domenica 4 giugno 2006

I cattolici sanno ridere?!

http://www.chiesadimilano.it/ a cura di Francesco Anfossi
MA I CATTOLICI SANNO RIDERE?
Secondo un sondaggio del mensile Segno nel mondo 7, ai giovani dell’Azione cattolica non piace Striscia la notizia. Sorge una domanda: i cattolici sono dotati di senso dell’umorismo? In una parola: sanno ridere? Rispondono monsignor Gianfranco Ravasi, biblista, e lo scrittore Vittorio Messori.

RAVASI «È scomparso totalmente il senso dell’umorismo»
Monsignor Ravasi, riso e cristianesimo si conciliano? «C’è un famoso asserto riferito alla figura del Cristo nei Vangeli: "Leggo che ha pianto, ma che abbia riso, mai". Se stiamo a Cristo in quanto tale effettivamente è così. Però Luca nel Vangelo usa ben quattro termini diversi per esprimere la felicità. Ciò significa che esisteva il senso gioioso della Buona Novella. Paolo ai Filippesi raccomanda: "Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri". Le radici cristiane conoscono la gioia e la felicità. Una gioia che rasenta l’allegria e perfino la scurrilità. Come nel Risus paschalis: il giorno di Pasqua, per rappresentare la Risurrezione, ci si abbandonava a lazzi di ogni genere, alcune volte anche di cattivo gusto».
E oggi? L’allegria circola tra i cattolici? «Oggi avverto tra i cattolici due correnti antitetiche rispetto alla gioia: da una parte una grande banalità e superficialità. Dall’altra una seriosità che è quasi la reazione all’ottusità del nostro mondo nei confronti dei valori. Il che non è certo esaltante. Anche perché al senso dell’umorismo giova l’intensità dell’esperienza cristiana vissuta dai credenti autentici: la solidarietà, l’amore, le grandi partecipazioni corali. I cattolici d’oggi poi sono sprovvisti di humour, quello che aveva Chesterton, per capirci. Ed è drammatico, perché l’umorismo vero è intelligenza. È saper andare al di là delle cose, trovando il limite, ma senza morire sul limite. Jonesco scriveva: dove non c’è umorismo, c’è il campo di concentramento».
Le viene in mente un personaggio del mondo ecclesiale con uno spiccato senso dell’humour? «Mah, il cardinale di Bologna Biffi, non a caso grande lettore di Chesterton. Poi il vescovo di Ivrea Bettazzi. Tra i laici penso a Santucci, che ha ereditato l’ironia manzoniana. A fatica riesco a trovarne altri».
E, parlando più in generale, chi la fa più ridere? «Le vignette di Giannelli, sul Corriere della Sera. Oppure le strips del Giornalino. In particolare quelle degli Antenati e dell’orso Yoghi».
Difficile immaginare il biblista Ravasi immerso nelle strips degli Antenati...«E perché no? Anch’io sento il bisogno di distrarmi e di rallegrarmi. Concludo con una preghiera di santa Teresa D’Avila: "O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste"».

MESSORI «Il cristiano deve affrontare la vita con un sorriso»
Messori, è lecito l’umorismo per un cattolico? «Per ogni cattolico dovrebbe sempre valere la regola dell’et, et, cioè del "sia questo sia quello". C’è un tempo per ridere e uno per piangere, si legge ad esempio nell’Ecclesiaste».
Questo non sembra valere per Gesù, stando al Nuovo Testamento...«Ci siamo sempre soffermati sulla figura del Cristo penitente. Tralasciando il fatto che in fondo Gesù doveva essere anche un grande mangiatore e un grande bevitore. Prendiamo il suo primo miracolo, quello delle nozze di Cana. Gesù tramuta l’acqua in vino non per aumentare la penitenza, ma per aumentare la baldoria, perché anch’egli amava i banchetti. Chissà quante volte avrà riso anche lui a crepapelle. Per poi trascorrere in penitenza quaranta giorni nel deserto».
E oggi, i cattolici rispettano questa regola? «Mah, penso alla cupezza di un certo cattolicesimo progressista che ti parla solo di fame nel mondo e buco dell’ozono, magari mentre sei a una cenetta tra amici. E, all’opposto, alla cupezza dei clerico-reazionari che pensano solo ai complotti giudaico-massonici e all’abbandono del latino nella liturgia. Nessuna delle due categorie segue la regola dell’et, et. Perché essere cattolici significa mettere insieme le due dimensioni della vita».
Quella tragica e quella comica, insomma...«Non proprio. Il cattolico non deve essere né tetro né ridanciano. In realtà la sua virtù per eccellenza, da aggiungere a quelle dell’elenco ufficiale, è quella dello humour. Dovrebbe prendere tutto sul serio e niente sul tragico. Guardare il mondo con una bonaria ironia. Il cristiano sa che tutto finirà bene, che c’è una prospettiva di vita eterna. In questa prospettiva, se c’è uno che si può permettere di affrontare la vita con un sorriso, beh, questi è proprio il cristiano».
C’è un personaggio che incarna questa visione? «Il Manzoni, che è anche autoironico: saper ridere significa ridere pure di sé stessi. Penso a don Bosco, che era severo ma si arrabbiava se i suoi ragazzi nella ricreazione non facevano abbastanza chiasso».
Di cosa ride soprattutto Vittorio Messori? «Degli editorialisti, degli elzeviristi e di tutti i tromboni che si prendono troppo sul serio. E naturalmente anche di me stesso».

Nessun commento: