
un'ottima meditazione per il Venerdì Santo.

Dalla Lettera pastorale 2000-2001 “La Madonna del Sabato santo”
del card. C.M. Martini
«Come opera la consolazione che viene dalla fede? Essa assume forme diverse e una di queste – di cui c’è tanto bisogno oggi – può essere chiamata la “consolazione della mente”. Di che cosa si tratta? E’ un dono divino molto semplice, che permette di intuire come in un unico sguardo la ricchezza, la coerenza, l’armonia, la coesione, la bellezza dei contenuti della fede. Un teologo contemporaneo, Hans Urs von Balthasar, la chiamava “percezione della forma” (“Schau der Gestalt”), intuizione del legame che unisce tra loro tutte le verità di salvezza e ne svela la proporzione e il fascino. Di fronte all’evidenza della sofferenza e della morte, che tende a schiacciare il cuore, tale intuizione si pone come una grazia dello Spirito santo che fa risplendere talmente la “gloria di Dio” da illuminare con la luce della verità anche gli angoli più tenebrosi della storia. E’ la grazia di percepire la gloria di Dio che si manifesta nell’insieme dei gesti con cui il Padre si dona al mondo nella storia di salvezza e, in particolare, nella vita, morte e risurrezione di Gesù. E’ il dono di presagire dietro e sotto gli eventi della fede le vestigia del mistero della Trinità.
Si ha la “consolazione della mente” (o “consolazione intellettuale”) quando i gesti e le parole riportate nelle Scritture si collegano con altri gesti e parole della rivelazione: chi riceve tale grazia sente che ogni pietruzza del mosaico illumina quelle vicine e si compone con le più lontane in un disegno convincente e sfolgorante. Allora non si rimane più bloccati nella preghiera di fronte all’uno o all’altro dei momenti singoli della storia di salvezza, incapaci di vedere la relazione e il concatenamento di un singolo fatto o parola con tutti gli altri; la mente avverte di essere inondata di luce, il cuore si dilata, la preghiera zampilla come da una fresca sorgente.
(…)
Ciascuno di noi, quando riceve questa grazia, anche soltanto qualche accenno di essa, vive qualcosa di simile a ciò che vissero i tre discepoli sul monte della Trasfigurazione. Contemplando Gesù con Mosé ed Elia e sentendoli parlare dell’ “esodo” di Gesù a Gerusalemme (cf Lc 9,21) essi intuiscono i profondi legami che intercorrono tra i mille episodi narrati nelle Scritture e colgono la forza di unità che li mette insieme e li porta a compimento nella Passione e Risurrezione del Signore. E’ un’apertura degli occhi e del cuore, che dà un senso profondo di appagamento e di pace. Allora anche le ombre e le tragedie di questo mondo si rivelano come attraversate dalla luce di amore, di compassione e di perdono che viene dal cuore del Padre.
Si percepisce qualcosa della verità delle Beatitudini, il cuore si apre alla speranza di giustizia, alla visione
della vittoria dei poveri e degli oppressi di questa terra.
Un santo che ha goduto di questa grazia in maniera straordinaria così la descrive: “Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima. Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni compiuti, come in quella volta sola” (Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 30).
(…)
Se la “consolazione della mente” comporta una illuminazione dell’intelletto e una “apertura degli occhi” (cf Lc 24,31), la “consolazione del cuore” (cf Lc 24,32) – o “consolazione affettiva” – consiste in una grazia che tocca la sensibilità e gli affetti profondi inclinandoli ad aderire alla promessa di Dio, vincendo l’impazienza e la delusione. Quando il Signore sembra in ritardo nell’adempimento delle sue promesse, questa grazia ci permette di resistere nella speranza e di non venir meno nell’attesa. E’ la “speranza viva” di cui parla Pietro (cf 1Pt 1,3), è la “speranza contro ogni speranza” di cui parla Paolo a proposito di Abramo (cf Rom 4,18), il quale “per la promessa di Dio non esitò con incredulità, ma si rafforzò nella fede e diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto egli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento” (Rom 4,20-21).
(…)
La percezione di una forza che ci ha accompagnato in momenti duri, anche quando non la sentivamo e ci sembrava di non possederla, è una esperienza vissuta da tutti noi. Ci pare a volte di essere abbandonati da Dio e dagli uomini, e però, rileggendo in seguito gli eventi, ci accorgiamo che il Signore aveva continuato a camminare con noi, anzi a portarci sulle sue braccia. Ci succede un po’ come a Mosè sul monte Oreb: egli riuscì a vedere qualcosa della gloria di Dio, che desiderava tanto contemplare (“Mostrami la tua gloria!”, Es 33,18) solo quando era già passata (cf Es 33,19-22).
