lunedì 14 aprile 2008

Pasqua festa dei macigni rotolati


Pasqua, festa dei macigni rotolati.

Vorrei che potessimo liberarci dai macigni che ci opprimono, ogni giorno: Pasqua è la festa dei macigni rotolati. E' la festa del terremoto. La mattina di Pasqua le donne, giunte nell'orto, videro il macigno rimosso dal sepolcro. Ognuno di noi ha il suo macigno. Una pietra enorme messa all'imboccatura dell'anima che non lascia filtrare l'ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l'altro. E' il macigno della solitudine, della miseria, della malattia, dell'odio, della disperazione, del peccato. Siamo tombe alienate. Ognuno con il suo sigillo di morte. Pasqua allora, sia per tutti il rotolare del macigno, la fine degli incubi, l'inizio della luce, la primavera di rapporti nuovi e se ognuno di noi, uscito dal suo sepolcro, si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto, si ripeterà finalmente il miracolo che contrassegnò la resurrezione di Cristo.

don Tonino Bello

sabato 12 aprile 2008

L'amicizia tra un prete e una coppia


"C'è un aspetto della vita familiare che fa particolarmente bene a un prete celibe: la testimonianza dell'assoluta concretezza dell'amore. Nella vita familiare occuparsi di qualcuno è fisicamente... occuparsi di qualcuno; nella vita familiare i conflitti e le preoccupazioni non rimangono fuori dalla porta di casa, ma nella tua casa e dormono perfino accanto a te; nella vita familiare capisci che coloro che ami li hai sempre interiormente con te e questo fa tanto bene, ma è anche tanto gravoso da portare, soprattutto quando qualcosa gira storto, per la salute, il lavoro, la casa; nella vita familiare la relazione sessuale non è soltanto il sogno a luci rosse, ma un'esperienza che va anche mantenuta e accompagnata nel tempo, con le esuberanze giovanili e l'evoluzione o il declino della adultità.Il prete come cristiano vive dell'amore di Dio e dovrebbe dedicare la sua vita a non fare altro che annunciare quell'amore. Ma la concretezza e i costi dell'amore possono sfuggirgli se ogni tanto non li vede e non li tocca con mano. Può sfuggirgli soprattutto la dimensione particolare dell'amore che, nella logica del mistero di Cristo, è già «as¬soluto nel frammento». Gli farà bene avere due sposi come amici: con loro potrà condividere quella concretezza, perché se vuoi bene a un amico, sai gioire e soffrire con lui. (...)Pure a quella coppia di sposi farà un gran bene avere un amico prete. Se a un prete fa molto bene sperimentare il concreto dell'assoluto, a una coppia di sposi fa altrettanto bene sperimentare l'assoluto del concreto. Perché loro nella concretezza possono perfino naufragare; perché, a un certo punto, nella vita di coppia può accadere che tu veda di tua moglie o di tuo marito soprattutto il limite, la parzialità, l'imperfezione. E allora: come la mettiamo se in quella relazione ti sei giocato tutto?L'amico prete può dirti che la relazione è buona per¬ché è parte di una storia della salvezza che la contiene - per questo è un sacramento -, perché il suo bene è in Cristo, che ha divinizzato il limite, il frammento, l'imperfezione. Però l'amico prete non ti dirà tutto questo con una dotta conferenza, ma con la sua vita. Lui vive la relazione in assoluto più limitata e limitante, più imperfetta di qualunque relazione di coppia: quella in cui l'altro semplicemente non c'è. Ma la vive in Cristo. Dunque, in lui cosa vedi?"
S. Guarinelli, Il celibato dei preti. Perché sceglierlo ancora?, 121-123.
Il testo completo su:

Sviluppo per noi, fame per gli altri


L'allarme Fao: "Lo sviluppo affama"
Prezzi dei cereali alle stelle, scorte mai così basse dal 1980
Le rivolte per il pane, causate dall’inarrestabile impennata dei prezzi, non si fermeranno se i Paesi ricchi non «faranno un passo indietro di almeno vent’anni per correggere politiche di sviluppo errate». Un’accusa senza appello che è stata lanciata oggi dal direttore generale della Fao, Jacques Diouf. «L’inflazione globale non dipende solo da elementi contingenti, ma da fattori strutturali» e «se il cosiddetto Nord del mondo non cambierà modello di sviluppo, la bolletta per i cereali nei Paesi poveri continuerà a crescere e le rivolte popolari e sociali che oggi colpiscono Egitto, Tunisia, Senegal, Burkina Faso, Camerun, Guinea, Haiti e tanti altri Paesi poveri, dilagheranno», ha detto in una conferenza internazionale a Roma. Diouf ha parlato di una «situazione critica», perchè le scorte hanno raggiunto il livello più basso dal 1980 (già a inizio 2008 sono il 5 per cento in meno rispetto al 2007) e la domanda continua a crescere, «soprattutto», ha spiegato Diouf, «in Paesi come Cina e India, dove si registra una crescita del Pil dell’8-10 per cento l’anno, con una popolazione di 2,2 miliardi». Dopo l’appello lanciato ieri dal premier britannico Gordon Brown per un’azione globale contro l’inflazione, anche la Banca mondiale oggi lancia un’allarme e avverte che l’aumento dei prezzi dei beni alimentari, raddoppiati o addirittura triplicati in certi casi negli ultimi tre anni, rischia di far diventare ancora più poveri 100 milioni di persone che vivono nei Paesi a basso reddito e di rialzare dal 3 per cento al 5 per cento il tasso di povertà della popolazione mondiale. Ne ha parlato Marcelo Giugale, direttore responsabile per l’America Latina e i paesi caraibici della World Bank. Dal 2005 al 2007 i prezzi del grano sono saliti del 70 per cento, quelli dei cereali dell’80 per cento e i prodotti caseari del 90 per cento. (...)

venerdì 11 aprile 2008

La spesa dei single


L'impresa di vivere da soli. Sfida dei nuovi consumatori.
I single sono 6 milioni. E il mercato si adegua.
Il trentenne yuppie di ritorno, entusiasta della novità del sushi mono-porzione al supermercato (il 43,6% degli uomini soli ha meno di 45 anni). La donna che con il lavoro colma l'assenza di una famiglia, cliente-tipo dei villaggi per single con abbattimento incorporato dell'annoso «supplemento singola» (il 15,8%). Il divorziato (27,1%) e la separata (11,1%), senza figli. Ma anche le decine di migliaia di pensionati e vedove, uomini (27,8%) e moltissime donne (il 66,6% ha oltre i 65 anni: la maggiore longevità femminile ha aperto una forbice enorme con l'altra metà del cielo), a caccia dei 25 grammi di parmigiano monodose, dello yogurt in vasetto spaiato e delle pentole da una porzione, perché è inutile (e costoso) cuocere gli spaghetti a occhio per poi buttarne via tre quarti. Sempre più soli. La carica dei single in Italia, 5 milioni e 977 mila «unità unipersonali» come li chiama freddamente l'Istat nell'ultimo censimento, non accenna ad arrestarsi. Un incremento percentuale del 98,8% dagli Anni 70 agli Anni 90, una crescita progressiva fino al 2001 (quando i single erano un quarto delle famiglie italiane), 1,7 milioni in più nel 2007, segnale di una rivoluzione socio- culturale profonda, soggetta a due variabili fondamentali: il livello di reddito, che condiziona consumi e stile di vita, e l'età. «La grande rivoluzione è demografica: l'aumento della longevità e dell'instabilità coniugale, in un contesto in cui il ciclo della famiglia tradizionale si accorcia e si trasforma, hanno provocato il boom delle persone sole — spiega Chiara Saraceno, ordinario di sociologia della famiglia all'Università di Torino —. Gli uomini sono di più perché spesso le donne, in caso di separazione, vanno a vivere con i figli. In Italia e in Europa, insomma, non si vive più appassionatamente tutti sotto lo stesso tetto». I single come li intendono le riviste glamour, disposti a investire molto denaro su tempo libero, happy hour e viaggi? Una minoranza: «Hanno paura della stabilità e quindi rimandano il momento di entrare in coppia e prendersi responsabilità. La loro scelta di singletudine, comunque, non è definitiva». Le nuove famiglie — a prescindere che si tratti di single per vocazione, in parcheggio o forzati — creano nuovi bisogni, nuovi consumi e, in ultima analisi, nuovi prodotti. Negli ultimi anni il mercato si è mobilitato per acchiappare questa fetta d'Italia propensa alla spesa e spesso malata di solitudine, con la tendenza a compensare con il cibo (nel paniere Istat sull'andamento dei prezzi, non a caso, stanno entrando le monodosi) e altri bisogni, non sapendo che essere con se stessi, in quanto pieni di sé, può essere bellissimo e che sperimentare il vero e autentico essere soli può diventare un'alta forma di libertà. In rapporto, un single medio consuma il 50% di un nucleo famigliare classico perché spesso è costretto ad acquistare quantità di cibo superiori ai suoi bisogni reali (con sprechi enormi), però ha esigenze totalmente diverse. Le multinazionali e i supermercati se ne sono accorti, finalmente: la confezione da quattro bistecche e il pacco di biscotti extralarge sono obsoleti. E allora ecco spiegato il fiorire di cibi pronti e mono-porzioni. (...) Non mancano, in compenso, i libri di ricette per persone sole. Soluzioni veloci con porzioni più piccole. La novità? Nessuna, ma il single nel titolo fa tendenza, e quindi il libro vende di più. Anche l'oggettistica in cucina non è più la stessa. (...) Sempre più numerosi sono gli alberghi e i villaggi turistici per single, più 50% negli ultimi tre anni (...).
Gaia Piccardi - 09 aprile 2008

