sabato 6 dicembre 2008

Siamo sempre lì: money!

I soldi della festa patronale: è possibile vedere i conti?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 16.11.08
«La festa patronale è stata un successo», dicono quelli del comitato. Intendono dire che non c’è mai stata tanta gente in coda per divorare wurstel e patatine, che il bel tempo ha favorito interminabili serate di musica o di rumore, che si sentono ripagati di ore e ore di lavoro, quando raccolgono gli apprezzamenti: «Voi sì che vi date da fare, non come al mio paese...». Caricati di entusiasmo e di soddisfazione, quelli del comitato si presentano al nuovo parroco per godersi l’incoronazione finale: «Ecco, signor parroco, abbiamo una bella offerta per la parrocchia: la festa patronale è stata un successo!». Il parroco è contento, ringrazia, elogia, incoraggia. E dice anche: «Dovreste presentarmi anche un rendiconto, una specie di bilancio. È bene che la gente sappia di spese e ricavi... e anche per essere in regola con tutto». «Ma come? Non si fida di noi? Dopo vent’anni di ore piccole e di sudore tra le pentole!». Insomma quelli del comitato l’hanno presa male, come se fosse un’offesa, un sospetto, un insulto alla loro generosità. Ne è venuto uno strascico di mormorazione, di volti rabbuiati, di incontri evitati: «Se è così che ci tratta, allora...». Invece di tanto malumore, non sarebbe più semplice presentare un rendiconto?

Incapace

Ieri sera a "TG2 Punto di vista" (ore 23) Antonio Socci ha aggredito il prof. Remo Cacitti, docente di Letteratura cristiana antica presso l'Università di Milano. Io non dico che il libro scritto da questo prof con Augias sia bello o condivisibile, ma il prof. Cacitti è senz'altro una persona pacata, intelligente, rispettosa. Magari non avrà tutte idee eccellenti. Ma Socci è del tutto incapace di ascoltare; incapace di dialogare; incapace di parlare; incapace di capire; incapace di carità cristiana. Eppure dice di verità, testimonianza, Cristo, storia. Ma un conto è far uscire dei suoni dalla bocca, altra cosa è ciò che si dice col resto della propria persona.
In attesa di avere il filmato di quella trasmissione, per ora un esempio lampante delle incapacità di Socci (che in questo caso si misura sullo stesso piano con un altro mostro del pregiudizio e della non-comunicazione).

venerdì 5 dicembre 2008

In comunione fraterna, preghiamo

E' morto il patriarca russo Alessio II
Capo della Chiesa ortodossa russa, aveva 79 anni ed era malato da tempo. Ha guidato 135 milioni di ortodossi russi dal 1990.

Matrimonio in-dissolubile

Il contenuto dell'articolo è un po' edulcorato,
ma prendiamo quello che c'è!
Lo puoi trovare anche qui.

Riusciamo ad essere diversi?!

Quando si organizza il matrimonio del secolo
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 06.04.08
Il parroco comincia a preoccuparsi quando insieme ai fioristi arrivano gli architetti. Poi gli operatori per le riprese. Poi il direttore del coro. E tutti pretendono di spostare panche, posare fili e fari. Si sposa la figlia di Antonio, il riccone: non si bada a spese. La sposa arriverà su una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi, si esibirà il coro dei madrigalisti rinascimentali. Sarà il matrimonio del secolo. Il parroco raccomanda, invano, un po’ di buon senso e di curarsi più della grazia e responsabilità del sacramento che della qualità delle riprese. Per quanto infastidito dalle continue richieste e pretese, il parroco comincia a fantasticare sull’offerta per la chiesa: «Se mi dà tanto, potrei pagare questa fattura... se poi mi dà di più potrei fare anche quel lavoretto... a meno che Antonio non mi proponga di rifare a sue spese l’impianto di amplificazione, che ce ne sarebbe bisogno...». Quando poi arriverà la busta con un biglietto di ringraziamento e l’offerta di 50 euro, il parroco si conferma nella teoria di suo zio: «Sai perché i ricchi sono ricchi? Perché i loro soldi li tengono e li spendono per sé e la generosità non sanno dove abiti».

giovedì 4 dicembre 2008

Ricollegamento

Trovo che sia un buon modo
di tradurre
la dinamica del riavvicinamento...
da entrambe le parti!
Guarda questo video!

Il sorriso della vita


"Non conosco nulla che possa eguagliare in gloria
il tuo viso quando ridi, amore mio.
Quella luce del tuo volto in me,
la morte non potrà prendersela come farà con tutto il resto.
Essa prenderà il resto perché l'avrà già tenuto tra le braccia nel corso della vita.
Questo viso, non riuscirà a prenderlo, e se si avvicinasse, si brucerebbe le dita"
Christian Bobin, Il distacco dal mondo, 27

Buon compleanno, Martina!

4 dicembre 2007 - 4 dicembre 2008

mercoledì 3 dicembre 2008

Cecità

Dal Vangelo della liturgia di oggi:
Riunita la folla, il Signore Gesù disse loro: «Ascoltate e comprendete bene! Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!». Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: «Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?». Ed egli rispose: «Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt 15, 10-14).

Ho pregato per quando sono io guida cieca;
per quando sono guidato da ciechi;
per quando mi lascio guidare come un cieco,
pur sapendo di essere guidato da ciechi.
don Chisciotte

Ieri, oggi e sempre

La triplice venuta di Cristo
dai Discorsi di san Bernardo

De Adventu Domini, sermo V,1-3. PL 183,50-51
Conosciamo una triplice venuta del Signore: nella prima egli venne nella debolezza della carne, in questa intermedia viene nella potenza dello Spirito, nell'ultima verrà nella maestà della gloria.
Questa venuta intermedia è la via attraverso la quale giungiamo dalla prima all'ultima: nella prima venuta Cristo fu nostra redenzione, nell'ultima si manifesterà come nostra vita, in questa e nostro riposo e nostra consolazione.
Ma perché ad alcuno non sembrino forse cose inventate quelle che stiamo dicendo di questa venuta intermedia, ascoltate ciò che dice Gesù stesso: "Se uno mi ama conserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui". Ma che cosa significa: "Se uno mi ama conserverà la mia parola"? Ho letto infatti altrove: "Chi teme Dio, opererà il bene". Ma di chi ama è detto qualcosa di più: che conserverà la parola di Dio.
Poiché sono beati coloro che custodiscono la parola di Dio, tu custodiscila in modo che scenda nel profondo della tua anima e si trasfonda nei tuoi affetti e nei tuoi costumi. Nutriti di questo bene e la tua anima ne trarrà delizia e forza. Non dimenticare di cibarti del tuo pane, perché il tuo cuore non diventi arido e la tua anima sia ben nutrita del cibo sostanzioso.
Se conserverai così la parola di Dio, non c'è dubbio che tu pure sarai conservato da essa. Verrà a te il Figlio con il Padre, verrà il grande Profeta che rinnoverà Gerusalemme e farà nuove tutte le cose.

"Misuro quindi sono"?

E' triste pensare che un essere umano possa
(o debba) pensare di capirsi
solamente "misurandosi".
Mi auguro che nel profondo
sappiano che non è così.
don Chisciotte

«Per comprendere meglio se stessi»
Life 2.0, tutta la vita annotata sul Web
In Rete sempre più "self-tracker": trasformano ogni evento della vita in dati da inserire su Internet
In fondo, capire la vita è semplice. Basta ridurla a una serie di dati, prenderne nota con immensa precisione, e affidare il tutto a un computer. O meglio, a Internet. Di questo sono convinte un numero sempre maggiore di persone, nel mondo – i membri dell’ultima tribù nata intorno alla Rete, quella dei "self-tracker". Gente come Brynn Evans e Chris Messina, lei imprenditrice, lui studente di scienze cognitive a San Francisco. Appena saputo che in Rete era nato un nuovo sito su cui poter registrare tutti i propri rapporti sessuali (data, durata, ora, posizioni, partner e – ovviamente – voto finale della performance), i due, fidanzati da sette mesi, vi si sono iscritti. Ma YYY (questo l’indirizzo dove catalogare ogni amplesso) è solo l’ultimo dei siti a cui i due sono devoti: su ZZZ registrano ogni aspetto (non sessuale) della loro relazione, su XXX ogni posto dove sono andati, su TTTT le loro abitudini di guida, su JJJ quelle di ascolto musicale, su rescuetime.com quelle di navigazione in Rete.
Brynn ne usa anche uno - KKK – per tenere il diario del proprio ciclo mestruale. In pratica, ogni "evento" della loro vita diventa una serie di dati, che il computer trasforma in una tendenza. Tutta da analizzare. Non si tratta, spiegano, di tenere un diario su Internet. Si tratta di capire se stessi. La precisazione non è da poco. Se siti come QQQ, ad esempio, servono per raccontare ad altri la propria vita, indirizzi come ??? (dove si indicano le calorie assunte e quelle spese), sono "invisibili" dall’esterno (anche se su &&& si può decidere di ammettere il proprio partner, magari per farlo ingelosire con i "voti" dei propri rapporti con l’ex). Insomma: i self-tracker non vogliono raccontare se stessi ad altre persone. Vogliono registrare tutto ciò che accade loro. Ma perché? «Voglio capire quanto le persone con cui parlo mi ispirano. O quanto i siti su cui passo del tempo mi sono utili», spiega al Washington Post Lisa Brewster, una ragazza di San Diego che con il suo ragazzo, David Horn, sta cercando di creare un sito onnicomprensivo, su cui raccogliere i dati di tutto quello che si fa. «Non sarebbe fantastico se potessimo raccogliere ogni giorno i dati sulla pressione del sangue?» continua Gary Wolf, fondatore di %%%, un gruppo di San Francisco che si incontra ogni mese per condividere i siti da "self-tracker".
C’è anche chi ha iniziato a comportarsi così per un motivo preciso: Michelle McGillivray, ad esempio, si è iscritta a *** per rimanere incinta. Ma continua a usarlo anche dopo aver avuto un bambino, per capire, ad esempio, «se i vestiti che indosso possono aiutarmi a stare meglio durante il ciclo». Il punto, spiega David Horn (il ragazzo che cerca di costruire il "supersito"), è che «i grandi eventi spesso sono causati da una serie di piccoli fatti, apparentemente insignificanti». Ad esempio: accorgersi che vedere la propria ragazza il venerdì, dopo gli allenamenti, rende ogni appuntamento un fiasco, potrebbe aiutare a evitare una rottura. Ma c’è anche chi sottolinea un altro aspetto: «I dati non mentono» spiega Jayne Gackenbach, "psicologa di Internet" al Grant MacEwan College di Alberta, in Canada. Prendere nota di ogni sigaretta che si fuma, o di tutto quello che si mangia, aiuta a evitare di «perdonarsi troppe infrazioni». Insomma: il self-tracking può aiutare a tenere d’occhio una dieta, a capire quando il livello di stress impone una vacanza, forse anche a migliorare le proprie relazioni. Anche se rimangono dei problemi. La cronista del Washington Post Monica Hesse, ad esempio, ha chiesto a Lisa Brewster e al suo ragazzo se avessero pensato di considerare un sito buono anche se non è «utile», ma rende di buonumore. I due genietti informatici si sono guardati e, dopo un secondo, hanno spiegato: «Beh, questo è un algoritmo più complicato».

martedì 2 dicembre 2008

Musica rinascimentale... con don Chisciotte

Delicatissima musica, immagini indimenticabili!!

