sabato 16 agosto 2008

Ricordando frère Roger di Taizé


Tre anni fa veniva ucciso frère Roger di Taizé,
al termine della preghiera serale.
Pochi giorni prima mi aveva abbracciato,
al termine della Messa domenicale.

"Felicità. Chi ti spianerà la via per raggiungere alle sorgenti zampillanti? Solo là e non altrove si sviluppano le forze vive del rischio. Quando ti interroghi dicendo: "Come potrò realizzarmi?", sai di aspirare ad un'esistenza di completezza e non ad una vita inquadrata e senza rischi. Non attardarti in situazioni senza via d'uscita perché vi bruceresti energie vitali. Niente compiacenze con te stesso. Va oltre, senza esitare. E scoprirai che il tuo cuore s'allarga: solo alla presenza di Dio l'uomo si realizza".

"Vivere la Pasqua. Se la pianta non si orienta verso la luce, appassisce. Se il cristiano rifiuta di guardare la luce, se si ostina a guardare solo le tenebre, cammina verso una morte lenta; non può crescere né costruirsi in Cristo. A poco a poco Cristo trasforma e trasfigura tutte le forze ribelli e contraddittorie che ci sono dentro di noi... Piangere sulla nostra ferita ci trasformerebbe in uno strazio, in una forza che aggredisce con violenza noi stessi e gli altri, soprattutto chi ci è più vicino. Una volta trasfigurata da Cristo, la ferita si trasforma in una fonte di energia, in una sorgente da cui scaturiscono le forze di comunione, di amicizia e comprensione. Questa trasfigurazione è l'inizio della risurrezione sulla terra, è vivere la Pasqua insieme a Gesù; è un continuo passare dalla morte alla vita".
frère Roger

Video di presentazione di una settimana a Taizé

Meditazione biblica mensile - agosto 2008

venerdì 15 agosto 2008

Assunta


"Pochissimi sono i vivi e molti i morti in questa vita - poiché morto è colui che non si lascia mai andare e non sa prendere le distanze da sé per un amore o per uno scoppio di risa".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 59

giovedì 14 agosto 2008

Finezze


Non voglio entrare nel merito della questione,
perché non mi va di strattonare la stampa secondo il mio interesse.
Però voglio riportare l'editoriale de "Il Giornale" di oggi, con alcune domande:
- possibile che tutti ci debbano dare lezioni su ciò che è cristiano e ciò che non lo è?
- ce le devono dare coloro che hanno la penna affilata come un pugnale?
- ce le devono dare quelli che hanno la lingua biforcuta?
- quelli che hanno interesse, perché sono pagati per difendere chi paga?
- dove è finita la possibilità di dire la propria, senza essere schiaffeggiati?
- ci sarà la differenza tra l'articolo di un direttore e quello di un cabarettista scalcagnato?
- veramente non si accorge che quello che dice è un indice rivolto anzitutto verso se stesso?

DITE QUALCOSA DI CRISTIANO
di Mario Giordano
Se errare è umano e perseverare è diabolico, per Famiglia Cristiana ci vuole l’esorcista. Dopo aver sferrato un attacco contro il governo con toni che al confronto Bakunin è forlaniano, il settimanale ormai più pierino che paolino torna sulle barricate, a soli due giorni di distanza, con un secondo editoriale ancor più estremisticamente bislacco. E dopo aver usato una serie di delicati epiteti, ballando sul baratro del ridicolo («Paese da marciapiede», «presidente spazzino», «peggio dell’Angola», etc.), fa un deciso passo in avanti: scopre il «rischio del fascismo» e giudica l’azione del governo alla pari dei rastrellamenti nazisti nel ghetto di Varsavia. Non stiamo scherzando: se a Ferragosto in redazione non si concedono una pausa, con il prossimo numero forse scopriremo che Berlusconi è stato il mandante delle Fosse Ardeatine e Maroni un kapò ad Auschwitz.
Il direttore del settimanale, che una volta veniva letto come se fosse la voce del vangelo e adesso invece, al massimo, come se fosse la voce di Pecoraro Scanio, ha detto che sono un po’ in crisi con le vendite e che per questo stanno facendo molti tagli. Si sa, sono tempi duri per tutti. Ma se non si decidono a ripristinare l’aria condizionata in redazione sono guai seri: ad agosto il caldo fa sragionare. E così anche i più autorevoli editorialisti finiscono per scrivere su un settimanale cattolico articoli che apparirebbero un po’ forti anche per il manifesto e liberazione. Risultato: uno cerca in edicola una copia di Famiglia Cristiana, si trova tra le mani al massimo una coppia di fatto bertinottiana.
Vi sconsigliamo di comprare il papiro, ma vi riassumiamo il pezzo forte debitamente anticipato alle agenzie. Un articolo di Beppe Del Colle che, per rispondere al vespaio di polemiche suscitate dal primo violento ukaze, accusa i politici di fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». E, per restare in tema, parla di «rischio fascismo» in Italia e, di fianco, pubblica la storica foto del bimbo ebreo di Varsavia, simbolo della persecuzione nazista, dicendo che è venuta in mente a tutti (proprio a tutti?) quando Maroni ha presentato il pacchetto sicurezza e le norme sui rom. C’è altro da aggiungere? Evidentemente non sono solo i politici a fare dichiarazioni «superficiali e irresponsabili». Anche i giornalisti si difendono bene.
Sarebbe fin troppo facile contrapporre ai vaneggiamenti del settimanale, l’analisi di Newsweek (periodico non certo amico del centrodestra italiano) che parla dei primi cento giorni del governo come «miracolo di Berlusconi». Non ne vale la pena. E non vorremmo nemmeno dare troppa importanza a un editorialista evidentemente vittima del solleone. Ma c’è una cosa che ci preoccupa: è il fatto che, di fronte agli indiscutibili risultati ottenuti dal governo e al disorientamento dell’opposizione, i toni incivili, finora prerogativa del trattorista di Montenero e dei suoi girotonti, sfiorino anche chi, per la sua stessa ragione sociale, dovrebbe rappresentare il volto più moderato e ragionevole del Paese. Non è in questione, naturalmente, il diritto di critica: è in questione la possibilità di un dialogo. Paragonare un governo al nazismo significa alzare un muro, una trincea, una barricata: con i nazisti si può forse parlare? Trattare? Discutere? No, certo. E questo è ingiusto, non solo nei confronti del governo. È ingiusto soprattutto nei confronti della famiglia cristiana, quella vera, che non merita che il suo nome venga usurpato da alcuni orfani del cattocomunismo, sempre meno capaci di fare chiesa e sempre più capaci di fare cappelle. (link all'articolo)