Una tale consolazione opera in noi e ci sostiene efficacemente, pur senza una consapevole illuminazione della mente e una percepita mozione degli affetti del cuore; essa opera dandoci la forza di resistere nella prova quando tutto intorno è oscurità. La chiamo “consolazione sostanziale” perché tocca il fondo e la sostanza dell’anima, ben al di sotto di tutti i moti superficiali e consci; oppure “consolazione della vita” perché i suoi effetti si esprimono nella quotidianità permettendoci di stare in piedi nei momenti più duri (“resistere nel giorno malvagio”, Ef 6,13), quando la mente sembra avvolta dalla nebbia e il cuore appare stanco.
Ieri pomeriggio allo stadio Garampi del seminario di Venegono,
ha vinto la finale del "Torneo Quaresma",
Hai avuto le tue colpe, Aronne. Hai mormorato anche tu contro Mosè, mentre Myriam tua sorella ti faceva bordone. Però, tutto sommato, non ti sei mai lasciato prendere da quei "raptus" di gelosia, o da quelle sorde corrosioni dell'immagine del capo, a cui si lasciano andare spesso i cortigiani più vicini alla persona del principe: tanto vili nel lecchinaggio, quanto rapidi nel voltafaccia.
Hai avuto le tue colpe. Ma non hai avvilito la tua anima nella sfrontatezza autoritaria. E ti sei sempre mantenuto lontano da quella voluttà di sottopotere che sta mettendo a dura prova la nostra convivenza civile.
Oggi siamo assediati dai tirapiedi. C'è una inflazione di palloni gonfiati. Lo stuolo dei gregari si lottizza le aree del padrone. Il potere si frantuma nelle mani di fàmuli e giannizzeri di turno. La cerniera dei proseliti diventa passaggio obbligato per chi voglia accedere, non dico alla zona dei privilegi, ma perfino a quella dei più sacrosanti diritti. Finanziamenti, appalti, assunzioni, piani regolatori, tangenti, vengono filtrati dallo svincolo dei sottocaliffi. Gli accoliti, poi, si aggregano e si scompagnano secondo spregiudicati calcoli di alchimia politica, tutti tesi a cogliere l'attimo opportuno per salire sul vapore e insediarsi alla sua guida.
Di qui, l'anima clientelare che ci portiamo dentro. Di qui, le molteplici sudditanze che, attraverso la lunga catena di vassalli, valvassori e valvassini, ci conduce a oscene genuflessioni. Di qui il cinismo con cui si spia il momento opportuno per far fuori chi comanda e prenderne il posto.
Di qui, l'arroganza con cui il capo viene ricattato dagli arrampicatori che frequentano le sue segreterie. Di qui, l'impudenza con cui il gerarca supremo è spesso tenuto in ostaggio dai suoi corrotti manutengoli.
Perdonami lo sfogo, carissimo Aronne. Ma parlare con una persona dal cuore incontaminato come il tuo mi solleva lo spirito. Mi fa sognare tempi migliori, che certamente verranno. E mi fa fiorire nell'anima la speranza in un mondo più pulito e più giusto. Così come, un giorno, fiorì il tuo bastone. Nel deserto. Davanti alla tenda di Dio.
L'intera meditazione nella sezione Testi

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Non so bene perché a volte mi faccio del male volontariamente:E' comune dire che gli italiani "parlano con le mani", ovvero gesticolano molto.
Ma c'è anche chi è molto espressivo nel volto
e con tutta la gamma delle posture del proprio corpo.
Infine, scommetto che conoscete anche voi qualcuno che col proprio volto "mima"
- involontariamente - i contenuti e le emozioni che traspaiono sul volto e nelle parole
delle persone che sta ascoltando.
Questo fenomeno è chiamato dei "neuroni specchio": ecco un illuminante video!
Questo logo significa:
"Not in my name", "Non nel mio nome".
Non mi rappresentano perché non sono secondo un'antropologia integrale e un autentico spirito evangelico.
E quindi vorrei far sapere che non concordo per nulla e che non dovrebbero pensare di far conto sulla mia approvazione-collaborazione-complicità.
Mi sa un po' di "fuga";
e in alcuni casi sarebbe più onorevole un virile distanziamento.
Lo farei, se non fosse che lascerei spazio ancora una volta a coloro che non mi rappresentano, e anche di questo "lasciare un posto vacante" mi sentirei responsabile.
Per ora riesco a fare questo: dichiarare che la mia coscienza si ribella di fronte a certe cose.
Riguardo quelle persone che si sentissero coinvolte in questa mia presa di posizione, sappiano che possono riferirsi a me come preferiscono: voglio rendere ragione delle mie affermazioni.
Chissà che anche altri, invece, non condividano questa mia valutazione.