sabato 21 marzo 2009

dopo la festa del papà

«Mamma non c’è, lavora in Italia»
(...) Di lei, ai figli restano la minuscola foto della patente, una telefonata a settimana, i dolci che ogni tanto carica sull’autobus per Iaşi, la promessa che presto tornerà con tanti soldi. «Mi manca in ogni momento della giornata» Gabriela ha gli occhi lucidi «con papà non parlo come con lei. E per lui la casa non è mai pulita».
Nella campagna piatta attorno a Iaşi, il principale centro della Moldavia romena, capita di incontrare vecchi e bambini mentre gli adulti inseguono chimere di benessere a Occidente. Sarebbero 4 milioni, quasi un quinto della popolazione, i romeni emigrati, soprattutto in Italia e Spagna. Con la crisi che qui taglia il Pil del 3,5 per cento e gli stipendi del 20, si prevedono altre emorragie umane. E al capolinea orientale d’Europa si parla già di “orfani da migrazione”: una generazione affidata alle cure di nonni, zii, vicini. L’Unicef ne stima 350 mila nel Paese, di cui un terzo in Moldavia dove una famiglia non percepisce più di 2.140 lei al mese, 510 euro. Gli esperti studiano questo nuovo disagio minorile, che promette malissimo per il futuro del Paese: «A scuola rendono poco, e sono a rischio delinquenza» spiega Alex Gulei di Alternative Sociale, un’associazione di Iaşi che è stata la prima, nel 2005, a interrogarsi sull’abbandono da emigrazione. «Con la crisi in Italia e Spagna, non sono più i padri a partire per lavorare nei cantieri. Oggi se ne vanno le madri: la domanda di badanti e baby-sitter non è calata». I 350 mila “orfani bianchi” ipotizzati dall’Unicef sono per difetto. In Romania, sopravvive dal comunismo il sussidio statale per ogni bambino: 65 euro al mese fino ai due anni, 10 fino ai 18, ma se i genitori vivono in patria. Così tanti raccontano che mamma e papà lavorano nel villaggio accanto, o a Bucarest. «Solo il 7 per cento di chi va all’estero lo dichiara al Comune, come vorrebbe la legge» precisa Maricica Buzescu, coordinatrice degli psicologi scolastici nel distretto di Iaşi, 63 per 350 istituti, che da tempo chiedono rinforzi per aiutare questi ragazzi difficili. «I figli restano senza tutela legale: un problema, se devono iscriversi a scuola o ricoverarsi in ospedale». La psicologa ricorda bene i quattro recenti suicidi, (...): «Soffrono d’ansia e depressione. Oppure sono aggressivi e iperattivi. Gli stessi disturbi di chi è davvero orfano». (...) «Da qui si parte per coprire i bisogni primari» dice Moga. «Mi sono accorto che tanti emigravano quando ho smesso di comprare di tasca mia il pane per i bambini». Anche le insegnanti, a Liteni, prendono un’aspettativa per lavorare in Italia come badanti. «Guadagno 150 euro al mese» ammette Elena Baziluc, quarant’anni, italiano perfetto «a Palermo ne prendevo 900. Ho ristrutturato casa, comprato un’auto e un pezzo di terra, computer e regali per i miei figli. Senza indebitarmi». In genere i genitori tornano dopo qualche anno, (...) «Solo una minoranza raggiunge il benessere » informa Narcisa Marchitan, che dirige i Servizi sociali del Comune «gli altri lavorano all’estero senza contratto, saltuariamente. Non tornano perché qui è peggio». (...) Andreea Petriciac, psicologa di Save the Children, legge il malessere nei loro disegni: «I soggetti ricorrenti? L’attesa dell’autobus; due adulti pieni di bagagli... I nonni s’impegnano per educarli, eppure i piccoli sono insicuri, si attaccano a chiunque: aspettiamo di osservarli nell’adolescenza». (...)

venerdì 20 marzo 2009

giovedì 19 marzo 2009

Profeti

«Assistiamo impotenti al dolore di tante famiglie che vedono i loro figli finire miseramente vittime o mandanti delle organizzazioni della camorra.
Come battezzati in Cristo, come pastori della Forania di Casal di Principe ci sentiamo investiti in pieno della nostra responsabilità di essere “segno di contraddizione”.
Coscienti che come chiesa “dobbiamo educare con la parola e la testimonianza di vita alla prima beatitudine del Vangelo che é la povertà, come distacco dalla ricerca del superfluo, da ogni ambiguo compromesso o ingiusto privilegio, come servizio sino al dono di sé, come esperienza generosamente vissuta di solidarietà”.
La camorra oggi é una forma di terrorismo che incute paura, impone le sue leggi e tenta di diventare componente endemica nella società campana.
I camorristi impongono con la violenza, armi in pugno, regole inaccettabili: estorsioni che hanno visto le nostre zone diventare sempre più aree sussidiate, assistite senza alcuna autonoma capacità di sviluppo; tangenti al venti per cento e oltre sui lavori edili, che scoraggerebbero l’imprenditore più temerario; traffici illeciti per l’acquisto e lo spaccio delle sostanze stupefacenti il cui uso produce a schiere giovani emarginati, e manovalanza a disposizione delle organizzazioni criminali; scontri tra diverse fazioni che si abbattono come veri flagelli devastatori sulle famiglie delle nostre zone; esempi negativi per tutta la fascia adolescenziale della popolazione, veri e propri laboratori di violenza e del crimine organizzato.
E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi.
La camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, ecc; non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio.
Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili».

don Giuseppe Diana e i preti del Casalese, Natale 1991

scarica l'intero documento tra i nostri Testi o sul sito del Comitato

Un prete ucciso 15 anni fa

La mattina del 19 marzo '94, quindici anni fa, Giuseppe Diana fu ammazzato dai killer a Casal di Principe. Aveva preso posizione esplicita contro lo strapotere della famiglia
Don Peppino, eroe in tonaca ucciso dal Sistema dei clan
Le cosche tentarono di diffamarlo spargendo veleni dopo la morte
Rifondò la missione pastorale: denuncia e testimonianza contro le violenze e le sopraffazioni
di Roberto Saviano
La mattina del 19 marzo del 1994 don Peppino era nella chiesa di San Nicola, a Casal di Principe. Era il suo onomastico. Non si era ancora vestito con gli abiti talari, stava nella sala riunioni vicino allo studio. Entrarono in chiesa, senza far rimbombare i passi nella navata, non vedendo un uomo vestito da prete, titubarono. «Chi è Don Peppino?». «Sono io...».
Poi gli puntarono la pistola semiautomatica in faccia. Cinque colpi: due lo colpirono al volto, gli altri bucarono la testa, il collo e la mano. Don Peppino Diana aveva 36 anni. Io ne avevo 15 e la morte di quel prete mi sembrava riguardare il mondo degli adulti. Mi ferì ma come qualcosa che con me non aveva relazione. Oggi mi ritrovo ad essere quasi un suo coetaneo. Per la prima volta vedo don Peppino come un uomo che aveva deciso di rimanere fermo dinanzi a quel che vedeva, che voleva resistere e opporsi, perché non sarebbe stato in grado di fare un'altra scelta.
Dopo la sua morte si tentò in ogni modo di infangarlo. Accuse inverosimili, risibili, per non farne un martire, non diffondere i suoi scritti, non mostrarlo come vittima della camorra ma come un soldato dei clan. Appena muori in terra di camorra, l'innocenza è un'ipotesi lontana, l'ultima possibile. Sei colpevole sino a prova contraria. Persino quando ti ammazzano, basta un sospetto, una voce diffamatoria, che le agenzie di stampa non battono neanche la notizia dell'esecuzione. Così distruggere l'immagine di don Peppino Diana è stata una strategia fondamentale. (...)
nel link prosegui la lettura di tutto l'articolo

mercoledì 18 marzo 2009

Lo shopping fa male

Due giorni di lavoro per rimuovere la roba e trovare il cadavere di una pensionata di 77 anni
travolta nel suo bungalow dagli oggetti che aveva accumulato per la sua mania di comprare
Gb, anziana malata di shopping, muore sepolta dai suoi acquisti
Di shopping si può anche morire. La mania di comprare senza una reale necessità ma solo per il gusto di accumulare abiti, oggetti e cose è costata la vita a una donna in Inghilterra, rimasta letteralmente sepolta dal cumulo di acquisti di una vita intera. Una montagna di oggetti ha infatti sepolto viva una pensionata di 77 anni, nel suo bungalow a Stockport, nella contea metropolitana inglese della Greater Manchester. Ci sono voluti due giorni di lavoro e due squadre di sei poliziotti per rimuovere tutta la roba e trovare il cadavere dell'anziana Joan Cucanne.
Ogni camera della sua abitazione era piena di roba, ma non solo. Anche il garage e la sua auto, una Rover 100, "straripavano" di oggetti, la maggior parte dei quali ovviamente inutilizzati. Secondo il Daily Mail gli agenti della polizia hanno trovato di tutto: gadget, vestiti, ombrelli, candele, ornamenti, vasi, molti dei quali nuovi di zecca. "Da 16 anni, comprava tutto ciò che le capitava tra le mani, per il semplice piacere di far compere e non perché le cose le servissero realmente" ha raccontato il miglior amico della donna. A dimostrare la sua affezione da shopping compulsivo possono bastare le 300 sciarpe di colori diversi che Joan possedeva. (...)
La donna non è mai stata sposata, anche se aveva un figlio. "Era una donna piacevole, con una forte personalità e sempre di buon umore". Così la ricordano gli amici e i vicini di casa. Nel suo bungalow viveva da sola e ogni settimana andava in chiesa. Nella sua mania era solita fare shopping nei centri commerciali di John Lewis, Marks and Spencer fino a tarda sera. Un'abitudine, o meglio un'ossessione, che le è costata la vita.