Sito di Famiglia Cristiana

mercoledì 13 agosto 2008

Bisogno di dirsi


Il sito X pubblica sul web storie e confessioni telefoniche degli utenti
C'è chi racconta che vorrebbe uccidere il coniuge, chi sogna di fare spogliarelli...
Paure, speranze, rivelazioni. Il sito che raccoglie i segreti
"XY" aveva un peso sulla coscienza. Anni fa ha spinto la sua migliore amica ad abortire senza dire nulla alla sua famiglia ed ora aveva bisogno di raccontarlo a qualcuno. "YX", che lavora in uno zoo, parla invece del più grande errore della sua vita: un giorno non ha chiuso bene alcune gabbie e solo per un colpo di fortuna alcuni animali feroci non sono riusciti a scappare. Sono solamente due delle centinaia di anonime confessioni raccolte in pochi mesi dal sito X, uno spazio lasciato a disposizione di chi ha una storia e non ce la fa più a tenerla per sé.
Lo slogan del sito X è "Storie vere di persone vere". Gli utenti si registrano, decidono quante informazioni su loro stessi rendere visibili e poi, componendo un numero di telefono statunitense, possono registrare i propri racconti, che vengono classificati in base al contenuto e immediatamente pubblicati. A quel punto tutti li possono ascoltare in streaming da ogni parte del mondo.
Il sito non indica ai visitatori che tipo di interventi effettuare, tanto che vi si possono trovare persino giudizi su ristoranti e numerose esternazioni di stampo politico. Molti però lo hanno ormai trasformato in un vero e proprio confessionale a cui affidare i loro piccoli e grandi segreti. Un modo per dire e non dire, per raccontare al mondo vicende intime della propria vita potendo però contare sull'anonimato garantito dal proprio username. Per confidare ad altri i propri sogni, i misfatti di conoscenti e amici o le proprie debolezze senza temere conseguenze.
E così al sito vengono consegnate dichiarazioni più o meno compromettenti. (...) "XZ", infine, dichiara addirittura che, se avesse la certezza di non essere scoperta, ucciderebbe il marito. Altri parlano delle proprie paure, di temi sicuramente delicati, personali. "ZX" dice che un'idea la terrorizza sin da bambina: morire per un colpo di pistola alla testa. "ZY" racconta uno dei momenti più terribili della sua infanzia, e cioè il tentativo di suicidio della madre. "YZ" rivela invece che un amico, del quale ovviamente non fa il nome, ha problemi con alcool e droga. (...)
L'ascolto di diverse confessioni lascia inevitabilmente un retrogusto amaro. A molte di queste storie raccontate su internet corrisponde infatti qualcuno che non ha una persona in carne ed ossa con cui potersi confidare. E i commenti lasciati dagli utenti non possono certo sostituire una pacca sulla spalla o un abbraccio. (...)
articolo

martedì 12 agosto 2008

Conoscere questo mondo

"Per cercare un dialogo proficuo tra la gente di questo mondo ed il Vangelo e per rinnovare la nostra pedagogia alla luce dell'esempio di Gesù, è importante osservare attentamente il cosiddetto mondo postmoderno, che costituisce il contesto di fondo di molti di questi problemi e ne condiziona le soluzioni.

Una mentalità postmoderna potrebbe essere definita in termini di opposizioni: un'atmosfera e un movimento di pensiero che si oppone al mondo così come lo abbiamo finora conosciuto. È una mentalità che si distacca spontaneamente dalla metafisica, dall'aristotelismo, dalla tradizione agostiniana e da Roma, considerata come la sede della Chiesa, e da molte altre cose. Il pensare postmoderno è lontano dal precedente mondo cristiano platonico in cui erano dati per scontati la supremazia della verità e dei valori sui sentimenti, dell'intelligenza sulla volontà, dello spirito sulla carne, dell'unità sul pluralismo, dell'ascetismo sulla vitalità, dell'eternità sulla temporalità. Nel nostro mondo di oggi vi è infatti una istintiva preferenza per i sentimenti sulla volontà, per le impressioni sull'intelligenza, per una logica arbitraria e la ricerca del piacere su una moralità ascetica e coercitiva. Questo è un mondo in cui sono prioritari la sensibilità, l'emozione e l'attimo presente. L'esistenza umana diventa quindi un luogo in cui vi è libertà senza freni, in cui una persona esercita, o crede di poter esercitare, il suo personale arbitrio e la propria creatività.

Questo tempo è anche di reazione contro una mentalità eccessivamente razionale. La letteratura, l'arte, la musica e le nuove scienze umane (in particolare la psicoanalisi) rivelano come molte persone non credono più di vivere in un mondo guidato da leggi razionali, dove la civiltà occidentale è un modello da imitare nel mondo. Viene invece accettato che tutte le civiltà siano uguali, mentre prima si insisteva sulla cosiddetta tradizione classica. Oggi un po' tutto viene posto sullo stesso piano, perché non esistono più criteri con cui verificare che cosa sia una civiltà vera e autentica. Vi è opposizione alla razionalità vista anche come fonte di violenza perché le persone ritengono che la razionalità può essere imposta in quanto vera. Si preferisce ogni forma di dialogo e di scambio per il desiderio di essere sempre aperti agli altri e a ciò che è diverso, si è dubbiosi anche verso se stessi e non ci si fida di chi vuole affermare la propria identità con la forza. Questo è il motivo per cui il cristianesimo non viene accolto facilmente quando si presenta come la 'vera' religione. Ricordo un giovane che recentemente mi diceva: «Soprattutto, non mi dica che il cristianesimo è verità. Questo mi dà fastidio, mi blocca. È diverso che dire che il cristianesimo è bello...». La bellezza è preferibile alla verità.

In questo clima, la tecnologia non è più considerata uno strumento al servizio dell'umanità, ma un ambiente in cui si danno le nuove regole per interpretare il mondo: non esiste più l'essenza delle cose, ma solo l'utilizzo di esse per un certo fine determinato dalla volontà e dal desiderio di ciascuno.

In questo clima, è conseguente il rifiuto del senso del peccato e della redenzione. Si dice: «Tutti sono uguali, ma ogni persona è unica». Esiste il diritto assoluto di essere unici e di affermare se stessi. Ogni regola morale è obsoleta. Non esiste più il peccato, né il perdono, né la redenzione e tanto meno il «rinnegare se stessi». La vita non può più essere vista come un sacrificio o una sofferenza.

Un'ultima caratteristica della postmodernità è il rifiuto di accettare qualunque cosa che sa di centralismo o di volontà di dirigere le cose dall'alto. In questo modo di pensare vi è un «complesso anti-romano». Siamo ormai oltre il contesto in cui l'universale, ciò che era scritto, generale e senza tempo, contava di più; in cui ciò che era durevole e immutabile veniva preferito rispetto a ciò che era particolare, locale e datato. Oggi la preferenza è invece per una conoscenza più locale, pluralista, adattabile a circostanze e a tempi diversi.

Non voglio ora esprimere giudizi. Sarebbe necessario molto discernimento per distinguere il vero dal falso, che cosa viene detto con approssimazione da ciò che viene detto con precisione, che cosa è semplicemente una tendenza o una moda da ciò che è una dichiarazione importante e significativa. Ciò che mi preme sottolineare è che questa mentalità è ormai dappertutto, soprattutto presso i giovani, e bisogna tenerne conto.

Ma voglio aggiungere una cosa. Forse questa situazione è migliore di quella che esisteva prima. Perché il cristianesimo ha la possibilità di mostrare meglio il suo carattere di sfida, di oggettività, di realismo, di esercizio della vera libertà, di religione legata alla vita del corpo e non solo della mente. In un mondo come quello in cui viviamo oggi, il mistero di un Dio non disponibile e sempre sorprendente acquista maggiore bellezza; la fede compresa come un rischio diventa più attraente. Il cristianesimo appare più bello, più vicino alla gente, più vero. Il mistero della Trinità appare come fonte di significato per la vita e un aiuto per comprendere il mistero dell'esistenza umana".

