venerdì 7 novembre 2008

Gaffeur

«Icona pop« o gaffeur seriale: per il mondo il premier è un istrione a volte spiazzante
Dai «cinesi bolliti» alle corna. Le battute di Silvio l'Incompreso
La gag su Rasmussen, Veronica e Cacciari. I finlandesi indignati per la leader «sedotta»
di Gian Antonio Stella
Convinto che grazie a lui l'Italia sia «il Paese più simpatico del mondo», Silvio Berlusconi si è lanciato ieri in una delle battute che lo fanno ridere assai. E nella scia dell'astuta diplomazia internazionale di due ministri come Umberto Bossi e Roberto Calderoli che da anni chiamano i neri «bingo bongo», ha ieri salutato Barack Obama come uno «che è anche bello, giovane e abbronzato».
Come prenderà la cosa il prossimo presidente americano, al quale il nostro premier si era già offerto di «dare consigli» come usavano i barbieri col «ragazzo spazzola» non si sa. È da quando era piccolo che come tutti i neri sente spiritosaggini del genere: «cioccolato», «carboncino», «palla di neve»... Non ci avesse fatto il callo non sarebbe arrivato alla Casa Bianca. Certo, se il Cavaliere voleva «sdrammatizzare» il primo commento del «suo» capogruppo al Senato Maurizio Gasparri dopo l’elezione («Al Qaeda sarà contenta») non poteva scegliere parole più eccentriche. Fatti i conti col contesto internazionale, è probabile che Obama farà spallucce: boh, stupidaggini all’italiana. Da prendere così, come le barzellette da rappresentanti di aspirapolvere sui lager, i malati di Aids, i froci... L’importante è non prendere sul serio chi le racconta. Esattamente quello che hanno fatto, in questi anni, molti dei protagonisti della scena mondiale. Spesso spiazzati dalle sortite di un uomo che secondo Giuliano Ferrara è «un’opera pop».
Nessuno è mai stato stato così contento di se stesso e così spesso «incompreso» sulla scena mondiale. Basti ricordare quando disse al parlamento europeo che avrebbe proposto a un amico che girava un film sui lager nazisti di dare al socialista Martin Schulz la parte del kapò. Gelo in aula. Interrotto dopo lo stupore da urla d’indignazione. E lui: «Era solo una battuta per cui è scoppiato a ridere l’intero Parlamento. Un’osservazione di venti secondi poiché volevo allentare l’atmosfera... La vicenda è stata enormemente gonfiata dalla sinistra». In realtà, spiegò, «in Italia tengono banco da decenni storielle sull’Olocausto. Gli italiani sanno scherzare sulle tragedie per superarle...». E a quel punto si incazzarono ancora di più gli ebrei. Che difficile, farsi capire... Non lo capirono i ministri degli Esteri europei quando a una riunione a Caceres fece le corna a un collega durante la foto ufficiale: «Volevo far ridere un simpatico gruppo di giovani boy-scout». Non lo capirono i giornalisti russi il giorno che, già ustionati dal numero di cronisti assassinati a Mosca, restarono basiti per il modo in cui reagì alla domanda di una giovane reporter che aveva osato chiedere a Putin se avesse una relazione con una gentile signorina: fece finta di imbracciare un mitra e di dare una sventagliata. Non lo capì il danese Rasmussen quando spiegò che «è anche il primo ministro più bello d’Europa... Penso di presentarlo a mia moglie, perché è molto più bello di Cacciari... Secondo quello che si dice in giro... Povera donna».
E poi non lo capì il giornalista del Times: «Nel bel mezzo del discorso di Chirac in Canada, Berlusconi si è alzato e ha cominciato a distribuire orologi agli altri leader, con un delizioso sprezzo politico». Non lo capirono i palestinesi quando ammiccò: «Arafat mi ha chiesto di dargli una tivù per la striscia di Gaza, gli manderò "Striscia la notizia"». E non lo capì il cronista del giornale russo Kommersant durante la visita di Berlusconi e Putin allo stabilimento Merloni di Lipetsk: «Il premier italiano era particolarmente attivo ed era chiaro che aveva un obiettivo: non sarebbe stato contento se non fosse riuscito ad avvicinarsi ad un gruppo di operaie. Poi rivolto a Putin: "Voglio baciare la lavoratrice più brava e più bella". Aveva già individuato la sua vittima. Si è avvicinato a una donna grande come la Sardegna e con tutto il corpo ha fatto il gesto tipico dei teppisti negli androni bui dei cortili, quando importunano una ragazza che rincasa. Lei s’è scansata ma il signor Berlusconi in passato deve aver fatto esperienza con donne anche più rapide di questa: con due salti ha raggiunto la ragazza e ha iniziato spudoratamente a baciarla in faccia».
Che male c’è? È estroso. Macché: non lo capiscono. Come quella volta che spiegò: «Mi accusano di aver detto che i comunisti mangiano i bambini: leggetevi il libro nero del comunismo e scoprirete che nella Cina di Mao i comunisti non mangiavano i bambini, ma li bollivano per concimare i campi». Non l’avesse mai fatto! Immediato comunicato del ministero degli Esteri cinese: «Siamo contrariati da queste affermazioni infondate. Le parole e le azioni dei leader italiani dovrebbero favorire la stabilità e lo sviluppo di relazioni amichevoli tra la Cina e l’Italia». Uffa, era una battuta... Sul cibo, poi... «Rimpasto? No, grazie, non mi occupo di paste alimentari... Poi, dopo la visita in Arabia Saudita, mangio solo riso in bianco...». E si indispettirono i sauditi. Uffa, che permalosi... Il massimo lo diede sulla sede dell’agenzia alimentare europea che rischiava di finire a Helsinki: «Parma sì che è sinonimo di buona cucina, mentre i finlandesi non sanno nemmeno cos’è il prosciutto. Come si può pensare di collocare questa agenzia in un Paese che forse va molto fiero della renna marinata o del pesce baltico con polenta? Per portare l’Agenzia a Parma ho rispolverato le mie doti di playboy con la presidente finlandese Tarja Halonen». Ed ecco l’incidente diplomatico. Con tanto di protesta ufficiale e convocazione dell’ambasciatore italiano: come si permetteva? Immediata rappresaglia delle associazioni dei produttori finlandesi: «Non compreremo più vini e oli italiani». E lui: «Ho fatto solo una battuta di galanteria. C’è una mancanza di sense of humour...». In fondo si tratta di strategia internazionale. «Cazzeggio strategy», diciamo. Mica le capisce, certe reazioni. Lui, quando a un vertice è saltata fuori la storia che è bassotto mica se l’è presa. Si è tolto una scarpa, l’ha messa sul tavolo e l’ha mostrata a tutti: «Visto? Non ce li ho i tacchi alti. È che mi dipingono così».

Non ci stiamo

Quanto resisteremo?
di Massimo Gramellini
L’effetto Obama, questo sentirci improvvisamente attratti da discorsi elevati sulla natura umana, sarà la tendenza del futuro o è destinato a esaurirsi di fronte alla prima maldicenza ascoltata in corridoio? (...) Ora, ciascuno di noi è convinto di dedicare la maggior parte del suo tempo, diciamo il 98%, a fare cose buone ed è molto scocciato quando sui giornali trova descritto solo il restante 2%. (...) Si può però tentare un disarmo bilanciato: noi ci impegniamo a scriverne di meno e voi a leggerne di meno. Comincio io: oggi avrei potuto malignare sull’anziano premier di un piccolo paese dell’Europa del Sud che ha fatto una battuta da bar brianzolo (il Bar Lusconi) sul colore della pelle del Presidente degli Stati Uniti. E invece non lo farò.

giovedì 6 novembre 2008

Happy Birthday Celtic Football Club

Dalla serie: "Chissenefrega"


Parla la Ponce
Lola: «Quello che succede nel mio letto è roba mia».
La cantante si confessa su "Max" per il suo "Book of the Year".

Se fosse veramente così non lo direbbe ai quattro venti; invece, in questo modo quello che succede mi pare una "roba" di tanti!
don Chisciotte

Giannelli

Noi proprio non possiamo?!

No, we can't
di Massimo Gramellini
Con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è una cosa meravigliosa, a differenza che altrove. Certo, i candidati vengono scelti dopo un duro apprendistato e non si candidano solo quando sono sicuri di vincere, come altrove. Certo, per il rito di iniziazione all’età adulta gli studenti hanno passato la notte nei sacchi a pelo davanti al maxischermo del loro college senza il conforto di mamme e professori (succede anche questo, altrove). Certo, davanti ai seggi ci sono code chilometriche perché da quelle parti si ostinano a stare in fila per uno, anziché sperimentare forme innovative di incolonnamento a fisarmonica, a raggiera, modello arrogance («lei non sa chi sono io») o formato parakul («mi lasci passare, la prego, ché la casa mi va a fuoco e ho dimenticato mio figlio sullo zerbino con un leone a stecchetto da mesi»), molto diffuse altrove. Certo, a Chicago, sperduto villaggio dell’Illinois, ieri sera aspettavano un milione di persone in piazza ed erano terrorizzati dall’idea di non riuscire a gestirle tutte, mentre altrove ne hanno appena ospitate due milioni e mezzo (ma in realtà erano due miliardi e mezzo, anzi due milioni di miliardi e mezzo) senza fare una piega. Certo, laggiù il candidato giovane sembra proprio giovane e il candidato vecchio proprio vecchio, non come altrove, dove al vecchio crescono i capelli e il giovane fa cascare le braccia.
Sì, con tutti i suoi difetti, ma la democrazia in America è davvero una democrazia. A differenza che altrove.

mercoledì 5 novembre 2008

Speranze

Che non sia solo demagogia o retorica...
"Ci saranno battute d’arresto e false partenze. Ci saranno molti che non saranno d’accordo con ogni decisione o ogni politica che varerò da Presidente e già sappiamo che il governo non può risolvere ogni problema. Ma io sarò sempre onesto con voi in relazione alle sfide che dovremo affrontare. Vi darò ascolto, specialmente quando saremo in disaccordo. (...)
Ricordiamoci che se mai questa crisi finanziaria ci insegna qualcosa, è che non possiamo avere una Wall Street prospera mentre Main Street soffre: in questo Paese noi ci eleveremo o precipiteremo come un’unica nazione, come un unico popolo. Resistiamo dunque alla tentazione di ricadere nelle stesse posizioni di parte, nella stessa meschineria, nella stessa immaturità che per così tanto tempo hanno avvelenato la nostra politica (...)".
Dal discorso di Obama a Chicago

Un sogno... 45 anni fa!

