ma saremo comunque malvisti da tutti gli utenti con cui abbiamo modo di relazionarci sul web. (...) Metterla in pratica non significa essere bacchettoni moralisti, ma semplicemente persone che vivono fino in fondo lo spirito di internet. A ben vedere non esiste nessun precetto che non sia elementare da seguire, quindi perchè non farlo? il problema nasce, infatti, in caso contrario quando cerchiamo di sfruttare la rete e i suoi utenti senza dimostrare il minimo rispetto per il prossimo.
Regole generali usate sui canali internazionali:
* Spamming: pubblicità a siti internet, altri canali chat o prodotti di qualsiasi tipo sono vietati.
* Lingua: in chat pubblica si parla italiano. Se vuoi parlare in dialetto o in altre lingue lo puoi fare con messaggi privati.
* Comportamento: non disturbare gli utenti con messaggi privi di senso, ripetuti o urlati; nel rispetto delle opinioni altrui evita discussioni di carattere politico, religioso o sportivo; non inviare messaggi discriminatori per sesso, età, idea politica, religione, razza, nazione o condizione fisica. Rispetta gli altri se vuoi essere rispettato.
* Salutare quando si entra o si esce da un canale.
* Evitare di usare il maiuscolo, perché scrivere in maiuscolo è considerato l'equivalente di urlare sopra i discorsi di tante persone. Se si vuole mettere in evidenza una parola o una frase si può ricorrere in base al tipo di chat a (simboli o frasi colorate).
* Evitare le ripetizioni, scrivere più di una volta lo stesso messaggio può compromettere la discussione in stanza in quanto le altre persone potrebbero non riuscire a leggere i messaggi della conversazione. Viene chiamato solitamente flooding.
* Cercare di non essere offensivi, scrivere messaggi troppo forti o comunque utilizzare un linguaggio troppo colorito potrebbe creare problemi nel canale. Non possiamo sapere se le persone che sono presenti e leggono i messaggi sono minori o persone con principi e idee diverse dalle nostre. In ogni caso è proibito insultare gratuitamente le altre persone.
* Evitare assolutamente di divulgare informazioni personali, (nome, cognome, telefono, e-mail)
* Quando si interagisce in chat bisogna tenere sempre presente che ci si trova in un ambiente virtuale popolato da tante persone diverse e che i nostri i messaggi saranno letti da sconosciuti di diversa età, cultura e religione, e quindi quello che scriviamo può facilmente essere mal interpretato.

Il Vaticano su Youtube

http://it.youtube.com/vaticanit

venerdì 23 gennaio 2009

Sto con la guardia!

La guardia della Regina si arrabbia
Un ragazzo lo prende in giro nella marcia davanti a Buckingham Palace: si prende un ceffone (video). Ma c'era l'immancabile videofonino a riprendere tutto. Il filmato è stato rilanciato dai tabloid britannici e sono scattate le polemiche. Non è stato ancora identificato il soldato in questione. Il ragazzo, un turista colombiano di 24 anni, ci è rimasto un po' male: "Pensavo di fare una cosa divertente".
Non mi pare che il cosidetto "ceffone" sia stato così forte, né umiliante...
e "quando ci vuole, ci vuole":
a 24 anni si può anche capire se è il caso di iniziare una cosa stupida
e soprattutto quando finirla..., cioé presto!