card. Carlo Maria Martini

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lunedì 11 agosto 2008

Supermamme


Agli inglesi non piace più la supermamma Il modello "supermamma" è in declino anche negli Stati Uniti
Studio di Cambridge: per le donne impossibile seguire figli e carriera
(...) Eppure, mentre la cultura delle pari opportunità avanza nei Parlamenti e nelle società, il mito della supermamma è in agonia proprio nei paesi che l’hanno tenuto a battesimo: Gran Bretagna e Stati Uniti. Se ne sono accorti i ricercatori della «Cambridge University», dopo aver confrontato vent’anni di inchieste sui rapporti fra donne, famiglia e lavoro. «È inutile girarci attorno - spiega la sociologa Jacqueline Scott, responsabile dello studio -. Le donne che si danno da fare nel lavoro lo fanno a discapito della famiglia. Se ne sono rese conto loro stesse».
I numeri parlano chiaro: se nel 1994 il 51% delle donne e il 52% degli uomini britannici affermava di credere alla frase «il fatto che una donna lavori non crea disagi alla famiglia», nel 2002 le percentuali si sono abbassate al 46% delle donne e al 42% degli uomini. Negli Stati Uniti il cambiamento è stato anche più drastico: nel 1994 il 51% degli intervistati sosteneva il mito della supermamma, nel 2002 la percentuale è scesa al 38%. Contemporaneamente è calato anche il numero di persone disposte a sottoscrivere la frase: «Per una donna il modo migliore per ottenere l’indipendenza è cercarsi un lavoro». Ma la tendenza sta guadagnando terreno anche negli altri paesi dell’Unione europea, ad eccezione della Germania. (...)
La Fawcett Society, un istituto fondato dalle suffragette inglesi che dal 1866 si batte per la parità dei diritti, riconosce la verità di questa analisi. «Dimostra che il tentativo di mettere le donne al posto degli uomini e gli uomini al posto delle donne è fallito - afferma Kat Banyard, la direttrice - In questo modo le donne non hanno fatto altro che accollarsi due pesi: la carriera e la vita domestica. La verità è che la cultura del lavoro a tempo pieno e la mancanza di flessibilità non fanno altro che tenere imbrigliata la società negli stereotipi di genere». E così le donne si ritrovano davanti al bivio di sempre. «In Gran Bretagna stiamo imboccando la direzione sbagliata dopo 20 anni di successi culturali nel campo delle pari opportunità - continua la professoressa Scott -. Dobbiamo rivedere completamente il nostro modello di welfare affinché lavoro e famiglia tornino ad essere compatibili» (...) qui trovi l'articolo

sabato 9 agosto 2008

Filosofa martire


"Chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no".

"Ho sempre pensato - e forse è un azzardo - che il mistero dell'Incarnazione sia più grande di quello della Resurrezione. Perché un Dio che si fa bambino... e poi ragazzo... e poi uomo... quando muore non può che risorgere".
s. Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein)
vedi la biografia della santa

Giorno 8.8.08


Se il numero 08.08.08 porti fortuna
chiedetelo agli abitanti dell'Ossezia del Sud

venerdì 8 agosto 2008

Non mi basto


"Un giorno, è un giorno d'estate, facciamo il bagno nelle acque di Montaubry vicino a Le Creusot, nuotiamo uno a fianco dell'altra, e non posso fare a meno di parlarti anche nell'acqua, ho sempre mille cose da dirti, e mi viene in mente, nell'acqua, sotto il sole, questa definizione di te, sapendo che sfuggi ad ogni definizione, ti dico, vuoi sapere chi sei tu per me, e allora ecco: tu sei colei che mi impedisce di bastarmi. Ho una grande capacità di solitudine. Posso restare solo per giorni, per settimane, per mesi interi. Sonnolento, tranquillo. Sazio di me stesso come un neonato. È questa sonnolenza che sei venuta a interrompere. È questa capacità che hai rovesciato. Come potrei mai ringraziarti? Possiamo dare molte cose a coloro che amiamo. Parole, riposo, piacere. Tu mi hai dato la cosa più preziosa di tutte: la mancanza. Mi era impossibile fare a meno di te, anche quando ti vedevo mi mancavi ancora. La mia casa interiore, la casa del mio cuore era chiusa a doppia mandata. Tu hai infranto i vetri e l'aria vi ha fatto irruzione, quella gelata, quella ardente, e ogni forma di luminosità. Tu eri quella lì, Ghislaine, lo sei ancora oggi, quella attraverso la quale la mancanza, la frattura, la lacerazione entrano in me con mia somma gioia. È il tesoro che mi lasci: mancanza, frattura, lacerazione e gioia. Un tesoro così è inesauribile. Dovrebbe bastarmi per andare di «adesso» in «adesso» fino all'ora della mia morte".
Christian Bobin, Più viva che mai, 66-67

giovedì 7 agosto 2008

Sport e pena


Rapporto 2008 dell'associazione 'Nessuno tocchi Caino'
Nel mondo salgono le esecuzioni capitali. L'85% in Cina, escalation in Iran e Arabia
Boia 'infaticabile' in Asia. In America pena di morte solo negli Stati Uniti e in Europa fa eccezione la Bielorussia
La Cina è il «primatista delle esecuzioni» nel mondo, che tuttavia negli ultimi mesi sarebbero diminuite probabilmente solo a causa delle prossime Olimpiadi di Pechino. È quanto emerge dal rapporto 2008 sulla pena di morte di 'Nessuno Tocchi Caino', che ricorda come sul podio dei primi tre paesi che nel 2007 hanno compiuto più esecuzioni ci sono Cina, Iran e Arabia Saudita (l'elenco). Nel Paese che ospiterà i giochi ci sono state nel 2007 almeno 5mila esecuzioni, circa l'85% del totale mondiale (6mila secondo la Fondazione Dui Hua, che ha comunque stimato una riduzione pari a un 25-30 per cento rispetto all'anno precedente). Il governo cinese si era infatti impegnato con il Comitato olimpico internazionale, al momento dell'assegnazione dei Giochi, a migliorare gli standard dei diritti umani. Nel Paese, comunque, la pena di morte continua ad essere considerata un segreto di Stato. (...)
Per quanto riguarda l'Iran, nel 2007 «almeno 355 persone sono state messe a morte, un terzo in più rispetto al 2006». Un Paese il cui ordinamento prevede anche «torture, amputazioni degli arti, fustigazioni e altre punizioni crudeli, disumane, degradanti». L'Arabia Saudita ha invece il primato di esecuzioni capitali «in percentuale sulla popolazione», afferma il rapporto, ricordando le 166 esecuzioni del 2007, più che quadruplicate rispetto al 2006, e le 65 nei primi sei mesi del 2008. «La rigida interpretazione delle legge islamica fatta dall'Arabia Saudita», ricorda il rapporto, prescrive la pena di morte «per omicidio, stupro, rapina armata, traffico di droga, stregoneria, adulterio, sodomia, omosessualità, rapina su autostrada, sabotaggio, apostasia (rinuncia alla religione islamica)». (...)
vai all'articolo