Discorso pronunciato a Washington il 28 agosto 1963
Martin Luther King: "I Have a Dream" (Io ho un sogno)
"... Io ho un sogno, che i miei quattro figli piccoli vivranno un giorno in una nazione nella quale non saranno giudicati per il colore della loro pelle, ma per le qualità del loro carattere. Ho un sogno, oggi!..."

Programmi e (dis) informazione sessuale

Studio Usa: i programmi a esplicito sfondo sessuale deformano la percezione del reale
L'autrice della ricerca: "Bisognerebbe anche monitorare il web, la stampa e la musica"
Gravidanze giovanili indesiderate. Rischio doppio tra le teledipendenti
di Benedetta Perilli
In America se lo chiedono da tempo: ma la Juno Generation, quella delle ragazzine spensierate che nascondono il pancione sotto la maglietta, da dove è spuntata? Probabilmente dalle giovanissime teledipendenti. A dirlo è un team di ricercatori della Rand Corporation che ha pubblicato sul numero di novembre della rivista Pediatrics, il giornale ufficiale dell'Accademia americana dei pediatri, uno studio su "Guardare il sesso in tv può predire la gravidanza giovanile?". E mentre negli Stati Uniti il fenomeno delle baby mamme sembra diminuire, pur coinvolgendo nomi noti come Jamie Lynn Spears, la 17enne sorella di Britney, e la coetanea Bristol Palin, figlia, in dolce attesa, della candidata repubblicana alla vicepresidenza della Casa Bianca, la scienza dice finalmente la sua sul discusso argomento. Televisione e gravidanze adolescenziali, insomma. C'è una connessione?
La risposta è si. Chi vede programmi televisivi che trasmettono contenuti sessualmente espliciti, come ad esempio i telefilm Sex & the City e Friends, ma anche film e talk-show che affrontano tematiche sessuali, avrebbe più del doppio di possibilità di diventare un baby genitore rispetto a chi non segue questo genere di programmi. I risultati variano poi a seconda delle fasce di età degli intervistati ma, parlando in numeri, per quanto riguarda i 16enni si tratta del 12 per cento di possibilità contro il 5%.
Per arrivare alla conclusione che, se vista troppo, male e senza la supervisione dei genitori, la televisione può portare a seri danni comportamentali per gli adolescenti, i ricercatori dell'associazione non profit Rand Corporation, guidati da Anita Chandra, hanno condotto, dal 2001 al 2006, un sondaggio telefonico longitudinale su un campione di adolescenti tra i 12 e i 17 anni. Il sondaggio, misurando il tempo trascorso davanti alla televisione, le conoscenze sessuali, l'attitudine, il comportamento e una vasta scala di variabili demografiche e psicologiche, ha cercato di prevedere le abitudini e il comportamento sessuale degli adolescenti.
Dopo aver individuato una rosa di ventitré programmi televisivi più in voga tra i teenager, i ricercatori hanno chiesto loro di stabilire quanto tempo veniva dedicato quotidianamente ad ogni programma, oltre ad analizzare i reali contenuti sessuali veicolati dalle varie trasmissioni. A questo punto il sondaggio si è spostato sulle abitudini sessuali degli intervistati, su eventuali gravidanze avute in passato e sulla possibilità di averne in futuro. Proprio in base a queste predizioni e grazie alla natura longitudinale del sondaggio, condotto sullo stesso campione di giovani prima ad un anno di distanza e poi a due, ovvero nel 2001, 2002 e 2004, è stato possibile stabilire che la maggiore esposizione a contenuti sessuali ha corrisposto ad una maggiore incidenza di baby gravidanze.
Ma in un'intervista telefonica rilasciata all'agenzia di stampa Reuters la ricercatrice Anita Chandra ha precisato: "La televisione è solo uno degli ingredienti che influenza il comportamento degli adolescenti. Dovremmo concentrarci anche sul ruolo di internet, dei giornali e della musica". Dello stesso parere anche la psicologa dell'infanzia Maria Rita Parsi che commenta così la notizia: "Già da cinque anni nei convegni di pediatria ginecologica si discute dei danni del bombardamento di immagini inappropriate subito dai bambini attraverso la televisione e Internet e alla loro conseguente eccessiva adultizzazione. La soluzione? Riappropriarsi dei tempi della vita. I bambini hanno diritto a vivere le giuste fasi della loro infanzia e adolescenza".
In Italia la situazione dei giovani è diversa da quella americana, soprattutto per quanto riguarda la salute riproduttiva e, se non si può parlare del fenomeno delle baby gravidanze, si può però analizzare la relazione tra televisione e comportamenti degli adolescenti. A farlo è la Società Italiana di Pediatria, che ogni anno pubblica il Rapporto sulle abitudini e stili di vita degli adolescenti italiani. L'analisi dei dati del 2007, relativi a televisione e sessualità, è in linea con la ricerca americana che individua nella televisione un fattore capace di influenzare i comportamenti sessuali degli adolescenti.
La percentuale di giovani italiani che considera un rapporto sessuale non protetto come un comportamento a rischio aumenta infatti di circa il 6% se a rispondere alla domanda sono ragazzi che guardano la televisione meno di un'ora al giorno, mentre per chi la vede più di tre ore il sesso non protetto è percepito in maniera meno rischiosa.
Un altro dato importante è quello che riguarda l'informazione sessuale. Chi vede la televisione meno di un'ora al giorno dichiara di ricevere le informazioni soprattutto da amici, genitori e insegnanti, mentre per chi guarda la televisione più ore al giorno le percentuali di interazione con i genitori (soprattutto con la madre che passa dal 35 al 21%), diminuiscono sensibilmente a favore di amici e soprattutto altro, categoria all'interno della quale è presumibile che venga inserita proprio la televisione.
"Chi vede la televisione per più tre ore al giorno manifesta una presunta, e falsa, consapevolezza sessuale, che deriva probabilmente da quello che vede in tv - così il dottor Maurizio Tucci, curatore dell'indagine della SIP - i dati dimostrano inoltre che chi trascorre più ore davanti alla televisione tende a ricercare autonomamente le informazioni relative al sesso, ricorrendo sempre più alla televisione stessa, ai giornali e a internet e sempre meno ai soggetti reali come genitori, insegnanti o medici".

Anni '60


Uno che è nato nel mio stesso decennio è stato eletto Presidente degli Stati Uniti...
anche questo mi fa pensare.
don Chisciotte

martedì 4 novembre 2008

11 mesi + 9


11 mesi fa vedeva la luce e
9 mesi prima cominciava a vivere
questa splendida creatura!

Ricordando i morti della Grande Guerra (1915-18)

Max Manfredi - Il morale delle truppe (live)

Una serie di foto dalle trincee.

lunedì 3 novembre 2008

Spreco

Non sperperate il sapere
di Antonio Scurati
C’è una cosa che il ministro dell’Università e della Ricerca deve sapere: il momento peggiore della vita di un giovane professore universitario non è quello in cui riceve il suo magro stipendio ma quello in cui esamina i propri studenti o ne discute le tesi di laurea. È allora, infatti, che si assiste al disastro della pubblica istruzione.
La rovina del millenario edificio del sapere assume i tratti somatici del tuo allievo che, seduto all’altro capo della scrivania, in un italiano stentato, smozzica frasi per lo più sconnesse, ciancica frattaglie di nozioni irrancidite, rimastica rigurgiti di conoscenze mal digerite. In quei momenti il nostro fallimento sta lì, a meno di un metro di distanza da noi, ci basterebbe allungare la mano per afferrarlo. Dire una parola per porre fine a esso. Ma non lo facciamo. Rimaniamo a guardare, come incantati dal fascino del disastro. Ascoltiamo, quasi ipnotizzati, la nenia dello studente oramai prossimo alla laurea eppure incapace di coniugare i verbi, di coordinare le frasi, di articolare un discorso. Tendiamo l’orecchio a quel balbettio perché in esso avvertiamo la vibrazione sorda di un grande organismo in decomposizione. Ce ne stiamo lì, soggiogati dalla malia dei cimiteri di campagna. Non chiudiamo nemmeno gli occhi, non distogliamo lo sguardo: abbiamo davanti a noi lo spettacolo di una catastrofe al rallentatore. Ed è quella della nostra istituzione.
Ecco cosa pensavo in questi giorni se mi trovavo a sfilare accanto a un ventenne che con me protestava contro i drastici tagli all’università. Pensavo: questo è probabilmente uno di quei miei tanti studenti che mi fa disperare quando li esamino, uno di quei ragazzi ai quali oramai ci accontentiamo di insegnare poco o niente, uno di quei ragazzi che, educati dalla televisione e dallo shopping center, intendono l’università come parte del loro tempo libero, per lo più devoluto a godersi la vita, consumare, concedersi ogni facile piacere.
C’è però un’altra cosa che l’opinione pubblica dovrebbe sapere ed è che quel ricercatore universitario che s’immalinconisce perché non riesce più a fare il suo mestiere percepisce in media uno stipendio di 1480 euro al mese. Il che significa che i giovani scienziati da cui ci aspettiamo la cura del cancro, la scoperta di fonti di energia rinnovabile o, anche - perché no? -, la nuova cultura che ci consenta di interpretare e capire il nostro tempo, guadagnano meno dell’idraulico che ci ripara il lavandino.
E, si badi bene, non è soltanto questione di conto in banca: questa sproporzione tra stipendi e valore sociale della conoscenza è indice di un immiserimento generale - materiale e morale -, è specchio di un’università in cui i fisici che lavorano nella facoltà che fu di Enrico Fermi fanno ricerca negli scantinati, in cui per trovare fondi si deve emigrare all’estero, in cui ogni giorno si laureano studenti semplicemente ignoranti. La miseria degli stipendi è, insomma, segno di un letterale disprezzo per il sapere. (...)
Ma non dimentichiamo, per favore, che lo spreco più grande di cui ci stiamo macchiando è lo sperpero di forme di sapere che stiamo perdendo, di occasioni di scoperta che stiamo mancando, di capitali di conoscenza che stiamo depauperando, di livelli di conoscenza che vanno precipitando, di risorse umane che stiamo svilendo. Si tratta di valori inestimabili. (...)

Foto pazze

Un uccello con la scia, una gonna fatta con un tulipano, a spasso con un ombra e un bacio alla piramide: sul web, si sa, si colleziona di tutto e in questa galleria ecco la raccolta di immagini curiose che gli utenti hanno messo da parte. Con risultati sorprendenti e da scoprire. Guarda.

domenica 2 novembre 2008

Commemorazione

Sulla morte
di Dietrich Bonhoeffer
Non c'è nulla che possa sostituire l'assenza di una persona a noi cara.
Non c'è alcun tentativo da fare, bisogna semplicemente tenere duro e sopportare.
Ciò può sembrare a prima vista molto difficile, ma è al tempo stesso una grande consolazione, perché finché il vuoto resta aperto si rimane legati l'un l'altro per suo mezzo.
E' falso dire che Dio riempie il vuoto; Egli non lo riempie affatto, ma lo tiene espressamente aperto, aiutandoci in tal modo a conservare la nostra antica reciproca comunione, sia pure nel dolore.
Ma la gratitudine trasforma il tormento del ricordo in una gioia silenziosa.
I bei tempi passati si portano in sé non come una spina, ma come un dono prezioso.
Bisogna evitare di avvoltolarsi nei ricordi, di consegnarci ad essi; così come non si resta a contemplare di continuo un dono prezioso, ma lo si osserva in momenti particolari e per il resto lo si conserva come un tesoro nascosto di cui si ha la certezza.
Allora sì che dal passato emanano una gioia e una forza durevoli.

Solo "disadattato"?!

Quando uno si sente disadattato, lo capisco.
E non sono il solo!
In cerca d'autore
di Massimo Gramellini
Mi sento come certi studenti che ho incontrato in questi giorni: non rappresentato dalla politica. Invidio i dichiaratori assertivi, modello Capezzone o Sabina Guzzanti: sembrano sempre così convinti di indossare le ragioni del bene, contrapposte a quelle del male. Io sono pieno di dubbi, accidenti. Ammiro chi aderisce in toto a uno schieramento o a un’ideologia, condividendone i valori e gli interessi, e giustificandone i vizi con la motivazione tifosa che gli altri fanno peggio.
Io non ci riesco. Sono infastidito dalla volgarità del centrodestra, però mi dà ai nervi la supponenza del centrosinistra. Penso che bisognerebbe dimezzare il numero degli insegnanti e raddoppiare invece i loro stipendi. Ritengo il lavoro precario una forma di schiavitù, ma non appoggio un sindacato che in nome della giustizia sociale finisce per proteggere ingiustamente i furbi e gli scansafatiche. Mi piace il benessere, ma non chi lo ostenta. Ho una sola certezza, che la ripresa economica arriverà dalle energie alternative, ma mi sta sullo stomaco il millenarismo iettatorio di certi ambientalisti. Non sopporto l’ipocrisia della Palin, mentre mi fa tenerezza quel dispari di McCain. Diffido del mito di Obama, ma resto affascinato dalla sua giovinezza fisica e mentale. Sono felice che esista Saviano, ma i libri sulla realtà mi angosciano e per capire davvero come funziona il mondo preferisco rifugiarmi nel linguaggio simbolico della fantasia. Ogni tanto mi viene voglia di fondare un partito, ma so già che non mi ci iscriverei.

Commenti
Dovresti seriamente pensarci, invece, a fondare un partito: mi sento pienamente rappresentato dalle tue parole. Considerami già iscritto!
scritto da Giovanni Caporali email: gio.capor@alice.it 1/11/2008 9:8

gregio granata, fondi questo partito così anch'io non mi ci iscrivo, ma per un pò spero. Condivido con lei il tifo per una squadra che sempre soffre, la diffidenza per il mito di Obama e la tenerezza per McCain. Rimpiango Clinton; spingo, senza successo alcuno, la scelta di produrre con energie alternative e faccio il capetto in una industria che, essendo tale, inquina. Voto a sinistra ma sono arrivato a desiderare ancora Moro, Fanfani e,un pò, Craxi.
scritto da Marco email: marcog2004@libero.it 1/11/2008 8:57

Oggi, come sempre, leggere un suo articolo è il modo migliore per iniziare la giornata. Grazie, perchè Lei castigat ridendo mores
scritto da bruno napoli email: avvbrunonapoli@alice.it 1/11/2008 8:55

he a me capita ciò, ma in maniera così netta che a volte mi chiedo se io sia affetto dalla sindrome dell'opposizione: con il governo Berlusconi mi schiero apertamente con i contestatori e gli scioperanti, con il governo Prodi mi schieravo dalla parte di chi voleva chiudere le frontiere e di chi voleva per forza aumentare i lavori pubblici a scapito di quei politicizzati manifestanti. D'altronde nello sport non si tiene sempre per i "piccoli" ? Io tifo contro giuvemilaninter e contro la Ferrari.
scritto da giorgio-sav 1/11/2008 8:41

Caro, carissimo Gram siamo in due ( per ora...). Ci vorrebbe una "rivoluzione dell'anima" per riprendere una frase del bellissimo "Il Dio di domani" di N.D.Walsh. Il problema, credo, e' che quels che ci rappresenta (politici ed affini)non e' altro che il riflesso di quel che siamo in generale. Siamo noi, quindi, a dover cambiare perche' la realta' esteriore cambi, non trova?
scritto da Ludovica 1/11/2008 8:24

sabato 1 novembre 2008

Santi col corpo!

La risurrezione della carne
Nella luce della risurrezione di Gesù possiamo intuire qualcosa di ciò che sarà la risurrezione della carne. In essa l'essere con Cristo si estenderà ad abbracciare la pienezza della persona e la globalità dell'esperienza umana anche nella sua dimensione corporea, così come la risurrezione del Crocifisso nella carne ha portato nella vita eterna la carne del nostro tempo mortale, fatta propria dal Figlio di Dio. L'anticipazione vigilante della risurrezione finale è in ogni bellezza, in ogni letizia, in ogni profondità della gioia che raggiunge anche il corpo e le cose, condotte alla loro destinazione propria, che è quella delle opere dell'amore. Non dobbiamo dimenticare che il cristianesimo, con alterne vicende, ha condotto una dura battaglia per respingere l'impulso al disprezzo del corpo e della materia in favore di una malintesa esaltazione dell'anima e dello spirito. L'esaltazione dello spirito nel disprezzo del corpo, come l'esaltazione del corpo nel disprezzo dello spirito, sono di fatto il seme maligno di una divisione dell'uomo che la grazia incoraggia a combattere e a sconfiggere. La vigilanza consiste nell'esercizio quotidiano dei sensi spirituali, ossia degli stessi sentimenti che furono di Gesù, nella coltivazione della sapienza evangelica che unifica l'esperienza e ci consente di apprezzare i legami fini e profondi del corpo con lo spirito. In tal modo possiamo custodire fin d'ora, in attesa che si compia la promessa della risurrezione della carne, il piacere della libertà del corpo da tutto ciò che è falso e ottuso, laido e volgare, avido e violento. La fede nella risurrezione finale ci aiuta quindi a valorizzare e amare il tempo presente e la terra. La vigilanza cristiana, illuminata dall'orizzonte ultimo, non è fuga dal mondo, bensì capacità di vivere la fedeltà alla terra e al tempo presente nella fedeltà al cielo e al mondo che deve venire. Nella luce della Pasqua, i novissimi - morte, giudizio, inferno, purgatorio, paradiso e risurrezione finale della carne - sono tutte forme dell'essere con Cristo, che è promesso e donato all'abitatore del tempo e si configura a seconda del rapporto che, nella vigilanza o nel rifiuto, si stabilisce tra ogni persona umana e il Signore Gesù.
C. M. Martini, Dalla croce alla gloria, 98-99

A proposito di Santi

Le Caritas parrocchiali e la pastorale giovanile del Decanato di Carate Brianza propongono per giovedì 6 novembre una serata con il Vescovo mons. Bregantini, della diocesi di Campobasso.
Si affronterà il tema: «Una società che tende al privato, può riscoprire dal Vangelo, la gioia della Solidarietà, della Comunità e della Legalità che offrono Speranza». L'appuntamento è alle ore 21,00 presso il CineTeatro Edelweiss di Besana in Brianza





venerdì 31 ottobre 2008

Punti

Richiesta di asilo
di Massimo Gramellini
Da quando ho saputo che la Lega vuol trattare gli immigrati come gli automobilisti, assegnando permessi di soggiorno a punti, sono un po’ preoccupato. Non tanto per gli immigrati, ma per me. Nella proposta si parte da un gruzzolo di 10 punti, concedibile a chi abbia manifestato un buon livello di integrazione sociale e una discreta conoscenza della lingua italiana. Ogni violazione di legge determinerà poi una riduzione dei punti, fino all’azzeramento e alla revoca del permesso.
Ora, mettiamo che questa patente esistenziale si faccia, e che funzioni. Non vorrei che qualcuno decidesse di estenderla agli italiani, inventandosi una cittadinanza a punti subordinata agli stessi requisiti. Il mio livello di integrazione sociale è pessimo, come quello della maggioranza, e peggiora di giorno in giorno: ci guardiamo in cagnesco ai semafori, sui pianerottoli e negli uffici. La discreta conoscenza della lingua italiana rappresenta un altro problema: tuttora perdo minuti preziosi a chiedermi se si dice «avrebbe dovuto» o «sarebbe dovuto» e nel dubbio opto per un salomonico «dovrebbe», cambiando tempo agli altri verbi. Ma come farà a difendere i suoi punti il funzionario ministeriale che sul sito della Pubblica Istruzione (!) ha scritto per tre volte «qual’è» con l’apostrofo? Rimangono le violazioni di legge e lì mettiamoci tutti una mano sulla coscienza e l’altra davanti agli occhi: ciascuno ha il suo elenco, più o meno innocuo. So soltanto che, se passasse la cittadinanza a punti, in breve ci sarebbero sessanta milioni di apolidi e una penisola deserta.

giovedì 30 ottobre 2008

Donna bella


La vera bellezza
Per avere labbra attraenti, pronuncia parole gentili.
Per avere uno sguardo amorevole, cerca il lato buono delle persone.
Per avere un aspetto magro, condividi il tuo cibo con l'affamato.
Per avere capelli bellissimi, lascia che un bimbo li attraversi con le proprie dita una volta al giorno.
Ricorda, se mai avrai bisogno di una mano, le troverai alla fine di entrambe le tue braccia.
Quando diventerai anziana, scoprirai di avere due mani, una per aiutare te stessa, la seconda per aiutare gli altri.
La bellezza di una donna aumenta con il passare degli anni.
La bellezza di una donna non risiede nell'estetica, ma la vera bellezza in una donna è riflessa nella propria anima. E' la preoccupazione di donare con amore, la passione che essa mostra.
Audrey Hepburn

Insieme almeno la Domenica

Lo studio dell'Accademia Italiana della Cucina
Il pranzo della domenica? Un rito per 8 milioni di italiani
Solo il 5% degli italiani preferisce il ristorante, mentre l'imperativo è: tutti a casa in famiglia
Per otto milioni di famiglie il pranzo della domenica è un rito intramontabile: lo sostiene uno studio dell'Accademia Italiana della Cucina, presentato a Milano, che ha toccato tutte le regioni d'Italia, coinvolgendo le 280 delegazioni dell'Aic e producendo ben 1.834 questionari. Sembra, infatti, che tutte le domeniche il 52% delle famiglie italiane si sieda a tavola per gustare un menu che è lo stesso di 50 anni fa: antipasto di salumi misti, pasta asciutta o ripiena, arrosto, patate e torta di mele. Almeno per un giorno trionfa il tipico e il territorio, dicendo no ai piatti pronti e a quelli surgelati. Solo il 5% degli italiani preferisce il ristorante, mentre l'imperativo è: tutti a casa in famiglia.
Nouvelle cuisine, happy hour, finger food, fast food e cucina molecolare. Quindi vent'anni di sperimentazioni e mode alimentari non sono riusciti a intaccare il rito, tradizionalissimo, del pranzo della domenica. «Sono ben felice - afferma Giovanni Ballarini, presidente dell'Accademia Italiana della Cucina - che la ricerca confermi che il pranzo della domenica è un cerimoniale amato e diffuso. Che non solo resiste alle nuove tendenze alimentari ma rappresenta il più solido presidio della tradizione gastronomica italiana, il baluardo più autentico contro i fast food e il rito attraverso il quale recuperare l'antica tradizione del desco familiare». Ed è il Sud il presidio del pranzo della domenica. Un appuntamento che per i cittadini del meridione rappresenta il momento della condivisione familiare (73%) in misura maggiore rispetto a quelli del Centro (61%) e del Nord (56%). Ma non solo. Al sud il pranzo della domenica rappresenta un appuntamento costante: 6 italiani su 10 lo effettuano ogni settimana contro il 50% dei cittadini del Centro e il 45% di quelli del Nord. Al di là del significativo valore gastronomico le famiglie si incontrano per riaffermare il valore della famiglia e lo spirito di convivialità (63%). Quanto alle ricette, l'82% degli italiani ama gustare piatti strettamente locali, preparati con ingredienti freschi: il 65% non fa uso di surgelati e l'85% ha abolito i piatti pronti. I piatti più consumati? Tra gli antipasti trionfano gli affettati (28%), a seguire crostini (15%) e antipasti di mare (5%). Tra i primi vittoria al fotofinish di pastasciutta (17%) e dei tortellini (16,5%), poi lasagne (12%) e risotto (11%). È il classico arrosto, invece, a dominare tra i secondi (24%). Tra i contorni più presenti le patate (30%), seguite dall'insalata (26%). Ma un pranzo della domenica che si rispetti si conclude con un dolce. Il preferito dagli italiani è la torta (15%) seguita dalla crostata (12%), dalla piccola pasticceria (8%) e dal gelato (7%).

mercoledì 29 ottobre 2008

Preghiera in campo

È finita con un pareggio, 1-1 in amichevole con la Giordania, la prima partita in casa della nazionale palestinese, a Gerusalemme, finora costretta a giocare solo in trasferta per colpa della tensione a Gaza e Cisgiordania. Per 48 minuti la Palestina è stata in vantaggio, entusiasmando i 6.500 spettatori allo stadio e gli altri piazzati sui tetti delle auto o sui balconi delle case. (nella foto Afp, la preghiera prima del calcio d'inizio).

Servizio e potere

Gli strofinacci della signora Gina
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7- 02.03.08
«Bisognerebbe farle un monumento», diceva spesso il don Luigi. Da vent’anni la signora Gina tiene in ordine la chiesa, si cura delle pulizie, toglie i fiori appassiti. Sempre disponibile, la signora Gina. La signora Gina, però, è anche un po’ bisbetica e, mentre spolvera panche e balaustre, borbotta di quelle che parlano e parlano, «ma se provi a chiedere loro un aiuto, allora si ricordano di essere proprio di fretta!». La signora Gina è anche un po’ fissata: ha i suoi orari, ha i suoi metodi, ha i suoi strofinacci ben sistemati, tra detersivi e smacchiatori, scope e palette. Don Luigi azzarda una proposta: «Signora Gina, lei merita un monumento! Però adesso possiamo cercare chi l’aiuta e possa un domani sostituirla». «Ti dico io - confida tutta offesa la Gina alla sua amica - se dopo tanti anni mi deve trattare così. Cosa sono? Un ferrovecchio?». Gli strofinacci della signora Gina dicono che anche un servizio può diventare un potere, e chi è generoso può finire per pretendere di essere inamovibile. Che si tratti di strofinacci o dell’organo, della segreteria dell’oratorio o del comitato della festa. Disponibili a tutto, non però a collaborare o a farsi da parte.

Tv sadica

La nostra tv si fonda sul sadismo
Ricetta per sconfiggerlo: portare gli spettacoli di seconda serata in prima, anche correndo il rischio della noia
di Aldo Grasso
Domenica, verso le 19.20, mentre Pippo Baudo come e più di un commesso viaggiatore tentava di piazzare l'ultimo film dell'ultima figlia di Tognazzi (ma le colpe dei figli ricadono sul padre?), sulla prima rete della tv svizzera, Michele Fazioli intervistava Umberto Eco (Controluce, TSI1). L'occasione era l'assegnazione del Premio Manzoni, a Lecco. Eco naturalmente ha parlato di Manzoni (l'analista di linguaggi, il regista cinematografico ante litteram, lo psicologo sociale...), di tecniche narrative, di ipotiposi (figura retorica che consiste nel rappresentare una scena con la parola ma in modo così vivido da offrirne l'immagine visiva), del triangolo più o meno amoroso che si instaura tra autore, testo e lettore, di Proust e del suo amore per le canzonette, di tante altre cose. Coi baffi e senza barba, Eco sembra un'altra persona, così il suo interlocutore ha osato ancora stuzzicarlo sulla famosa fenomenologia di Mike Bongiorno.
Eco se l'è cavata con quella che dovrebbe essere la premessa di ogni critica tv: si parla del personaggio non della persona. Ma poi non ha resistito ad alcune considerazioni sulla nostra tv, il cui modello dominante sarebbe La corrida. Il dilettante allo sbaraglio (e per esteso il non famoso, lo sconosciuto che accede alla ribalta, l'anonimo mediocre...) e le peripezie dell'inferiore mettono a nudo il nostro sadismo. La nostra tv si fonda sul sadismo. Per sconfiggere il quale basterebbe una piccola inversione in stile Bbc: portare gli spettacoli di seconda serata in prima, anche a rischio di noia. L'intervista è stata molto interessante anche perché Eco non aveva alcun libro da promuovere. Per questo, come corollario all'avanzamento della seconda serata, vorrei proporre una moratoria: per almeno sei mesi, a tutti gli ospiti che vanno in tv è fatto divieto di promuovere una loro opera, di qualsiasi genere. Senza promozioni, la Vanna Marchi che alberga in tanti presentatori verrebbe infine umiliata.

martedì 28 ottobre 2008

Il saggio


Il giusto, come il legno di sandalo, profuma la scure che lo colpisce.

detto orientale
postato 1 novembre 2007

Finalmente!

E' uscito in Italia il nuovo libro-intervista
al card. Carlo Maria Martini



lunedì 27 ottobre 2008

Cuore gretto da sanare

Commento di don Matteo Panzeri su Radio Marconi
“Prima di tutto: il vangelo del giorno”.
Lunedì 27 Ottobre: Lc 10, 13-17
In quel tempo, Gesù stava insegnando in una sinagoga il giorno di sabato. C’era là una donna che aveva da diciotto anni uno spirito che la teneva inferma; era curva e non poteva drizzarsi in nessun modo. Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: “Donna, sei libera dalla tua infermità”, e le impose le mani. Subito quella si raddrizzò e glorificava Dio. Ma il capo della sinagoga, sdegnato perché Gesù aveva operato quella guarigione di sabato, rivolgendosi alla folla disse: “Ci sono sei giorni in cui si deve lavorare; in quelli dunque venite a farvi curare e non in giorno di sabato”. Il Signore replicò: “Ipocriti, non scioglie forse, di sabato, ciascuno di voi il bue o l’asino dalla mangiatoia, per condurlo ad abbeverarsi? E questa figlia di Abramo, che satana ha tenuto legata diciott’anni, non doveva essere sciolta da questo legame in giorno di sabato?”. Quando egli diceva queste cose, tutti i suoi avversari si vergognavano, mentre la folla intera esultava per tutte le meraviglie da lui compiute.

Come avremmo reagito noi di fronte a questa scena? Gesù ha appena sciolto le giunture di una donna immobilizzata da diciotto anni.
Luca ha molta cura nel farci intravvedere il lungo e travagliato calvario di questa donna: ci dice infatti che la sua malattia ha 18 anni; che era inferma; che era curva, cioè ferita nella sua stessa dignità, quella che fa stare a testa alta, costretta nel suo stesso corpo ad una posa innaturale; inoltre, il Vangelo ci dice che proprio “in nessun modo” poteva drizzarsi, quasi a suggerire una definitività formidabile di questo male che la tiene prigioniera .
Gesù si è appena mostrato come via di salvezza per questa donna. Il capo della sinagoga invece sembra non percepire nemmeno ciò che è appena accaduto. E’ strano perché fa quasi compassione la sua formidabile meschinità; ci viene da dire: “poveretto, ma di fronte a questo straordinario evento, lui non sa far altro che lamentarsi per una prescrizione formale trasgredita?”.
E’ il cuore gretto di quest’uomo il vero oggetto della compassione di Gesù, manifestata così mirabilmente nei confronti di questa donna. Potremmo quasi cogliere un parallelo: come il corpo di questa donna era bloccato in una posa innaturale, e in nessun modo poteva essere restituito alla sanità così il cuore di un uomo tanto misero non può che rimanere bloccato nella sua piccineria, nella sua visione limitata, gretta e incapace di rendersi conto delle grandi meraviglie che Dio opera.
Anche oggi noi ci imbattiamo spessissimo in persone dal cuore così misero e così limitato che nonostante ci facciano del male noi quasi abbiamo compassione di loro perché capiamo che se sono capaci di essere così velenosi è perché il loro cuore è talmente bloccato, avvelenato, da farli diventare veri e propri serpenti con gli altri.
Intuiamo, in qualche modo, che la malvagità che intride i loro atti e le loro parole deriva dalla miseria interiore, dalla paura che blocca, svuota e poi essicca il loro cuore.
Come dunque la malattia della donna è un simbolo efficace della malattia di questo capo della sinagoga, così la guarigione della donna è segno eloquente di quanto Gesù è in grado di fare anche nei cuori più meschini.
Come suoi discepoli dunque, siamo chiamati anzitutto a non disperare: anche i cuori più meschini, anche le anime più inguaribili possono essere sanate dallo Spirito che Gesù dona a tutti. E così sarà. (...)

Andare avanti!

Si sono svolti i funerali di don Gian Paolo Gastaldi.
Lo ricordiamo con questo articolo
Il coraggio di don Gianpaolo: «Noi andiamo avanti»
L’11 luglio 2003 l'auto del parroco della Comasina, parcheggiata nel cortile della chiesa di San Bernardo, venne incendiata da alcuni sconosciuti. Un grave gesto intimidatorio (poi ripetutosi nel gennaio 2006) perpetrato da chi, evidentemente, si sentiva infastidito dalle attività della parrocchia. Riproponiamo l’articolo pubblicato sul settimanale “Il nostro tempo di Milano” del 20 luglio 2003

«Mentalità mafiosa» e «desolazione civile». Per don Gian Paolo Gastaldi sono questi due gli ingredienti all’origine della miscela esplosiva che ha portato all’attentato incendiario nelle prime ore di venerdì 11 luglio, quando, nel cortile della parrocchia, sconosciuti hanno dato fuoco all’auto di don Gian Paolo, di quella di sua sorella e di quella del viceparroco. Don Gian Paolo è alla Comasina da circa 20 anni ed è parroco di San Bernardo da una decina. Conosce bene dunque la storia e le persone di questo quartiere a nord ovest di Milano. Un quartiere che è stato spesso al centro di tante cronache dei giornali, per gli scontri fra clan malavitosi, per lo spaccio di droga, per la banda Vallanzasca (anche se in realtà il bandito Vallanzasca alla Comasina aveva solo la fidanzata). Come spesso accade, la realtà di un quartiere è molto più complessa, la vita va ben oltre la cronaca nera. E quindi la sinistra fama della Comasina non fa giustizia a chi per tanti anni ha combattuto perché un quartiere di periferia fosse più vivibile. E una di queste realtà è la parrocchia, con decine di genitori, giovani e anziani che si impegnano in una miriade di iniziative di carattere sociale ed educativo a servizio di tutto il quartiere. Rimane però il fatto che qualcuno ha voluto punire i preti e la parrocchia con un attentato. Ed è quindi importante cercare di capire come ciò sia potuto accadere. Forse è il campanello d’allarme che segnala problemi più gravi e ampi.
A distanza di alcuni giorni dall’attentato, quale idea si è fatto delle cause che possono esserne state all’origine? Si è parlato di proteste di alcuni cittadini per il rumore causato dai bambini dell’oratorio feriale, oppure del fatto che abbiate dato fastidio a qualche spacciatore di droga...
Di una cosa sono certo. Il gesto nasce da una cultura mafiosa, ma non perché chi l’ha compiuto è mafioso, ma perché ha una mentalità mafiosa. Quindi dietro questo attentato c’è probabilmente una questione che è diversa dai riferimenti che alcuni hanno fatto alla criminalità organizzata della Comasina.
Si spieghi meglio...
Il problema che sta dietro questo fatto è grave. Questa cultura che potremmo definire violento-mafiosa spinge a compiere gesti con conseguenze più gravi di quanto siano le ragioni che li fanno scaturire. Quindi se uno mi deve dei soldi e non me li dà, lo uccido. Un altro mi offende e io lo accoltello. Ragioni futili, insomma, portano però a gesti gravi. Così penso sia accaduto nel nostro caso. L’oratorio e la parrocchia mi danno fastidio, o perché fanno troppo rumore o per altri motivi, e io brucio le auto dei preti. Il danno che provoco, però, è maggiore rispetto a quello che poteva essere la mia pretesa di giustizia. E questa cultura è alimentata anche dall’assenza delle istituzioni. C’è una completa paralisi delle forze dell’ordine e della giustizia, innanzitutto. È un fatto evidente e ha le sue gravi conseguenze, specialmente sulla microcriminalità. La gente non va neanche più a denunciare danni e furti che subisce. Sia ben chiaro, non sto criticando gli uomini delle forze dell’ordine, che anche qui in quartiere ogni giorno cercano con ogni mezzo di far fronte alle emergenze. Ma il problema è che non vengono dotati degli strumenti necessari e sono sempre troppo pochi rispetto alle esigenze. Ci troviamo in una situazione in cui mancano a livello territoriale le istituzioni: dalle forze dell’ordine, alla scuola, agli uffici comunali o sanitari. In quartiere non è possibile fare un certificato, bisogna andare in Bovisa, ma poi alla Bovisa, come è capitato a me, si trovano gli uffici chiusi per ferie e allora bisogna andare in altri distaccamenti del Comune in altri quartieri. Quel poco che c’era anni fa è stato man mano smantellato. Anche in campo sanitario: in quartiere si possono fare solo prelievi del sangue. E la popolazione del quartiere sta invecchiando. Ma come si fa a pretendere che gli anziani per qualsiasi cosa debbano prendere l’autobus e recarsi in altre parti della città?
E secondo lei questo può spiegare un attentato incendiario alle auto dei sacerdoti?
È il contesto in cui possono maturare gesti così. Di fronte alla mancanza di prevenzione, di fronte al senso di impunità, di fronte alla frustrazione che si prova quando ci si rivolge alle istituzioni per avere giustizia o un servizio quale un banale certificato, la gente è indotta a risolvere i problemi con altri mezzi. Viviamo in un contesto di desolazione civile, che è il terreno ideale in cui possono attecchire una mentalità violenta e mafiosa.
Si è parlato anche del vostro impegno contro la droga...
Il nostro lavoro è di tipo preventivo. Ed è un lavoro quotidiano, attraverso le varie iniziative educative della parrocchia, attraverso l’attenzione verso gli adolescenti. Non abbiamo fatto crociate, ma proponiamo ai giovani un progetto educativo chiaro e fermo, nel quale la droga non ha spazio. È evidente che è un lavoro che può dare fastidio, perché sottraiamo clienti potenziali agli spacciatori. Comunque noi andremo avanti, serenamente come sempre abbiamo fatto.

domenica 26 ottobre 2008

Tavole di comunione

Tra il risotto di Attilio e il brasato di Maria...
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 13 luglio 2008
Il risotto dell’Attilio è famoso ed è un piatto tradizionale per la festa patronale. Chi incontra l’Attilio per strada non risparmia elogi. E a lui basta per sentirsi ricompensato di giorni di frenesia e di fatica. La polenta e brasato della Maria è una squisitezza, non può mancare per la festa patronale. Anche per lei abbondano complimenti e gratitudine. Due piatti famosi e due cuochi apprezzati: che cosa si può desiderare di meglio? Eppure, chi sa perché, quando si avvia la macchina dei preparativi si comincia a percepire una tensione: quali fornelli toccano a me? Che cosa si serve per primo? Dove si preparano gli ingredienti? Succede che cuochi e collaboratori si schierano, talora le parole diventano aspre. Il parroco stenta a convincere che si può fare tutto per bene e in pace, che importante è stare insieme, che non è il caso di minacciare dimissioni perché manca un pentolino. Se gli capita di sbagliare una parola o di uscire con una battuta infelice, rischia di scatenare una guerra. Finita la festa, lavati i piatti, ringraziati cuochi e camerieri, il parroco, pregando compieta, si domanda se tra tante discussioni il patrono sia stato contento della festa patronale.

Come un soffio

Non lo conoscevo e non so nulla di lui oltre a quello che dice questo articolo.
Ma riporto questa morte come "portavoce" di tante altre simili,
che lasciano senza voce.
don Chisciotte

L'azzurro era ancora in campo domenica scorsa. Poi un malore
Una carriera di successo, e il coinvolgimento nelle scommesse truccate
Tennis, morto Federico Luzzi, 28 anni, leucemia fulminante
Il mondo del tennis è sotto choc per la scomparsa improvvisa di Federico Luzzi: a soli 28 anni, l'ex azzurro della racchetta è stato stroncato da una leucemia fulminante. Solo domenica scorsa, a Olbia, era sceso in campo, nonostante un mal di testa insistente, per regalare un punto buono alla sua squadra, quella del Tc Parioli. Ricoverato in ospedale, gli era stata diagnosticata in un primo tempo una polmonite: giovedì, però, controlli più approfonditi avevano dato un responso più grave. Prime cure, poi il coma, da cui Luzzi non si è più svegliato.
Era stato il giovane più promettente del vivaio italiano, illuminato prima dalla ribalta della Davis con la scalata della classifica Atp fino al 92esimo posto, macchiato poi dalla squalifica per lo scandalo delle scommesse.
Nato ad Arezzo il 3 gennaio 1980, inizia a giocare a 3 anni e a 10 comincia la carriera juniores. E' campione del mondo under 14 ed europeo under 16, ma colleziona anche diversi titoli italiani. Passa al professionismo nel '99 e nel 2000 ottiene il suo primo risultato di rilievo nel torneo Atp di Kitzbuhel, qualificandosi agli ottavi battendo Guillermo Coria e Fernando Vicente, allora 34/o al mondo. (...)
Meno di una settimana fa era in campo in Sardegna nonostante le condizioni di salute avessero già dato segnali preoccupanti. Eppure Luzzi aveva detto ai compagni che se ci fosse stato bisogno avrebbe stretto i denti dando una mano nel doppio. E solo martedì aveva mandato al capitano della squadra del Parioli una foto di lui a letto con la flebo, ma con un messaggio confortante: "Sto guarendo e se ce la faccio torno in campo presto", aveva scritto. La leucemia invece non gli ha dato scampo, e dopo due giorni di coma l'ex azzurro se n'è andato. (...)

sabato 25 ottobre 2008

Le autorità devono dare l'esempio

"Il Signore dice: Chi di voi vuole essere il primo e il più grande, sia l'ultimo di tutti e il servo di tutti (cfr Mc 9,35). Chi accetta questo criterio deve servire gratuitamente, sottomettersi a tutti e dare le sue prestazioni come il debitore che restituisce un prestito ad alto tasso. Coloro poi che esercitano una autorità hanno un onere ancor maggiore degli altri. Il loro servizio è più impegnativo di quello dei sudditi. Devono dare l'esempio di saper servire umilmente gli altri, considerando i fratelli come un deposito loro affidato da Dio.
san Gregorio di Nissa, La vita cristiana, PG 46,295ss
postato il 22 ottobre 2007

Dormi di notte per non dormire di giorno!

La luce degli schermi blocca la sintesi di melatonina: il 45 per cento dei teen dorme male
Ci sono anche i casi di privazione volontaria del sonno. Gli esperti: seguire il proprio ritmo
Aumenta l'insonnia tra i ragazzi: colpa di computer, cellulari e tv
Il rapporto tra giovani e tecnologia è forse il più più interessante fenomeno sociologico del nuovo millennio, meltin' pot tra i misteri dell'adolescenza e le infinite possibilità del web. Ma anche i rapporti più oliati nascondono insidie, e in questo caso la spina nel fianco si chiama insonnia. Secondo studi recenti a decurtare le sette ore di sonno consigliate da ogni medico sono pc, tv, telefonini e play station, che interferiscono con la secrezione endogena di melatonina, l'ormone che regolarizza il sonno. "In Italia circa il 45% dei ragazzi al di sotto dei 20 anni dorme in media 4 o 5 ore a notte, il 25% ne dorme appena 6 e solo il 10% riposa abbastanza e con regolarità", spiega il neurologo Luigi Ferini Strambi, docente psicologia generale presso l'università "Vita e salute" del San Raffaele di Milano.
Queste percentuali sono lo specchio di una situazione diffusa in tutto il mondo. Paesi come la Francia stanno già affrontando il problema: l'Unione nazionale delle associazioni familiari e l'Accademia di Parigi hanno diffuso gratuitamente a famiglie, insegnanti e personale della sanità un dvd interattivo che mostra come la luce dello schermo blocchi la secrezione di malatonina. Circa il 14% degli adolescenti francesi ha difficoltà ad addormentarsi oppure si sveglia in piena notte, mentre negli Usa la percentuale sale al 25%. Un dato da mettere in relazione con la capacità di apprendimento: proprio qualche mese fa la National sleep foundation americana ha diffuso una ricerca che dimostra come il rendimento scolastico dei ragazzi che dormono almeno 7 ore a notte sia di gran lunga superiore a quello di coloro che ne dormono 5.
"Spesso i ragazzi mi chiedono farmaci per stare svegli più a lungo di notte e studiare - continua Ferini Strambi - ma il sonno consolida la memoria e consente di trattenere le informazioni, quindi il modo migliore per affrontare un'interrogazione è fare una bella dormita".
Altro grosso problema, sottolinea il neurologo, è la privazione del sonno volontaria. Stare svegli fino alle due di notte a caccia di curiosità su internet o in chat è un tentazione che fa scorrere le ore davanti al pc a velocità sorprendente. "In quel 45% dobbiamo considerare anche quei ragazzi che, al di là degli stravolgimenti biologici interni, non dormono perché non ce la fanno a staccarsi dal computer prima che sia notte fonda", conclude l'esperto.
L'albero della new technology nel giro di pochi anni ha prodotto frutti straordinari ma anche tossici. Malattie come la Iad (Internet addiction disorder) o "l'insonnia da pc" fanno ormai parte della letteratura psichiatrica e colpiscono fin dalla tenera età. "Se si includono anche i problemi transitori - spiega il neurologo Raffaele Manni, responsabile dell'unità di medicina del sonno dell'IRCCS "Fondazione C. Mondino" di Pavia - si calcola che ormai circa il 30% della popolazione italiana non riesca a dormire bene. Tra gli adulti la percentuale di insonnia persistente si aggira intorno al 10-13%".
Esistono comunque vai tipi di disturbi, dalla narcolessia (consiste in un eccesso di sonno) alla sleep apnea ostruttiva, della quale soffrono circa il 5% degli uomini e il 2% delle donne. Si tratta di una patologia della mezza età che spesso colpisce anche gli adolescenti, specie se in sovrappeso e con ipertrofia adeno-tonsillare. "Spesso i ragazzi soffrono di sonnambulismo - continua Manni - che si manifesta nella prima infanzia e poi passa con la crescita. Tutti questi problemi comunque regrediscono tornando a uno stile di vita più regolare, senza bisogno di farmaci".
Ottima cosa sarebbe dunque spegnere il pc alle 23 e non lasciare acceso il telefonino di notte, rientrare a casa prima e ridurre il consumo di alcol e fumo. Insomma evitare di sballare completamente il famoso "gene clock", ovvero l'orologio biologico (sfasatura che porta alla cosiddetta "sindrome della posticipazione di fase"). Vero è, come ogni medico riconosce, che tutti abbiamo un "cronotipo", vale a dire un rapporto col sonno basato sulle nostre personali attitudini, che ci distingue universalmente tra "gufi" e "allodole". (...)

venerdì 24 ottobre 2008

Cose da cani




E' tutto vero...
ma - per decenza - non cito il sito.

La scelta delle referenze da inserire nella proposta XXX risponde a rigorosi parametri, quali la provenienza, la certificazione, la naturalità, il controllo degli ingredienti e delle lavorazioni, al fine di garantire alla propria Clientela, prodotti di assoluta affidabilità e qualità.
NUTRIRE E CURARE UN ANIMALE E’ COME NUTRIRE E CURARE UN BAMBINO, NEL SENSO CHE NON E’ LUI CHE SCEGLIE, MA DIPENDE DA NOI PRENDERE LE GIUSTE DECISIONI.
XXX si avvale di consulenze a livello universitario, di esperti di grande preparazione in tema di nutrizione animale e collabora con Aziende italiane certificate ISO 9001, veterinari che adottano l’HACCP (Hazard Analysis Critical Control Point), il piano per la prevenzione delle contaminazioni microbiologiche, chimiche e particellari, che consente di garantire l’aspetto igienico-sanitario degli alimenti.
Alimenti BIO
La Linea BIO di alimenti secchi ed umidi, è realizzata esclusivamente con ingredienti provenienti da agricoltura biologica e certificati C.C.P.B., il Consorzio per il Controllo dei Prodotti Biologici
Alimenti Premium e Superpremium
Alimenti completi, perfettamente bilanciati, prodotti in Italia e realizzati con ingredienti selezionati, ricchi di Omega 3 e Omega 6, FOS, vitamine protette ed oligo elementi.
Privi di OGM ed esenti da qualsasi elemento che possa nuocere all'uomo, agli animali ed all'ambiente. Senza conservanti, senza BHT, BHA nè Etossichina, stabilizzati con antiossidante naturale a base di estratto di rosmarino e vitamina E, integrati con coadiuvanti specifici XXX in base all'età ed allo stile di vita.
Mangimi prodotti utilizzando carni provenienti esclusivamente da prodotti di macellazione riconosciuti idonei per l'alimentazione umana dopo la visita ante e post mortem dei veterinari ufficiali U.L.S.S.
Gli integratori, i coadiuvanti ed i rimedi fitoterapici, sono realizzati esclusivamente con erbe officinali e prodotti naturali.
Nelle pagine del sito sono riportate le informazioni utili per una corretta scelta dei prodotti e degli alimenti più indicati per il Vostro piccolo, grande amico.

Money, money, money!


Se anch'io avessi fatto 6
di Massimo Gramellini
Se vincessi cento milioni di euro al Superenalotto come quel fortunello di Catania, giuro che non saprei cosa farne. Ho desideri che costano meno. Così mi sono rivolto a un amico per chiedere consigli, nell’eventualità. Lui mi ha risposto quanto segue: «Cinquanta milioni li dai subito in beneficenza: una catena di ospedali in Kenya a tuo nome e ti sei ripulito la coscienza per l’eternità. Te ne restano comunque altri cinquanta per sporcartela con vizi e stravizi. Siamo un Paese cattolico, no? Sempre in bilico fra senso di colpa e voglia di peccare. Nei sondaggi della coscienza facciamo i veltroniani, ansiosi di cultura e valori immateriali, ma nella realtà della pratica c’è un piccolo premier ingordo in ciascuno di noi. Villoni, macchinoni, donnoni. E non pensare di nascondere la tua ricchezza: impazziresti. Perché in Italia non conta avere, ma far sapere agli altri di avere. Non sentirti orribile, se li vincesse un altro farebbe di peggio. Chi sputerebbe sul tavolo del capufficio un attimo prima di licenziarsi. Chi si comprerebbe l’azienda per il solo gusto di licenziare il capufficio. E chi guarderebbe negli occhi il coniuge sopportato da secoli per mancanza di vie d’uscita: "Sai che c’è, cocco (cocca)? È fi-ni-ta". Il denaro è un moltiplicatore del tuo ego. Ne esalta pregi e difetti. E poiché i difetti sono sempre più numerosi, con cento milioni di euro diventeresti quasi sicuramente un tizio arrogante e insopportabile. La libertà dal bisogno si tradurrebbe soprattutto nella libertà dal bisogno di piacere agli altri, che ti ha indotto fin qui a frenare gli istinti peggiori».
«Insomma», ha concluso il mio amico, «vincere cento milioni di euro è abbastanza una meraviglia, cioè uno schifo. Fortuna che non li hai vinti tu e che in ogni caso ci sono poi le banche a mostrarti il modo migliore per perderli tutti, il più in fretta possibile».

giovedì 23 ottobre 2008

Martini... sine glossa


L' idea di una Chiesa aperta che non si imponga dall' alto Quei dialoghi notturni in attesa dell' alba
«La parte più importante sono le domande dei ragazzi. Sono ancora interessati, oggi, a criticare la Chiesa, noi, chi governa, l' establishment? Oppure si allontanano in silenzio? Io sono convinto che là dove esistono conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all' opera...». Da un po' di tempo il cardinale Carlo Maria Martini si sofferma con urgenza crescente sul tema della morte, «pregherei Gesù di inviarmi angeli, santi o amici che mi tengano la mano e mi aiutino a superare la mia paura», ma le "Conversazioni notturne a Gerusalemme" (in uscita il 28 da Mondadori) non hanno nulla di crepuscolare e rappresentano piuttosto le considerazioni inattuali del grande biblista, un dialogo con i giovani che tende all' alba, al futuro, «ci siamo avvicinati ai sogni». Essenziale è il contesto. Figurarsi il cardinale conversare notte dopo notte con Padre Georg Sporschill, amico e confratello gesuita che aiuta i bimbi di strada in Romania e in Moldavia. Gesù e la «radicalità» del Vangelo, la giustizia «attributo fondamentale di Dio» e l' «inferno sulla terra», l' «opzione a favore dei poveri» e la speranza di «un nuovo rinnovamento della Chiesa». Al centro, i ragazzi. Il libro è scandito dalle domande che i giovani volontari impegnati con padre Georg gli hanno affidato. Così Martini li ascolta: la Chiesa «ha bisogno dei giovani» perché «ha sempre bisogno di riforme», e specie «nella vecchia Europa» è necessaria «una ventata d' aria fresca». In questo senso il cardinale nota preoccupato «l' indubbia tendenza a prendere le distanze dal Concilio» e dice che Lutero «fu un grande riformatore», salvo aggiungere: «Trovo problematico il punto in cui, da riforme necessarie e ideali, crea un sistema a sé». La «forza riformatrice» della Chiesa «deve venire dal suo interno», Martini invoca una Chiesa «capace di ammettere i propri errori» come «dopo l' ingiusta condanna di Galilei o Darwin» («per i temi che riguardano la vita e l' amore non possiamo attendere tanto»), soprattutto «una Chiesa aperta». Attenzione, però: non intende una Chiesa che s' affanni a inseguire la modernità, disposta a concessioni per recuperare un po' di consenso. L' apertura è alle domande di chi vive nella modernità: è restare accanto alle persone, prendere sul serio i loro dubbi, aiutarle a crescere e diventare «collaboratori di Dio». Questione di metodo, «i percorsi non possono essere imposti dall' alto, dalle scrivanie o dalle cattedre». Agitare il ditino alzato non serve. Serve aprirsi alle persone concrete, «rendere testimonianza come Gesù» perché il Vangelo è aperto a tutti, «il samaritano vede il prossimo che il sacerdote non ha visto». Per dire: il sesso prima del matrimonio è un dato di fatto, «illusioni e divieti non portano a nulla». Non significa che il cardinale approvi. Però «nella Chiesa nessuno è nostro oggetto, un caso o un paziente da curare». Con sant' Agostino dice: «Ai giovani non possiamo insegnare nulla, possiamo solo aiutarli a trovare il loro maestro interiore». Si tratta di dare fiducia, «renderli indipendenti» («anche i vescovi hanno bisogno di un interlocutore forte e consapevole») e accompagnarli nel loro sviluppo spirituale. Un bellissimo capitolo è dedicato agli esercizi spirituali di Sant' Ignazio di Loyola, «le guide sono amici nel senso evangelico: accompagnano, fanno domande, sostengono, ma non si mettono mai tra il singolo e Gesù, anzi promuovono questo dialogo». Martini offre risposte aperte e mette in gioco se stesso. Perché c'è il dolore? «Se osservo il male del mondo, esso mi toglie il respiro. Capisco chi ne deduce che non esista alcun Dio». Non ci sono risposte facili, bisogna mettersi in cammino: «Qual è la mia parte, e come posso io cambiare la situazione?». Il rischio è l'indifferenza. «Mi angustiano le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Solo allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti». Per questo il fondamento dell'educazione cristiana è la Bibbia: «Non pensare in modo biblico ci rende limitati, ci impone dei paraocchi». Non si coglie «l' ampiezza della visione di Dio». Perché «l'uomo, e anche la Chiesa, corre sempre il rischio di porsi come un assoluto. Dobbiamo imparare a vivere la vastità dell' "essere cattolico"». Sapendo che «non puoi rendere Dio cattolico». Gesù tratterebbe la Chiesa attuale come i farisei? «Sì», risponde il cardinale: erano i suoi «amici» e Gesù «li amava». C' è chi nasce postumo, diceva Nietzsche. Di quello che Martini definisce «un piccolo libro» si parlerà per anni. L' importante è capire come la parola «critica», qui, non abbia un senso «politico», negativo: ha il valore essenziale che le può attribuire uno studioso di «critica» testuale delle Scritture. Quando padre Sporschill gli ricorda la storiella ricorrente del Martini «antipapa», lui sorride: «Sono, semmai, un ante-papa, un precursore e preparatore per il Santo Padre».
Vecchi Gian Guido

Anticipiamo un brano delle riflessioni di Carlo Maria Martini
in libreria il 28 ottobre
I ragazzi sono i nostri profeti La vita, la fede, la morte: escono le «Conversazioni» del cardinale
Possiamo aprirci ai giovani solo prendendo spunto proprio da loro. Di cosa si interessano? Dove vivono? Come vivono le loro relazioni? Cosa criticano e quale impegno pretendono da noi? (...) Certamente il metodo giusto non è predicare alla gioventù come deve vivere per poi giudicarla con l' intenzione di cercare di conquistare coloro che rispettano le nostre regole e le nostre idee. La comunicazione deve cominciare in assoluta libertà, in caso contrario non è comunicazione. E, soprattutto, in questo modo non si conquista nessuno, caso mai lo si opprime. L' essere umano che incontro è fin dal principio un collaboratore e un soggetto. Dialogando insieme giungiamo a nuove idee e a nuovi passi condivisi. La questione che più tocca la sensibilità dei giovani è se li prendiamo sul serio come collaboratori a pieno titolo o se vogliamo farli ravvedere come se fossero stupidi o in errore. Crediamo che tutti gli esseri umani siano creature di Dio e abbiano uguale dignità. Questo è il presupposto fondamentale di ogni comunicazione cui prendiamo parte. (...) Esistono senza dubbio diverse situazioni ed età della vita, come le descrive la moderna psicologia dell' età evolutiva. Anche la Bibbia dispone di questa conoscenza nel Nuovo Testamento e, prima ancora, nell' Antico Testamento. Nella predica di Pentecoste, Pietro riprende infatti le parole del profeta Gioele del IV secolo a.C. e racconta l' opera dello Spirito Santo in tre fasi della vita, ognuna differente: «I vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni». I «figli e le figlie» saranno profeti significa che essi devono essere critici. La generazione più giovane verrebbe meno al suo dovere se con la sua spigliatezza e con il suo idealismo indomito non sfidasse e criticasse i governanti, i responsabili e gli insegnanti. In tal modo fa progredire noi e soprattutto la Chiesa. (...) Il contributo «dei figli e delle figlie» è fondamentale. Essi sono ancora interessati oggi a criticare noi, la Chiesa, i governanti, oppure si ritirano in silenzio? Dove esistono ancora conflitti arde la fiamma, lo Spirito Santo è all' opera. Nella ricerca di collaboratori e vocazioni religiose dovremmo forse prestare attenzione innanzitutto a coloro che sono scomodi e domandarci se proprio questi critici non abbiano in sé la stoffa per diventare un giorno responsabili e alla fine sognatori. Responsabili che guidino la Chiesa e la società in un futuro più giusto e «sognatori» che ci mantengano aperti alle sorprese dello Spirito Santo, infondendo coraggio e inducendoci a credere nella pace là dove i fronti si sono irrigiditi.
Martini Carlo Maria

mercoledì 22 ottobre 2008

Rendiamoci conto della situazione

Padre Nostro
di Massimo Gramellini
Segnala un orripilato lettore che ieri sera il concorrente del quiz di Gerry Scotti non sapeva rispondere alla domanda: chi ha recitato per primo il Padre Nostro? Dunque, Monica Bellucci direi di no: non sa recitare. Anche Berlusconi mi sento di escluderlo: il Padre Nostro pensa di essere lui. Forse il Padre Nostro è una favola sul padre dei fratelli Grimm. La accendiamo?
Accendiamoci di vergogna, anche se non lo fa più nessuno: chi osa dire che la tv dovrebbe stimolare l’apprendimento anziché vellicare gli istinti al ribasso viene accusato di non sapersi sintonizzare con l’umore popolare. È probabile che in tenera età il concorrente abbia letto il brano del Vangelo nel quale la preghiera è recitata per la prima volta dal suo autore, un tale Gesù. Poi è successo qualcosa: gli impegni assillanti, la difficoltà di trattenere troppe nozioni dentro una testa già intasata dalla classifica di serie A. Sta di fatto che ha dimenticato il Padre Nostro e tante altre cosette che oggi magari gli sarebbero utili per viaggiare attraverso la vita come un turista sveglio, invece che come una valigia a cui tutti possono dare impunemente un calcio.
Sono sicuro che servirebbe anche a me ritornare periodicamente a scuola: un weekend al mese dietro i banchi, sotto le grinfie dei maestri licenziati dalla Gelmini. E forse la Chiesa, così attenta alle questioni etiche, farebbe meglio a occuparsi della ragione sociale della ditta, che oggi troppo spesso galleggia dentro omelie più noiose di un film iraniano coi sottotitoli in siamese.

Con la testa e senza testa

Si racconta un aneddoto a proposito del cardinale Consalvi, segretario di Stato di Pio VII, riguardo un teso quanto breve incontro con Napoleone Bonaparte. L'imperatore gli disse: "Distruggerò la vostra Chiesa!". Il cardinale gli rispose: "Non ci riuscirà; neppure noi ecclesiastici siamo riusciti a distruggerla in tutti questi secoli».