Vangelo dei dimenticati


"Il Vangelo, oltre al resto, è il libro che trasmette la memoria delle persone che non contano, dei gesti "sbagliati" secondo la logica dei benpensanti, delle storie trascurabili, delle realtà disprezzate. Il Vangelo conserva ciò che pare non meriti attenzione, ciò che si vorrebbe andasse perduto. Oserei dire che il Vangelo è un libro messo insieme con le dimenticanze, con i dimenticati. Allo stesso modo che le sue vie non sono le nostre vie, i nostri pensieri non sono i suoi pensieri, così la memoria di Dio non è la memoria degli uomini. Si direbbe che la memoria di Dio sono le dimenticanze degli uomini. Anche noi, tutte le volte che compiamo un'azione come risposta all'amore di Cristo, diventiamo un frammento del vangelo di Dio.
«Ha compiuto una bella azione verso di me» (cfr Mc 14, 1-11). Salta così un'ultima contrapposizione: quella tra bello e buono. "Kalon ergon" si può tradurre sia con azione buona che azione bella. Sorge il sospetto che se i cristiani si preoccupassero maggiormente di fare "qualcosa di bello", nel mondo non mancherebbe mai "qualcosa di buono". Proprio come nei giorni della creazione".
A. Pronzato, Le donne che hanno incontrato Gesù, 146