mercoledì 6 agosto 2008

A trent'anni dalla morte di papa Paolo VI


Ricordiamo questo papa risentendo il vibrare della sua voce,
la profondità del suo patire, il coraggio della lotta della fede.

martedì 5 agosto 2008

Non siamo contemporanei


"A volte sembra possibile immaginare che non tutti stiamo vivendo nello stesso periodo storico. Alcuni è come se stessero ancora vivendo nel tempo del Concilio di Trento, altri in quello del Concilio Vaticano Primo. Alcuni hanno bene assimilato il Concilio Vaticano Secondo, altri molto meno; altri ancora sono decisamente proiettati nel terzo millennio. Non siamo tutti veri contemporanei, e questo ha sempre rappresentato un grande fardello per la Chiesa e richiede moltissima pazienza e discernimento".

card. Carlo Maria Martini

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lunedì 4 agosto 2008

Sesso complicato

New York, patente per il sesso sicuro
Un tesserino rivela se i partner occasionali hanno l’Aids
Fidarsi è bene e non fidarsi è meglio: ma quando c’è di mezzo il sesso, non fidarsi è tassativo. Invece della parola, oggi in America è così possibile chiedere al partner la patente del sesso sicuro, ovviamente offrendo la propria in visione per una mutua verifica. Il tesserino è rilasciato dalla società STFree e riporta, con la foto e il nome del titolare, il numero di riconoscimento del socio e il numero verde da chiamare prima di entrare nel vivo. Fatto il numero (888-2074216), il partner A digita il proprio numero personale e poi il pin, numero personale di identificazione, che gli deve essere fornito dal partner B. A questo punto, componendo il numero 1, il partner A verrà informato delle due ultime date in cui il partner B si è sottoposto ai test per il virus Hiv e quale è stato l’esito. Poi toccherà al partner B procedere con la stessa trafila. È un approccio che suona un po’ burocratico, oltre a richiedere un telefonino al momento critico, ma scherzare sull’argomento è scherzare sulla vita. (...)
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domenica 3 agosto 2008

Uomo


"O uomo, perche hai di te un concetto così basso quando sei stato tanto prezioso per Dio? Perché mai, tu che sei così onorato da Dio, ti spogli irragionevolmente del tuo onore? Perché indaghi da che cosa sei stalo fatto e non ricerchi per qual fine sei stato creato? Tutto questo edificio del mondo, che i tuoi occhi contemplano, non è stato forse fatto per te? La luce infusa in te scaccia le tenebre che ti circondano. Per te è stata regolata la notte, per te definito il giorno, per te il cielo è stato illuminato dal diverso splendore del sole, della luna e delle stelle. Per te la terra è piena di fiori, di boschi e di frutti. Per te è stata creata la mirabile e bella famiglia di animali che popolano l'aria, i campi e l'acqua, perché una desolata solitudine non appannasse la gioia del mondo appena fatto. Tuttavia il tuo Creatore trovò ancora qualcosa da aggiungere per onorarti. Ha stampato in te la sua immagine, perché l'immagine visibile rendesse presente aI mondo il Creatore invisibile, e ti ha posto in terra a fare le sue veci, perché un possedimento cosi vasto qual è il mondo, non fosse privo di un vicario del signore. Dio nella sua infinita bontà prese in sé ciò che aveva fatto in te per sé. Volle essere visto nell'uomo direttamente e in se stesso. Egli, che nell'uomo aveva prima voluto essere visto per riflesso, fece sì che diventasse sua proprietà l'uomo che prima aveva ottenuto di essere solo sua immagine riflessa. Nasce dunque Cristo, per reintegrare con la sua nascita la natura decaduta. Accetta di essere bambino, vuole essere nutrito, passa attraverso i vari stadi dell'età per restaurare l'unica perfetta duratura età, quella che egli stesso aveva creato. Regge l'uomo, perché l'uomo non possa più cadere. Fa diventare celeste colui che aveva creato terreno. Fa vivere dello spirito divino chi aveva soltanto un'anima umana. E così lo innalza tutto fino a Dio perché nulla più rimanga nell'uomo di ciò che in lui v'è di peccato, di morte, di travagli, di dolore, di terra, per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo che vive e regna con il Padre nell'unità dello Spirito santo, ora e sempre per gli infiniti secoli dei secoli. Amen"
san Pietro Crisologo, Discorsi, 148