A te sono manifesto

Dall'Ufficio delle Letture di oggi
Conoscerò te, o mio conoscitore, ti conoscerò come anch'io sono conosciuto (cfr. 1 Cor 13, 12). Forza della mia anima, entra in essa e uniscila a te, per averla e possederla «senza macchia né ruga» (Ef 5, 27). Questa è la mia speranza, per questo oso parlare e in questa speranza gioisco, perché gioisco di cosa sacrosanta. Tutto il resto in questa vita tanto meno richiede di essere rimpianto, quanto più si rimpiange, e tanto più merita di essere rimpianto, quanto meno si rimpiange. «Ma tu vuoi la sincerità del cuore» (Sal 50, 8), poiché chi la realizza, viene alla luce (cfr. Gv 3, 21). Voglio quindi realizzarla nel mio cuore davanti a te nella mia confessione e nel mio scritto davanti a molti testimoni.
Davanti a te, o Signore, è scoperto l'abisso dell'umana coscienza: può esserti nascosto qualcosa in me, anche se m'impegnassi di non confessartelo? Se mi comportassi così, io nasconderei te a me, anziché me a te. Ma ora il mio gemito manifesta che io dispiaccio a me stesso, e che tu rifulgi e piaci e meriti di essere amato e desiderato, al punto che arrossisco di me e rifiuto me per scegliere te, e non bramo di piacere né a te né a me, se non in te.
Dunque, o Signore, tu mi conosci veramente come sono. Ho già espresso il motivo per cui mia manifesto a te. Non faccio questo con parole e voci della carne, ma con parole dell'anima e grida della mente, che il tuo orecchio ben conosce. Quando sono cattivo, l'atto di confessarmi a te non è altro che un dispiacere a me; quando invece sono buono, l'atto di confessarmi a te non è altro che un non attribuire a me questa bontà, poiché, «Signore, tu benedici il giusto» (Sal 5, 13), ma prima lo giustifichi quando è empio (cfr. Rm 4, 5). Perciò, o mio Dio, la mia confessione dinanzi a te avviene in forma tacita e non tacita: avviene nel silenzio, ma è forte il grido dell'affetto.
Tu solo, Signore, mi giudichi; infatti «chi conosce i segreti dell'uomo se non lo spirito dell'uomo che è in lui?» (1 Cor 2, 11). Tuttavia c'è qualcosa nell'uomo che non è conosciuto neppure dallo spirito che è in lui. Tu però, Signore, conosci tutto di lui, perché l'hai creato. Io invece, quantunque mi disprezzi davanti a te mi ritenga terra e cenere, so di te qualcosa che non so di me.
«Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), e perciò, fino a quando sono pellegrino lontano da te, sono più vicino a me stesso che a te, e tuttavia so che tu sei inviolabile in modo assoluto. Ma io non so a quali tentazioni possa resistere e a quali no. Io ho speranza, perché tu sei fedele e non permetti che siamo tentati oltre le nostre forze, ma con la tentazione tu ci darai anche la via d'uscita e la forza per sopportarla (cfr. 1 Cor 10, 13).
Confesserò, dunque, quello che so e quello che non so di me; perché anche quanto so di me, lo conosco per tua illuminazione; e quanto non so di me, lo ignorerò fino a quando la mia tenebra non diventerà come il meriggio alla luce del tuo volto (cfr. Is 58, 10).
Dalle «Confessioni» di sant'Agostino, vescovo
(Lib. 10, 1. 1 - 2, 2; 5. 7; CSEL 33, 226-227. 230-231)

Gesti minimi

Una pubblicazione distribuita alle famiglie inglesi scritta dai figli
"Fai come me": gesti minimi per cambiare la vita del pianeta
Il mondo salvato dai bambini. A scuola il libro con i loro consigli
Come migliorare il mondo con i piccoli gesti. È questa l'idea lanciata da un'organizzazione ambientalista britannica, che si è rivolta a un gruppo di esperti particolari per tradurla in pratica: i bambini. Il movimento ecologista (...) ha raccolto per un anno i consigli di migliaia di scolaretti su modi pratici per cambiare le cose sul nostro pianeta.
Piccoli gesti, apparentemente senza importanza, che però sommati tutti insieme potrebbero modificare radicalmente il nostro stile di vita. Ora quei suggerimenti sono stati raccolti in un libro (...) I consigli sono estremamente semplici: fare sorridere qualcuno; chiedere al papà di fare una passeggiata insieme; imparare il linguaggio dei segni; far crescere in giardino qualcosa che poi si mangerà; non cantare sotto la doccia (per risparmiare tempo e acqua: la doccia media dura sette minuti per 35 litri d'acqua, mentre basterebbero due minuti per lavarsi - se tutti i bambini di una sola classe facessero così, in un anno risparmierebbero abbastanza acqua da riempire una piscina olimpionica). E ancora, fare un sacco di complimenti a tutti; non ricaricare il telefonino tutta la notte; leggere un libro insieme a un amico; guardare più attentamente ciò che ci circonda; e, come dice il titolo, insegnare alla nonna a scrivere messaggini sul cellulare.
Nell'introduzione al libro, gli attivisti di "We are what we do" affermano: "Il nostro obiettivo è unire la gente e dimostrare come, facendo ricorso a semplici azioni nella vita di tutti i giorni, possiamo creare un'atmosfera globale migliore. Basta fare qualcosa, anche una piccola, tutti insieme, per poter ottenere grandi cambiamenti". Il libro si rivolge poi ai bambini, dicendo loro: "Voi avete dei super poteri. Non sono eccitanti come la visione a raggi X o la capacità di volare o qualche altra incredibile magia dei supereroi del cinema. In effetti sono superpoteri piuttosto normali, ordinari, quelli di cui voi disponete. Ma potete usarli per cambiare le cose sulla terra. Come il surriscaldamento climatico, il bullismo, i diritti degli animali, e il perché non si vede più nessuno che sorride". (...)

giovedì 22 gennaio 2009

Giacobazzi 2008 - La Famiglia Del Mulino Bianco

Piccole donne... crescono?!