Ascoltare, scoprire

«Amare non significa convertire, ma per prima cosa ascoltare, scoprire quest'uomo, questa donna, che appartengono a una civiltà e ad una religione diversa».
Charles de Foucauld

martedì 17 marzo 2009

Tutto dalla vita?!

Bill Apple
di Massimo Gramellini
I figli dell’uomo più ricco del mondo possono avere qualunque cosa dalla vita, tranne le due più diffuse fra i loro coetanei: l’iPod e l’iPhone. Glieli ha vietati papà con una motivazione inoppugnabile: sono prodotti Apple. E’ stata la moglie di Bill Gates a rivelare l’umana debolezza del signor Microsoft. Uno che ha passato l’esistenza a seppellire l’azienda rivale sotto i numeri del suo fatturato, ma non ha mai smesso di invidiarne la creatività. Il rancore di Gates è così profondo che non diminuisce neppure adesso che dall’alto del suo successo potrebbe permettersi di essere magnanimo. Neppure adesso che il signor Apple, Steve Jobs, è alle prese con una malattia grave.
Forse i figli dell’uomo più ricco del mondo possono avere qualunque cosa dalla vita, tranne due, perché il loro padre ha avuto tutto dalla vita tranne la scintilla artistica che invidia a Jobs. Ma sarebbe sbagliato ridurre la questione a una baruffa fra due fuoriclasse diversamente attrezzati. In realtà l’episodio ci colpisce perché ciascuno di noi, nel suo piccolo, ha un Gates o un Jobs con cui si confronta ogni giorno per rovinarsi meglio la vita. Alzi la mano chi nel suo ufficio non ha individuato un personaggio, uno solo, che per qualche ragione, spesso incomprensibile agli altri, egli considera il suo antagonista, soffrendo per i suoi successi anche quando non oscurano minimamente i propri. Una sfida che si trasforma in ossessione, quasi sempre all’insaputa del rivale, il quale starà pensando a tutt’altro: al nemico che si è scelto lui. Siamo una razza masochista, ammettiamolo: da Bill in giù.

Musica protodemenziale (anni '60)

Clem Sacco - Baciami La Vena Varicosa

festa di san Patrizio, patrono d'Irlanda




lunedì 16 marzo 2009

Rilevazione a pelle

Un pizzico qualunquista,
ma non siamo lontani dal vero!

L'amaca
di Michele Serra
L' idea di Dario Franceschini (una tantum sui redditi alti) sarebbe del tutto condivisibile, anzi lo è. Non fosse per un dettaglio che, a pensarci bene, è semplicemente agghiacciante. Il dettaglio è questo: in Italia non è possibile tassare davvero i ricchi, perché i ricchi non sono identificabili. A centinaia di migliaia, non figurano nel novero di quegli "over 120mila euro all' anno" che Franceschini individua come ceto abbiente, e sono un misero, incredibile, beffardo 0,5 per cento degli italiani: circa duecentomila persone. Per avere un'idea di quanto minima sia questa percentuale di "abbienti dichiarati" rispetto a quella reale, basta vivere in una qualunque città italiana (soprattutto del Nord), avere a che fare con professionisti, medici, avvocati, ristoratori, manager, consulenti, mediatori, vecchio e nuovo ceto medio e medio-alto, vedere come vivono, in quali case, con quali consumi e quali automobili, e la quantità di denaro che maneggiano. Due volte su tre io valuto di essere meno benestante di loro, di avere un tenore di vita più sobrio e soprattutto di non essere mai riuscito a mettere un soldo da parte, a differenza di loro. Poi scopro di essere, ufficialmente, molto più ricco. Talmente ricco che pago le tasse anche per loro. Ogni volta che firmo la dichiarazione dei redditi, me li sento alle spalle che fanno il gesto dell' ombrello.

Padre Nostro in aramaico

Obbedienti alla Parola del Vangelo e formati dall'insegnamento di Gesù.

domenica 15 marzo 2009

Winners!!

Celtic vince la Coppa di Scozia!

Sicurezza o solitudine?

I numeri sui citofoni: sicurezza o solitudine?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 30.11.08
I campanelli e i citofoni sono stati inventati - io credo - per farsi trovare. So la via, il numero, il cognome e mi dico: «Sono di passaggio, faccio un’improvvisata, chi sa come sarà contento il mio amico di rivedermi!». Ma davanti al portone scopri che campanelli e citofoni, servono invece per nascondersi: numeri, sigle, codici. Tutto, eccetto il nome e il cognome. Sono proibite le improvvisate. Se nel palazzo c’è uno studio d’avvocati, un ufficio di consulenza, l’ambulatorio di un dentista, allora trovi in evidenza il nome sul campanello e sei guidato passo passo fin davanti allo sguardo sorridente di una segretaria: guai a perdere un cliente. E un amico che viene senza preavviso? Beh, se non ha il cellulare, passerà un’altra volta. E il prete che passa per la benedizione di Natale? Suona a tutti i campanelli, finché qualcuno risponde, apre, invita a entrare. «Buona sera, signor Rossi». «No, guardi, io sono il signor Bianchi. È rimasto il nome dell’inquilino di prima. Perché poi cambiare?». Il prete vorrebbe chiamare ciascuno per nome, a imitazione del Buon Pastore, ma sembra che la gente si senta più sicura nell’anonimato. Ma si deve dire «sicurezza» o piuttosto «solitudine»?

sabato 14 marzo 2009

Siamo uomini o animali?!

Aforisma 14/bis
«No che non siamo animali, perbacco! Però ci comportiamo da animali. Il nostro problema sta nel credere di esserlo. Ecco perché la nostra umanità finisce per farci orrore. Siamo post-animali che hanno nostalgia della loro animalità. Che è come dire esseri bifronti e ancipiti.
Siamo, di nuovo, degli ibridi nichilisti e bastardi. Anche se in realtà non sappiamo bene che cosa siamo, altrimenti non staremmo qui a chiedercelo».
Mario Domina

Matrimoni-carnevale

E se trovassero occupate queste location
e venissero in una bella chiesa barocca
con organo, pizzi e paggetti...
sarebbe sacramento?!
don Chisciotte
Le proposte recenti di Comuni o siti archeologici per celebrare cerimonie civili. E le autorità irachene mettono a disposizione il palazzo di Saddam per il viaggio di nozze.
Pompei, Babilonia o la Rotonda: il matrimonio piace un po' kitsch
La giunta di Verona offre la casa e il balcone di Giulietta
e per il banchetto fra gli scavi si può affittare un abito da antico romano
Las Vegas, Italia. Per celebrare un matrimonio stravagante, indimenticabile e un po' kitsch non c'è bisogno di attraversare l'oceano. Se proprio si ha voglia di strafare, si può pensare a una puntatina a Babilonia, dove consumare la prima notte di nozze sul letto che fu di Saddam Hussein. Ma anche entro i confini c'è la possibilità di scegliere location originali per una cerimonia che nemmeno Jessica e Ivano, quelli di "lo famo strano", avrebbero potuto immaginare. Il balcone veronese di Giulietta o la rotonda sul mare di Senigallia celebrata da Fred Bongusto o gli scavi di Pompei. La follia, però, costa cara. Ed è meglio pensarci bene, prima. Salvo rinunciare alla cucina firmata o a quel letto a baldacchino che tanto piaceva a mammà.
Perché sei tu, Romeo? Bello sposarsi nella casa dell'eroina resa immortale da Shakespeare. Ma tanta trepidazione si infrange contro i costi. Per celebrare le nozze nella casa-torre medievale di via Cappello, a Verona, bisogna sborsare 600 euro. ma solo se si è veronesi. Settecento se si risiede fuori Verona. Peggio va agli stranieri: 800 euro per i cittadini dell'Unione europea, 1000 euro per gli extracomunitari. Il progetto si chiama "Sposami a Verona", e i soldi - spiega l'assessore comunale alle relazioni con i cittadini, Daniele Polato - serviranno a pagare gli straordinari al personale municipale necessario per lo svolgimento del rito.
Al letto col raìs. Che sia un'occasione da Mille e una notte o al contrario da incubo, alle autorità irachene poco interessa. A loro importa solo rilanciare la disastrata industria turistica nazionale. Per questo, offrono soggiorni nel palazzo che fu di Saddam Hussein a Babilonia, sulle rive del Tigri, compreso un "pacchetto luna di miele". Il complesso è immenso: 31 suite, a partire da 60 dollari a notte. Diverso il discorso per la camera da letto di Saddam, 200 mila dinari per una notte, circa 170 dollari, in cambio dei quali nuotare nell'oro: un grande letto dorato, come dorati sono i comodini, gli armadi, i lampadari, i divani e lo scrittoio. Il suo palazzo (che a quanto risulta non abitò mai) è una specie di fortezza di quattro piani, in cima a una collina, su un'area vasta come cinque campi da calcio, circondata da palme. Per i saloni, ma anche per le camere da letto e i bagni, furono impiegati migliaia di metri quadrati di marmi pregiati. E forse sono le uniche cose rimaste degli originali splendori, poiché dopo il crollo del regime, nell'aprile del 2003, la residenza è stata saccheggiata da cima a fondo, compresi gli interruttori della luce e i rubinetti, perché si diceva che fossero d'oro massiccio.
Il nostro disco che suona. Per tornare in Italia, l'amministrazione comunale di Senigallia ha deciso di aprire stabilmente ai matrimoni di rito civile la Rotonda sul mare che ha ispirato la celebre canzone di Fred Bongusto, l'unica rimasta in Italia in stile Belle Epoque, sospesa tra cielo e mare. I matrimoni potranno essere celebrati dalle 10 alle 19 e ogni coppia avrà a disposizione un'ora di tempo per fare le foto e intrattenersi con parenti e amici.
Sotto il vulcano. Indossate i sandaloni e invitate i parenti a un baccanale se volete essere in linea con location come gli scavi di Catellammare e Pompei. Nozze civili all'interno dei siti, e banchetto all'esterno, con menu ispirato a gusti e abitudini degli antichi romani. Un'agenzia fornisce anche suonatori di cetra e di lira e, se proprio uno volesse fare le cose in stile americano a Roma, è pure possibile affittare abiti, o meglio maschere, realizzate da una sartoria teatrale. I prezzi però sono piuttosto alti, per questo sono spesso gli stranieri a scegliere l'organizzazione del matrimonio negli scavi archeologici. Gli italiani si limitano ad affittare ville private che hanno all'interno ruderi antichi e sono più economiche. Pochi chilometri più in là e, se il clima vi assiste, potrete invece scambiarvi le fedi sulla terrazza del Comune di Positano e consumare il buffet sulla spiaggia della celebre località della Costiera amalfitana. A lume di candela, e all'aperto, sulla sabbia: alto il rischio di ospiti indesiderati alla Totò, che fanno gli auguri agli sposi, mangiano e bevono, ma nessuno li ha mai visti prima.

Auguri


Oggi l'arcivescovo compie 75 anni: AUGURI!

venerdì 13 marzo 2009

giovedì 12 marzo 2009

Amy!

Qualcuno penserà che ho delle azioni di questa società,
oppure che tutta la mia famiglia lavora lì...
ma io voglio pubblicare le ragioni della Campagna DOVE:

Perché la Campagna Per la Bellezza Autentica?
Per troppo tempo l'idea e i canoni della bellezza femminile sono stati condizionati dal confronto con modelli forzati. Pensiamo sia ora di cambiare registro perché, in tutto il mondo, le donne mandano segnali inequivocabili in tal senso. Segnali di disagio e di insofferenza, di voglia e bisogno di un cambiamento radicale di rotta. Siamo convinte che la bellezza autentica si manifesti in forme, taglie, colori ed età diverse. E pensiamo che sia arrivato il momento di raccontare al mondo il nostro modo di essere uniche. E' questo il motivo che ha portato Dove a lanciare la campagna Per la Bellezza Autentica. La campagna globale Dove Per la Bellezza Autentica ha lo scopo di cambiare la situazione attuale e offrire un'idea più ampia, più sana e più democratica di bellezza. Un'idea di bellezza che tutte le donne possono fare propria e apprezzare ogni giorno.

Se vuoi ritrovare online i video, clicca qui.

Ed ecco il terzo video: commovente!

Gesti insensati

Per favore non mandate i bacetti
di Lietta Tornabuoni
Le tecniche più usate per mandare baci sono tre: l’operatore si bacia la punta delle dita e invia il bacio verso il destinatario; l’operatore si copre il centro della faccia con il palmo delle mani, poi fa esplodere il bacio; l’operatore si bacia un palmo delle mani (quasi sempre la destra), lo investe con un soffio potente e fa volare il bacio verso l’interlocutore. A volte (spesso) il lancio del bacio è accompagnato da una smorfietta, un arricciarsi rafforzativo delle labbra. Naturalmente esistono altre tecniche, personalizzate oppure no: ma queste sono le più frequenti. Vengono usate dal palcoscenico o dallo schermo televisivo verso il pubblico plaudente; dagli artisti, dagli oratori, dagli sportivi, dagli amanti, da chi rimane a terra verso i partenti, dai parenti, dalle amiche; è già miracoloso che non mandino baci pure i soldati o gli ufficiali in divisa.
E’ un segno di gratitudine o di saluto, si capisce. Ma, francamente, perché mandare baci o bacetti? Per il bisogno di compiere un gesto fisico, di esprimersi con qualcosa di concreto, come càpita con gli applausi ai matrimoni o ai funerali? Perché le parole (o i silenzi) paiono troppo modesti, poco eloquenti, poco partecipativi? Perché si tende a trasformare gli scarsi riti della vita quotidiana in spettacoli o casini? Perché non si fa caso alla natura leziosa, settecentesca e manierata del bacetto volante? Perché non si riflette sugli usi sciocchi e inutili che chissà come si sono introdotti nel nostro modo di fare?
L’invio (formale) del bacio è uno dei più recenti insieme con gli applausi in chiesa: farne meno non sarebbe male. L’applauso, specialmente a un funerale, ha qualcosa di grottesco. Come se in certo modo si volesse lodare il morto: e per cosa? Perché è morto o per l’insieme della sua vita, per dargli insomma una specie di premio alla terminata carriera di essere umano? Il lancio del bacio, a seconda delle circostanze, è altrettanto lezioso. Tutti e due gli usi perseguono magari inconsapevolmente lo scopo di mettersi in mostra nell’occasione di un raduno sociale. Ma andiamo, su. Se proprio volessimo metterci in evidenza, facciamo piuttosto qualcosa che meriti attenzione, ammirazione.

mercoledì 11 marzo 2009

Evoluzione...?!

Il secondo filmato della DOVE: wow2!
Io a questi qui qualche prodotto glielo compro: meritano!
don Chisciotte

Distorsione dell'informazione

Rapporto di Medici senza frontiere e analisi sull'informazione dell'Osservatorio di Pavia
Gli angoli bui del mondo: le dieci crisi più gravi e dimenticate
Milioni di persone coinvolti ogni giorno. Ma sulle nostre tv queste notizie occupano solo il 6% del totale
MILANO - Centinaia di migliaia di persone fuggite in tutte le direzioni alla disperata ricerca di salvezza. Manca acqua, cibo e riparo; l’accesso all’assistenza sanitaria è praticamente inesistente. I profughi trovano rifugio nei campi o presso delle famiglie, oppure si nascondono nella foresta dove sono alla mercè di qualsiasi gruppo armato. Solo poche organizzazioni umanitarie sono presenti in modo continuativo, vicino alla capitale della provincia. Non è un film, sono storie vere, che continuano ad accadere in diverse parti del mondo. Soprattutto in Africa. (...)
Quante e quali sono le aree di crisi nel mondo che in Italia i media, in particolare la tv, rappresentano poco - e spesso male - nel loro racconto della realtà? Quante emergenze finiscono nella spirale del silenzio? Quali sono invece più visibili? In quale misura? Dal 2004 l’Osservatorio di Pavia cerca di dare una risposta a queste domande nell’annuale analisi dell’informazione italiana sulle crisi, nell’ambito del progetto di Medici Senza Frontiere sulle emergenze umanitarie dimenticate. E ogni anno va peggio. La nostra società parla sempre più di sè stessa, ormai avvitata di fronte a un deformante specchio per cui ci sentiamo centro del mondo, senza esserlo. Lanciando emergenze e allarmi continui, ridicoli se confrontati per un attimo con quelli che esistono altrove. Ecco l'informazione in tv. Un anno di fame: 110 notizie, un inverno di influenza nel nostro paese: 121 notizie; un mese di colera in Zimbabwe: 12 notizie; un’estate di Briatore-Gregoraci: 33 notizie; un anno di stermini in Sudan: 53 notizie: tre mesi di caldo 81 notizie.
LE DIECI CRISI PIU' GRAVI DEL 2008 - L’ultimo rapporto di Msf elenca e descrive le dieci crisi umanitarie più gravi e ignorate nel 2008. Ecco l'elenco, non in ordine di importanza e ricordando che ce ne sono molte altre: la crisi sanitaria nello Zimbabwe; la catastrofe umanitaria in Somalia; la situazione sanitaria in Myanmar; i civili nella morsa della guerra nel Congo Orientale (RDC); la malnutrizione infantile; la situazione critica nella regione somala dell’Etiopia; i civili uccisi o in fuga nel Pakistan nordoccidentale; la violenza e la sofferenza in Sudan; i civili iracheni bisognosi di assistenza; gli effetti nei paesi poveri della diffusione della coinfezione HIV-TBC.
IL SILENZIO DELLA TV - L’analisi fatta dall’Osservatorio di Pavia delle principali edizioni (diurna e serale) dei telegiornali Rai e Mediaset confermano la tendenza riscontrata negli ultimi anni di un calo costante delle notizie sulle crisi umanitarie, che sono passate dal 10% del totale delle notizie nel 2006, all’8% nel 2007 fino al 6% (4901 notizie su un totale di 81360) nel 2008.
A MENO CHE NON CI SIANO ITALIANI - Infine, anche per il 2008 viene confermata la tendenza, da parte dei nostri media, di parlare di contesti di crisi soprattutto laddove riconducibili a eventi e / o personaggi italiani o comunque occidentali. Emblematici in questo senso sono la crisi in Somalia, a cui i Tg hanno dedicato 93 notizie (su 178 totali) che coinvolgevano uno o più nostri connazionali; la malnutrizione infantile, di cui si parla principalmente in occasione di vertici della FAO o del G8; il Sudan, cui si fa riferimento principalmente per iniziative di sensibilizzazione che vedono coinvolti testimonial famosi e per notizie circa l’inchiesta da parte della Corte Penale Internazionale per il presidente del Sudan.
LA CAMPAGNA DI MSF - Di fronte a questo stato di cose l'associazione di Medici senza frontiere, con il patrocinio della Federazione Nazionale Stampa Italiana (Fnsi), ha deciso di lanciare nei prossimi mesi la campagna "Adotta una Crisi Dimenticata” rivolta ai media italiani, alle università e alle scuole di giornalismo. Corriere.it ha dato la sua adesione.