sabato 2 agosto 2008

Storie di mare

30/7/2008

l pesciolino torturato

di Massimo Gramellini

Da quando ho letto la denuncia di una lettrice su «Specchio dei tempi», non riesco a togliermi dalla testa la scena di quei baldi ventenni che, in spiaggia a Varigotti, hanno torturato un pesciolino vivo, strizzandolo di mano in mano, sbattendogli la coda sugli scogli e infine usandolo come palla da tennis per i loro racchettoni. Non mi sorprende il sadismo. E nemmeno la faccia tosta con cui hanno replicato alle rimostranze della lettrice: «Ci stiamo divertendo». Ciò che fatico a mandare giù è l’atrofia delle emozioni che impedisce ormai a troppe persone di mettersi nei panni di un altro, di chiunque altro, persino di un altro particolarmente piccolo e inerme come un pesciolino. Chiedersi che cosa prova l’innamorato che stiamo ingannando, il bambino che stiamo trascurando, il sottoposto che stiamo umiliando, l’animale, la foglia o la pietra su cui stiamo infierendo.

Si tratta di un esercizio di ginnastica dell’anima che un tempo veniva insegnato fin dalla tenera età. Serviva a renderti un po’ meno irresponsabile dei tuoi atti. Ma soprattutto a farti sentire parte di qualcosa di più ampio delle tue paturnie individuali. Parte di una comunità, di una nazione, del creato. Invece questo solipsismo menefreghista spacciato per libertà ci ha ridotti a un balletto isterico di particelle staccate, perse dietro le proprie rivendicazioni personali, ma incapaci di prendere anche solo in considerazione quelle del prossimo. Ciascuno sfoga la sua irrilevanza torturando i pesciolini che può. E ciascuno è a sua volta il pesciolino di qualcun altro.

1/8/2008

La stella marina

di Massimo Gramellini

Per bilanciare il mal di stomaco dell’altro ieri, quando riportavo da «Specchio dei tempi» la storia di quei sensibiloni che sulla spiaggia di Varigotti giocavano a racchettoni usando come palla un pesciolino vivo, ecco la testimonianza refrigerante di un’altra lettrice, che sul litorale delle sue vacanze ha sorpreso due ragazze del posto con una stella marina fra le mani. Avvicinatasi per assicurarsi delle loro intenzioni riguardo alla creatura indifesa, non è stata presa a sberle e neppure a male parole. Le indigene hanno cominciato col chiamarla «Signora», un appellativo che l’ha piacevolmente spiazzata, e hanno finito per esibirsi in amorevoli considerazioni sulla bellezza della stella marina, che qualche istante dopo è stata ricollocata in acqua con tutte le precauzioni del caso. A poca distanza, scrive la lettrice, le madri delle due ragazze erano dedite a leggere fiabe ai figli più piccoli.

Forse dovremmo smetterla col pessimismo a buon mercato. Non è vero che tutto è perduto. Ci sono ancora delle adolescenti che rispondono con educazione agli estranei e che si incantano nel contemplare una stella marina. E ci sono ancora delle madri che usano le favole per allenare il muscolo della fantasia, anziché affidare ai videogiochi portatili il compito di sterilizzarlo.

L’unica ombra, a voler essere proprio pignoli, è che tutto questo è successo in Irlanda.

giovedì 31 luglio 2008

s.Ignazio di Loyola

Prendi, Signore,
e accetta tutta la mia libertà,
la mia memoria, il mio intelletto,
e tutta la mia volontà,
tutto ciò che ho e possiedo;
tu mi hai dato tutte queste cose,
a te, Signore, le restituisco;
sono tutte tue,
disponine secondo la tua volontà.
Dammi il tuo amore e la tua grazia,
queste sole, mi bastano.
s. Ignazio di Loyola

mercoledì 30 luglio 2008

Blog e nuove forme di comunicazione


Al di là dei toni un po' troppo entusiastici, credo che l'argomento meriti attenzione. Specialmente per chi rischia di perdere sul serio la capacità di comunicare con l'oggi.

Più che un sistema di comunicazione, rivela spazi collettivi in una società che li ha ridotti