Tradizioni nostre

Ripenso alle parole di Gesù nel Vangelo della Liturgia di oggi:
«E voi, perché trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione? (...) Così avete annullato la parola di Dio con la vostra tradizione. / Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: / “Questo popolo mi onora con le labbra, / ma il suo cuore è lontano da me. / Invano essi mi rendono culto, / insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (cfr Matteo 15, 1-9).
Le sento rivolte anzitutto a me;
ma mi sembra dicano una parola autorevole anche sui lavori
che hanno portato al nuovo Lezionario ambrosiano.
don Chisciotte

lunedì 1 dicembre 2008

Anniversari

Nel quarantesimo anniversario del mio Battesimo,
un ricordo e un grazie a coloro che sono stati e sono per me
una piccola-grande porzione di Chiesa!

Numeri

Mondo Auditel
di Massimo Gramellini
Siamo un milione, urla al tg uno studente romano. E non mi colpisce che usi il numero in maniera disinvolta (magari erano duecentomila), ma che lo urli come se essere tanti fosse l’unica cosa che conta. Di ogni manifestazione solo questo ormai rimane nella memoria. Il numero. Autentico, supposto, conteso o surreale come i due milioni e mezzo del Circo Massimo, che per starci tutti avrebbero dovuto essere magri come Fassino. La dittatura del numero è una regressione recente, ma assimilata così in fretta che a molti sembrerà incredibile sia esistito un tempo in cui il numero non contava nulla. Eppure la storia dell’umanità è stata per millenni una storia di minoranze decise: ad assaltare la Bastiglia o il Palazzo d’Inverno furono in pochi. Eppure il capitalismo degli anni d’oro si basava sull’assunto di Cuccia: «Le azioni si pesano, non si contano». Eppure i romanzi di Gadda diventarono dei classici avendo molto meno pubblico di un programma della Ventura. La quantità non era ancora sinonimo di qualità. Le maggioranze erano «silenziose» per antonomasia. E quando non lo erano diventavano pericolose. Oppure ottuse: quanti saranno stati in piazza Venezia nel giugno 1940 ad applaudire la dichiarazione di guerra? Un milione, forse due milioni e mezzo. Ma il numero non rende quell’ovazione più civile delle lacrime con cui l’avranno ascoltata alla radio i cenacoli ristretti dei dissidenti.
Sarà per questo che non mi sono mai piaciuti i cortei e le processioni. Per citare l’introverso Paolo Giordano, ai ragazzi che si adeguano alla retorica della massa preferisco la solitudine dei numeri primi.

domenica 30 novembre 2008

Connessi?

Il nono rapporto dell'Eurispes fotografa la condizione dell'infanzia e dell'adolescenza
I nostri giovani «iperconnessi», tra chance e rischi sul web
Tv, telefonino, lettori mp3 e internet: ecco come i bambini li usano. L'allarme molestie e «droghe sonore»
I piccoli italiani sono sempre più tecnologici. E' una generazione di «iperconnessi tecnoager» quella dei bambini e degli adolescenti fotografata dall'Eurispes nel suo nono «Rapporto Nazionale sulla Condizione dell'Infanzia e dell'Adolescenza», presentata martedì in collaborazione con Telefono azzurro. «Tv, telefonino, consolle, lettore mp3 e Internet fanno parte della dotazione hi-tech di base delle nuove generazioni che, approfittando della semplicità di accesso e dei costi relativamente contenuti che caratterizzano queste apparecchiature, li hanno trasformati in porte di accesso sul mondo e insieme strumenti privilegiati nella fruizione del tempo libero», si legge nel rapporto.
Basti pensare che quanti non possiedono un cellulare rappresentano ormai «una sparuta minoranza» e che tre ragazzi su 10 lo usano per più di 4 ore al giorno. Parte consistente della giornata viene poi dedicata a navigare su Internet: nel 26,5% dei casi fino ad un'ora al giorno, nel 22,5% da 1 a 2 ore, nel 16,5% da 2 a 4 ore e nel 12,9% per più di 4 ore al giorno. L'utilizzo più diffuso di internet fra gli adolescenti concerne la ricerca di informazioni di proprio interesse (90,5%) e di materiale per lo studio (80%). Sono tuttavia estremamente diffusi il download di musica, film, giochi o video (72,5%) e la fruizione di filmati su Youtube (69%). Mutano i linguaggi, osserva Eurispes, tanto che parlare fa rima ormai con chattare: sette adolescenti su dieci fanno nuove conoscenze oppure coltivano quelle preesistenti in chat, che scalza la «vecchia» posta elettronica come strumento privilegiato del «dialogare-scrivendo».
Eppure, tra le numerose potenzialità espressive offerte dalle tecnologie, avverte il rapporto, «si annidano nuove forme di violenza e di sopraffazione, come il cyberbullismo, ma anche il pericolo di abusi». L'11,5% degli adolescenti intervistati è stato molestato o comunque ha dichiarato di aver ricevuto proposte oscene da un coetaneo; nel 7,7% dei casi l'autore delle molestie era invece un adulto conosciuto online. È capitato, inoltre, all'8% degli adolescenti di aver incontrato in chat un adulto che, simulando identità diverse, si dichiarava suo coetaneo.
Una delle più recenti novità nell'ambito del web, segnala inoltre Eurispes, è rappresentata dal commercio delle cosiddette «droghe sonore», frequenze scaricabili da Internet a basso costo che agiscono sul cervello sollecitando l'attività cerebrale in modo simile alle sostanze stupefacenti. Anche se molti avanzano dubbi su questo fenomeno. Sempre tra i giovani in Internet si segnala la diffusione di siti, blog e forum di persone accomunate dalla stessa ossessione per il cibo e affette dall'anoressia e dalla bulimia. «Se dalle righe dei loro scritti emerge il vissuto di sofferenza che accompagna i disturbi del comportamento alimentare, è pur vero che sono molti i siti in cui le autrici "postano" regole e strategie per non mangiare, per evitare di destare sospetti, vere e proprie istigazioni all'anoressia e alla bulimia».
«Le caratteristiche della Rete sono dunque contraddittorie», conclude il rapporto. «Se da un lato è lo spazio dello scambio, della conoscenza, dell'incontro, dall'altro rischia di essere un luogo di solitudine, di persone che sole stanno davanti al proprio pc o al display del telefonino. La si potrebbe definire una solitudine troppo rumorosa, come quella del titolo di un romanzo di Hrabal o, utilizzando una figura retorica come l'ossimoro, una forma di «socializzazione solitaria».

Ceri

Un'idea per chi viene bocciato tre volte alla maturità...!?
Il cero acceso alla Madonna: preghiera o superstizione?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 11.05.08
Non solo le vecchiette s’avvicinano all’altare della Madonna, alla statua di Padre Pio, depongono la loro offerta e offrono un cero. Ci sono anche le mamme preoccupate perché hanno sentito la figlia litigare con il genero. Ci sono anche ragazzi e ragazze che ritrovano la porta della chiesa proprio la mattina in cui devono affrontare l’esame di maturità. Accendono una candela anche uomini e donne di mezza età, in attesa dell’esito di un esame medico delicato. La fiamma dei ceri danza davanti alla Madonna e ai santi come la continuazione di una preghiera, di un pianto che invoca consolazione. Don Angelo però non nasconde il suo disappunto quando vede la signora Luisa che, proprio mentre lui sta predicando, attraversa tutta la chiesa, va diritta all’altare della Madonna, accende il suo cero e se ne esce imperterrita. Non s’accorge del disturbo che reca, né del fatto che don Angelo ha perso il filo della predica, non ha tempo per una genuflessione. È certa che l’esame di sua nipote andrà bene: come può la Madonna non suggerirle la risposta giusta dopo che le ha acceso un cero da 2 euro? Anche le forme di devozione possono diventare una specie di ambigua superstizione.

sabato 29 novembre 2008

Officina dolce

Di solito non faccio pubblicità,
ma quando si è presi per la gola...!!Guarda i prodotti dell' Officina del Cioccolato
L'oggetto che più si addice alla mia personalità:
eccolo!

Vigilare

Il tasso di menzogna di chi scrive mail sarebbe del 50% più alto rispetto a chi comunica con la lettera tradizionale
Quanto è facile mentire via email. "Più bugie di chi scrive su carta"
Doppio studio scientifico presentato a un congresso in California
Vi ha dichiarato amore eterno via email? Chiedete la prova. Quel messaggio ha molte possibilità di essere una bugia. Secondo lo studio condotto da un team di ricercatori americani, chi usa la posta elettronica tende a mentire il doppio di chi scrive a penna. (...) Insomma, quella che puo' sembrare un'ovvietà - alzi la mano chi è sempre stato sincero dialogando dietro lo schermo protettivo della rete - è stata dimostrata in laboratorio. Carta canta, e vedremo anche perché.
(...) I ricercatori ritengono che questa differenza di atteggiamenti potrebbe essere giustificata dal fatto che i documenti scritti a mano o su cartaceo continuano a mantenere, agli occhi di molte persone, una valenza legale più forte. Una lettera scritta a penna, insomma, sarebbe più difficile da cancellare o far sparire. Ecco dunque, che in qualità di documento e testimonianza, è preferibile affidare alla carta i sentimenti più veri. La email, ancora vista come un documento fluttuante, nonostante oggi anche i supporti digitali siano sempre più difficili da cancellare o controllare, favorirebbe quindi la menzogna. (...)
Lo studio rispecchierebbe, secondo i ricercatori, la crescente preoccupazione legata agli ambienti di lavoro nei quali le comunicazioni, partire dal 1994 circa, vengono veicolate soprattutto via mail e senza alcun tipo di regolamentazione. "La posta elettronica evita di mostrare qualsiasi tipo di segnale comportamentale o non verbale che il nostro corpo potrebbe emettere durante una conversazione verbale, ma anche nell'ambito di una lettera scritta a mano, e favorisce quindi comportamenti ingannevoli che difficilmente possono essere scovati".
Del resto gli studi più recenti sull'argomento confermano che, comparando l'email ad altri mezzi di comunicazione, la posta elettronica viene associata spesso a comportamenti spiacevoli: da una scarsa fiducia interpersonale ad atteggiamenti negativi, fino ad una tendenza più spiccata all'invio di messaggi dai contenuti offensivi, imbarazzanti e violenti.

Disuso e uso

Il foglietto della Messa: solo per distrarre i bambini?
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 6 luglio 2008
C’è chi pensa che il foglietto della Messa sulle panche della Chiesa sia per il bambino piccolo, così sta tranquillo: lo stropiccia, lo butta in terra, lo straccia, anche se ogni tanto distrae la mamma («non in bocca!»). Qualche ragazzo si esibisce negli origami: ne fa una barchetta o un’ochetta. La signora là in fondo lo usa come ventaglio, in certe afose domeniche «che non si respira». C’è chi trova utile il foglietto perché, ripreso in mano a un certo punto, segnala al predicatore che è tempo di concludere la predica. Alcuni pensano che potrebbe servire, ma - accipicchia! - dimenticano sempre a casa gli occhiali. Qualche parroco trova che il foglietto sia una spesa. Ha calcolato che le fotocopie costano meno e, messe da parte, si usano ancora tra tre anni. Adesso però cambia il lezionario...
Invece la vecchia maestra lo usa bene il foglietto. Prima della Messa si prepara alla preghiera e poi può seguire meglio le letture: i lettori hanno talora un’interpretazione bizzarra della punteggiatura e, per di più, lei è un po’ dura d’orecchi. Dopo la Messa torna volentieri su una parola, una preghiera, un canto: si porta via una frase, come viatico per la settimana.

venerdì 28 novembre 2008

La speranza che siano compiuti i desideri profondi

Dagli «Opuscoli» di san Tommaso d'Aquino, sacerdote
(Sul Credo: Opuscula theologica 2, Torino 1954, pp. 216-217)
Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel Credo si chiude con le parole: “Vita eterna. Amen”.
La prima cosa che si compie nella vita eterna è l’unione dell’uomo con Dio. Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: “Io sono il tuo scudo e la tua ricompensa sarà molto grande” (Gn 15,1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: “Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia” (1 Cor 13,12).
La vita eterna inoltre consiste nella somma lode come dice il profeta: “Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode”” (IS 51,3).
Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà di più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell’uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all’infinito. Per questo le brame dell’uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: “Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa in te”.
I santi, nella patria, possederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all’apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: “Prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt. 25,21); e Agostino aggiunge: “tutta la gioia non entrerà nei beati ma tutti i beati entreranno nella gioia”; ed anche: “Egli sazia di beni il tuo desiderio”. Tutto quello che può procurare felicità là è presente ed in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo più assoluto godimento, perché si tratta del ben supremo, cioè di Dio: “dolcezza senza fine alla tua destra” (Sal. 15,11).
La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l’altro come se stesso e perciò godrà del bene altrui come proprio. Così il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati.

In fila per ricevere gratuitamente

Lo faranno forse solo perché è gratis;
lo faranno forse solo perché diverte;
lo faranno forse solo perché "così fan tutti";
lo faranno forse senza sapere bene il perché
lo faranno forse ancora per poco...
ma a me ricorda tanto un' altra processione quotidiana,
dove altre persone vanno a ricevere gratis
un piccolo pezzo di pane.
don Chisciotte
Fata Prosciutto
di Massimo Gramellini
Ogni giorno alle 13 e 40 la signora Kathy, titolare con il marito Rocco del banco di carni e salumi in un famoso mercato di Torino, riceve la visita di un gruppo di adolescenti in libera uscita da una scuola media poco distante. Ogni giorno scende dal predellino e rivolge loro le stesse due domande: come state e quanti siete. Col tempo la seconda domanda è diventata sempre più importante, perché il numero dei ragazzini è in aumento. A ciascuno Kathy offre un sorriso e una fetta di prosciutto. Non sa nemmeno lei perché lo fa. Ha cominciato e si è scordata di smettere.
L’aspetto più straordinario di questo racconto, del quale sono venuto a conoscenza dalla mamma di uno dei beneficiati, è la sua assoluta gratuità. Una fetta di prosciutto non basta a sfamare neppure Fassino e i dodicenni che la ricevono in omaggio non appartengono alla schiera dei bisognosi. Il gesto di Kathy non possiede quindi alcuna utilità pratica o rilevanza sociale. Eppure ogni giorno alle 13 e 40 sembra che al mercato stia per succedere qualcosa. I frequentatori abituali cominciano a chiedersi: ma i ragazzi quando arrivano? E quando arrivano, perché arrivano sempre, e ogni volta più numerosi, il rito della fetta di prosciutto si ripete, per la soddisfazione incomprensibile di tutti. È come se in un mondo dominato dallo scetticismo dei pensieri tristi, quel siparietto quotidiano di assurda bontà fungesse da balsamo e da ripasso universale. Per ricordarci, nel caso gli affanni della vita ce lo avessero fatto dimenticare, chi siamo e cosa potremmo essere davvero.

giovedì 27 novembre 2008

Lavori pericolosi

Senza dubbio lo faranno con coraggio e generosità
- più di quelli di coloro che hanno messo le mine -
ma purtroppo sarà anche per necessità.
Confine tra Siria e Giordania. Terra al centro di conflitti dove le mine formano un tappeto invisibile di morte. E proprio qui si cimenta un piccolo esercito di donne coraggiose tra i 20 e i 36 anni. Sono le "cacciamine". Il loro compito è scoprire e neutralizzare gli ordigni. Un lavoro complicatissimo e pericolosissimo che queste donne svolgono con meticolosità e perizia.

mercoledì 26 novembre 2008

Invito

Prodotti "cattolici"

Quanti prodotti da piazzare con l'etichetta "cattolico"
di mons. Mario Delpini
Avvenire - Milano 7 - 21 settembre 2008
«Non sarà per caso contro la scuola cattolica!», aggredisce il parroco la segretaria di un istituto nuovo che chiede uno spazio sulla bacheca parrocchiale. «Noi siamo cattolici: se non ci aiutiamo tra noi finirà che governeranno gli anticlericali!», protesta il candidato contro il parroco che nega la sala parrocchiale per una riunione in vista delle elezioni. «La gente ha bisogno di messaggi forti e di parole chiare! Se non le trova in chiesa dove le troverà?», imbecca risentita la devota che si è sentita dire di no mentre esponeva in fondo alla chiesa messaggi della Madonna che invita alla preghiera. «La nostra associazione ha ricevuto l’approvazione del vescovo di qui e del cardinale di là. Un piccolo aiuto per un’opera buona: non le chiediamo un grande sforzo», insiste l’incaricato con tanto di cartellino. Insomma - pensa il parroco - ciascuno ha un suo prodotto da piazzare e allora diventa utile anche la parrocchia e l’etichetta di "cattolico". È quando la parrocchia chiede un aiuto, senza fare pubblicità a nessuno, che associazioni, santuari, onorevoli hanno la risposta pronta: «Ci spiace, ma - lei capisce - non rientra nei nostri scopi...».

martedì 25 novembre 2008

Sulle donne nella Chiesa

Non poche donne moderne criticano la Chiesa in quanto potere maschile, le parole chiave sono: invisibilità delle donne e legame tra donna e peccato. Cosa ne pensa lei, che ha lavorato e vissuto per tutta la vita con la Bibbia?