Ascolta l'intervista.

Ritardissimo






Ma "l'ora dei laici" non avrebbe dovuto essere 45 anni fa,
dopo il Concilio Vaticano II?
O forse addirittura 1976 anni fa,
dopo il 33 d.C.?!
don Chisciotte

L'articolo di Famiglia Cristiana.

Opposizione efficace

"Non amiamo gli altri perché sono buoni. Ma li facciamo diventare buoni perché li amiamo. La sfida al male non consiste nel condannare, nello scomunicare. E non consiste neppure nel discutere. «Tutte le volte che ho vinto una discussione ho perso un'anima» (Mons. Fulton Sheen). La vera sfida avviene sul piano dell'amore. In un film famoso, Il Porto delle nebbie, c'è un dialogo che sintetizza efficacemente la portata di questa sfida. Il disertore riconosce dinanzi alla fidanzata di essere una creatura abbietta. La ragazza lo interrompe: 'Tu non puoi essere cattivo perché io ti amo'! Se c'è tanto male nel mondo, ciò è dovuto al fatto che a questo male noi abbiamo opposto la nausea, il disgusto, la condanna. Mentre dovevamo opporre l'amore. L'amore impedisce a Zaccheo di essere cattivo".
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 221
postato il 2.12.07

martedì 10 marzo 2009

Forme di comunicazione

La firma DOVE ha creato una campagna pubblicitaria
che trovo eccezionale!
Sarà pure un interessato posizionamento di mercato,
ma lo considero un ottimo modo di spendere dei soldi!

Ecco il primo video:
quando anche la Chiesa
riuscirà a proporre forme di comunicazione così ben fatte ed efficaci?!
don Chisciotte

Fiera


Visita il sito per vedere
gli espositori, gli orari e il programma.

lunedì 9 marzo 2009

Benedetto corpo!

«Il pensiero è serio soltanto grazie al corpo, è l’apparizione del corpo a conferirgli il suo peso, la sua forza, le sue conseguenze, i suoi effetti definitivi. L’anima senza corpo saprebbe fare solo giochi di parole e teorie. Che cosa potrebbe sostituire alle lacrime un’anima senza occhi? e donde potrebbe essa trarre un sospiro e uno sforzo?».
Paul Valery

9 marzo

Il corpo spogliato delle donne in tv
Gambe scoperte e scollature a tutte le ore: Victoria Silvstedt gira le lettere della «Ruota della fortuna» anche in Francia: ma là è molto più sobria e le telecamere non le riprendono le mutande. 8 marzo, festa delle donne, viva le donne, mimose e tanti auguri e film a tema su molti canali (...)
Una studentessa francese dell'Erasmus prepara una tesi sul rapporto tra tv italiana e corpo femminile. Com'è messa l'Italia?, chiede. Non siamo messi bene. Uso strumentale della bellezza, gambe scoperte e scollature a tutte le ore, il corpo è mio, lo gestisco io e lo spoglio: questo è, sul video, il retaggio del femminismo, l'autosfruttamento consapevole del proprio fisico. Accade solo alla tv del Bel Paese. Victoria Silvstedt, per esempio, gira le lettere della «Ruota della fortuna» anche in Francia, ma là è molto più sobria e le telecamere non le riprendono le mutande.
Che succede da noi? Perché quest'altra anomalia italiana? Perché le ragazze, per apparire emancipate, si devono porre come oggetto del desiderio? Perché le donne in tv, anche quelle consapevoli, non mostrano il vero volto, bensì una maschera fatta di aggiustamenti, correzioni, interventi? E' come se le donne vere stessero scomparendo dalla tv, sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare, umiliante. O umiliazione o incompetenza. Questi e altri problemi si pone l'inquietante, civile documentario «Il corpo delle donne», di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi. Il documentario andrà in Festival a Firenze. Poi speriamo che qualche rete lo trasmetta. Ma quale rete avrà il coraggio di fare autocritica? Di non aver paura, anche, della retorica postfemminista? Troppi interrogativi, in questo intervento. E anche nel filmato. Prima di dare le risposte, d'altronde, è indispensabile porsi le domande.

domenica 8 marzo 2009

sabato 7 marzo 2009

7 marzo

Un sondaggio sul rapporto tra le lavoratrici, i figli, la famiglia
La maggioranza cerca soddisfazioni nell'attività fuori casa. Con l'aiuto del compagno
"Desperate housewiwes? No grazie". In Italia le donne scelgono il lavoro
di Caterina Pasolini
Mamme e lavoratrici. Una lotta quotidiana a caccia dell'equilibrio perduto, riconquistato. In bilico perenne per bilanciare affetti e carriera, realizzazione personale e sensi di colpa atavici, figli, capo e compagni di vita. A raccontare un equilibrio possibile, raggiunto quotidianamente con fatica e fantasia dal 61% delle intervistate, è un sondaggio del mensile Psycologies. Un'indagine che racconta il nuovo rapporto delle donne con lavoro. Vissuto come libera scelta, in nome di una realizzazione personale a tutto campo che vede, ed è la prima volta, il supporto, la condivisione, la complicità del 75 % dei mariti d'accordo sull'attività della moglie. Anche se per le donne lavoratrici i sensi di colpa restano quotidiani anche perché i figli sembrano riottosi a lasciarle andare fuori: solo il 35 % appoggia la loro voglia di lavorare. (...)
Sono state intervistate 1908 donne. Il 46% è impiegata, il 20% libera professionista. Il 44% con un contratto full time a tempo indeterminato, il 19% indeterminato part time, il 14% tempo indeterminato, il 24% atipico (collaborazione, partita Iva).
Oggi le donne lavorano sempre di più per scelta (59%), non per necessità. L'occupazione rappresenta un piacere in più della metà dei casi (54%), è un'occasione di gratificazione personale (46%). Significa soddisfazione per il 56 % delle intervistate mentre è vissuto come necessità dal 44%.
Il lavoro è visto come un vero e proprio segno di identità tanto che viene scelto dalla donna spinta dal desiderio di autonomia e indipendenza (78%), per dimostrare qualcosa a se stessa (10%) ed è vissuto come un'occasione di gratificazione personale, come un piacere dal 54% delle intervistate. Il tratto distintivo del lavoro è nel 48% dei casi il fatto di avere un'attività interessante e o utile, vedere riconosciuti i propri meriti nel 35% dei casi. Solo il 40 % delle donne che hanno risposto al sondaggio smetterebbe di lavorare se potesse. E lo farebbe più per sé che per la famiglia. Nel 53% dei casi infatti, rinuncerebbe alla propria occupazione per dedicare più tempo a marito e figli, ma nel 56% per dedicare più tempo a se stessa.
Tra i motivi che portano le donne a non voler lasciare il lavoro l'idea che così perderebbero un'occasione di realizzazione personale 52%, la mancanza di stimoli culturali 24%, la mancanza di contatti col mondo esterno 37%. Insomma, poca voglia di diventare "desperate housewiwes".
La scelta di lavoro è condivisa dal 74% dei partner mentre il consenso crolla quando si parla di figli. I ragazzi contenti di avere una mamma che lavora sono solo il 36%, convinti nel 29% dei casi che lei vada in ufficio soprattutto per necessità e non per soddisfazione 28%. Più realisti e consapevoli di cosa pensa la donna, sono i partners. Il 42% è persuaso che il lavoro per la moglie sia soddisfazione, necessità per il 40.

Informazioni








Scarica qui il depliant che spiega i Gruppi sanguigni a cura di Avis Milano.

venerdì 6 marzo 2009

giovedì 5 marzo 2009

Ficcante ironia

Su le mani
di Massimo Gramellini
Dopo un lungo e democratico dibattito fra sondaggisti, il Pdl ha infine deciso le modalità con cui, a fine mese, sceglierà il suo leader fra Silvio e Berlusconi. Niente acclamazione con petardi e putipù, come avrebbe preteso l’ala critica del partito. Scartata anche la genuflessione, causa problemi tecnici (i tailleur delle delegate). Si procederà per alzata di mano: vietato usarne più di tre a testa, e questo per scoraggiare il mercato delle protesi. Lascia perplessi il basso profilo della scelta adottata. La «ola» avrebbe garantito una resa assai migliore nei telegiornali della sera. Per non parlare del «trenino» e della macarena, perfettamente in linea con la cultura egemonica: il villaggio-vacanze.
L’idea di fingere un’elezione vera, raccogliendo i voti anche per un rivale fantomatico a cui attribuire un 10 per cento di bandiera, è stata scartata perché noiosa e infatti già utilizzata da Franceschini nella recente pantomima del Pd. Ammainata a malincuore anche l’ipotesi dell’incoronazione nella cappella di Arcore dopo il rifiuto dei vescovi lefebvriani di partecipare alla cerimonia (che noiosi, non fanno che negare e negarsi su qualsiasi argomento), restava l’ipotesi di un karaoke sulle note del tormentone festivaliero di Arisa: «Silvio Pascià - è un elemento imprescindibile - per una coalizione stabile - che punti all’eternità». Ma pare sia stata bocciata dall’unica forma di democrazia ancora concessa alle masse: il televoto.