Un po' circolo, un po' palcoscenico, un po' piazza, un po' sezione di partito
Villaggio blog, vista sul mondo: le nuove forme di dialogo
di Marino Niola
Villaggio blog, vista sul mondo le nuove forme di dialogo
"Dovessi spiegarti che cos'è il mio blog ti direi che è un luogo, riscaldato d'inverno ed areato d'estate, con un indirizzo e una buca delle lettere, finestre per guardarci dentro se passi nei pressi ed una porta aperta per entrare se ti andrà. L'insieme dei blog che leggiamo e di quelli che ci leggono è un villaggio particolarmente salubre fatto di abitanti che si siano scelti fra loro e non paracadutati lì dal caso". Parola di blogger.
È evidente che il blog è molto più di un sistema di comunicazione. È un angolo di mondo, avrebbe detto Herder. O una forma di vita, per dirla con Wittgenstein. In entrambi i casi uno spazio di condivisione simbolica caratterizzato dai suoi usi, costumi, sensibilità, abitudini, codici sedimentati - ma prima ancora creati - e da un linguaggio comune. I blog sono a tutti gli effetti le nuove forme di vita prodotte dalla rete, degli autentici angoli di mondo virtuale.
Certo che il blog è un luogo di confronto e di scambio di idee, informazioni, pareri, servizi, ma è anche di più, molto di più. Questa forma di diario in rete - il termine è la contrazione di web e di log che significa appunto diario ma anche traccia - sta dando vita a una nuova cartografia sociale. Fatta di punti di aggregazione fondati sulla circolazione delle opinioni.
Qualcuno li considera un po' come la versione immateriale dello Speaker's Corner, letteralmente angolo dell'oratore, di Hyde Park a Londra, dove chiunque può montare su una cassetta di legno a mo' di palco e predicare sul mondo in assoluta libertà. Occupando un angolo di spazio pubblico per dire la sua. Quella minuscola cassetta garantisce una sorta di extraterritorialità che consente a ciascuno di dire fino in fondo tutto ciò che pensa. A ben vedere il blog è proprio una occupazione di immaginario pubblico, una sorta di tribuna virtuale. E contribuisce a rivelare la forma dei nuovi spazi collettivi di una società che ha profondamente mutato le sue categorie spaziali e sta passando dalle divisioni alle condivisioni, dai luoghi tradizionali - territori fisici delimitati, confinati, sul modello delle nazioni - agli iperluoghi immateriali che ridisegnano le mappe del presente.
Nuovo luogo della condivisione pubblica in un tempo caratterizzato dalla scomparsa progressiva dello spazio pubblico tradizionale: un po' circolo, un po' palcoscenico, un po' salotto, un po' sezione di partito, un po' piazza, un po' caffè. I diari in rete rappresentano modi diversi di sentirsi comunità. Non più comunità locali, e localistiche, basate sulla prossimità geografica, residenziale, cittadina, ma su forme inedite di appartenenza.
Ecco perché il blog non è solo uno strumento del comunicare, ma è una potente metafora del nostro presente in rapida trasformazione e un simbolo anticipatore del nostro futuro. A farne un mito d'oggi è proprio la sua capacità di dirci qualcosa di profondo su noi stessi, di mostrarci con estrema lungimiranza ciò che stiamo per diventare anche se ancora non lo sappiamo con precisione. Nei grandi cambiamenti epocali il mito, la metafora, il simbolo si assumono proprio il compito di lanciare dei ponti verso quelle sponde del reale che ancora non vediamo ma, appunto, intravediamo. Anche se abbiamo già cominciato a viverci dentro istintivamente. In questo senso i comportamenti del popolo dei blog ci aiutano a cogliere quanto stiano di fatto mutando le stesse categorie di identità e di appartenenza: sempre meno materiali, sostanziali, fisse e sempre più fluttuanti, mobili, convenzionali.
E come sia cambiata la stessa nozione di luogo di cui viene oggi revocato in questione il fondamento primo, ovvero l'idea di confine naturale, in favore di quella di confine digitale. Il blog anticipa una realtà che non è più quella del paese, della città, del quartiere, della classe d'età, della famiglia, della parrocchia, del circolo. I bloggers si rappresentano come una comunità di persone che si scelgono liberamente e su scala planetaria. E in questa dimensione extraterritoriale intessono un nuovo legame sociale.
Comunità senza luogo? Niente affatto. È la vecchia nozione di luogo ad essere inadeguata. E assieme a lei quella apparentemente nuova di non-luogo che della prima non è che la figlia degenere. Perché è fondata su una idea pesante, solida, ottocentesca del luogo e della persona. Un'idea che ha l'immobile solidità del ferro e non la mutevole fluidità dei cristalli liquidi. In realtà a costituire il tessuto spaziale, ieri come oggi, sono sempre le relazioni, mai semplicemente le persone fisiche. E oggi le relazioni sono sempre meno incarnate, sempre meno materializzate, ma non per questo scompaiono.
La liquidità della rete è la vera materia sottile della trama sociale contemporanea, e perfino di quella spaziale se è vero che oggi l'iperconnessione è il principio vitale che circola come sangue nel corpo del villaggio globale. I cosiddetti non-luoghi sono in realtà più-che-luoghi, super-luoghi, sono luoghi all'ennesima potenza, acceleratori di contatti, incroci ad alta densità, moltiplicatori di collegamenti tra bande larghe di umanità. È questa la cartografia wi-fi della nuova territorialità, la cosmografia del presente di cui Internet è il dio e Google è il primo motore immobile. Una rivoluzione recente ma che sta già cambiando il vocabolario dell'essere: dal to be al to google e, sopratutto, al to blog.
Non a caso bloggare è diventato un verbo. Il terzo ausiliare per chi è in cerca di casa, di lavoro, di visibilità, di posizione insomma. È la terra promessa degli homeless digitali, la nuova frontiera dei migranti interinali in cerca di hot spots, di porte wireless, di ambienti interconnessi. Un nuovo paesaggio fatto di camere con vista sul web. Proprio così una blogger definisce il suo miniappartamento virtuale. O un villaggio di villette monofamiliari dove si lascia sempre aperta la porta di casa perché chi ne ha voglia possa entrare a prendere un caffè. Altro che fine del legame sociale. La blogosfera è la traduzione della mitologia comunitaria nella lingua del web, la declinazione immateriale della società faccia a faccia: la nostalgia del paese a misura d'uomo in un download.
Frequentare i blog serve, fra l'altro, a smontare molti dei luoghi comuni sugli effetti nefasti della digitalizzazione della realtà e sull'apocalisse culturale che essa comporterebbe. Fine della lettura, tramonto dell'italiano, declino dello spirito collettivo. In realtà questo sguardo luttuoso sul cambiamento lamenta sempre la scomparsa delle vecchie forme e proprio per questo fa fatica a riconoscere l'intelligenza del presente.
A parte quelli specializzati, espressamente attrezzati a luoghi di cultura, palestre di discussione critica, gabinetti di lettura, atelier di scrittura, i blog sono in generale delle officine stilistiche e retoriche in continua attività, dove la capacità di persuasione e l'estetizzazione della comunicazione hanno spesso un ruolo fondamentale. "Qui sul blog è tutta un'altra cosa. Scrivo in modo molto diverso da come scriverei su un diario. Le persone che mi conoscono commentano e dicono la loro, e i pensieri pubblicati sono molto più profondi".
Per quanto diversi fra loro, i blogger nascono dal linguaggio e vivono di linguaggio. Un regime democratico, dove ciascuno è opinionista nel libero mercato delle opinioni, senza gerarchie di posizione, senza ruoli, senza il peso dell'autorità. Dove ognuno è quel che scrive, dove tutti hanno pari facoltà d'interlocuzione. È la nuova utopia della libertà e dell'eguaglianza. Compensazione simbolica al malessere attuale della democrazia in carne e ossa.
(29 luglio 2008) vai all'articolo