In questo discorso la Bibbia può essere d'aiuto, per quanto alcune colleghe e colleghi fondino il rimprovero femminista anche sul testo biblico. Essendo stato scritto da uomini, affermano, il racconto pone gli uomini in primo piano, le donne sullo sfondo. È vero, erano altri tempi. Eppure nella Bibbia le donne meritano più attenzione che in passato: occorre una grande e scrupolosa attenzione per apprezzarne le tracce. In effetti sono stati commessi errori, probabilmente da uomini, per esempio quando Maria di Magdala viene degradata a peccatrice o prostituta, sebbene nel testo non figuri nulla di tutto questo. Una peccatrice di cui non conosciamo il nome bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, li bacia e li cosparge di olio profumato. Non è Maria di Magdala. Farne una peccatrice non è giustificato. Era senz'altro affetta da un male o da un disturbo psichico, posseduta da sette demoni, si diceva nel linguaggio biblico. Gesù l'ha guarita e ne è nato un rapporto profondo tra loro.
Incontriamo Maria di Magdala nella più ristretta cerchia delle donne intorno a Gesù. Lei gli resta fedele sotto la croce insieme a sua madre; è la prima persona a incontrare Gesù risuscitato, che le si rivolge chiamandola per nome, Miriam, e lei gli risponde con affetto e riverenza: «Rabbunì». Un appellativo ancora più confidenziale di rabbi, maestro. È un rapporto di amore, pieno di bellezza e di fedeltà, una relazione che guarisce e rafforza, che illumina ed è aperta alla comunità, in cui Maria di Magdala divenne una figura centrale dopo l'ascensione in cielo di Gesù. Posso comprendere che romanzi e film abbiano tentato, fino ai tempi più recenti, di rendere scandaloso questo intenso rapporto. A volte vi si riversano desideri e fantasie umani. Quel che sappiamo e quel che credo è che Maria di Magdala è il prototipo di una credente, perché ama fino all'eccesso. Non in maniera mediocre o soltanto ragionevole, ma in modo completo. Attraverso la guarigione e l'amicizia, Gesù le ha aperto gli occhi all'amore. Maria di Magdala era una donna sensibile. L'eccesso esiste nel bene come nel male. Maria di Magdala rappresenta l'amore a cui sono chiamati un cristiano e una cristiana, completo e senza limiti nel bene. Per Gesù era una «persona autentica».
Tutti noi possiamo cercare persone simili e provare gratitudine quando le troviamo. Penso alle oranti, che sono la forza maggiore della Chiesa, e anche alle collaboratrici che, lo ammetto, spesso stanno dietro agli uomini. Guardo, con speranza alle donne che nella Chiesa, nelle comunità e nella nostra società si mostrano sempre più sicure. Le donne sono compagne fin dal principio: Dio creò l'essere umano come uomo e donna. Gli ecclesiastici devono chiedere perdono alle donne per molte cose, ma, soprattutto, oggi devono considerarle maggiormente come interlocutrici. Negli ultimi anni le donne hanno molto lottato, una certa dose di femminismo è necessaria. Non per questo gli uomini devono avere timore e lasciarsi spingere a un atteggiamento opposto. Le donne vogliono uomini, non «donnicciole» mi ha detto con stupefacente schiettezza un'impetuosa signora.
Per quanto riguarda la direzione della Chiesa vorrei, tuttavia, invitare, alla pazienza: essa scoprirà sempre più le possibilità delle donne. Sono stati fatti molti progressi e se ne compiranno altri ancora, specie se portiamo avanti un rapporto di collaborazione. Desidero ricordare che su questo problema le diverse chiese seguono ritmi differenti. La nostra Chiesa è un po' timida.
Maria, la madre di Gesù, dovrebbe essere più amata dagli uomini moderni. A nessuno Dio ha attribuito un'importanza maggiore per il Messia che a questa donna. Se osserviamo l'albero genealogico del Messia, troviamo donne notevoli, che le Sacre Scritture rendono anelli di una catena a cui Dio collega la famiglia. Vi scopriamo anche donne dai ruoli inconsueti, dal coraggio impressionante e dalla grande fantasia redentrice. La Bibbia rafforza le donne e aiuta la Chiesa ad andare avanti.

Come si va avanti? E in che direzione?

Ovunque nella Chiesa si può constatare che le donne assumono sempre più compiti direttivi. Ammetto che questa evoluzione positiva è nata più dalla necessità che da una convinzione del clero. Ma è uno sviluppo promettente. Nella Bibbia vi sono donne che dirigono comunità: penso a Lidia di Filippi e alle molte collaboratrici di Paolo a capo delle sue comunità. Nel Nuovo Testamento incontriamo le diaconesse, presenti nella Chiesa primitiva e fino al Medioevo. Negli ultimi anni le teologhe hanno scoperto l'importanza di queste donne per la Chiesa.
Per quanto riguarda il sacerdozio, dobbiamo tenere conto del dialogo ecumenico con gli ortodossi e delle mentalità in Oriente e in altri continenti. Negli anni Novanta sono andato a trovare a Canterbury l'allora primate della Chiesa d'Inghilterra, l'arcivescovo dottor George Léonard Carey. L'ordinazione di donne aveva provocato tensioni nella sua Chiesa. Ho tentato di infondergli coraggio in questa impresa: potrebbe aiutare anche noi a rendere più giustizia alle donne e a comprendere come andare avanti. Non dobbiamo essere scontenti perché la Chiesa evangelica e quella anglicana ordinano donne, introducendo così un elemento fondamentale nel contesto del grande ecumenismo. E tuttavia questo non è un motivo uniformare le diverse tradizioni.
C.M.Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme, 106-109

Altra forma di violenza sulle donne

In Inghilterra è allarme tacchi alti: "36 milioni di danni per le ragazze"
Londra alle prese con le sexy scarpe
Fanno sembrare più alte, più magre, in una parola più belle. Eppure le scarpe col tacco alto, a volte vertiginoso, possono provocare danni anche gravi ai piedi delle donne, costrette a correre ai ripari, come avverte il detto che "chi bella vuole apparire, un poco deve soffrire".
Nel Regno Unito, per esempio, una ricerca condotta su mille ragazze dai 15 anni in su da una marca di calzature rivela che ogni anno vengono spesi 29 milioni di sterline, circa 36 milioni di euro, per sottoporsi a interventi di "raddrizzamento" delle dita dei piedi, di estrazione di calli e di unghie incarnite e di "sblocco" di nervi danneggiati dall’andatura incerta e innaturale che si assume con 12 centimetri di altezza artificiale in più. (...)
In rapida diffusione sono poi gli interventi di chirurgia estetica per "riempire" con uno speciale filler il tallone e rendere la falcata più confortevole anche con un tacco 20.
Il consiglio degli esperti, contrari a queste esagerazioni, è senz’altro quello di alternare il più possibile scarpe alte con calzature da ginnastica, morbide e di gomma e in grado di far rilassare il piede e di compensare gli sforzi effettuati dalla schiena.

Mancanza di rispetto

Le nuove piaghe sociali
60 milioni di spose bambine. Hanno tra gli 8 e i 14 anni
Lo scorso aprile, in Yemen, una bambina di 8 anni di nome Nojoud si presentò da sola in tribunale, dicendo che era stata costretta dal padre a sposare un uomo trentenne che l’aveva picchiata e forzata ad avere rapporti sessuali. Ci sono 60 milioni di «spose bambine » nel mondo, secondo le Nazioni Unite. Il giorno delle nozze arriva in genere tra i 12 e i 14 anni, a volte anche prima. Il marito è spesso un uomo più anziano, mai incontrato prima. Ad aprile Nojoud ha chiesto e ottenuto il divorzio. Ma per la maggior parte delle piccole spose come lei non c’è via d’uscita.
L’organizzazione americana International Center for Research on Women (Icrw) ha compilato una «Top 20» dei Paesi in cui i matrimoni di minorenni sono più diffusi: il Niger è al primo posto (il 76,6% delle spose hanno meno di 18 anni), seguito da Ciad, Bangladesh, Mali, Guinea, Repubblica centrafricana, Nepal, Mozambico, Uganda, Burkina Faso, India, Etiopia, Liberia, Yemen, Camerun, Eritrea, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Zambia. La «classifica » è basata su questionari standardizzati che non sono però disponibili per tutti i Paesi. Resta fuori dalle statistiche, ad esempio, gran parte del Medio Oriente.
I Paesi della Top 20 sono i più poveri del mondo. In Niger e Mali, rispettivamente il 75% e il 91% della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Le spose bambine vengono dalle famiglie più povere in questi Paesi. Spesso i genitori ritengono di non avere altra scelta. «Sono viste come un peso», spiega al Corriere Saranga Jain, ricercatrice dell’Icrw. Nutrirle, vestirle e istruirle costa troppo. E c’è un forte incentivo economico a darle in spose presto. «Nei Paesi in cui vige la pratica della dote (Sud Asia e specialmente India), la famiglia dello sposo è disposta ad accettarne una più ridotta se la ragazza è giovane — dice Jain —. Così i genitori danno in spose le figlie da bambine per pagare di meno. E c’è un incentivo anche in alcuni Paesi africani nei quali sono i genitori della bambina a ricevere un pagamento: più è giovane, più alto è il prezzo». Uno studio condotto in Afghanistan (mancano dati standardizzati ma si ritiene che il 52% delle spose siano bambine) mostra che questi matrimoni vengono praticati anche per sanare debiti o ottenere, in cambio, una moglie per un figlio maschio. «La maggior parte dei genitori non vuole fare del male alle figlie», dice la fotografa americana Stephanie Sinclair, che ha conosciuto tante di queste bambine in Afghanistan, Nepal, Etiopia. «Pensano di proteggerle facendole sposare quando sono vergini: è molto importante in queste società. Ho però incontrato anche una donna che non sembrava dare molto valore alla figlia. "Perché nutrire una mucca che non è tua?", mi rispose quando le chiesi perché, dopo averla promessa in sposa, non la faceva più andare a scuola».
Le minorenni tendono ad essere date in moglie a uomini molto più vecchi di loro. In Africa centrale e occidentale, un terzo delle bambine spose dichiarano che i mariti hanno almeno 11 anni più di loro. In tutti i Paesi della Top 20 ci sono poi casi in cui la differenza d’età è di decenni: anche 70 anni. Come si spiega? Quando c’è un «prezzo per la sposa», occorrono anni di lavoro perché un uomo possa permettersene una giovane. Nelle unioni poligame, inoltre, man mano che il marito invecchia le nuove mogli sono sempre più giovani. «Uomini più anziani tendono a scegliere ragazze molto più giovani per far sesso — aggiunge Jain—anche perché è più probabile che non abbiano l’Hiv e malattie sessualmente trasmesse o per via di superstizioni secondo cui le vergini possono curare l’Aids; e perché saranno fertili più a lungo».
Le spose bambine si vedono negare la possibilità di studiare e di lavorare: continuano così ad alimentare il ciclo di povertà da cui provengono. Non possono lasciare il marito perché non hanno i soldi per restituire la dote, e il divorzio è spesso considerato inaccettabile. Il problema non è solo il matrimonio precoce, ma anche il parto precoce. La morte di parto è 5 volte più probabile per le bambine al di sotto dei 15 anni che per le ventenni, secondo l’agenzia per la popolazione dell’Onu (Unfpa). Il rischio di morte del feto è del 73% maggiore che per le ventenni. Non essendo le bambine fisicamente pronte alla gravidanza, le complicazioni sono frequenti (...)
Dal 1948 l’Onu e altre agenzie internazionali tentano di fermare i matrimoni di minorenni. Tra gli strumenti più importanti: la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne e la Convenzione sui diritti del bambino. L’Unicef definisce ogni matrimonio di minorenni un’unione forzata, perché i bambini non hanno l’età per acconsentirvi in modo «pieno e libero». Quasi tutti i Paesi della Top 20 hanno fissato un’età minima per il matrimonio, molti a 18 anni. Ma la legge non viene rispettata. A volte mancano le risorse, altre volte la volontà politica. (...)
Quella delle spose bambine è una tradizione antica, radicata. La soluzione? Per l’Icrw l’unica via è alleviare la povertà, istruire le bambine e collaborare con i leader locali per cambiare le norme sociali.

Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

Uno spot significativo sulla violenza psicologica sulle donne.

lunedì 24 novembre 2008

Neve

Sabato mattina prima neve al Sacro Monte di Varese,
stanotte prima neve a Venegono:
ci sono ancora le stagioni di una volta!

Come la Chiesa guardava i giovani del '68

Commovente la profondità di questo Papa
e la sua passione vera per gli uomini e per la Chiesa

Dall'Udienza di Paolo VI
- 25 settembre 1968
A Noi basta ora fare un’osservazione d’indole generale, una Nostra contestazione (se così vi piace) circa la diagnosi dell’animo giovanile, alla quale abbiamo testé accennato; ed è questa: quella diagnosi è incompleta, estremamente incompleta; la potremmo dire «globalmente» falsa, se essa pretende darci una descrizione integrale e onesta della gioventù degli anni sessanta (o settanta se più vi piace); sarà parzialmente esatta, forse, ma non è corrispondente alla realtà, a tutta la realtà giovanile odierna.
Perché? perché trascura alcune caratteristiche importantissime del giovane d’oggi; caratteristiche, che, inquadrate nel disegno fedele del suo volto autentico, ci danno di lui, del giovane d’oggi, un’immagine molto diversa. Anche qui, a volere studiare bene le cose, troppo vi sarebbe da dire. Accenniamo appena, quasi ad esempio, con qualche domanda.
Non è forse vero che oggi la gioventù è appassionata di verità, di sincerità, di «autenticità» (come ora si dice); e ciò non costituisce un titolo di superiorità? Non vi è forse nella sua inquietudine una ribellione alle ipocrisie convenzionali, di cui la società di ieri era spesso pervasa? E nella reazione, che sembra inesplicabile ai più, che i giovani scatenano contro il benessere, contro l’ordine burocratico e tecnologico, contro una società senza ideali superiori e veramente umani, non vi è forse un’insofferenza verso la mediocrità psicologica, morale e spirituale, verso l’insufficienza sentimentale, artistica e religiosa, verso l’uniformità impersonale del nostro ambiente quale la civiltà moderna va formando?
E perciò non vi è in questa insoddisfazione giovanile un segreto bisogno di valori trascendenti, il bisogno d’una fede nell’Assoluto, nel Dio vivente? Ancora: è poi vero che i giovani d’oggi sono individualisti ed egoisti, quando non sanno più vivere se non in compagnia d’altri giovani, quando hanno un istinto, perfino eccessivo, dell’associazione, del conformismo collettivo? E chi oserà sostenere che i nostri giovani sono incapaci di abnegazione e di amore per il prossimo, quando sono proprio essi che spesso, nei momenti di pubblico bisogno, o nelle situazioni socialmente insostenibili, danno lezione a tutti di prontezza, di dedizione, di eroismo, di sacrificio? Non conoscono i giovani coloro che non vedono quale capacità di rinuncia, di coraggio, di servizio, di eroico amore essi hanno nel cuore; e oggi forse più di ieri. E che cos’è quella loro impazienza d’entrare subito, e come uomini adulti non come fanciulli minorenni, nell’arringo della vita reale, se non una rispettabile e spesso encomiabile ansia di partecipazione alle comuni responsabilità?
Dunque l’esame dello spirito giovanile contemporaneo è da rifare; esso è delicato e complesso; e a Noi offre fin d’ora questa certezza: il rapporto fra gioventù e Chiesa, al quale accennavamo, non è affatto un rapporto definitivamente negativo, non è un rapporto d’opposizione, di estraneità; è un rapporto positivo; quello di una scuola, dove la verità e lo spirito si aprono, si svelano e s’incontrano; quello d’una comunità organica, dove l’unità non crea oppressione, né uniformità, ma reciprocità, rispetto ed amore; quello d’una singolare pienezza, d’una impensata felicità; la pienezza degli autentici valori umani e spirituali; la felicità della certezza, della carità; quello d’un incontro prodigioso e stupendo, l’incontro con Uno, il Quale sta tra la Chiesa che lo introduce e la gioventù che lo scopre, anzi che vi scopre l’unico vero amico, l’unico vero maestro, l’unico vero e sommo eroe, l’unico vero prototipo di Uomo, che valga la pena di cercare e di integrare per sempre alla propria vita; voi capite Chi è; è Cristo, è Dio fatto uomo. È il segreto, è il dono della Chiesa. Esso lo offre alla Gioventù!
il testo completo nella sezione Testi

Serietà

Ramona for president
di Massimo Gramellini
L’attrice Ramona Badescu è stata nominata consigliere del sindaco di Roma per i rapporti con i romeni (i rapporti con gli uzbeki sono congelati in attesa di trovare un’attrice di madre lingua). La politica Daniela Santanché è stata ingaggiata da Odeon Tv, insieme a Irene Pivetti ed Elisabetta Gardini, una ex onorevole diventata personaggio televisivo e un ex personaggio televisivo diventata onorevole. Se la società degli umani seguisse i criteri dei politici, avremmo dentisti che trapanano radiatori e meccanici che scalpellano carie, parrucchieri che insegnano procedura penale e magistrati che fanno la messa in piega. Sarebbe un mondo elettrico ed estemporaneo. Finirebbe in fretta, ma fra molte risate. Invece quello dei politici resiste perché non è più un mercato specializzato. Prevale chi non sa fare nulla, a patto che non lo sappia fare dappertutto. Un ceto di incompetenti intercambiabili, che può stare su un calendario come al governo, andare in Parlamento sull’onda di un successo (o insuccesso) televisivo e finire in tv sulla scia di un’esperienza parlamentare.
Ben ci sta. Ai tempi di Mani Pulite ci accanimmo contro i professionisti della politica. Anziché esigere semplicemente che i componenti di tutti gli organi elettivi dello Stato e degli enti locali venissero dimezzati, per ridurre a cifre accettabili i costi endemici della corruzione, pensammo di risolvere il problema con l’ingresso della fantomatica società civile nelle stanze dei bottoni. Così la politica, che in mano ai politici era una cosa sporca ma seria, è rimasta sporca ed è diventata anche frivola.

domenica 23 novembre 2008

sabato 22 novembre 2008

Neffa - "Cambierà"

Un brano che mi piace sempre,
con la speranza che qualcosa cambi!

40 anni dopo

Oggi, esattamente 40 anni dopo il sottoscritto,
è nato questo bambino.
C'è futuro per il mondo!

venerdì 21 novembre 2008

Falsità (s)vestita

Il calendario metaforico
di Massimo Gramellini
Dopo le guerre, le tette restano la passione di cui i maschi si vergognano di più. Quando vogliono fare una guerra dicono di voler esportare la democrazia. E quando vogliono mostrare una tetta dicono che è una metafora della crisi o un messaggio di attenzione dell’uomo verso la natura, per usare le parole con cui Tronchetti Provera ha illustrato a Berlino il nuovo calendario Pirelli, dove modelle nude si rotolano nella savana e dondolano appese alle zanne di un elefante.
Non mi sfugge l’importanza del superfluo, purché non sia trucido, e in questo caso non lo è, trattandosi di foto d’autore. Ma trovo stucchevole la necessità, comune a molti, di rivestire le tette di nobili intenzioni, attribuendo loro significati simbolici. L’unico riferimento alla crisi che intravedo nelle modelle del calendario è la loro sconfortante magrezza. Quanto alle altre metafore, fra zanne e proboscidi me ne vengono in mente solo di ridicole o volgari, invece sento dire che quelle donne discinte e quegli elefanti esterrefatti sarebbero lì per lanciare un allarme in difesa dell’ambiente. La difesa dell’ambiente è l’ultima sottoveste alla moda con cui si coprono tutte le vergogne: fra un po’ la useranno persino i petrolieri. Io mi accontenterei di lanciare un allarme in difesa del linguaggio: «Abbiamo realizzato un calendario di tette d’artista perché agli acquirenti piacciono le tette e il particolare che siano d’artista consente loro di appenderle alla parete senza morire d’imbarazzo». Che mondo sarebbe il mondo, se fosse così sincero. Una metafora del paradiso.

giovedì 20 novembre 2008

Battaglie di condominio

Due milioni di cause per sei miliardi di euro. Sei italiani su cento sono in lite col vicino
Spesi tre miliardi di euro l'anno. Schiamazzi e rumori notturni principale causa di litigio
Condominio, carissimo nemico. Cronaca di una battaglia quotidiana
Quel tac-tac degli zoccoli alle cinque del mattino. Quel parcheggio usurpato nel cortile. Quel cane che non smette di abbaiare. Quell'odore di broccoli che invade le scale. Quel maleducato che lascia aperto il portone. Quel principiante che strimpella "Per Elisa" all'infinito. Quei bambini che schiamazzano. Quelle cicche che piovono sul prato.
Altro che casa, dolce casa: da quando l'italiano è diventato un condomino, la sua vita quotidiana è tormentata, oppressa e inacidita dalle battaglie rancorose e sorde che si nascondono sotto l'ipocrisia del buongiorno-e-buonasera davanti all'ascensore, da quelle beghe tra vicini di casa che cominciano con una telefonata all'amministratore, esplodono nell'assemblea del palazzo e finiscono con gli insulti in tribunale, sul più affollato terreno di scontro di questo terzo millennio: la trincea del condominio.
Sei italiani su cento sono in causa col vicino. Due milioni di processi, la metà esatta di tutto il contenzioso che invade le affollate aule dei giudici di pace. Tre miliardi di euro spesi ogni anno per le liti condominiali, che qualche volta trascendono e finiscono in tragedia: il 3,5 per cento dei delitti, rivela un rapporto Eures, matura nei rapporti di vicinato.
Chiunque si sia trovato a vivere in un appartamento anche solo per una stagione sa bene che una scala può diventare un campo minato, un pianerottolo può trasformarsi nel ring dei dispetti quotidiani, un androne può mutarsi nel teatro di un dramma. Micro-conflittualità di caseggiato, la chiamano i sociologi. E sbagliano, perché non è micro per niente.
Non solo perché c'è chi arriva a uccidere, per un cane che abbaia o per un rumore di tacchi - quelli che dopo il delitto i carabinieri catalogano immancabilmente come "futili motivi" - ma perché il rancoroso litigio tra condomini è all'origine di una valanga di cause civili e di processi penali.
Ma qual è la scintilla che accende lo scontro? Nella classifica dei litigi - compilata dai 13 mila amministratori di condominio dell'Anammi - al primo posto ci sono i rumori che rubano il sonno: mobili spostati alle due di notte, subwoofer che fanno tremare i muri, cagnette che latrano e lavatrici che centrifugano. A Roma, per esempio, un condomino ha denunciato il vicino per rumori molesti perché "tirava ripetutamente lo sciacquone nelle ore notturne, nonostante fosse stato debitamente avvertito che il rumore dello scarico svegliava la famiglia del piano sottostante".
Poi vengono le contese sull'uso degli spazi comuni, che ormai rappresentano per il genere umano quello che per i gatti sono le zuffe per il dominio del territorio. Che diritto ha l'inquilino del terzo piano di parcheggiare il suo furgone al centro del cortile? Perché la signora dell'attico ha piazzato una scala a chiocciola per arrivare al terrazzo condominiale? Come si è permesso il ragioniere del pianterreno di piantare un albero nel giardino comune?
Al terzo posto, i rumori nelle aree condominiali: bimbi che tirano il pallone contro la saracinesca, meccanici che sgasano motori rombanti, portieri che tagliano l'erba alle sei del mattino, magazzinieri che scaricano le bombole del gas. Qualche anno fa il nuovo proprietario di un appartamento all'ultimo piano scoprì che gli altri condomini avevano piazzato le loro autoclavi proprio sopra la sua camera da letto, e dunque il suo sonno era fatto di brevi pause tra il botto di una pompa e quello di un'altra. Andò dall'amministratore, andò dai vigili, andò dal pretore, andò persino in tv (alla trasmissione "Mi manda Lubrano"), ma sempre con lo stesso risultato: zero.
L'acqua che piove dal balcone del piano di sopra è al quarto posto: una volta quello che nei regolamenti condominiali è chiamato "stillicidio" prendeva la forma dei panni che gocciolavano o del filo d'acqua che scendeva giù dai vasi appena innaffiati.
Oggi, purtroppo, l'avvento degli irrigatori automatici ha aperto un nuovo fronte: c'è chi è convinto di avere un diritto naturale a lasciarli aperti a manetta per tutta la notte, e non prende neanche in considerazione le proteste della signora del piano di sotto che si ritrova il balcone allagato e il muschio sulle pareti.
Al quinto posto, il braccio di ferro sugli animali domestici. Il pastore tedesco che lascia le sue impronte sull'ascensore, il randagio che fa la pipì sulle macchine posteggiate, il dobermann che scende sempre le scale senza museruola, la gattina adottata dal condominio che fa paura alla signora del quarto piano, per non parlare del rottweiler del colonnello che ha sbranato il chiuhaua della professoressa. L'anno scorso, un ingegnere portò al magistrato le foto della sua auto, il cui parafango era stato addentato - e deformato - dai denti di un pitbull (nulla potè però la giustizia, perché l'animale si era nel frattempo dato alla latitanza).
Tutto questo senza entrare nel contenzioso che tocca il portafogli: il distacco dalla caldaia condominiale, l'errore nella tabella millesimale, l'annullamento dell'assemblea che deliberò il rinnovo della facciata, la contestazione delle quote per l'acqua e via impugnando. Si arriva, dicevamo, a due milioni di cause.
Questo fiume livido e aspro di dispetti e di ritorsioni sfocia nelle aule di tribunale occupando la metà dei giudizi civili e un bel numero di processi penali. A Roma c'è un'intera sezione del Tribunale (la quinta) che si occupa solo di contenzioso condominiale. È al terzo piano del palazzo di viale Giulio Cesare, una lunghissima serie di stanze disadorne nelle quali un magistrato dà retta, di solito, a cinque o sei avvocati contemporaneamente, sommerso da una montagna di citazioni, notifiche, memorie e comparse che dopo tre anni di udienze costeranno ai litiganti in media dai due ai tremila euro ciascuno.
Ma il grosso delle contese approda sulle scrivanie dei giudici di pace. Quelli civili affrontano le questioni che si risolvono col denaro, in maggioranza tra condomini e amministratori. Quelli penali devono invece dipanare le matasse più complicate, uno spinoso groviglio di antichi torti e di quotidiane vendette che invoca giustizia per ingiurie, molestie, danneggiamenti e disturbo della quiete.
Ma ci riescono davvero, poi? "Noi dobbiamo emettere una sentenza - ammette Osvaldo Jacobelli, giudice di pace della sezione penale - ma è molto difficile che la giustizia riesca a risolvere il problema pratico che assilla il querelante, dal ticchettio dei tacchi allo sciacquone notturno". Certo, se sono volati gli insulti le cose cambiano.
"Intanto però ci vogliono dei testimoni - spiega Francesco Malpica, anche lui giudice di pace - altrimenti è la tua parola contro la mia. E poi i rapporti sociali si sono così imbarbariti che le parolacce sono diventate un fatto ordinario, al punto che la stessa Cassazione ha stabilito che non offendono più il decoro e l'onore del destinatario. La verità è che nelle cause di condominio affiorano tutte le frustrazioni dell'essere umano: ci vorrebbe uno psicologo, accanto al giudice". Conferma Roberta Odoardi, direttore generale dell'Anammi: "Una volta i vicini erano degli amici. Oggi sono degli sconosciuti, verso i quali prevale spesso l'intolleranza. Prima si citofonava, adesso si va direttamente dall'avvocato".
I magistrati, comunque, vedono solo la cima di un albero assai più grande di quanto non dicano le statistiche del ministero. Secondo l'Anaci (un'altra associazione di amministratori immobiliari) il 73 per cento dei contrasti si risolve infatti bonariamente prima di finire sulla carta bollata, durante le assemblee condominiali. Dunque, quei due milioni di cause sono solo un quarto delle liti. E di questo 27 per cento, quelle che arrivano alla sentenza sono appena due su cinque, perché le altre tre si chiudono dopo le prime udienze con un accordo tra gli avvocati.
I quali si dividono in due categorie: quelli che gettano benzina sull'ira infuocata del cliente, pensando alla parcella che gli spediranno, e quelli che onestamente gli dicono la verità, avvertendolo che sarà molto, molto difficile ottenere un risultato concreto. "A chi si lamenta del cane del vicino, io dico che in 32 anni di carriera non ho mai letto una sentenza di sfratto per un cane" racconta l'avvocato Stefano Giove. "Certo, a volte la causa è inevitabile - prosegue - Ma chi la avvia deve sapere che i nostri giudici non sono come quelli americani, che possono ingiungere al condannato una concretissima soluzione. In Italia si intrecciano norme lacunose, limiti procedurali e giudizi lunghissimi, fino a otto anni, durante i quali le liti con l'altro condomino si fanno spesso ancora più aspre".
Sulla trincea del condominio, dunque, lo Stato non riesce nemmeno a decretare chi vince e chi perde. Servirebbero un codice speciale, processi lampo e nuovi poteri per i giudici. Ma né l'uno né l'altro sono all'ordine del giorno di questo Parlamento, indizio non minore di quanto poco sappiano i nostri legislatori delle angosce quotidiane degli italiani. Per i quali, una volta varcato il cancello condominiale, vale ancora una sola regola: la legge del più forte.

"Quando sarò capace di amare"?

Sulla soglia dei quarant'anni la domanda non solo è lecita... è d'obbligo!

mercoledì 19 novembre 2008

Reality irreale

Le false difficoltà sull'Isola sfaticata
La cassa integrazione contro la cassa di risonanza
di Aldo Grasso
La visione parallela dell'Infedele di Gad Lerner (La 7, lunedì, ore 21.20) e dell'Isola dei famosi (Raidue, lunedì, ore 21.10) crea singolari integrazioni di senso. Da una parte, si parla di ristrettezze, di miseria, di recessione, di ammortizzatori sociali, di crisi che colpisce i più deboli; dall'altra, di meschine congiure, di brutto tempo, di presunti tradimenti e passioni che sfioriscono, di crisi che fanno fuori i più deboli e premiano i più forti. Da una parte gli esperti, dall'altra gli opinionisti («A lavorare!», verrebbe da gridare a Luca Giurato).
L'infedele è al passo coi tempi, ne subisce il clima infausto. L'isola non collima con il disastro economico che ci è piombato addosso, è pura invenzione, nonostante si chiami reality. I format sulla sopravvivenza sono ancora figli di una società del benessere, neghittosa, opulenta, sfaticata che, a un certo punto, sente il bisogno di crearsi artificialmente alcune difficoltà: gli sport estremi, i viaggi in terre pericolose, i giochi sull'indigenza, il survivor .
Niente di peggio dei falsi moralismi, ma è curioso che da una parte si parli di lavoro nero, di sfruttamento, di sbarco dei clandestini e, dall'altra, la contessa De Blanck, mentre tenta di rassettarsi, dica: «Sembro una profuga». Sfasamento, appunto: bisogni reali contro bisogni artefatti.
All'Infedele ci si chiede con una certa angoscia «Chi aiuterà i nuovi disoccupati?» e, nello stesso istante, all'Isola si fa in modo che personaggi tv di non eccelsa levatura finiti nel cono d'ombra possano ancora godere delle luci della ribalta.
La gente, quella che nelle frettolose votazioni della penultima puntata, Simona Ventura chiama «il popolo sovrano», premia naturalmente L'isola, così come al cinema premia la coppia Boldi-Ventura. Premia cioè la sfasatura, l'urgenza che almeno la finzione racconti una favola meno triste della realtà. Necessità del dolce inganno.