In vista di domani

Quando il digiuno imbarazza i cristiani
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 10.02.08
Il digiuno non fa più parte del linguaggio dei cristiani. È una parola che usano i medici che annunciano un intervento chirurgico, gli infermieri che ricevono prenotazioni per prelievi ed esami. Ma i cristiani, dopo secoli e santi di molti digiuni, usano la parola con imbarazzo. Ci sono buone ragioni per non fare del digiuno una priorità pastorale. In casa vivono bambini e anziani; ci sono ritmi di lavoro, stili di vita, relazioni abituali che impediscono di gestire la propria vita come si vorrebbe. Poi esistono modi di sfumare il digiuno per cui uno quasi non si accorge: un pasto ridotto, un piatto solo, meno o niente fuori dai pasti. Perciò quando tra gli avvisi si dice: «... e poi ricordo che il primo venerdì di Quaresima è giorno di digiuno oltre che di astinenza dalla carne», nessuno se ne preoccupa. Tuttavia se il papà, venerdì sera, tornando dal lavoro dicesse: «Stasera non mangio perché è il primo venerdì di Quaresima: vado in chiesa per pregare un po’ e portare un’offerta per la carità», non credo che la cosa passerebbe inosservata. Il venerdì sera può dunque raccontare la commozione di guardare il Crocifisso e un residuo di serietà a proposito del digiuno.

mercoledì 4 marzo 2009

A proposito dell'Assemblea sinodale / 2

DISCERNIMENTO COMUNITARIO

Un altro oggetto di discernimento in questa seconda fase nelle comunità cristiane è spesso il lavoro pastorale, la missione, le priorità apostoliche (chiudere o aprire una comunità in un determinato posto, assumere un compito pastorale, lasciarne un altro ecc.). Per questo motivo si è tornati a parlare di discernimento comunitario, in quanto si vuole che tutta la comunità partecipi alle scelte che si prendono. Il discernimento comunitario, nel senso proprio del termine, non significa arrivare alla scelta sommando i discernimenti individuali, ma che la comunità si riconosce come un organismo vivo, che le persone che la compongono creano una comunione dei cuori tale che lo Spirito si può rivelare e che esse lo colgono in quanto comunione di persone, unità di intesa.
Il discernimento comunitario fa leva sull'amore nel quale vive la comunità. La carità fraterna è la porta alla conoscenza. L'amore è il principio conoscitivo. Dunque, se realmente si vive nell'amore e non solo si pensa, si è nello stato privilegiato per la conoscenza delle realtà spirituali e per la creatività. Le intuizioni, la capacità creativa, inventiva, crescono proficuamente solo dall'amore. Allora la comunità può essere molto più sicura di essere sulla scia della volontà di Dio, che la intuisce, la conosce e che risponde, se discerne come comunità, proprio a causa dell'amore fraterno. Il discernimento comunitario non è dunque un semplice dibattito su un argomento, una riflessione guidata, partecipata; il discernimento comunitario non si muove sulle coordinate della valutazione democratica, con i processi di votazione usuali nei parlamenti.
Le premesse del discernimento comunitario
Sono necessarie alcune premesse perché il discernimento nel senso vero si possa realizzare:
- Le persone della comunità dovrebbero essere tutte ad uno stadio di vita spirituale caratterizzato da una radicale sequela Christi, con una esperienza riflettuta di Cristo pasquale. I membri della comunità devono essere dunque ben dentro alla logica pasquale e spinti da un autentico amore per Cristo che deve essere il primo nei loro cuori. (...)
- Le persone della comunità dovrebbero avere anche una maturità ecclesiale, una coscienza teologica della Chiesa liberata dai determinismi sociologici e psicologici, per una libera comprensione dell'autorità e dunque un libero atteggiamento di fronte ad essa. (...) Le persone devono essere, almeno in linea di principio, pronte ad entrare in una preghiera per liberarsi dalle proprie vedute, dai propri argomenti e dai propri desideri.
- Ci vuole la maturità umana di saper parlare in modo distaccato, pacato e conciso. Ci vuole la maturità di saper ascoltare fino in fondo, di non cominciare a reagire mentre l'altro ancora parla. Non solo esteriormente, ma anche interiormente, ascoltare fino alla fine. (...) Più ci si inciampa tra le persone, meno si è protesi verso la direzione giusta.
- Inoltre, ci vuole un superiore, una guida della comunità capace di portare a termine il processo di discernimento. Una persona cioè che abbia un'autorità spirituale, non semplicemente ex officio, e che conosca le dinamiche del discernimento, in modo da poterne guidare il processo.

M. I. Rupnik, Il discernimento, 123 ss.

Fai il download dell'intero paragrafo dalla nostra sezione Testi.

CSI e RIS

















Meno male che ci sono CSI e i RIS!

Se vedi solo nero...

Bergamo, il saluto fascista del prete lefebvriano
Lui è don Giulio Tam, padre lefebvriano che si definisce “gesuita itinerante”. Sabato scorso il sacerdote ha sfilato, accanto a Roberto Fiore, in testa al corteo di Forza Nuova a Bergamo: più che altro una parata militare, con i militanti forzanovisti che hanno marciato per le vie del centro muniti di caschi e bastoni. Tra saluti romani, “boia chi molla” e qualche “Sieg Heil”, la manifestazione ha accompagnato l’inaugurazione della nuova sede del movimento di estrema destra.

martedì 3 marzo 2009

Rinunce quaresimali

Una Newsletter “quaresimale”: siamo entrati in questo Tempo liturgico particolare e vogliamo dedicare una Newsletter al tema della “rinuncia”. Cercatela nella sezione Newsletter!

Oggi sui quotidiani fa scalpore la proposta di rinunciare agli sms… da quanto tempo lo dicevamo e lo avevamo proposto anche noi?!
Tant’è… visto che le sfumature delle interpretazioni sono molteplici, ne riportiamo un paio dal punto di vista giornalistico (con goffe imprecisioni teologiche e linguistiche) e una dal punto di vista spirituale-teologico (Enzo Bianchi). Speriamo di poter suggerire qualche buona idea a singoli e a comunità cristiane!

A proposito dell'Assemblea sinodale

Tutti gli esercizi di discernimento hanno infatti lo scopo di acquisire un atteggiamento costante di discernimento. C’è una grande differenza tra il discernimento come esercizio spirituale all’interno della preghiera e l’atteggiamento del discernimento acquisito ormai come habitus, come atteggiamento costante, come una disposizione orante alla quale portano tutti gli esercizi della preghiera.
L’atteggiamento del discernimento è uno stato di attenzione costante a Dio, allo Spirito, è una certezza esperienziale che Dio parla, si comunica, e che già la mia attenzione a Lui è la mia conversione radicale. E’ uno stile di vita che pervade tutto ciò che io sono e faccio.
L’atteggiamento di discernimento è vivere costantemente una relazione aperta, è una certezza che ciò che conta è fissare lo sguardo sul Signore e che io non posso chiudere il processo del mio ragionamento senza l’oggettiva possibilità che il Signore si possa far sentire - proprio perché è libero - e dunque mi faccia cambiare; l’atteggiamento di discernimento è quello che impedisce di intestardirsi: non ci si può rinchiudere nel proprio aver ragione, perché non sono io il mio epi¬centro, ma il Signore, che riconosco come la fonte dalla quale tutto proviene e verso la quale tutto confluisce.
L’atteggiamento del discernimento è dunque un’espres¬sione orante della fede, in quanto la persona permane in quell’atteggiamento di fondo di riconoscimento radicale dell’oggettività di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, Persone libere, e questo riconoscimento costituisce la fede.
Il discernimento non è allora un calcolo, una logica deduttiva, una tecnica ingegneristica in cui scaltramente bilancio mezzi e fini, né una discussione, una ricerca della maggioranza, ma una preghiera, l’ascesi costante della rinuncia al proprio volere, al proprio pensiero, elaborandolo come se dipendesse totalmente da me, ma lasciandolo totalmente libero.

M. I. Rupnik, Sul discernimento

Trovi il resto nella sezione Testi

lunedì 2 marzo 2009

Bello! Bene! Bravi! Bis!

Insopportabili leccapiedi

Adulo, dunque sono
Dalla politica al lavoro ai sentimenti: elogio della pratica più antica del mondo
di Mirella Serri
Lo fanno gli scimpanzé che offrendo cibo e sesso a volontà sono soliti incensare e arruffianarsi il capo per ottenere favori e benemerenze. E lo fa - da par suo, s'intende - anche Luciana Littizzetto, complice Fabio Fazio in «Che tempo che fa». Quando declama: «Sire Nostro che sei in the sky, Maestà, Nostro Figo Imperiale, Bello tra i Belli, Gran Pacco, Gran Pezzo di Body Art, Sovrano dei Paesi Bassi, Zar di tutte le Russie, Eccelso, Esimio, Ettore di tutte le Troie (intesa come città), Ape Regina...». Con chi ce l'ha la Littizzetto con l’esempio di sperticato elogio di Berlusconi? Con l'adulazione? Con la più utile di tutte le arti, come la definiva lo storico Edward Gibbon? O col peggiore dei vizi, come diceva Niccolò Machiavelli? O con un modello di prostituzione, di grande circo mediatico, di attiva e sottile forma di seduzione? Oggi il mestiere più antico (tra i praticanti c’erano Platone, Tacito e Cicerone) viene rivalutato nell'«Elogio dell'adulazione. Tra l'erudito e il faceto» del sociologo Willis Goth Regier (De Agostini). Spiega Regier che la pratica servile è parte integrante della moderna vita professionale ma se ne giovano pure l'equilibrio e la dinamica socioculturale collettiva. Già, proprio così: chi si genuflette e china la schiena può vivere meglio di tanti altri, facendo però attenzione a non incorrere in errori madornali. Come l'esagerazione. L'eccesso non giova.
Capitò al pittore Hans Holbein: dipinse la non appetibile principessa Anne di Clèves in modo indulgente e di fronte a quel ritratto Enrico VIII decise di convolare a nozze, ma dopo aver incontrato la blasonata in originale prese a pedate l'artista. Di licenziamenti per surplus di piaggeria non se ne ricordano comunque molti, nemmeno quando un solerte senatore propose di incoronare col Nobel per la pace Silvio Berlusconi. Era un enfatico omaggio-boomerang per il presidente del Consiglio, insediato da un anno e tre mesi. Il troppo stroppia e anche Racine fu costretto a riconoscerlo. Al poeta di Bérénice Luigi XIV si rivolse in questi termini: «Ti avrei apprezzato di più se mi avessi elogiato di meno».
La blandizie anche se viscida di amici e nemici svelenisce comunque il clima e rende i rapporti più armoniosi e sereni: è questa la tesi che permette allo studioso americano di considerare la piaggeria un efficace calmiere di spiriti conflittuali e ardenti. Ed è questo l'uso che oggi ne fa Sandro Bondi, il ministro dei Beni culturali nonché facitore di ossequiosi versi che dedica non solo a consanguinei politici ma anche a oppositori veementi: da Michela Vittoria Brambilla, "Ignara bellezza / Rubata sensualità / Fiore reclinato / Peccato d'amore", ad Anna Finocchiaro, "Nero sublime / Lento abbandono / Violento rosso... / Intrepido mistero", a Jovanotti, "Concerto / Vibrazioni dell'anima... / Onde dell'amore". Da don Abbondi - come Dagospia l’ha ribattezzato - ai cerimoniali delle corti dell'Europa imperiale, il passo è breve se si tratta di untuose lusinghe. Napoleone considerava le teste chine «uomini benedetti dal cielo».
Avido di lodi com'era, consumava la vena dei corifei che si libravano sempre nelle stesse formule ripetute fino allo stremo: «Dio della vittoria, Salvatore della patria, Pacificatore del mondo, Arbitro dell'Europa». A raccontare come una moderna corte napoleonica gli ambienti di Saxa Rubra e dintorni è stato Pierluigi Celli, l’ex direttore generale della Rai. Gli elogiatori sono duttili e veloci, non conoscono limiti o confini, nemmeno quelli che li separano dai nemici. Il poeta e filosofo Ralph Waldo Emerson rilevava che l'adulazione favorisce la competizione, e questo è vero anche oggi («Scrive sempre articoli di grande interesse che esprimono la cifra della grande politica», osserva Tremonti, insospettabile estimatore di Prodi). Gli adulatori si modellano abilmente sull'interlocutore: «Dicono all'uomo ricco che è un oratore e un poeta e che, se solo lo volesse, potrebbe essere un pittore e un musicista», osservava Plutarco. Per questo trasformismo molti li hanno disprezzati come striscianti mestatori: Tiberio li odiava, Galba li derideva, Marco Aurelio li ridicolizzava e così faceva a distanza di secoli il Kaiser Guglielmo I. Ma li hanno anche individuati come fonte di consolazione in caso di sconfitta (da Giulio Cesare a Caterina la Grande al ministro Brunetta che si complimenta con Veltroni che «ha trasformato le più cocenti sconfitte in trampolini di lancio»).
L'adulatore che sa far bene il suo mestiere è un valore aggiunto. Lo sanno i potenti con ambizioni artistiche. Per il primo romanzo di Veltroni si sono spesi giudizi come questo: «Racconto di amore e di fede nella forza e nello strazio dei sentimenti». Lo sperimentano in questi giorni politici-scrittori balzati sotto i riflettori, dal neosegretario del Pd Dario Franceschini al neoconsigliere d'amministrazione Rai, Giorgio Van Straten, circondati da nugoli di ammiratori che ne aumentano la statura e li rendono imponenti. Tanti adulatori tanto onore: «È piacevole avere dei parassiti, vuol dire che la qualità del tuo sangue è buona», affermava Aldous Huxley. Nietzsche concordava: «L'uomo è la specie più evoluta che ospita il maggior numero di parassiti». Un corpo senza il suo ruffiano di riferimento non vale niente, sosteneva Talleyrand. Shakespeare era d’accordo: disprezzava gli adulatori e con ciò si lasciava adulare. Oggi ne sono convinti anche nella casa del Grande Fratello. La prosperosa Cristina Del Basso nel confessionale si autoincensa: «Sono una di pelle, una che non ci pensa, percettiva, che va a sensazioni». E suscita il commento della telespettatrice Lilla: «Senza l'adulazione la donna vanitosa non può stare. Un esempio lampante è la tettona alle cui poppe si sono abituati tutti e che nessuno più elogia».
'autoadulazione - di cui erano maestri Cicerone e Franklin - è il grande spartiacque del nostro tempo, avverte Regier. Utilizziamola a più non posso come una crema tonificante per la pelle. Anche se magari va a finire che chi di adulazione colpisce, di adulazione perisce. È capitato a Emilio Fede che anni fa aveva osato dire del suo leader di riferimento «Lo amo». Oggi è stato stritolato dalle lodi di Iva Zanicchi: «Ti voglio bene, a te e alla tua tv così bella, pulita e vera».

domenica 1 marzo 2009

Cattive notizie

Che sia una cattiva notizia siamo d'accordo;
mi domando se sia autentica la convinzione che non ne abbiamo bisogno
:

ecc. ecc. ecc.

Quaresima

Quaresima e nuovi stili di vita
di Maria Chiara Rioli


Un digiuno di un giorno, per una Quaresima di relazioni e corresponsabilità. Uno strumento per ricordarci che le nostre azioni, i nostri stili di vita hanno ricadute in contesti geograficamente lontani. È questo il significato delle proposte per una Quaresima differente che diocesi di tutta Italia propongono da alcuni anni. Dal 2007 la diocesi di Trento propone un digiuno dall’uso dell’automobile, iniziativa che quest'anno viene integrata con altre: il digiuno dall spreco, dal denaro, dall'egocentrismo, dal virtuale, dall'alcol.
La diocesi di Venezia opta anche quest'anno per la rinuncia all’acqua in bottiglia , aderendo alla campagna “Imbrocchiamola, lanciata dal mensile Altreconomia.
A Modena invece il venerdì di Quaresima diventa il “No SMS Day”. Come spiega l’Ufficio di animazione e formazione missionaria di Modena “le nostre dita corrono veloci sulla tastiera del telefonino. Cambiamo i nostri cellulari a ripetizione, alla ricerca di un modello con nuove - spesso inutili - funzioni. Le nostre dita corrono su un minerale, il coltan, fondamentale per la tecnologia di telefoni, computer, videogiochi, satelliti e missili. Le nostre dita non pensano al viaggio che questo minerale compie: nel mondo l’80% del coltan proviene dalla regione orientale del Congo, il Kivu, dove una guerra civile ha causato oltre 4 milioni di morti negli ultimi dieci anni. L’estrazione e il commercio di questo minerale da parte di potenti multinazionali occidentali finanzia e alimenta la guerriglia”. La diocesi di Modena propone allora per quest’anno un digiuno particolare: nei venerdì di Quaresima tutti sono invitati a rinunciare all’uso degli SMS. Un piccolo modo per sottolineare che le nostre dita sul telefonino contribuiscono a scrivere la storia di milioni di vite in Congo e per ricordare l’importanza di relazioni concrete e non virtuali con gli altri. Per riscoprire, dunque, la bellezza dell’incontro.


L’impegno per una nuova pastorale centrata sui temi della giustizia, della pace, della salvaguardia del creato e di diverse pratiche quotidiane (singole, parrocchiali e diocesane) ha dato vita nel 2007 alla Rete interdiocesana sui nuovi stili di vita che incrocia oggi 19 realtà ecclesiali di tutta Italia, nel tentativo di individuare riflessioni e proposte concrete per un cattolicesimo italiano che integri realmente Vangelo e vita quotidiana. Il prossimo incontro della Rete è per sabato 21 febbraio a Verona. La proposta di un digiuno che sottolineasse l’urgenza di nuovi modelli di sviluppo e di relazioni è nato dall’intrecciarsi fecondo di queste esperienze. E, come ricorda il Papa nel suo messaggio per la Quaresima di quest’anno, “ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una ‘terapia’ per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio”. Il Papa invita a una maggiore sobrietà e nel suo messaggio cita un antico inno liturgico quaresimale: “usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”. In tempi di crisi economica, nuove piste ecclesiali su cui riflettere e ripartire.