martedì 29 luglio 2008

Chinare il capo


«"Chinare il capo". L'immagine fa riferimento al momento della nascita, nel quale il bambino viene al mondo proprio attraverso questo movimento. Nel momento del parto si prepara, si mette in posizione, con la testa in giù, "china il capo", lo flette per incanalarsi e solo così nasce, facendo ad un tempo esperienza di resistenza, sforzo, abbandono... Questa immagine che caratterizza la nascita si ripresenta poi sotto differenti aspetti nell'arco di tutta la vita in cui molte situazioni ci fanno sperimentare la durezza della realtà, la sua "resistenza" che segnala il nostro limite e ci sollecita a prendere posizione, a riconoscere la nostra misura in relazione ad esso. Impariamo a vivere affrontando la realtà alternando "resistenza e resa" fino all'ultimo atto, quello del morire, che più di ogni altro ha la sembianza del "chinare il capo"».
A. Gaino, Chinare il capo, in Esperienza e Teologia, 17 (2003), p. 5

lunedì 28 luglio 2008

Desideri e pessimismo


"La domanda (di Gesù risorto ai suoi discepoli in Gv 21,5): «Non avete nulla da mangiare?» è un capolavoro di finezza. Gesù non li rimprovera. Avrebbe potuto umiliarli, prenderli in giro, oppure sgridarli perché si erano sbagliati sulla vocazione. Invece non fa niente di tutto questo e pone la domanda come un bisogno: «Avrei bisogno di qualche cosa per me». Gesù, con estrema delicatezza, fa emergere la nullità del loro lavoro, mettendosi però un po' dalla loro parte.
È così che Gesù fa con i nostri desideri, non con quelli che sono già di per sé condannabili, evidentemente negativi, ma con tutta quella massa di desideri, in parte buoni e in parte ambigui, che ci muovono, che riguardano la vita, il lavoro, la sistemazione, lo studio, il successo, le relazioni, le amicizie, il trovarsi bene nella comunità, nel gruppo, il fare un certo cammino nella vita.
Gesù non ci prende a pugni nello stomaco, ma ci prende per la mano: «Forse potresti aiutare anche me, con questa tua massa di desideri, potremo lavorare insieme». Gesù ci dà coraggio, stimola, provoca la tensione verso il bene.
«Gettate e troverete». È una parola sicura: fa capire che se accettiamo che entri anche lui nella nostra ottica e ce la trasformi, ci andrà bene anche umanamente. Gesù vuole che facciamo una pesca fruttuosa, ma vuole che la facciamo la­sciando che lui entri nella nostra ottica e la rettifichi.
Domandiamoci un po' cosa avrebbe fatto invece il diavolo se fosse apparso nella stessa mattina, nella penombra sulla spiaggia? Cosa avrebbe detto? Certamente li avrebbe rimproverati e derisi, perché l'azione del nemico di Dio è di spe­gnere i desideri, di accusarci, di smorzare tutto ciò che di buono c'è in noi. E ciò avviene quando lasciamo che questa voce negativa operi in noi. Abbiamo dentro di noi quello che la Bibbia chiama l'"accusatore" (Satana è il termine ebraico che traduciamo accusatore). E dobbiamo saperlo riconosce­re, perché è accanito contro di noi. Sempre ci fa vedere i no­stri lati negativi, i nostri sbagli e le nostre incapacità.
La parola di incoraggiamento di Gesù è invece piena di significato perché ripete il tono di altre parole del Vangelo: voi ricordate il «bussate e vi sarà aperto», «cercate e troverete», «chiedete e otterrete», «a chi bussa è aperto», «chi cerca trova». È la pazienza, la perseveranza che Gesù raccomanda: di non dare fiato né in noi, né nelle nostre comunità, né nel gruppo alle voci di disfattismo e di pessimismo, che sono voci del nemico".
Carlo Maria Martini, "E' il Signore!"