I sociologi lanciano l'allarme: nelle ragazzine tra i 9 e i 12 anni l'adolescenza è sempre più precoce
E il mercato si adatta, anche per sfruttare la forte spinta consumistica di queste nuove "piccole adulte"
Rossetto, dieta e seduzione: così le fatine diventano lolite
Ombelico generation, i sociologi l'hanno chiamata così. Taglia stretta e corta, colore rosa prevalente, seduzione anticipata, magliette piene di cuoricini. Età 9-12 anni, il transito dalle elementari alle medie. Sono le ragazze cresciute sull'onda lunga della Barbie, accerchiate da Bratz, Winx, magliette Hallo Kitty, lettrici di una miriade di riviste confezionate su misura per loro: Cioè, Kiss me, Pink Magazine, Pretty Girl e altre. Periodici che regalano già la matita nera per gli occhi o allegano un mascara, che mettono in copertina Zac Efron e Hannah Montana, che si chiedono "chi sta nel cuore della protagonista della serie tv "Gossip Girl"?". Che propongono test del tipo "sei una lei responsabile?" o che hanno rubriche di lettere in cui i primi ostacoli del cuore s'intrecciano con quelli delle diete per correggere una presunta pancetta, un fianco appena più largo dei desideri.
Ragazzine che si inabissano volentieri davanti alla tv, si sintonizzano su Disney Channel e Mtv, dialogano via Msn o Facebook, sono fan di "High School Musical", consultano la pagina dell'oroscopo, si lasciano già sedurre dai rossetti glitterati, abiti griffati, baby-star e principesse varie, insomma da un modello femminile concentrato sul corpo come mezzo di affermazione sociale. Ma finiscono qui le aspirazioni delle piccole donne di oggi? "Non credo proprio - spiega Simonetta Ulivieri, docente di Pedagogia generale all'università di Firenze - il problema è come difendere queste ragazzine dal "lolitismo" precoce che c'è in giro. La spinta consumistica che prende di mira le preadolescenti è forte, ma mi preoccupano di più gli ammiccamenti alla sensualità nel gioco così come nell'abbigliamento, non vedo molti argini da parte della società e delle famiglie". (...)
"C'è un decadimento nella qualità dei contenuti di quello che viene pubblicato - spiega Riccardo Pontegobbi, condirettore di Liber - Lo notiamo dai giudizi che danno i nostri collaboratori nelle recensioni". Da quell'osservatorio hanno spiato il mercato, visto precipitare il numero dei piccoli lettori, "mezzo milione in meno dalla metà degli Anni 90 a oggi" e nello stesso tempo crescere i titoli sfornati dalle case editrici (dai 900 nel 1987 ai 2.400 dell'anno passato). "A ogni libro diamo un voto, da una a quattro stelle, ma circa il 75% sta nelle due fasce più basse, quelle con un giudizio mediocre". I titoli la dicono lunga: spiegano come "diventare una rock star", annunciano piccoli manuali di galateo, istruzioni su "come sopravvivere alla prima cotta", oppure hanno per protagonisti personaggi seriali minori che nascono sulla scia di un successo come Harry Potter o come le Winx e che ne copiano le gesta e le magie. "La spinta commerciale - spiega Emy Beseghi, docente di Letteratura per l'infanzia a Bologna - sforna libri a getto continuo e rischia di schiacciare i prodotti di qualità che pure ci sono, ma sembrano disperdersi in un oceano di titoli. Penso ad autori di alto profilo come Bianca Pitzorno, Jerry Spinelli, Silvana Gandolfi e altri anche fra i classici che continuano a essere letti e cercati". L'accelerazione verso il mondo dei grandi ha abbassato l'età media delle lettrici di riviste di successo come Cioè, oltre 120mila copie di tiratura. "L'ingresso nell'età più adulta è anticipato - dice Manuela Trinci, psicoterapeuta - Il fenomeno etichettato con il nome di tweening (adolescenza precoce) fa capire come i prodotti, i programmi tv, le riviste apparentemente rivolti alle quattordicenni vengano in realtà fruiti dalle bambine di 7-8 anni".
Le bambole cominciano a essere sexy, a portare i tacchi alti, la pubblicità e la moda a promuovere trasparenze e cuoricini, certi libri di testo a riportare vecchi stereotipi femminili che, rileva ancora Emy Beseghi, "continuano ad essere maestre, segretarie, infermiere". Le solite gabbie (...).