sabato 28 febbraio 2009

Sabato grasso

L'ape che cucina? L'APEntola
L'ape che prende in giro? L'APErnacchia
L'ape precisina? L'APErfezione
L'ape stitica? L'APEretta
L'ape marina? L'APEsca
L'ape uccello? L'APEnnuta
L'ape italiana? L'APEnisola
L'ape che mangia troppo? L'APEsantezza
L'ape in carcere? L'APEna
L'ape scrittrice? L'APEnna
L'ape dolce? L'APErugina
L’ape collega della dolce? L’APErnigotti
L'ape casinara? L'APEste
L'ape lavavetri? L'APEzza
L'ape calorosa? L'APElliccia
L'ape ammalata? L'APErtosse
L'ape dottoressa? L'APEdiatra
L'ape giocatrice? L'APEdina
L'ape ebrea? L'APErseguitata
L'ape in discesa? L'APEndenza
L'ape preoccupata? L'APEnsierosa
L'ape incerta? L'APErplessa
L'ape atletica? L'APErtica
L'ape sconfitta? L'APErsa
L'ape rozza? L'APEzzente
L'ape in tiro? L'APEttinata
L’ape che segna l'ora? L'APEndola
L'ape trendy? L'APEritivo
L'ape vecchia? L'APEnsionata
L'ape concentrata? L'APEnsierosa
L'ape cattiva? L’APEssima
L'ape costruttrice? L'APEnsilina
L’ape altissima? L'APErtica
L’ape puzzolente? L'APEscivendola
L’ape buona? L'APErdona
L’ape depravata? L'APErvertita
L’ape scocciante? L'APEtulante
L’ape scribacchina? L'APErgamena
L’ape rumorosa? L'APEtarda
L’ape educata? L'APErbene
L’ape cupa? L'APEnombra
L’ape contagiosa? L'APPEstata
L’ape regista? L'APEllicola
L’ape vivace? L'APEperina
L’ape antipatica? L'APErfettina
L’ape infame? L’APErfida
L’ape sexy? L'APErizoma
L’ape muscolosa? L'APEttorale
L’ape che se la prende? L'APErmalosa
L’ape fashion? L'APErmanente
L’ape scura in volto? L'APEssimista
L’ape odiata dalla mafia? L'APEntita
L’apre riservata? L'APErsonale
L’ape orientale? L'APEchinese
L’ape veloce? L'APEugeot
L’ape maestra? L'APEdagoga
Le api sportive? APing e APong.
La gigantesca ape demente? L'APazza
Le api in cucina? Apasta e APriscatole
L'ape maligna? L'APErdizone
L'ape nell’armadio? L'APPEndino
L'ape in ospedale? L'AProstata
L'ape ciccia? L'APancia
L'ape che piace? L'APPEtibile
L'ape smorta? L'APatica
La piccola ape pestilente? L'APuzza
Le api preziose? L'APislazzule
L'ape motorizzata? L'APE Cross
L'ape pericolosa? L'APistola
L'ape religiosa? L'APostola
L'ape russa? L'APErestroica
L'ape indigesta? L'APEperonata
L'ape che fa la lana? L'APEcora
L'ape lettrice? L'APPEndice
L'ape che spiffera? L'APErtura
L'ape in discesa? L'APEndice
L'ape bilanciata? L'APEsa

venerdì 27 febbraio 2009

Lasciateci sognare!

La società attuale europea ed occidentale si costruisce, meglio si esprime - talora in maniera costruttiva, talora in maniera distruttiva - non seguendo una visione organica, ispirandosi a un vero e proprio progetto, ma dando valore ad alcune intuizioni di fondo connesse con l’idea della libertà dell’individuo, il cui solo limite sarebbe il rispetto delle libertà altrui. (...) Sarebbe facile naturalmente allargare il discorso servendosi delle numerose indagini sociologiche e comportamentali che descrivono il nostro vissuto di società, con accenti rassegnati o catastrofici o addirittura apocalittici, quasi mai con accenti di ottimismo e di fiducia. Non saranno tuttavia le analisi pessimistiche a migliorare il mondo e nemmeno basterà un accorato richiamo ai valori o alla legalità per far andare meglio le cose. Dobbiamo piuttosto, dal momento che i nostri difetti li conosciamo bene, acquisire una visuale positiva, un sogno di futuro, che ci permetta di affrontare con energia e coraggio il passaggio di millennio.
L’istanza contenuta nel titolo del mio discorso Alla fine del millennio, lasciateci sognare! vuole appunto esprimere la speranza che può venire da una visione di futuro che lasci spazio alla potenza di Dio e alla forza costruttiva delle beatitudini evangeliche, non da un ripiegamento ossessivo e analitico sui nostri mali. Si chiede dunque a tutte le persone e i gruppi di buona volontà, in Europa e in Italia, di ispirarsi a progetti positivi; di guardare all’uomo saggio del Vangelo che, fidandosi delle parole del discorso della Montagna, le mette in pratica e costruisce una casa che resiste a tutti gli uragani (Mt 7,24-25); di dare spazio allo Spirito il quale farà sì che negli ‘‘ultimi giorni” - lo sono anche i nostri - “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni” (At 2, 17).
Mi viene in mente quel sogno di Chiesa capace di essere fermento di una società che espressi il 10 febbraio 1981, a un anno dal mio ingresso in Diocesi, e che continua ad ispirarmi:
- una Chiesa pienamente sottomessa alla Parola di Dio, nutrita e liberata da questa Parola
- una Chiesa che mette l’Eucaristia al centro della sua vita, che contempla il suo Signore, che compie tutto quanto fa “in memoria di Lui” e modellandosi sulla Sua capacità di dono;
- una Chiesa che non tema di utilizzare strutture e mezzi umani, ma che se ne serve e non ne diviene serva;
- una Chiesa che desidera parlare al mondo di oggi, alla cultura, alle diverse civiltà, con la parola semplice del Vangelo;
- una Chiesa che parla più con i fatti che con le parole; che non dice se non parole che partano dai fatti e si appoggino ai fatti;
- una Chiesa attenta ai segni della presenza dello Spirito nei nostri tempi, ovunque si manifestino;
- una Chiesa consapevole del cammino arduo e difficile di molta gente oggi, delle sofferenze quasi insopportabili di tanta parte dell’umanità, sinceramente partecipe delle pene di tutti e desiderosa di consolare;
- una Chiesa che porta la parola liberatrice e incoraggiante dell’Evangelo a coloro che sono gravati da pesanti fardelli;
- una Chiesa capace di scoprire i nuovi poveri e non troppo preoccupata di sbagliare nello sforzo di aiutarli in maniera creativa;
- una Chiesa che non privilegia nessuna categoria, né antica né nuova, che accoglie ugualmente giovani e anziani, che educa e forma tutti i suoi figli alla fede e alla carità e desidera valorizzare tutti i servizi e ministeri nella unità della comunione;
- una Chiesa umile di cuore, unita e compatta nella sua disciplina, in cui Dio solo ha il primato;
- una Chiesa che opera un paziente discernimento, valutando con oggettività e realismo il suo rapporto con il mondo, con la società di oggi; che spinge alla partecipazione attiva e alla presenza responsabile, con rispetto e deferenza verso le istituzioni, ma che ricorda bene la parola di Pietro: “E’ meglio obbedire a Dio che agli uomini” (At 4,19). (...)
Dal sogno di una Chiesa così e della sua capacità di servire la società con tutti i suoi problemi nasce l’invito a lasciarci ancora sognare: Lasciateci sognare! Lasciateci guardare oltre alle fatiche di ogni giorno! Lasciateci prendere ispirazione da grandi ideali! Lasciateci contemplare con scioltezza le figure che, come Ambrogio, hanno segnato un passaggio di epoca non con imprese militari o con riforme imposte dall’alto, bensì valorizzando la vita quotidiana della gente, insegnando che la forza e il regno di Dio sono già in mezzo a noi e che basta aprire gli occhi e il cuore per vedere la salvezza di Dio all’opera. La forza di Dio è in mezzo a noi nella capacità di accogliere l’esistenza come dono, di sperimentare la verità delle beatitudini evangeliche, di leggere nelle stesse avversità un disegno di amore, di sentire che il discorso della croce rovescia le opinioni correnti, vince le paure ancestrali e permette di accedere a una nuova comprensione della vita e della morte.
Il nostro sogno non sarà allora evasione irresponsabile né fuga dalle fatiche quotidiane, ma apertura di orizzonti, luogo di nuova creatività, fonte di accoglienza e di dialogo.

Carlo Maria Martini, Omelia di s.Ambrogio 1996

L'intera omelia nella nostra sezione Testi

Vera crisi

Della gentilezza
di Massimo Gramellini
Oggi vorrei scrivere qualcosa di veramente impopolare, per cui parlerò della gentilezza. Della sua prematura e così poco rimpianta scomparsa.
La defunta non richiedeva sacrifici particolari e nemmeno eroismi. Solo un po’ di educazione e, prima ancora, di umanità. Era una forma mentale. Talvolta ipocrita, e però utile ad ammorbidire le asprezze della vita quotidiana. Grazie, prego, passi pure, mi scusi, ma si figuri, non me n’ero accorto, ha bisogno?, c’era prima il signore, non si preoccupi, disturbo? Ciascuna di queste espressioni, e dei gesti che spesso le accompagnavano, era una pennellata di grasso sugli ingranaggi esistenziali. Un balsamo che non migliorava le cose, ma consentiva di affrontarle per quel che erano, senza dovervi aggiungere lo sconforto che sempre ci assale quando abbiamo la sensazione di andare contromano.
Forme sporadiche di gentilezza sopravvivono nei rapporti sentimentali, almeno nella prima fase. Per quanto, anche lì. Tracce residue si ravvisano in piccole comunità non ancora divorate dall’individualismo dei diffidenti e dei disperati. Non si hanno notizie sicure di altri avvistamenti. A dire il vero, qualcuno che provi a essere gentile ogni tanto lo si incontra ancora. Ma passa subito per retorico, approfittatore o ruffiano. L’idea che nelle relazioni umane sia ancora possibile mettersi nei panni degli altri è considerata bizzarra. Ma non me ne vengono in mente di migliori per uscire da una crisi che ha spolpato i portafogli solo perché da tempo aveva già corroso i cuori.

giovedì 26 febbraio 2009

Giovedì grasso

"Ho visto un re", di Enzo Jannacci, con Cochi e Renato.

Mi piace soprattutto la finale:
E sempre allegri bisogna stare
che il nostro piangere fa male al re,
fa male al ricco e al cardinale,
diventan tristi se noi piangiam!

Far sentire di essere a casa

"La questione della partecipazione alla mensa era piuttosto sentita nelle prime comunità cristiane. Costituiva un motivo di notevole attrito fra opposte mentalità. Si direbbe che il caso non sia totalmente risolto neppure oggi, in certi ambienti, dove si preferisce dare denaro ma non condividere la mensa; dove si pratica l'elemosina ma non l'ospitalità; dove a un individuo, nella migliore delle ipotesi, non si lascia mancare niente, ma gli si nega il favore essenziale: farlo sentire in casa. C'è soltanto da sperare che le comunità cristiane si rendano conto che la linea evangelica, che è poi la sola che definisca una comunità come cristiana, passa attraverso il pane. Un pane offerto stando sulla soglia di casa a quelli di fuori, non è più un pane offerto ma rifiutato. E, comunque, non è più segno di comunione. C'è qualcosa di peggio della solitudine. Ed è il rimanere "tra noi".
Alessandro Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 71

mercoledì 25 febbraio 2009

Popolo di santi, poeti, navigatori... e violentatori

jena@lastampa.it
Su dieci stupratori, sei sono italiani e quattro immigrati. Forza ragazzi che siamo ancora in testa.

