sabato 9 dicembre 2006

Neffa - "Cambierà"


Artista: Neffa
Album: Alla Fine Della Notte
Titolo: Cambierà


Un'altra notte finisce
e un giorno nuovo sarà.
Anna non essere triste
presto il sole sorgerà.
Di questi tempi si vende
qualsiasi cosa, anche la verità,
ma non sarà così sempre perché tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà.
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò;
già si sentono tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Ora mi senti e ti sento,
siamo una sola anima
e celebriamo il momento
e il tempo che verrà.

Se chi decide ha deciso
che ora la guerra è la necessità,
io stringo i pugni e mi dico
che tutto cambierà
per ogni vita che nasce,
per ogni albero che fiorirà,
per ogni cosa del mondo,
finché il mondo girerà
Già si vedono
lampi all'orizzonte, però
nei tuoi occhi io mi salverò.
Già si sentono
tuoni aprire il cielo, però
grida forte e sai che correrò.
Tutto cambierà,
sai che cambierà,
tutto cambierà,
vedrai che cambierà,
vedrai che cambierà,
tutto cambierà.

Adolescenza ed età adulta

* Da uno studio inglese. Dilaga la sindrome di Peter Pan
L'età «della ragione» arriva sempre più in là negli anni a causa della necessità di formazione continua e della precarietà diffusa
REGNO UNITO – «I don't wanna grow up» (in italiano, «Non voglio crescere»), recitano i versi del cantautore Tom Waits, che con la sua voce roca e graffiante canta al mondo il rifiuto di un'età adulta fatta di incertezze, dubbi, prezzi da pagare e cattive notizie da ascoltare alla tv. Inno alla «purezza» della gioventù, alle sue contraddizioni e alla sua originalità, la celebre canzone è di sicuro la preferita degli aspiranti «forever young» di sempre. A quanto pare, infatti, la sindrome di Peter Pan non esiste solo nelle favole e nelle canzoni, ma interessa invece un numero sempre maggiore di persone, che di crescere non ne vogliono proprio sapere.
IMMATURI STAGIONATI - È una ricerca inglese, condotta dallo psichiatra Bruce Charlton della School of Biology presso l'Università di Newcastle upon Tyne, a dimostrare che gli adulti di oggi sono molto più immaturi di un tempo, e che per loro è normale pensare e agire come farebbero i ragazzini. E di conseguenza queste persone non riescono mai a raggiungerei la vera maturità mentale. Nel mondo scientifico tale fenomeno viene chiamato «neotenia psicologica», ovvero il mantenimento allo stadio adulto di caratteristiche – anche fisiche – infantili, che nell'uomo moderno è molto più accentuato di quanto non fosse nell'uomo di Neanderthal. Secondo Charlton, gli umani sono attratti dalla giovinezza fisica in quanto segno di fertilità, salute e vitalità, ed è per questo che cercano in tutti i modi di simularla a oltranza.
LA FLESSIBILITÀ È GIOVANE - Ma tale fenomeno di rifiuto della maturità troverebbe giustificazione anche nell'entrata in scena, negli anni '90, di professioni e relazioni sociali sempre più dinamiche e mobili, che hanno richiesto agli individui una bella dose di flessibilità: qualità naturale e innata nei più giovani, e acquisita per necessità dai non più giovani, costretti ad abituarsi ai ritmi e alle caratteristiche del nuovo mondo in cui si trovano a vivere. E così, in pratica, questo processo di adattamento all'instabilità della vita – tipico soprattutto dei soggetti socialmente attivi e con i più alti livelli di istruzione – fa sì che «l'età della ragione» arrivi sempre più in là col tempo, e che la giovinezza non sia più prerogativa esclusiva dei veri giovani.
Alessandra Carboni - 26 giugno 2006 www.corriere.it

Bullismo

Ecco il link al sito della Polizia di Stato, che si occupa anche del bullismo giovanile:
http://www.poliziadistato.it/pds/ps/consigli/bullismo.htm

Don Javier, vicario in un paesino veneto

Arrivato dall'Ecuador, agli inizi erano insulti e accuse. Ma ora "mi vogliono bene". "Faccio quello che fanno tutti i sacerdoti: catechismo ai bimbi, assistenza ai deboli"
Don Javier, vicario in un paesino veneto: "Io, prete straniero chiamato vù cumprà"
Vice a Stanghella e parroco a Stroppare. "La cosa più difficile, capire il dialetto" - dal nostro inviato JENNER MELETTI

STANGHELLA (Padova) - Adesso tutti lo salutano, passando davanti alla chiesa. "Buonasera don Javier", dicono le donne. "Ciao prete", gridano i ragazzi in bicicletta. Ma padre Javier Orger Morillo Revelo, 35 anni, arrivato da Pimampiro, diocesi di Tulcàn in Ecuador, i primi giorni da prete nella campagna padovana li ricorda bene. "Ho bussato a una porta per la benedizione e subito mi hanno detto: "Guardi che noi non compriamo nulla". Altri hanno protestato perché "questi preti moretti portano via il lavoro ai nostri sacerdoti". Qualche insulto, anche: "A casa tua non avevi nemmeno la bicicletta e qui giri in macchina".
Ma padre Javier è un uomo buono, e vuole dimenticare tutto. "Non mi lascio impressionare da chi soffre di presunzione e non è aperto a un mondo che cambia. E poi tutto questo appartiene davvero al passato. Adesso i parrocchiani sono preoccupati perché hanno saputo che fra un paio di mesi mi scade la convenzione con la diocesi di Padova. Ma io li rassicuro: ho avuto il rinnovo, resterò altri tre anni. E loro sono contenti".
Un prete straniero in una terra che per secoli ha mandato sacerdoti in missione in mezzo mondo. "La cosa più difficile? Imparare davvero la lingua. Conoscere l'italiano non basta, c'è anche il dialetto. Ma ormai me la cavo. "Magna e tase", "dame un goto", così posso fare due chiacchiere anche con i ragazzi al bar. Il mio lavoro? Faccio quello che fanno tutti i preti. Catechismo ai bambini, preparazione ai sacramenti, assistenza ai gruppi di giovani di Azione cattolica. Ma l'emozione più grande la provo quando entro nelle case per portare l'Eucarestia agli ammalati e alle persone molto anziane. All'inizio, gli stessi che mi accoglievano con sospetto - mi scambiavano per un vù cumprà - adesso vorrebbero che non andassi più via. Gli anziani, soprattutto, che si sentono soli e mi aprono il loro cuore. Raccontano la loro vita, i dolori e le cose belle, le speranze che ancora tengono dentro. E' in quel momento che mi sento sacerdote davvero: un uomo che aiuta gli altri uomini".
In seminario a 13 anni, "ma solo per sfidare mio fratello che era già entrato e dopo pochi giorni era tornato a casa. Da bambino io non andavo nemmeno a Messa". "Solo a sedici anni ho cominciato a pensare di fare il prete. Poi ho capito che il Signore mi chiedeva di essere generoso, e così ho accettato la chiamata".
Padre Javier è vicario parrocchiale a Stanghella, 4.600 abitanti sulle rive dell'Adige, e parroco a Stroppare, 500 abitanti. "Fare il prete, in fin dei conti, è un "mestiere" uguale in tutto il mondo. Sei dentro la Chiesa e gli insegnamenti del Vangelo non cambiano superando una frontiera. Volevo conoscere la realtà italiana, dalla quale arrivavano tanti sacerdoti nella nostra terra. Ho seguito alcuni corsi all'istituto per la liturgia pastorale a Santa Giustina e alla facoltà di teologia del Triveneto. Poi ho capito che anche qui sono utile, e penso di restare, almeno per alcuni anni. Certo, non mi dispiace fare il prete nella terra dalla quale arrivavano i missionari. Ho capito che quelli bravi, fra i missionari, cercavano di capire la realtà e la cultura del nostro Paese, prima di decidere come muoversi. Anch'io, che sono qui da quattro anni, ho speso molto del mio tempo per conoscere le sensibilità e la cultura di questo pezzo d'Italia".
Anche l'arciprete di Stanghella, don Silvano Silvestrin, 63 anni, è stato missionario in Ecuador. "La ruota del mondo - dice - gira davvero in fretta. Negli anni '90, quando ero missionario, facendo due conti ho scoperto che fra preti, suore e laici in Ecuador eravamo 60 padovani. E ora i loro preti vengono qui da noi perché ormai, con parrocchie molto grandi e preti sempre più anziani, non riusciamo ad annunciare quel Vangelo che prima portavamo a 10.000 chilometri da casa. Per fortuna c'è una convenzione con la Cei attraverso la quale il vescovo di Tulcàn, ad esempio, chiede a quello di Padova di accogliere un suo prete per motivi di studio. E il vescovo di Padova può chiedere a quello di Tulcàn un sacerdote per la pastorale o per assistere i suoi connazionali emigrati".
E' questo uno degli impegni di padre Javier. "Ogni seconda domenica del mese dico Messa per i latino-americani nella parrocchia dei Santi Angeli custodi di Padova. Oltre ai miei connazionali, ci sono peruviani, boliviani, argentini e colombiani. Organizziamo anche dei corsi. Uno di lingua italiana, non solo perché è indispensabile, ma perché è giusto, quando si arriva in un altro paese, conoscerne la lingua. E' una questione di rispetto. E poi c'è un corso di cucina italiana, per le donne che fanno le domestiche e le badanti e così imparano a cuocere la pasta e fagioli o il ragù padovano per gli anziani che assistono. Ci sono operai, addetti alle pulizie negli ospedali. Ma c'è anche chi studia e questa mi sembra davvero una cosa buona".
Dieci fratelli, in Ecuador. "Cinque sposati, un prete che sono io, una suora che assiste i vecchi abbandonati a Quito e altri tre fratelli in attesa di matrimonio. Il ritorno in Ecuador? Forse. Io sono a disposizione del vescovo di Tulcàn, che mi ha prestato a Padova. Del resto, nel mio seminario, noi di Tulcàn eravamo solo 7 ed ora sono 25. In Ecuador i preti non mancano e io qui mi trovo molto bene. Arrivo da un Paese tropicale dove l'inverno e l'estate non esistono. A Stanghella ho scoperto le quattro stagioni. Calpesto la neve e dopo qualche mese sui colli Euganei - ci vado in bicicletta - arrivano i primi colori sugli alberi ed i primi fiori. E' bellissimo. E poi ci sono i sorrisi degli anziani, quando porto loro la Comunione. Adesso nessuno mi lascia fuori dalla porta".
www.repubblica.it

giovedì 22 giugno 2006

Un rene per finanziare viaggio in Italia

Un rene per finanziare il viaggio in Italia
Come un maratoneta stremato dalla fatica che all'ultimo chilometro incontra un ostacolo imprevisto. Così appare la vita di Angela e Andrej a chi se la sente raccontare. E sono ormai parecchi a conoscerla, perché è una di quelle storie che nessuno vuole tenere per sé: condividerla è un modo per stemperare l'angoscia.Non sembra una vicenda di questo secolo. Non ha nulla di europeo, benché si sia sviluppata tra il cuore dell'Europa e i suoi confini, cioè tra l'Italia, la Turchia e la Moldova, che è il paese dove sono nati Angela e Andrej e i loro tre figli: Ivan, di 13 anni, Vasili di 10, Andrej di 6. Tutto cominciò a Menjir, un paese a 120 chilometri da Chisinau, in una delle zone più povere della povera Moldova. Menjir da alcuni anni è diventato famoso. Ha, infatti, un'industria molto speciale: produce organi di ricambio per esseri umani. Reni, specialmente. Nel 2001 Andrej fu assunto. Il contratto prevedeva un viaggio in Turchia, a Istanbul, l'attesa del compratore (si tratta solitamente di facoltosi cittadini europei o israeliani), un breve periodo di degenza in una clinica di lusso, l'asportazione dell'organo e il ritorno a casa. Tutto questo in cambio della bellezza di 2000 dollari. Somma che potrà apparire irrisoria per un intervento che produce una menomazione permanente e una riduzione considerevole dell'aspettativa di vita, ma che è un bel gruzzolo per un bracciante agricolo che, lavorando fino a dodici ore il giorno, quando gli va bene guadagna venti-trenta dollari al mese. Diventato, come una sessantina di suoi compaesani, un odnopochechnik, cioè un "monorene" (l'espressione è entrata nel linguaggio locale e individua con precisione la categoria) Andrej decise di investire metà della somma per finanziare l'emigrazione di Alla, la cognata. Dopo un anno, gli altri mille dollari erano già finiti. E le retribuzioni per i braccianti agricoli era rimaste le stesse, miserabili, del 2001. Inoltre Andrej sentiva che il suo fisico non era più quello di una volta. Fu così che Angela decise di seguire la sorella Alla in Italia. Era il 31 di agosto del 2004. Non è difficile immaginare la soddisfazione mista a rabbia di Angela quando, benché clandestina, trovò il suo primo lavoro come badante per l'astronomica somma di 700 euro al mese. Soddisfazione perché, anche detraendo il necessario per mangiare, dormire, vestirsi, i soldi che avanzavano garantivano ai suoi tre bambini la possibilità di alimentarsi e di studiare. Rabbia nello scoprire che il rene di Andrej valeva meno di tre mesi di un lavoro sottopagato in Italia. Poco più di un anno dopo, nel novembre scorso, Angela lavorava presso una famiglia di un paese della provincia di Pavia e vedeva, anche se in un orizzonte lontano, il traguardo, e cioè la possibilità di una vita normale. Ma si sentì male. Una sofferenza tremenda e improvvisa, la sensazione di non poter più respirare, la paura di morire. Da allora Angela è paralizzata, del tutto inabile al lavoro. Molto probabilmente la sua vita sarebbe già finita se la signora per la quale lavorava non si fosse presa cura del suo caso come se fosse stato quello di una figlia. Angela adesso è in una clinica specializzata, dà lievi segnali di recupero. Ma i medici non sono riusciti a capire che male l'abbia colpita, tanto che c'è chi ipotizza un effetto ritardato ma micidiale delle radiazioni di Chernobyl. Il suo sogno, e per questo chiede aiuto, è essere trasferita in un ospedale vicino a casa.
(4 giugno 2006) www.repubblica.it

martedì 20 giugno 2006

Dipendenza da videogiochi

* La struttura organizza due settimane tra i boschi per guarire. L'abuso delle console ha effetti simili a quello delle droghe
Videogiochi, clinica ad Amsterdam per curare i giovani dalla dipendenza

Cresce il numero di adolescenti che sta anche 16 ore davanti al pc

AMSTERDAM - Due settimane nei boschi fra Olanda e Germania, a contatto con la natura e - soprattutto - lontano dai videogiochi. Un vero e proprio campo di sopravvivenza per chi vive attaccato al joystick: l'idea è venuta alla clinica Smith and Jones di Amsterdam, specializzata nella cura delle dipendenze. Solo dimostrando ai drogati del pc che la vita reale può essere più eccitante di una partita sulla schermo, spiegano gli organizzatori, si può sperare di salvare chi ha fatto del gioco virtuale una malattia. Come gli adolescenti tra gli 8 e i 18 anni che riescono a stare anche 16 ore davanti al computer, fenomeno in preoccupante. Serve dunque un taglio netto con le consolle e una fuga nei boschi, per guarire una dipendenza che, secondo studi condotti dall'Università di Amsterdam, è del tutto simile a quella da droga. E che a questa spesso si intreccia, dando vita a un mix in grado di 'obbligare' i giocatori a stare ore e ore attaccati al computer con l'unico scopo di passare al livello successivo. Pensieri ossessivi, problemi di salute, danni seri alle relazioni personali, a scuola e sul luogo di lavoro: queste alcune delle conseguenze della sindrome da videogame, scatenata soprattutto da giochi violenti e sanguinari. In essi il 'drogato' si identifica, delegando alla vita dei personaggi virtuali le emozioni reali. La Smith and Jones non è la prima struttura a occuparsi di dipendenza da videogiochi. Ne esistono già una dozzina, negli Usa, in Canada e in Cina. Ma la clinica olandese sarà la prima, con il 'ritiro' di metà luglio, a ospitare i propri pazienti. Nella speranza che alberi e boschi li aiutino a creare un rapporto equilibrato con il pc: scopo del campo, spiegano infatti gli organizzatori, non è far abbandonare il computer ai 'drogati'. Alla fine del corso saranno infatti aiutati a riavvicinarsi a esso. Ma finalmente disintossicati. (17 giugno 2006) www.repubblica.it

venerdì 9 giugno 2006

L'amore ai tempi di Internet

Triste vedere che - in gran quantità - si vada a cercare l'anima gemella da chi lo fa per mestiere e ci guadagna (sul presunto "bene" di chi è "in ricerca"). don Chisciotte


* Un sondaggio dice che due terzi dei "single" britannici cercano o hanno cercato un partner sul web. E sono in continuo aumento
L'amore ai tempi di internet: tutti in rete a cercare l'anima gemella
Un giro d'affari da 17 milioni di euro

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI

LONDRA - L'amore corre sul mouse, sul "topolino" digitale su cui state posando le dita mentre leggete questo articolo. Due terzi dei "single", in Gran Bretagna, cercano l'anima gemella su Internet, e il loro numero aumenta vertiginosamente di anno in anno, rivela un sondaggio pubblicato dal Times di Londra, fornendo per la prima volta cifre dettagliate sul cosiddetto mercato dei "cuori solitari". Che è enorme: cinque milioni e mezzo di persone, vale a dire un decimo della popolazione, usano annunci personali o agenzie matrimoniali per trovare un partner, e il 65 per cento di costoro, ossia tre milioni e mezzo di uomini e donne, si servono a tale scopo di siti e chat-line su Internet.
L'amore sul web è dunque un dilagante fenomeno sociale, oltre che un grosso business dal punto di vista economico: il giro d'affari delle inserzioni dei "single" in rete ha raggiunto 12 milioni di sterline, circa 17 milioni di euro (34 miliardi di vecchie lire italiane), nel 2005, e il quotidiano londinese prevede che sfiorerà i 50 milioni di sterline, ovvero 70 milioni di euro, nel 2008.
Il sondaggio condotto dalla Parship. co. uk, la sussidiaria inglese della principale agenzia per "cuori solitari" su Internet d'Europa e la più importante fra le cento agenzie di questo genere che operano nel Regno Unito, indica una crescente fiducia dei consumatori sulla possibilità di formare una coppia grazie agli annunci "on line": sei mesi fa il 35 per cento degli interpellati era convinto di trovare l'innamorato o l'innamorata perfetti su Internet, oggi la percentuale è già salita al 50 per cento.
I motivi del maggiore successo del "web" nella ricerca dell'anima gemella, notano gli esperti, sono almeno due. ""L'interattività offerta da Internet è senz'altro un fattore, perché consente a chiunque, seduto comodamente a casa propria, di vedere in faccia il potenziale partner e di imparare tutto quello che è possibile imparare sul suo conto, mantenendo un'assoluta privacy, mentre ci vuole più determinazione e coraggio a entrare in un'agenzia matrimoniale e compilare un questionario", dice Chris Simpson, direttore di Telecom Express, il network che riunisce vari servizi per "cuori solitari" in rete, tra cui "Encounters" (Incontri), le inserzioni di questo tipo che appaiono sul Times cartaceo e sul suo sito "on line".
Un'altra ragione, spiega Richard Giordano, sociologo del Birbeck College alla University of London, è che i vecchi circuiti tradizionali per incontrare coetanei e conoscere l'uomo o la donna giusti non esistono più: "Una volta c'erano la famiglia allargata, la chiesa, il club dopolavoristico, la mensa aziendale, il pub. Oggi la gente lavora di più e più in fretta, sicché il tipico single, uscito dall'ufficio, finisce da solo a casa con una birra in mano e un film in dvd da guardare. Ecco allora che Internet allarga gli orizzonti, permettendo di conoscese rapidamente un enorme numero di persone, selezionando quelle che sembrano fatte apposta per noi".

(5 gennaio 2006) www.repubblica.it

Morbosità della morte (e del goderne)

Mi domando se è umano e se è cristiano godere della morte di un uomo, far vedere e vedere con morbosità le foto del suo cadavere, parlare di "Giustizia è fatta!", quando mi sembra più adeguata - nel caso della persona che ha parlato - al limite l'espressione "Vendetta è fatta!".

don Chisciotte

lunedì 5 giugno 2006

Quando non c'è interesse...

POCHI SPICCIOLI DALL´OCCIDENTE
di FEDERICO RAMPINI
La Repubblica, 10-10-2005

E´ l´anti-tsunami: non ci sono paradisi turistici per occidentali nel Kashmir, a differenza che a Phuket, non ci sono le camere digitali né i videotelefonini o gli sms per trasmetterci l´orrore in diretta. Questa volta la distruzione ha colpito un Terzo mondo primordiale, una miseria arcaica e appartata che non ha un posto nella nostra era.E' una regione vasta nel cuore dell´Asia, contesa fra due potenze nucleari, eppure l´economia globale non l´ha mai sfiorata. Gli abitanti vivono con meno di un dollaro al giorno. Proprio loro che ne avrebbero più bisogno riceveranno una minuscola frazione della solidarietà internazionale, rispetto alle vittime di altre calamità naturali che hanno colpito il nostro mondo: le regioni dei villaggi-vacanze a cinque stelle nei mari del sud-est asiatico, o la città di New Orleans. Questa volta le vittime hanno volti che non vedremo perché neppure la Cnn è riuscita a trovare immagini dalla terra più dilaniata, da molte decine di villaggi distrutti ai piedi dell´Himalaya. Perfino l´esercito pachistano ha dovuto rinunciare ai riflessi automatici della propaganda, ha ammesso di avere un´idea approssimativa del bilancio delle vittime perché è incapace di raggiungere la maggior parte delle zone disastrate, isolate dalle frane, con strade e ponti distrutti. Non sono solo paesini piccoli ma vere e proprie città come Muzaffarabad, la capitale del Kashmir sotto controllo pachistano, dove la stima dei morti ieri sera era a quota 11.000. Due giorni dopo la prima scossa la maggior parte della popolazione colpita non aveva ancora visto un´anima viva dalle regioni vicine, dalla capitale del Pakistan, dal resto del mondo. Anche a soli 90 km da Islamabad regnano la solitudine e l´abbandono. Le poche organizzazioni umanitarie che avevano già dei piccoli nuclei di volontari insediati in quei luoghi prima del terremoto, come Medici senza frontiere, descrivono cittadine rase al suolo, senza più un solo edificio agibile, neppure un pronto soccorso. Gli esperti di Oxfam sul posto confermano che in ampie zone è crollata ogni abitazione e manca semplicemente tutto: acqua, cibo, coperte, tende, medicine. Lo spettacolo d´impotenza è tale da costringere il presidente pachistano, generale Pervez Musharraf, a un gesto senza precedenti per il suo regime: un accorato appello perché la comunità internazionale mandi aiuti. Purtroppo la comunità internazionale ne manderà in misura limitata. Le grandi agenzie governative dei paesi ricchi hanno già le casse prosciugate da altre calamità e dai tagli di bilancio. I privati non riusciranno a sentirsi veramente coinvolti, per mancanza di affinità, per scarsità di immagini, perché il dolore di quella gente è troppo lontano. È desolante sapere che la misera umanità del Kashmir è da decenni la posta in gioco di una costosa escalation militare per la quale i protagonisti non hanno risparmiato spese: la tensione fra India e Pakistan ha più volte rischiato di degenerare in guerra atomica. È una regione circondata e presidiata da due fra i più grandi eserciti del pianeta, una condizione teoricamente ottimale per far scattare in tempi rapidi un dispositivo di salvataggio. La terra così ambita da due giganti asiatici per complesse ragioni geostrategiche, da due giorni è diventata di colpo remota e inaccessibile. Dopo anni di occupazione militare e di vessazioni questo sembra un tragico insulto del destino per quelle popolazioni che hanno bisogno proprio lì e ora di truppe: possibilmente addestrate anche nella protezione civile. Sul lato indiano (dove esiste una stampa libera e abbiamo accesso a informazioni più complete) già ieri era esplosa una prima drammatica protesta con blocchi stradali di contadini esasperati per la lentezza nell´arrivo dei soccorsi. Dal lato pachistano uno dei territori devastati dal sisma - la provincia di Manehra - era notoriamente una base di addestramento di milizie islamiche gestita da Al Qaeda. Il ruolo del Pakistan come alleato privilegiato degli americani nella lotta ai talebani, e la conseguente concentrazione di forze armate in quella zona, sembrano di colpo irrilevanti: intervistato in diretta dalla Bbc, ieri sera il generale Musharraf ha sostenuto che gli mancano elicotteri per gli aiuti. Intanto decine di migliaia di contadini stanno scavando tra le macerie a mani nude per salvare qualche superstite. Per loro i primi soccorsi arriveranno, quando arriveranno, a dorso d´asino. L´unica nota rasserenante ieri è stata la telefonata di solidarietà tra il premier indiano Manmohan Singh e Musharraf. Resta da vedere se l´uno e l´altro accetteranno davvero l´arrivo di squadre straniere nel territorio conteso, con l´inevitabile aumento di visibilità e le conseguenti "ingerenze" umanitarie. Gli ultimi dodici mesi passeranno alla storia come un periodo particolarmente tragico per le calamità naturali che hanno colpito il pianeta. Dallo tsunami a Katrina è stata rivelata una catena di imprevidenze e impreparazioni che non risparmiano nessuno: dai paesi emergenti alla superpotenza americana, dalle amministrazioni nazionali alle agenzie dell´Onu (ancora pochi giorni fa duramente criticate dalla Croce Rossa per sprechi e inefficienze nella gestione degli aiuti post-tsunami). Esiste un´emergenza mondiale nel campo della prevenzione dei disastri naturali e della protezione civile. Sono compiti gravemente sottodimensionati e trascurati perfino nei paesi più ricchi. I diseredati del Kashmir, che non hanno neppure una vaga idea dei nostri livelli di benessere, non capirebbero nel sentirsi paragonati ai neri di New Orleans. Ad alleviare le loro sofferenze basterebbe un centesimo degli aiuti che l´America sta spendendo adesso per il suo dopo-uragano. Non avranno neanche quello.

domenica 4 giugno 2006

Islam pacifico alle fonti del Gange

C’è un islam pacifico alle foci del Gange. A insegnarlo è un filosofo musulmano dell’università di Dhaka, a fianco a fianco con docenti cristiani, ebrei, buddisti, induisti. Ecco una sua intervista, con un missionario cattolico
di Sandro Magister
ROMA, 15 maggio 2006 – Nel suo primo discorso importante a esponenti musulmani, pronunciato a Colonia il 20 agosto 2005, Benedetto XVI volle rivolgersi in particolare agli “educatori”. Disse in quell’occasione il papa: “Voi guidate i credenti nell’islam e li educate nella fede musulmana. L’insegnamento è il veicolo attraverso cui si comunicano idee e convincimenti. La parola è la strada maestra nell’educazione della mente. Voi avete, pertanto, una grande responsabilità nella formazione delle nuove generazioni. Insieme, cristiani e musulmani, dobbiamo far fronte alle numerose sfide che il nostro tempo ci propone. Non c’è spazio per l’apatia e il disimpegno ed ancor meno per la parzialità e il settarismo”. Esistono oggi nel mondo islamico educatori che già attuano questa speranza invocata da Benedetto XVI? La risposta è sì.
Uno di questi è un musulmano del Bangladesh. Il suo nome è Kazi Nurul Islam. Ha creato e dirige nell’università di Dhaka, la capitale, un dipartimento dedicato alle religioni mondiali, nel quale le principali religioni sono insegnate da docenti che professano la stessa fede da essi insegnata. Un sacerdote cattolico laureato in teologia insegna il cristianesimo, e lo stesso vale per l’islam, l’induismo, il buddismo e l’ebraismo: unico esempio del genere, nel mondo musulmano. Kazi Nurul Islam è sposato con Azizun Nahar Islam, direttrice del dipartimento di filosofia nella medesima università.
Il Bangladesh è uno dei più popolosi paesi musulmani del mondo. Il 10 per cento della popolazione sono indù, mentre i cristiani sono una piccolissima minoranza, di appena 4 su mille.
Lo scorso 17 agosto, tre giorni prima che il papa pronunciasse a Colonia il discorso sopra citato, organizzazioni terroristiche fecero esplodere contemporaneamente in vari luoghi del Bangladesh 400 bombe, facendo tre morti e numerosi feriti, e seminando molta paura. Ma più che per le bombe – e per le minacce di morte che lui stesso ha ricevuto – il professor Kazi Nurul Islam si dice preoccupato per l’aumento nel suo paese del fanatismo islamico, propagato in centinaia di madrasse, le scuole del Corano per ragazzi e giovani. A questo indottrinamento fanatico, Kazi Nurul Islam contrappone “un’educazione alla convivenza pacifica e armonica tra le diverse tradizioni religiose attraverso la conoscenza dell’altrui fede. Una conoscenza non soltanto intellettuale, ma esistenziale, che nasce dall’incontro concreto con l’altro”. Sono le parole, queste ultime, di un missionario cattolico che ha incontrato più volte il professor Kazi Nurul Islam.

Da questi incontri è nata la seguente intervista, pubblicata in Italia sul numero di maggio di “Mondo e Missione”, il mensile del Pontificio Istituto Missioni Estere al quale l’intervistatore, padre Francesco Rapacioli, appartiene:
”È l’ignoranza la madre dell’odio” - Intervista a Kazi Nurul Islam