Attesa


Avvento
Arrivò senza essere aspettato, venne senza essere stato concepito. Solo la madre sapeva ch'era figlio di un annuncio del seme che sta nella voce di un angelo. Era accaduto ad altre donne ebree, a Sara per esempio.
Solo le donne, le madri, sanno cos'è il verbo aspettare. Il genere maschile non ha costanza né corpo per ospitare attese. Risento l'aggravante di ignorare fisicamente la voce del verbo aspettare. Non per impazienza, ma per mancanza di tenuta: neanche durante le febbri malariche mi veniva di ricorrere al repertorio delle immaginazioni di guarire, di stare in attesa di.
Nei risvegli mattutini scorrendo Isaia leggo: "Lieti quelli che aspettano lui» (Is 30,18). Non ho conosciuto questa saggia e fisica letizia. Ma più forte di questa notizia, nello stesso verso è scritto: «Perciò aspetterà Iod/Dio di farvi misericordia». C'è un'attesa prima, che spetta a Dio e ha lo stesso verbo ebraico hacchè. Nella sua riduzione al formato della specie umana, il Suo tempo infinito si contrae nel finito di un'attesa. Dio aspetta: «Per farvi misericordia». Il tempo di Avvento sta a imitazione di, sta dirimpetto all'eternità di un Dio che accetta di farsi periodico, irrompendo nel mondo a mesi stabiliti con nascita, morte e risurrezione.
Chi ha in corpo le risorse per concepire attese, conosce dal verso di Isaia l'immensità della corrispondente attesa di Dio.
Erri De Luca, Nocciolo d'oliva, 13-14

martedì 18 novembre 2008

Morte e vita


E' un po' deludente constatare questo modo di affrontare la morte...
Si vede proprio che il panorama culturale non è molto fecondo.
Quello che dici della tua morte, dice quello che sei nella vita.
don Chisciotte
La «Spoon River» dei viventi illustri
Quarantasette italiani si scrivono la lapide
Andreotti la consegna con un biglietto: «Senza fretta»
Alessandra Mussolini si rifiuta: «Ma io so' napoletana»
Una Spoon River autografa (e apotropaica) in cui 47 italiani illustri si autodettano la lapide. È appena uscita per i tipi dell'editore napoletano Tullio Pironti che ne ha affidato la cura alla giornalista di Raitre Elsa Di Gati e s'intitola «Le penultime parole famose». Nella prefazione, l'antropologo Marino Niola avverte: «Ammettiamolo, oggi la morte è decisamente impopolare, soprattutto la propria».
Nonostante questa verità, la Di Gati è riuscita a estorcere epitaffi a gente dall'umorismo inattaccabile come Giulio Andreotti, Tinto Brass, Leo Gullotta e così via, fino a Marina Ripa di Meana e Maria Scicolone. E scrive: «Che abbia ragione Indro Montanelli - «Non ho paura della morte, ma di morire» - oppure Shakespeare per bocca d'Amleto - «Meglio per te un cattivo epitaffio da morto che averli nemici da vivo» - la sostanza poi non cambia: autocelebrare la propria vita, immaginandosi già nell'aldilà, non è uno sport in cui i personaggi di quest'Italia del terzo millennio eccellano. L'aldiqua ci piace assai, e ci restiamo ottimamente». Così molti hanno rifiutato il gioco della Di Gati dal suo amico meridionale Michele Mirabella - «Dio mio» ha risposto - alla napoletana Alessandra Mussolini che ha addotto come giustificazione al diniego l'origine etnica: «Ma io... so' napoletana». Pure la madre lo è, aggiunge la giornalista, ma si è prestata con un oscuro «Mettetemi con la faccia rivolta contro il muro».
In chiusura dell'introduzione, sportivamente, la Di Gati aggiunge un post scriptum con il suo epitaffio: «Morì sopraffatta dagli scongiuri altrui», e quello, che la dice lunga sull'uomo, dell'editore ed ex boxer Tullio Pironti: «Visse in prospettiva».
Barbara Alberti adotta una chiave patologica: «Invece del manicomio sono diventata una scrittrice...». Giulio Andreotti aggiunge - dietro richiesta della curatrice - anche una bozza per il coccodrillo che inizia dalle origini modeste «Appartenne a famiglia modesta (padre insegnate elementare e nonno venditore di cappelli nel piccolo centro laziale di Segni) e continua fino alla «assoluzione» perché «come tanti altri uomini politici è stato coinvolto in «trappole giudiziarie» che ha affrontato serenamente fino alla conclusione...». Il tutto recapitato alla Di Gati con un biglietto che in realtà si offre come il vero epitaffio di Andreotti: «Senza fretta».
All'estremo opposto - si può dire ancora così? - Fausto Bertinotti cita una frase che ascoltò nel 1964 dal vicesegretario della Cgil Ferdinando Santi: «Sono un uomo di grandi ambizioni. E allora vorrei che un giorno un bracciante del Sud o un operaio del nord di questo Paese, pensando a me, possa dire: 'Fernando? Quello era uno dei nostri'. La penso come lui».
Tinto Brass è laconico e manzoniano: «Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza». Lando Buzzanga fa un inno al dubbio mentre Franco Califano non si rassegna: «Faccio un salto dall'altra parte per accertarmi dell'esistenza di Dio, se è tutto vero mi rifarò "vivo"». Humor consuetamente anglosassone per il giornalista Antonio Capranica: «Giornalista ma onesto. Lasciò il mondo sperando / di trovare / altro da raccontare». Carlo Conti, col sorriso fisso «con il quale ha vissuto» si direbbe: «Vivere è bellissimo, ma ora mi riposo un po'. ps: grazie a tutti». Il più sollevato di tutti è Paolo Villaggio: «Finalmente! Non ne potevo più. Non sono mai stato un depresso, ma la colpa è solo vostra».
Classe teatrale per Massimo Dapporto: «Ultima replica». Romanesca, naturalmente, Alba D'Eusanio: «Finalmente me posso fa' na dormita». Familistico Alain Elkan: «Ho amato la mia famiglia». Giovanni Floris, da buon giornalista scrive un coccodrillo di tutto punto che inizia «Voleva solo riuscire a fare il giornalista». Giuliano Giubilei cita Battiato: «Ne aveva avuto di occasioni... perdendole». Mario Monicelli pugnace e impavido: «Non mi preoccupava la sconfitta se la cusa che difendevo era giusta». Previdente Marina Tagliaferri: «La prossima volta voglio leggere il copione prima...».
Infine Teddy Reno esce di scena con una domanda: «Ma Rita dov'è?».

Insieme anche nella morte


Un gruppo di ricercatori tedeschi l'ha individuata nei pressi di Eulau
La prima famiglia della storia: sepolta 4600 anni fa
Padre e madre nella tomba con i due figli: tutti vittime di un'aggressione da parte di un'altra comunità
Sono stati studiati i resti del più antico nucleo familiare mai scoperto finora. La famiglia, composta da una donna dall'età fra i 35 e i 50 anni, un uomo fra i 40 e 60, e due bambini di circa cinque e nove anni, è vissuta 4.600 anni fa, nei pressi del fiume Saal vicino ad Eulau, in Germania, insieme con altri nove individui sepolti nelle vicinanze. Sono stati vittime di una aggressione violenta e chi li ha trovati li ha sepolti con molta cura: la mamma di fronte a un figlio e il papà di fronte all'altro rannicchiando i corpi e sistemandoli in modo che si guardassero l'un l'altro.
A fare luce su età, parentela e luoghi dove sono cresciute queste persone è uno studio pubblicato sulla rivista dell'Accademia Americana delle Scienze, Pnas da un gruppo di ricerca coordinato dall'Università tedesca Johannes Gutenberg- Mainz. La ricerca ha ricostruito la tragedia dell'età della pietra con tecniche genetiche, isotopiche, antropologiche e archeologiche. I dati emersi evidenziano che tutti e 13 gli individui sepolti sono stati vittime di un'aggressione fatale perché mostrano segni di lesioni. In particolare, nella vertebra di una donna è stato trovato un proiettile di pietra e due adulti hanno il cranio fratturato. Molte vittime, inoltre, hanno anche ferite da difesa alle ossa degli avambracci e delle mani. Secondo gli studiosi, queste persone avrebbero subito un raid da parte di un'altra comunità, e poi, sono state inumate con molta cura (insolita per il Neolitico) dagli individui superstiti dell'aggressione.
Lo studio ha fatto anche luce su aspetti sociologici della comunità di appartenenza. Misurando gli isotopi di stronzio presenti nel cibo intrappolato nei denti, gli scienziati hanno stabilito che le donne sepolte hanno vissuto l'infanzia in un luogo diverso da quello degli uomini e dei bambini. «Questo dato - ha osservato uno degli autori, Alistair Pike, archeologo all'università di Bristol - è indice di esogamia, una regola per cui il coniuge deve essere scelto al di fuori del villaggio di appartenenza e di patrilocalità, un'usanza che impone ad una coppia di andare a vivere nei pressi della casa del padre del marito». Tradizioni, conclude l'esperto, usate per evitare l'incrocio fra consanguinei e per intessere la rete di parentela con altre comunità.

lunedì 17 novembre 2008

Vincere facile?!

Giochi in video: quanto si vince
«E così diventerai milionario»: la grande illusione dei quiz in tv
Undici ore di programmazione, due milioni in palio.
«Ma si crea un divario tra mondo virtuale e realtà»
Si possono vincere computer, viaggi, buoni spesa, batterie di pentole, automobili, perfino autobus. E, naturalmente, tanti, tantissimi soldi. Basta avere un pizzico di fortuna. È la promessa della tv: dei numerosi quiz, concorsi e giochi a premi che affollano i palinsesti delle principali reti nazionali. Ogni giorno, almeno 11 ore di programmazione sono occupate da programmi che fanno sognare vincite facili in grado se non di cambiare la vita di darle almeno una bella mano. Solo Canale 5 mette in palio oltre un milione di euro al giorno. Raiuno più di 800mila. È una gara a chi offre di più, a chi spinge più su l'asticella del «montepremi». Una lampada di Aladino catodica dove non bisogna strofinare ma telefonare: tanto basta perché poi, altrettanto magicamente, «il fortunato telespettatore che ha trovato per primo la linea» si ritrovi nella condizione di vincere potenzialmente qualunque cosa. È la televisione «gratta e vinci».
Una televisione «attraente» ma fortemente «diseducativa» e «pericolosa», almeno secondo uno studio promosso da Comunicazione Perbene, associazione per l'ecologia della comunicazione. Dal 19 al 25 ottobre scorsi sono stati monitorati i palinsesti delle principali reti nazionali (Rai e Mediaset). Quindi, un pool di 100 esperti tra psicologi, psicopedagogisti e sociologi ha analizzato i dati raccolti. Dalle 8 del mattino alle 24, le principali sei reti nazionali su 144 ore di programmazione dedicano oltre 11 ore a programmi che promettono facili vincite, con picchi di giorni in cui si superano le 15 ore. Quotidianamente, la somma di tutti i montepremi supera i 2 milioni di euro. Solo Gerry Scotti, con «Chi vuol essere milionario» mette in palio ogni giorno un milione di euro. Raiuno supera gli 815 mila euro con cinque programmi, dal mattino fino ad «Affari tuoi». Il gioco dei pacchi da solo ha come montepremi 500 mila euro. Quello messo in atto da questa tv sarebbe un vero e proprio «bombardamento» che secondo gli psicologi (69%) può avere effetti «pericolosissimi» sul pubblico. Il 58% degli intervistati annovera questi programmi tra i più diseducativi della tv, colpevoli di creare frustrazione (39%), non promuovere i veri valori (56%) e dare un'immagine falsata della vita reale.
Più a rischio sono gli adolescenti (71%), mentre il fattore più diseducativo è nella sproporzione capacità-vincite (62%). «La tv rappresenta il media più potente, questo comporta una responsabilità che spesso il piccolo schermo dimentica, ovvero promuovere messaggi educativi - sottolinea Saro Trovato, presidente di Comunicazione Perbene -. Oggi basta accendere la tv per assistere a programmi che regalano cifre esorbitanti». Rispetto al passato, il cambiamento starebbe proprio nella frequenza di questo tipo di trasmissioni (41%): si è persa l'eccezionalità dell'evento, così come era ai tempi dei grandi quiz di Mike Bongiorno. Ora la percezione diffusa è che la dea bendata si sia fatta molto meno schizzinosa, ormai pronta a baciare chiunque e in ogni momento. A riprova, una rapida scorsa del palinsesto. È un fiorire di programmi con montepremi milionari: su Raiuno in «Carràmba che fortuna», Raffaella Carrà promettere vincite fino 750mila euro (oltre agli altri 800mila offerti quotidianamente dalla rete); Enrico Papi su Italia 1 ne «regala» 100mila, basta girare la ruota della fortuna e incrociare le dita.
C'è poi «Paperissima» che, su Canale 5, mette in palio 100mila euro per chi ha avuto la fortuna di girare un filmato divertente, o ancora «Mattino in Famiglia » che, su Raidue, offre qualche centinaia di euro per risolvere un cruciverba e «Mezzogiorno in Famiglia» che fa «sfidare » i diversi comuni italiani per vincere un pullman (dal valore di circa 150mila euro). E ancora, lo zaino a pannelli solari di «Geo & Geo», la batteria di pentole de «La prova del cuoco», il carrello di libri di «Per un pugno di libri», i buoni spesa di «Occhio alla spesa», i chilometri di viaggio di «Alle Falde del Kilimangiaro». Gli esempi sono moltissimi. Ed è così che - escludendo i reality che pure promettono importanti vincite semplicemente «votando» («La Talpa» di Italia 1, ad esempio, mette in palio 200mila euro) - la tv ogni settimana fa segnare un montepremi totale di oltre 15 milioni di euro: più due milioni di euro messi in palio al giorno, 84.272 euro ogni ora, 1.404 euro ogni minuto, 23 ogni secondo. Cifre che, in tempo di crisi, inevitabilmente ingolosiscono ancora di più. Non c'è da stupirsi dunque se esiste chi dell'inseguire la fortuna in tv ha fatto un'arte. O meglio, un mestiere. (...)

Ancora realtà virtuale

Corna secondarie
di Massimo Gramellini
Quando ho letto che una donna inglese aveva divorziato dal marito dopo averlo trovato abbracciato a un’altra su un sofà di Second Life, ho pensato quel che adesso starà pensando la maggioranza di voi: cosa diavolo è Second Life e soprattutto chi se ne importa. Poi ho visto le foto dei due sposi - obesi, grifagni, con gli occhi rossi di rabbia svogliata - e le foto dei loro «avatar», cioè degli alter ego con cui si aggirano su uno dei tanti siti che consentono di vivere altre esistenze o di offrire al giudizio del prossimo una versione ritoccata e ideale della propria.
Le icone erano bellissime: lui si era calato nei panni di un nero fascinoso col pizzetto e gli occhiali a specchio, lei in quelli di una bruna dagli occhi di cerbiatto. Ho immaginato la tristezza delle loro «prime» vite, trascorse in stanze attigue a smanettare sulla tastiera del computer, fingendosi qualcuno di meglio e di diverso, in una sorta di chirurgia plastica della coscienza. E ho pensato a quanti milioni di persone hanno ormai trasformato il passatempo di una sera in una dipendenza, al punto da investire più emozioni nella vita finta che in quella vera. Nella vita finta si è sempre belli ed eleganti, nessuno deve lavorare su se stesso per migliorarsi, né piegare la schiena sotto il peso delle responsabilità. Ogni tanto però c’è un cortocircuito. La vita finta invade la vera, creando dalle viscere dei sogni un evento mitico come l’elezione di Obama. Ma più spesso è la vita vera che invade la finta e dà lavoro agli avvocati, non riuscendo più a darlo agli psicologi.

domenica 16 novembre 2008

Dipendenze contemporanee

Sesso, amicizia e insoddisfazione, l'identikit di chi è sempre online
Facebookmania fra i 30-40enni
Esplodono le iscrizioni anche in Italia. Ma gli psicologi avvertono: «Attenzione a illudersi»
Un clic e si diventa amici, si ritrovano ex compagni di scuola, oppure antiche fiamme. E sui comincia a condividere pezzi di vita, foto e video. Per senitrsi meno soli. E' la Facebookmania, una passione in rapido aumento anche in Italia: gli ultimi dati parlano di 1 milione 369 mila utenti italiani (su 132 milioni nel mondo), con un incremento di visitatori del 961% in un anno ( del +135% degli iscritti). «E' una febbre che contagiato in particolare la fascia tra i 30 e i 40 anni, e non a caso: questo mondo virtuale è infatti vissuto come un antidoto al senso di vuoto e alla solitudine, che in questa fase della vita, fitta di bilanci, contagia anche i cosiddetti vincenti» commenta Paola Vinciguerra, presidente di Eurodap (Associazione europea disturbi da attacchi di panico) e direttore dell'Uiap (Unità operativa attacchi di panico) alla Clinica Paideia di Roma.
Se infatti il sito è nato richiamandosi - anche nel nome - agli album fotografici che le università americane pubblicano a inizio anno accademico per ritrovare amici perduti, oggi i nostalgici a caccia degli ex compagni di classe sono solo uno dei tanti profili dei facebook-maniaci: ci sono i «troppo soli», gli insoddisfatti, quelli con l'alter ego, quelli che lo fanno per farsi pubblicità, i cuori infranti e, naturalmente, i latin lover virtuali. (...) A 30-40 anni, che gli obiettivi che c'eravamo posti siano stati raggiunti o meno, si fa strada un senso di vuoto, perchè più che l'essere abbiamo curato l'apparire».
Così finiamo per ricercare quelli che sono sentiti come «rapporti veri: i compagni di scuola, gli amici di tante estati al mare, i ragazzi del cortile. Quelli a cui davamo e ricevevamo sostegno e comprensione sinceri. Oggi nel mondo reale recitiamo un po' tutti - avverte la Vinciguerra - ma in passato non era così». «Facebook permette a tante persone di pensare di essere importanti, solo perchè hanno decine e decine di amici virtualì, ma purtroppo si tratta spesso solo di una colossale illusione», sostiene Tonino Cantelmi, psichiatra e psicoterapeuta, docente di psichiatria dell'Università Gregoriana di Roma, e fra i primi a occuparsi del problema delle tecno-dipendenze in Italia. «Occhio però, perchè dimenticano che resterà per sempre traccia sul web del cumulo di menzogne o banalità narcisistiche che si immette nella rete», avverte Cantelmi. E spesso le menzogne vengono al pettine, come è già accaduto nel caso di coppie in cui uno dei due si presenta single sul sito, e l'altro lo scopre. «Si è disperatamente in cerca di una realtà diversa, anche sentimentalmente, così si altera la verità», dice la Vinciguerra.
Ecco, secondo gli esperti, l'identikit dei popolo di Internet contagiato dalla Facebookmania.
1) I nostalgici: Si emozionano alla vista delle foto dei compagni di classe delle medie o del liceo. Cercano gli amici del passato per vedere come sono invecchiati, e commentano i bei tempi andati. Una nostalgia per i vecchi tempi che, di fatto, è un rimpianto per i rapporti veri e perduti, per un'infanzia e un'adolescenza ormai lontana e mitizzata.
2) I latin lover virtuali : Dichiaratamente a caccia di nuovi potenziali partner, ma anche di ex piacenti e disponibili. Spesso celano una relazione (se l'hanno) e rimpinzano il proprio profilo e gli album con foto sexy o interessanti, a volte ritoccate. In genere accumulano decine e decine di amici dell'altro sesso, con i quali fanno i misteriosi. «Ma alla fine si tratta di persone sole o profondamente infelici con il partner, che ricorrono a cumuli di banalità narcisistiche per rendersi interessanti», spiega Cantelmi.
3) I cuori infranti: Prostrati dall'ultima relazione, in corso o finita, sono a caccia degli antichi amori, mitizzano i ricordi. Hanno l'impressione di essersi persi per strada qualcosa di vero. «In questo caso l'insoddisfazione e la solitudine vanno a braccetto - spiega la Vinciguerra - e si cerca di darsi un'altra chance» grazie alla rete.
4)Gli insoddisfatti: Infelici anche se hanno una famiglia e dei figli, spesso sono donne. Non trovano spazio per il sogno, il romanticismo e quel pizzico di avventura, che finiscono per cercare su Facebook.
5) Quelli della pubblicità: Sono più o meno famosi, politici, campioni dello sport, attori. Ricorrono a Facebook in modo strumentale, per farsi mega-spot gratuiti.
6) Quelli con l'ater ego: Dai 400 burloni che si sono presentati nei panni del calciatore Francesco Totti, ai tanti Giulio Cesare o Maria Antonietta, a quelli che pubblicano foto diverse o ritoccano la descrizione vantando titoli ed esperienze di fantasia. Soli e in cerca di contatti, si mettono una maschera per ottenere attenzioni e credibilità nel mondo virtuale.