Espressioni affettuose

«I migliori anni della mia vita»
Intervista al cardinale Carlo Maria Martini sul Concilio Vaticano II
Eminenza, qual è il Suo ricordo degli anni del Concilio?
Conservo soprattutto il ricordo dell'atmosfera di quegli anni, una sensazione di entusiasmo, di gioia e di apertura che ci pervadeva. Ho trascorso durante il Concilio gli anni migliori della mia vita, non solo e non tanto perché avevo meno di quarant'anni, ma perché si usciva finalmente da un'atmosfera che sapeva un po' di muffa, di stantio, e si aprivano porte e finestre, circolava l'aria pura, si guardava al dialogo con tante altre realtà, e la Chiesa appariva veramente capace di affrontare il mondo moderno. Tutto questo, lo ripeto, ci dava una grande gioia e una forte carica di entusiasmo.
Secondo Lei, che cosa rimane oggi di quegli anni?
Sono rimaste senz'altro molte cose. Prima di tutto c'è da dire che quelli che l'hanno vissuto hanno fatto un passo importantissimo per la loro vita, perché hanno ricevuto dal Concilio una fiducia rinnovata nelle possibilità della Chiesa di parlare a tutti. Poi restano molti elementi contenuti nei vari documenti conciliari: penso alla liturgia, all'ecumenismo, al dialogo con le altre fedi, alla riflessione sulla Scrittura. Per la nostra Chiesa una grande ricchezza che mantiene intatta tutta la sua attualità e tutto il suo valore.
E invece a Suo giudizio che cosa si è perso?
Non è facile rispondere. Ci sono state certamente un po' di deviazioni, ma soprattutto all'estero, non qui da noi in Italia. Direi che ciò che si è perso è proprio quell'entusiasmo, quella fiducia di cui parlavo prima, quella capacità di sognare che il Concilio aveva comunicato alla nostra Chiesa e che ci procurò tanta gioia. Si è tornati un po' alle acque basse, a una certa mediocrità.
Alcuni dicono che il Concilio fu contrassegnato dal contrasto netto tra una maggioranza progressista, chiamiamola così, di vescovi e teologi e la Curia romana che remava contro. Condivide questa ricostruzione?
Sì, penso che in effetti ci sia stata questa contrapposizione. Non si può negare che in certi settori della Curia c'era una forza frenante. Ma questo è comprensibile, perché la Curia era abituata a fare tutti i decreti, a tenere in mano tutto, e quindi si può capire bene che per i curiali vedersi sfuggire di mano questo controllo non fu piacevole.
Eminenza, qual è il personaggio del Concilio che ricorda di più?
Ce ne sono davvero tanti. Mi piace ricordare dom Helder Camara, l'arcivescovo e teologo brasiliano, morto nel 1999. Sto leggendo proprio in questo periodo le lettere che indirizzava ai suoi amici in Brasile, scrivendole ogni notte alle due. Una grande figura! E poi ricordo il cardinale belga Leo Jozef Suenens, l'arcivescovo di Malines-Bruxelles che sostenne alcune tesi molto coraggiose. Fra le persone che non parteciparono direttamente ai lavori del Concilio, ma che furono molto vicine a quell'atmosfera di rinnovamento ricordo il padre gesuita Stanislas Lyonnet, grande studioso di san Paolo, che insegnava al Pontificio istituto biblico e che aveva molti contatti con i Padri Conciliari. Devo dire che fu un tempo di grandi amicizie alimentate da un fortissimo desiderio di conoscenza.
E oggi un Concilio Vaticano III sarebbe utile per la Chiesa?
Non è facile rispondere. C'è il pro e il contro. Secondo me certamente alla Chiesa servirebbe fare ogni tanto un Concilio per mettere a paragone i diversi linguaggi. Io avverto questa necessità, perché mi sembra che ci sia proprio una difficoltà nel capirsi. Non credo, però, che dovrebbe essere un Concilio come il Vaticano II, cioè dedicato a tutti i problemi della Chiesa e dei suoi rapporti con il mondo. Al centro di un eventuale nuovo Concilio bisognerebbe mettere soltanto uno o due temi e poi, una volta esaminati ed esauriti questi, convocare un altro Concilio dopo dieci, quindici anni, incentrandolo a sua volta su pochi argomenti. Sì, penso che dovrebbe essere questa la linea da seguire.
E Lei, che a Milano diede vita alla Cattedra dei non credenti, pensa che si potrebbe pensare a un Concilio aperto a chi non crede, ai più lontani, per lanciare un messaggio anche a loro?
Non vedo un Concilio di questo tipo. Però è certo che, quando parla, un Concilio parla anche ai non credenti. Perché la preoccupazione del Concilio, di ogni Concilio che sia veramente tale, deve essere quella di farsi capire e quindi di arrivare veramente a tutti, non solo ai cattolici. Nel Concilio Vaticano II questa preoccupazione fu ben presente ed è un altro motivo per cui lo ricordo con gioia e gratitudine.
Istituto Aloisianum, Gallarate, 11 giugno 2008

martedì 24 febbraio 2009

Adolescenti precoci

Radiografia di una generazione troppo precoce
di Chiara Beria di Argentine
Otto anni si vestono già come piccole donne, a dieci anni si preoccupano di fare la dieta, a 12 si truccano e pettinano come le protagoniste di "Amici", i loro programma cult in tv. Cala l’età dello sviluppo e tra mille stimoli a una sessualizzazione hanno rapporti sessuali molto presto. I maschietti vogliono dimostrare al gruppo di essere dei duri, le ragazzine giocano a fare le disinibite. In realtà, sono adolescenti assai fragili e instabili con un gran vuoto da colmare. Mi ha confessato una ragazzina incinta: "Visto che non sono importante per nessuno lo diventerò facendo un figlio"». (...)
Il vero problema è che il mondo adulto, assai meno rigido e autoritario dei tempi andati, appare in realtà così distratto e distante dai nuovi adolescenti che mostra di non conoscerli affatto, salvo poi stupirsi e gridare allo scandalo a ogni caso di cronaca. (...)
Questi adolescenti - dice Francescato - sono affetti da "afasia emotiva". Agiscono come fossero grandi ma non hanno il controllo delle emozioni. In loro c’è un grande vuoto d’amore e anche di significato. Una ragazzina di 13 anni mi ha choccato raccontandomi che preferiva ai suoi genitori il telecomando. "Almeno con quello", mi ha detto, "posso cambiare i canali. Con i miei invece i rapporti non cambiano mai». Figli unici supercoccolati riempiti di ogni sorta di gadget con genitori spesso separati e padri molto spesso distratti e assenti; cultori degli sms e di YouTube, ma senza alcuna figura maschile di riferimento neppure a scuola dove anche alle medie il corpo insegnanti è composto per la maggioranza da donne.
Gustavo Pietropolli Charmet, docente di Psicologia dinamica alla Statale di Milano, ha definito questi nostri ragazzi «narcisi tanto fragili quanto spavaldi». Secondo Charmet per capirli non serve ricordarsi della propria adolescenza. «Siamo di fronte a contenuti nuovi, nuovi timori, nuovi bisogni». C’era una volta la pubertà; tempi e riti di passaggio. Ora, aggiunge Charmet, c’è una «disarmonia evolutiva» che crea in tutti disorientamento. Ragazzini che dimostrano una forte autonomia sociale, capaci di viaggiare da soli all’estero e che poi, all’improvviso, rivelano tutta la loro fragilità. E rispetto al passato, secondo Charmet, la famiglia naturale oggi incide meno sui comportamenti di questi ragazzini e ha, invece, molto più peso il gruppo di coetanei.
Una «famiglia sociale» che gestisce tutto dalle cose più banali, come farsi un tatuaggio, alle decisioni più importanti e più rischiose. Ubriacarsi, fare sesso e, quando il gruppo sprofonda nella noia, allora scatta persino l’impulso di fare qualcosa di stupefacente senza avere il minimo sentore delle conseguenze. Lo stupro di una compagna di classe? Solo uno scherzo. Ma allora è giusto giudicare questi adolescenti come se fossero ancora dei ragazzini? O, come sostengono alcuni esperti, visto la precocità dei loro comportamenti dovrebbero essere considerati adulti e quindi dovrebbe essere abolita la soglia di punibilità che in Italia è dei 14 anni? Laura Laera, presidente dell’Associazione dei magistrati per i minori e la famiglia dati in mano difende il nostro sistema: «Rispetto al resto d’Europa abbiamo il minor numero di reati commessi da minorenni. (...) Altro che carcere per i baby criminali. «Dove stavano i genitori prima che fossero commessi i reati? - chiede Laura Laera - Sempre più spesso vedo genitori che sono analfabeti affettivi. Risultato: figli che fanno vite da adulti». «Ma crescere è altra cosa, è saper gestire le proprie pulsioni, è diventare maturi», accusa lo psicologo dell’età evolutiva, Alessandro Vassalli. (...)

Nomi che nominino

Quando chiesero a Confucio che cosa avrebbe fatto nel caso in cui il principe gli avesse affidato il governo, rispose: "E' assolutamente necessario ridare ai nomi il loro vero significato".