D. – Professor Kazi Nurul Islam, come è nata in lei l’idea di fondare nell’università di Dhaka un dipartimento delle religioni?
R. – Devo rifarmi alla mia storia familiare, a un’esperienza che ha segnato per sempre il destino di mio padre e il mio. Una volta, ero ragazzo, chiesi a mio padre verso quali studi indirizzarmi. Mi rispose: “Io sono nato in una famiglia musulmana, ma, trascorsi i primi anni della mia vita, ho ricevuto il latte materno da una donna indù. In questo paese queste due comunità si odiano reciprocamente. Se tu potrai in qualche modo aiutare la comunità musulmana e quella indù a convivere pacificamente, farai di me la persona più felice al mondo”. In quel momento ho fatto una specie di promessa che ha segnato tutte le mie scelte professionali successive e la mia vita.
D. – Quali studi ha intrapreso?
R. – Inizialmente scienze politiche. Avendo però avuto un docente eccezionale di filosofia, Aminul Islam, alla fine mi orientai verso la filosofia e nel 1971 ottenni il master.
D. – Come ricorda gli anni dell’università e quelli immediatamente successivi?
R. – Durante gli anni dell’università mi consideravo ateo. Nel 1971, durante la guerra di liberazione dal Pakistan, divenni un partigiano. Un giorno fui catturato dall’esercito pakistano e condannato a morte. Mentre portavano me e un compagno di guerriglia sul luogo della fucilazione, ricordo di aver formulato una specie di preghiera: “Dio, se esisti, salvami!” Sperimentai una grande pace e sono convinto che Allah davvero diede ascolto a quella preghiera. I nostri aguzzini improvvisamente cambiarono idea e invece di sprecare un proiettile decisero di buttarci nel fiume. Io provengo da Barishal, nel sud del Bangladesh, dove abbondano i fiumi e dove i bambini imparano sin da piccoli a nuotare, per cui riuscii a salvarmi. Dopo questa esperienza drammatica ho ricominciato a credere e a praticare la mia fede islamica.
D. – Non ha avuto altre crisi di fede?
R. – Al contrario: successive esperienze mi hanno confermato nella mia fede in Dio. Penso spesso a tutto ciò che ho ricevuto nella vita e per ciò ringrazio Dio. Sento, inoltre, una forte responsabilità nei confronti degli altri e dell’intero creato. In questo paese, tanti sono tentati dal fanatismo e io sento una responsabilità nei loro confronti. Nel giorno del giudizio potrò forse dire a Dio di aver fatto qualcosa.
D. – Come ha continuato a coltivare i suoi interessi sulle religioni?
R. – Benché avessi ricevuto parecchi inviti da università in Occidente, nel 1976 decisi di andare a Varanasi, nota anche come Benares, la città sacra degli indù, dove rimasi per cinque anni. Imparai il sanscrito in modo da poter fare ricerca sui testi originali delle scritture indù. Feci una tesi sui Vedanta o Upanishad. L’anno prima, nel 1975, mi ero sposato e convinsi mia moglie, anch’essa insegnante, ad accompagnarmi a Benares, a studiare buddhismo. Mia moglie fece una tesi sulla natura della sofferenza nell’islam e nel buddhismo, ed è la sola donna musulmana, a quanto mi risulta, ad aver approfondito sistematicamente questa religione.
D. – Poi tornò in Bangladesh.
R. – Nel 1980 tornai a insegnare filosofia all’università di Dhaka. Già a Varanasi avevo avvertito la necessità di fondare un dipartimento delle religioni. Tre anni dopo cercai di persuadere il collegio dei professori della necessità di un dipartimento di religioni comparate, ma il tentativo fallì soprattutto perché il corpo docente non era convinto che io fossi veramente all’altezza del compito. A quel punto, con mia moglie mi recai in Inghilterra: all’università di Birmingham mia moglie approfondì il cristianesimo, mentre io feci approfondimenti sull’islam e sull’ebraismo. L’anno successivo, nel 1991, mi recai in un’università di Tokyo per approfondire il mondo delle religioni tradizionali. Imparai fluentemente il giapponese.
D. – Si direbbe che la sua è fondamentalmente una conoscenza accademica delle religioni.
R. – Non è così. Il mio approccio alle religioni non è mai stato semplicemente libresco: ho sempre voluto incontrare una comunità concreta che viveva quella determinata fede, recandomi ai loro templi e partecipando ai loro riti e preghiere. L’incontro con una religione è per me primariamente una esperienza viva ed esistenziale.
D. – Può fare qualche esempio?
R. – A Varanasi riuscii a entrare in un tempio dove ai musulmani era vietato l’accesso. Non ho scritto la religione a cui appartengo sulla fronte! Questo mi sembra molto importante: soltanto partecipando alla vita religiosa di una comunità io posso conoscere dal di dentro quella comunità e comprenderne la fede. Successivamente, soggiornai per un periodo di tempo in Cina al fine di approfondire taoismo e confucianesimo. Ho imparato anche i rudimenti del mandarino.
D. – Dopo questo lungo periodo all’estero come fu accolto al suo rientro in Bangladesh?
R. – Finalmente il corpo docente dell’università si convinse che la mia proposta di istituire un dipartimento delle religioni all’università era seria e che io sarei stato in grado di portarla a compimento. Nel 1996, quando l’Awami League, il partito attualmente all’opposizione, andò al governo, finalmente ottenni il permesso di fondare il dipartimento, che nel 1998 ottenne l’approvazione definitiva. Ma non fu facile.
D. – Quali difficoltà ha dovuto affrontare?
R. – Il primo problema era il nome stesso del dipartimento, “delle religioni comparate”, che non rispondeva alla natura dei corsi proposti e dava adito a fraintendimenti. Dopo molta riflessione, mi venne in mente “Dipartimento delle religioni mondiali” (World Religions Department). Ne parlai con alcuni amici, sia in Bangladesh che all’estero, e tutti ne furono entusiasti: da allora il dipartimento porta questo nome, anche se il syllabus, ossia l’insieme delle materie di insegnamento, è rimasto quello di prima.
D. – In cosa si distingue il dipartimento?
R. – A quanto mi risulta, è il primo e per ora unico caso del genere in Asia, oltre ad essere l’unico esempio nel mondo musulmano. Qui ciascuna religione è insegnata da una persona che, oltre a conoscere la religione che insegna, la pratica. Ciò vale per ciascuna delle cinque religioni maggiori: cristianesimo, islam, induismo, buddhismo e giudaismo.
D. – La sua sembra più una vocazione che una carriera universitaria.
R. – Sento molto forte la responsabilità di illuminare la mente dei miei studenti aiutandoli a coltivare una forte tensione etica. La sento come la mia missione.
D. – Gli inizi del dipartimento sono stati particolarmente controversi?
R. – Sì. All’inizio di questa avventura ricevevo telefonate anonime sia a casa che all’università che mi minacciavano di morte, di sequestro della mia famiglia, eccetera. Io cercavo sempre di convincere l’interlocutore di venire a trovarmi perchè potessi spiegargli le ragioni che mi avevano spinto a intraprendere tale iniziativa.
D. – Sta aumentando il numero dei fanatici in Bangladesh?
R. – Sì e in modo allarmante! Se i governanti non daranno adeguata attenzione al problema dell’educazione soprattutto nelle scuole coraniche, il futuro del Bangladesh è decisamente in pericolo. Coloro che attualmente sono educati nelle madrasse costituiranno nel prossimo futuro un peso e un reale pericolo per il paese. Nelle madrasse non si insegnano la storia, la geografia e la scienza. Anche se è previsto l’insegnamento delle varie religioni come il cristianesimo e l’induismo, queste materie non sono assolutamente materia di esame. Purtroppo il governo sembra poco preoccupato di questa situazione dilagante.
D. – Oggi come descriverebbe la situazione?
R. – Per certi aspetti continua ad essere controversa. Lo scorso agosto, dopo l’esplosione simultanea di circa 400 bombe in tutto il paese, sono stato intervistato in televisione. Ho detto che coloro che avevano fatto un gesto del genere non soltanto non erano da considerarsi musulmani, ma neppure essere umani. Non ho paura di morire per una causa che ritengo giusta e degna. Non appartengo ad alcun partito politico e mi sento libero di dire quello che penso.
D. – Qual è la situazione nel vicino Pakistan?
R. – La situazione in Pakistan è peggiore della nostra. Sono stato molte volte in quel aese, anche qualche mese fa. Là in generale la gente è più fanatica di quanto non sia il nostro popolo. In Bangladesh la maggioranza delle persone sono pacifiche e amanti della pace. Abbiamo comunque bisogno di una leadership illuminata per far fronte al dilagante fanatismo.
D. – Quali sono i suoi sogni?
R. – Il primo è quello di creare una biblioteca in università, dove gli studenti e anche la gente comune che lo desidera possa ottenere tutte le informazioni sulle maggiori religioni. In Bangladesh non ci sono biblioteche di questo tipo nelle quali chiunque, dalla mattina fino a notte, possa consultare testi di questo tipo. L’attuale biblioteca del dipartimento è aperta agli studenti dalla mattina fino a mezzanotte. Il secondo sogno è un museo delle religioni. Già ora verifico come sia efficace mostrare video sulle varie religioni, preceduti e seguiti da una spiegazione competente, per cui, essendo l’approccio a una religione un’esperienza di vita, vorrei consentire a ciascuno di farsi un’idea dei riti, dell’arte e delle diverse tradizione di ogni religione. La facoltà universitaria sembra d’accordo a concedermi lo spazio necessario, ma occorre trovare i fondi. Non so se riuscirò nel mio intento, ma voglio provarci e così dare il mio piccolo contributo per portare a termine il compito che mio padre mi affidò molti anni fa. “Mondo e Missione”