L'entomologo Christopher Tipping del college della citta' americana di Delaver, in Pennsylvania, e' giunto alla conclusione che gli scarafaggi sono in grado di sopravvivere diverse settimane privi della testa.
Taluni umani anche molto di più... quasi tutta la vita!
postato sul blog il 19 ottobre 2007

martedì 21 ottobre 2008

Tempo ed energie preziosi

Avvocati e raccomandate per il dente rotto di Matteo
di mons. Mario Delpini
Avvenire - 1 giugno 2008
Per non offendere, si dice che Matteo è un ragazzo vivace. In realtà è una peste incontenibile. Si dice che sua mamma, Santippe, è una signora determinata. In realtà è una bisbetica insopportabile. Un pomeriggio d’oratorio per sfuggire a Luca, esasperato dai dispetti, Matteo è caduto. Si è rotto un dente. La signora Santippe arriva come una furia. I tentativi di don Andrea di spiegare le cose e riportare l’incidente nelle sue giuste proporzioni servono solo per capire che la signora Santippe ha già sentito gli avvocati. Sdottora infatti di omissioni in vigilando, di imprudenza in eligendo, di danni permanenti biologici e morali, di denunce e di risarcimenti. Difficile credere che cerchi giustizia. Più fondato è il sospetto che voglia alzare il prezzo. Gli avvocati non contribuiscono certo a una soluzione ragionevole. Tra raccomandate ed esposti, tra periti e convocazioni sono passati quattro anni. Tutti hanno perso tempo e soldi, la dedizione di don Andrea a curarsi dei figli degli altri, anche se sono un po’ difficili, è stata mortificata, i rapporti sono diventati difficili. Il giudice ha dato torto alle richieste spropositate. Valeva la pena, signora Santippe?

Gioventù ubriaca

Allarme alcol, tra gli adolescenti: beve uno su cinque
Sessantamila gli italiani in cura per abuso di bevande alcoliche
In Italia l’età del primo contatto con l’alcol risulta la più bassa d’Europa. È uno dei dati emersi dalla prima Conferenza Nazionale sull’Alcol, organizzata dal ministero del Welfare e della Salute. I dati più preoccupanti relativi al consumo di alcol in Italia riguardano la popolazione giovanile e in particolare la fascia di età tra gli 11 e i 15 anni. Ben il 19,5% dei giovani tra gli 11 e i 15 anni dichiara infatti di aver bevuto alcolici nel corso del 2005 nonostante sia in vigore il divieto, sancito dalla legge, di somministrazione di bevande alcoliche ai minori di 16 anni. Secondo i dati dell’indagine «Eurobarometro 2002» della Commissione Europea, l’Italia presenta l’età più bassa in Europa in relazione al primo contatto con le bevande alcoliche, con una media di 12,2 anni contro i 14,6 anni della media europea, immediatamente seguita da Irlanda e Austria, con 12,7 anni. Tra i giovani è molto diffuso il consumo di bevande alcoliche al di fuori dei pasti e questo rappresenta un importante indicatore di esposizione al rischio alcolcorrelato. I consumatori giornalieri sono poco diffusi tra i giovani e rappresentano nel 2005 il 2% della popolazione al di sotto dei 18 anni. I giovani tra i 20 e i 24 anni sono la classe di età più interessata dal consumo settimanale di alcolici fuori pasto, immediatamente seguiti da quelli tra i 25 e i 29 anni, ma il fenomeno riguarda in maniera rilevante anche i giovani tra i 18 e i 19 anni, i cui valori sono già superiori a quelli rilevati nel complesso della popolazione generale.
Fra i giovanissimi di età compresa fra 14 e 17 anni la percentuale di bevitori fuori pasto risulta praticamente raddoppiata tra il 1994 e il 2006, passando dal 13,4% al 24,2% tra i maschi e dal 8,0% al 16,8 % tra le femmine. «Molto diffusi risultano tra i giovani maschi i comportamenti di ubriacatura con tutte le conseguenze derivanti per la salute e la sicurezza propria e altrui - sottolinea il ministero -. Secondo l’ISTAT ammette di essersi ubriacato nel 2005 almeno una volta quasi il 50% dei giovani maschi di età compresa tra i 20 e i 29 anni ed il 14,6% di quelli fra i 18 e 19 anni. Meno interessate a questo fenomeno sono le ragazze (il picco più alto, 3,2 %, si raggiunge nella classe di età 18-19 anni)». Ammette di essersi ubriacato almeno una volta anche il 3,2% dei giovani maschi di età inferiore a quella legale per la somministrazione di bevande alcoliche (16 anni). In Italia la mortalità per incidente stradale viene stimata come correlata all’uso di alcol per una quota compresa tra il 30% e il 50% del totale degli incidenti.
Dalla Conferenza emerge anche un’alta percentuale di consumatori giornalieri (31%) tra i maschi delle classi di età medie e anziane, e, tra questi, alta percentuale di consumatori giornalieri eccedentari (16% della classe di età 65-74 anni); l’aumento, nei ricoveri ospedalieri, della percentuale di ricoveri femminili rispetto a quelli maschili e di ricoveri delle fasce di età più giovani rispetto a quelle più anziane; l’aumento percentuale delle diagnosi di cirrosi epatica alcolica nei ricoveri ospedalieri (+4,6% fra il 2000 e il 2004). Nel 2006 sono stati presi in carico presso i Servizi alcologici territoriali del Sistema sanitario nazionale 61.656 soggetti alcol dipendenti, in aumento del 9,6% rispetto a quelli del 2005. Il 75% riguarda persone tra i 30 e i 59 anni; il 15% giovani al di sotto dei 30 anni.

lunedì 20 ottobre 2008

Dizionari

Anche oggi può essere utile un dizionario di qualità sulla propria amata lingua (anche per evitare strafalcioni, tutt'altro che rari!).
Consiglio quindi con piacere la consultazione (dopo registrazione) gratuita online dal sito di Garzanti Linguistica.
Grazie a R.B. per la segnalazione!

Camorritudine

Se le motivazioni sono quelle addotte dalla Sala Stampa,
non concordo.
don Chisciotte

Il Pontefice in visita a Pompei: nessun cenno alla Camorra
La Santa Sede: «Si tratta di un tema affrontano più volte in passato, ma non bisogna generalizzare: la gente del posto spesso non c'entra»
Nel corso della sua odierna visita al santuario campano di Pompei il Papa non ha affrontato il tema della camorra, nonostante la sua attualità, «perchè ne ha parlato altre volte» e perchè quello di oggi è piuttosto un «pellegrinaggio»: lo precisa il vicedirettore della sala stampa vaticana.
«La parola camorra è stata esclusa di proposito dai discorsi del Papa a Pompei perchè ne ha parlato altre volte, anche l’anno scorso a Napoli, e stavolta il viaggio ha il carattere particolare di un pellegrinaggio», afferma padre Ciro Benedettini. «Ma soprattutto - aggiunge - per una forma di rispetto per le persone per bene, che in Campania sono la maggior parte». Secondo il religioso, inoltre, «la Campania non è solo questo e il Papa ha inteso incoraggiare l’impegno delle persone per bene nella difesa dei valori e nella costruzione di una civiltà dell’amore, che rappresenta certamente anche un impegno anticamorra».

Solo "gioco"?!


"Il bambino che gioca impegna nel suo gioco
molta più luce dei santi nelle loro preghiere
o degli angeli nei loro canti.
Il bambino che gioca è la consolazione di Dio".
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 17

domenica 19 ottobre 2008

"Ministri", cioé "servi"


«Vi sono diversità di 'diaconie' ('ministeri'), ma uno solo è il Signore» (1Cor 12,5). Il fil rouge che più di tutti lega i compiti del Nuovo Testamento tra di loro, da quello di Gesù a quello dei dodici, dagli apostoli ai 'sette' di Gerusalemme, dai compiti di evangelizzazione e guida attestati nelle comunità paoline alle mansioni stabili presenti nelle Chiese post-apostoliche è dunque la diaconia. (p. 298)

Non solo l'apostolato, che si ricollega direttamente all'opera di Cristo-servo, ma anche i ministeri contemporanei o successivi a quello apostolico, emanando a loro volta da esso, ne ricevono l'impronta 'diaconale': la missione di servo che Cristo ha ricevuto dal Padre e trasmette agli apostoli e questi a collaboratori e successori per l'edificazione ecclesiale è il dato primordiale da cui risulta che vi sono particolari compiti di uno per altri. Il 'potere' di Cristo è per il 'servizio': ed ogni potere che Cristo ha trasmesso alla Chiesa è dentro alla medesima logica diaconale.
Resta perciò esclusa, nel Nuovo Testamento, ogni gerarchia di rango, ogni superiorità del ministro sugli altri fedeli: i ministeri non sono 'dignità' che rivestano chi li detiene di una superiorità rispetto agli altri battezzati, ma veri e propri 'servizi' in favore degli altri battezzati. (p. 301)
Erio Castellucci, Il ministero ordinato

Una Chiesa con le porte aperte

Le porte delle chiese benedicono chi entra
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 17.02.08
Alcuni si sono abituati a pensare che le porte delle chiese sono per impedire l’ingresso a ladri e vandali: porte imponenti, serrature rinforzate, sbarre e catenacci. Dicono: «Ladri, andate via!». Alcuni forse pensano che servano per esporre opere d’arte, sculture preziose, originali narrazioni di Vangelo. Dicono: «Guardateci, come siamo belle e istruttive!». La verità è che le porte delle chiese sono per dire alla gente: «Entrate! Siete attesi! Questa è la vostra casa!». E, dunque, che si deve pensare se le porte delle chiese sono spesso chiuse? Si deve pensare che ladri e vandali siano più numerosi della gente che vuole passare in chiesa per una preghiera, prima o dopo il lavoro. Si deve pensare che tocchi al parroco, oltre a tutto il resto, di aprire e chiudere la chiesa e, quindi, tutto dipende dai suoi orari. Le porte delle chiese mi confidano d’essere ancora commosse quando accolgono la nonna che accompagna il nipotino a dire una preghiera alla Madonna e quando il ragioniere, tornando dal lavoro, si inginocchia e lascia quietare stanchezza e nervosismo per andare a casa sorridente. Lo salutano quando entra e quando esce e gli dicono: «Dio ti benedica!».