Vicinanza all'Africa

«L'Italia continuerà ad essere vicina all'Africa». E' quanto assicura il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che, intervenendo all'Isiao, l'Istituto italiano per l'Africa e l'Oriente, accompagna questa sicurezza con una promessa: «desidero assicurarvi - afferma il capo dello Stato - che farò tutto quel che rientra nelle mie possibilità per incoraggiare questo impegno».

La vicinanza dell'Italia, sottolinea Napolitano, si tradurrà in «partecipazione alle iniziative di pace, sostegno economico, contributo alla lotta all'Aids e alla ricerca di efficaci vaccini per le grandi malattie, trasferimento di tecnologie, impegno dei nostri esperti nei fondamentali programmi di tutela ambientale; infine, nello slancio dei moltissimi volontari che operano nelle zone di crisi». Cancellare il debito e rimuovere le barriere commerciali. E' questa la strada indicata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per accompagnare l'impegno dei Paesi africani a uscire dallo storico stato di crisi. Il capo dello Stato - intervenendo nella sede dell'Isiao - ribadisce l'impegno dei Paesi industrializzati ad assumere una «chiara responsabilità" prevista anche dal Nepad, la proposta di partenariato fra il continente africano e il mondo occidentale: «I Paesi industrializzati devono garantire, più di quanto hanno fatto finora - sottolinea il presidente della Repubblica - maggiori e migliori aiuti, cancellare il debito e rimuovere le barriere tariffarie e non tariffarie che impediscono l'accesso dei prodotti africani ai propri mercati».

Napolitano ricorda che «gli ostacoli che rallentano lo sviluppo dell'Africa sono formidabili: alti costi di trasporto, dimensione ridotta dei mercati, scarsa produttività dell'agricoltura, basso tasso di risparmio, carenza di tecnologie, insufficiente scolarizzazione specialmente tra la componente femminile della popolazione, stato di conflitto endemico in alcune regioni. In queste condizioni - osserva - è arduo per i Paesi africani generare le risorse necessarie a mettere in moto e sostenere un processo di sviluppo duraturo». «Il peso politico ed economico dell'Africa è destinato a crescere». Partendo da questa convinzione, il presidente della Repubblica avverte che «è opportuno che ciò si rifletta anche in una sua maggiore partecipazione ai meccanismi decisionali delle grandi organizzazioni internazionali». Napolitano invita a «non deflettere dagli obiettivi fissati per creare durature condizioni di stabilità e sicurezza. Troppi sono ancora i conflitti aperti", ricorda il capo dello Stato citando le crisi in Costa d'Avorio, Congo, Etiopia ed Eritrea, Somalia, Darfur. «Queste crisi - sottolinea Napolitano - non sono la manifestazione di un destino ineluttabile, né il frutto di calamità naturali: sono, purtroppo, opera dell'uomo. Proprio per questo, però, possono essere scongiurate», incoraggia il presidente della Repubblica.

Voci correlate:
  • IsIAO - sito web dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente
  • Nepad - The New Partnership for Africa's Development

Professione di fede Terza superiore

I cattolici sanno ridere?!

http://www.chiesadimilano.it/ a cura di Francesco Anfossi
MA I CATTOLICI SANNO RIDERE?
Secondo un sondaggio del mensile Segno nel mondo 7, ai giovani dell’Azione cattolica non piace Striscia la notizia. Sorge una domanda: i cattolici sono dotati di senso dell’umorismo? In una parola: sanno ridere? Rispondono monsignor Gianfranco Ravasi, biblista, e lo scrittore Vittorio Messori.

RAVASI «È scomparso totalmente il senso dell’umorismo»
Monsignor Ravasi, riso e cristianesimo si conciliano? «C’è un famoso asserto riferito alla figura del Cristo nei Vangeli: "Leggo che ha pianto, ma che abbia riso, mai". Se stiamo a Cristo in quanto tale effettivamente è così. Però Luca nel Vangelo usa ben quattro termini diversi per esprimere la felicità. Ciò significa che esisteva il senso gioioso della Buona Novella. Paolo ai Filippesi raccomanda: "Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri". Le radici cristiane conoscono la gioia e la felicità. Una gioia che rasenta l’allegria e perfino la scurrilità. Come nel Risus paschalis: il giorno di Pasqua, per rappresentare la Risurrezione, ci si abbandonava a lazzi di ogni genere, alcune volte anche di cattivo gusto».
E oggi? L’allegria circola tra i cattolici? «Oggi avverto tra i cattolici due correnti antitetiche rispetto alla gioia: da una parte una grande banalità e superficialità. Dall’altra una seriosità che è quasi la reazione all’ottusità del nostro mondo nei confronti dei valori. Il che non è certo esaltante. Anche perché al senso dell’umorismo giova l’intensità dell’esperienza cristiana vissuta dai credenti autentici: la solidarietà, l’amore, le grandi partecipazioni corali. I cattolici d’oggi poi sono sprovvisti di humour, quello che aveva Chesterton, per capirci. Ed è drammatico, perché l’umorismo vero è intelligenza. È saper andare al di là delle cose, trovando il limite, ma senza morire sul limite. Jonesco scriveva: dove non c’è umorismo, c’è il campo di concentramento».
Le viene in mente un personaggio del mondo ecclesiale con uno spiccato senso dell’humour? «Mah, il cardinale di Bologna Biffi, non a caso grande lettore di Chesterton. Poi il vescovo di Ivrea Bettazzi. Tra i laici penso a Santucci, che ha ereditato l’ironia manzoniana. A fatica riesco a trovarne altri».
E, parlando più in generale, chi la fa più ridere? «Le vignette di Giannelli, sul Corriere della Sera. Oppure le strips del Giornalino. In particolare quelle degli Antenati e dell’orso Yoghi».
Difficile immaginare il biblista Ravasi immerso nelle strips degli Antenati...«E perché no? Anch’io sento il bisogno di distrarmi e di rallegrarmi. Concludo con una preghiera di santa Teresa D’Avila: "O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste"».

MESSORI «Il cristiano deve affrontare la vita con un sorriso»
Messori, è lecito l’umorismo per un cattolico? «Per ogni cattolico dovrebbe sempre valere la regola dell’et, et, cioè del "sia questo sia quello". C’è un tempo per ridere e uno per piangere, si legge ad esempio nell’Ecclesiaste».
Questo non sembra valere per Gesù, stando al Nuovo Testamento...«Ci siamo sempre soffermati sulla figura del Cristo penitente. Tralasciando il fatto che in fondo Gesù doveva essere anche un grande mangiatore e un grande bevitore. Prendiamo il suo primo miracolo, quello delle nozze di Cana. Gesù tramuta l’acqua in vino non per aumentare la penitenza, ma per aumentare la baldoria, perché anch’egli amava i banchetti. Chissà quante volte avrà riso anche lui a crepapelle. Per poi trascorrere in penitenza quaranta giorni nel deserto».
E oggi, i cattolici rispettano questa regola? «Mah, penso alla cupezza di un certo cattolicesimo progressista che ti parla solo di fame nel mondo e buco dell’ozono, magari mentre sei a una cenetta tra amici. E, all’opposto, alla cupezza dei clerico-reazionari che pensano solo ai complotti giudaico-massonici e all’abbandono del latino nella liturgia. Nessuna delle due categorie segue la regola dell’et, et. Perché essere cattolici significa mettere insieme le due dimensioni della vita».
Quella tragica e quella comica, insomma...«Non proprio. Il cattolico non deve essere né tetro né ridanciano. In realtà la sua virtù per eccellenza, da aggiungere a quelle dell’elenco ufficiale, è quella dello humour. Dovrebbe prendere tutto sul serio e niente sul tragico. Guardare il mondo con una bonaria ironia. Il cristiano sa che tutto finirà bene, che c’è una prospettiva di vita eterna. In questa prospettiva, se c’è uno che si può permettere di affrontare la vita con un sorriso, beh, questi è proprio il cristiano».
C’è un personaggio che incarna questa visione? «Il Manzoni, che è anche autoironico: saper ridere significa ridere pure di sé stessi. Penso a don Bosco, che era severo ma si arrabbiava se i suoi ragazzi nella ricreazione non facevano abbastanza chiasso».
Di cosa ride soprattutto Vittorio Messori? «Degli editorialisti, degli elzeviristi e di tutti i tromboni che si prendono troppo sul serio. E naturalmente anche di me stesso».

A Kabul le Suore di madre Teresa e le Piccole Sorelle

AFGHANISTAN: Sono a Kabul le suore di Madre Teresa
Inaugurata la casa delle Missionarie della Carità nella capitale afghana; le quattro religiose hanno già cominciato l'impegno verso i bambini di strada.

Kabul (AsiaNews) – Quattro suore di Madre Teresa sono arrivate a Kabul, hanno aperto la loro casa e iniziato a raccogliere i bambini più bisognosi dalla strada. Da un anno si attendeva il loro ingresso nel Paese e lo scorso 10 aprile si è costituita la comunità. Padre Giuseppe Moretti, Superiore della missio sui iuris dell’Afghanistan, ha benedetto la loro casa il 9 maggio. Le Missionarie della Carità non hanno al momento linea telefonica ed è p. Moretti a raccontare ad AsiaNews che la loro presenza fino ad ora “non ha suscitato nessuna opposizione, come invece qualcuno immaginava”. Le suore, tutte di nazionalità diversa, girano per la città con il loro sari bianco e azzurro, tra i burqa azzuri delle donne afgane. Il loro abito è un chiaro segno di appartenenza religiosa. Molti temevano che questo avrebbe creato problemi con gli integralisti islamici, in un Paese al 99% musulmano. “Hanno cominciato già a dedicarsi ai bambini, la cui condizione nel Paese è a livelli gravissimi, prendendo con sé alcuni ragazzi dalla strada” racconta p. Moretti. Il sacerdote è sicuro che “le suore di Madre Teresa, verranno rispettate e amate come le Piccole sorelle di Gesù, che da 46 anni operano con discrezione negli ospedali e sono ben volute dagli afghani”. Proprio una delle Piccole sorelle di Gesù, una suora giapponese che lavora nel reparto pediatrico in un grande ospedale di Kabul, riferisce di un segnale positivo. “Ieri, in occasione della festa delle infermiere, il direttore dell’ospedale - un musulmano - ha invitato lo staff ad avere Madre Teresa come esempio; ha detto che come lei bisogna prendersi cura di tutti con lo stesso impegno, al di là delle razze e delle religioni”. Già mesi fa AsiaNews aveva registrato un altro importante segnale della stima e del rispetto che anche i musulmani nutrono per le Missionarie della Carità. Ad ottobre scorso lo stesso ambasciatore afghano in Pakistan, incontrando le suore di madre Teresa ancora in attesa del visto per entrare in Afghanistan, aveva assicurato che sarebbe stato ‘un onore’ il poterle aiutare. (MA)


18 Maggio 2006 www.asianews.it