giovedì 10 aprile 2008

Il lusso e la civiltà del desiderio


Desidero dunque sono
Il lusso si è democratizzato: serve a promuovere la propria immagine, non l’appartenenza di classe
Marco Belpoliti - L’unica realtà contemporanea che non sembra subire la recessione è l'industria del lusso. Dieci anni fa in Europa il suo fatturato era valutato in circa 90 miliardi di euro. Oggi dovrebbe essere quasi raddoppiato. (...) Intesa non solo come abbigliamento, ma come immagine, meglio, forma, la moda è il centro della nuova civiltà contemporanea, quella che Gilles Lipovetsky, docente universitario e saggista, definisce la «civiltà del desiderio». (...) Le società democratiche hanno fatto del lusso - elemento destinato nel passato solo alle élite economiche e politiche - il perno centrale della nuova società che Lipovetsky stima dedita all'iperconsumo. Il nuovo sistema ha celebrato senza intoppi il matrimonio tra lusso e individualismo liberale. E se agli occhi delle vecchie generazioni il lusso faceva «vecchio», ora appare assolutamente contemporaneo. (...) Nonostante la critica che il cristianesimo ha opposto al lusso - in particolare alla moda e all'evoluzione del costume -, questo ha finito per imporsi quale elemento di trasformazione sociale. (...) L'esplosione dei costi per la pubblicità e l'inflazione nel lancio di nuovi prodotti, scrive Lipovetsky, hanno accorciato la vita dei prodotti e nel contempo costretto al recupero delle immagini più durevoli del passato: marche, oggetti, comportamenti. Il lusso postmoderno si fonda su tre aspetti: individualismo, emozione, democrazia. L'esibizione della ricchezza oggi non svolge più una funzione sociale, serve piuttosto alla «soddisfazione di sé», base del neo-narcisismo: godere di se stessi e di quello che si fa. Più tutto diventa accessibile, democratico, acquistabile e consumabile, più appare necessario distinguersi dagli altri. Se si osservano le pubblicità dei prodotti di lusso presenti nei settimanali o nelle riviste patinate ad alta tiratura, ci si accorge che la molla segreta è proprio l'immagine di sé. L'oggetto serve a questo: promuovere la propria immagine personale e non più l'appartenenza di classe. Un lusso individualista e libero, rispetto al passato, da obblighi sociali e regole collettive. Oggi il lusso funziona in presenza di un individualismo fondato sulle emozioni e sulle sensazioni personali. La festa non appare dunque più un rito collettivo bensì privato: la festa dei propri sensi. (...) Lipovetsky parla di effeminazione del lusso, ovvero del passaggio del lusso, dalla sfera maschile delle società premoderne e moderne, alla sfera femminile del postmoderno. (...)
L'articolo completo si trova anche in:

Trasmissioni che "trasmettono"


Due interessanti trasmissioni radiofoniche:


mercoledì 9 aprile 2008

Martina e la sua giostrina

Pane di vita in Cambogia


"Così per anni mi sono nutrito del pane della vita e del calice della salvezza. Quando sono stato arrestato, ho dovuto andarmene subito, a mani vuote. L’indomani, mi è stato permesso di scrivere ai miei per chiedere le cose più necessarie: vestiti, dentifricio... Ho scritto: «Per favore, mandatemi un po’ di vino, come medicina contro il mal di stomaco». I fedeli subito hanno capito.
Mi hanno mandato una piccola bottiglia di vino per la Messa, con l’etichetta: «Medicina contro il mal di stomaco», e delle ostie nascoste in una fiaccola contro l’umidità. (...) Non potrò mai esprimere la mia grande gioia: ogni giorno, con tre gocce di vino e una goccia d’acqua nel palmo della mano, ho celebrato la messa. Era questo il mio altare ed era questa la mia cattedrale! Era la vera medicina dell’anima e del corpo. (...) Erano le più belle Messe la mia vita!"
card. Van Thuan, Testimoni della speranza, 167-8

"Nel campo di rieducazione, eravamo divisi in gruppi di 50 persone; dormivamo su un letto comune, ciascuno aveva diritto a 50 cm. Siamo riusciti a far sì che ci fossero cinque cattolici con me. Alle 21.30 bisognava spegnere la luce e tutti dovevano andare a dormire. In quel momento mi curvavo sul letto per celebrare la Messa, a memoria, e distribuivo la comunione passando la mano sotto la zanzariera. Abbiamo perfino fabbricato sacchettini con la carta dei pacchetti di sigarette, per conservare il Santissimo Sacramento e portarlo agli altri. Gesù Eucaristia era sempre con me nella tasca della camicia.
Ogni settimana aveva luogo una sessione di indottrinamento, a cui doveva partecipare tutto il campo. Al momento della pausa, con i miei compagni cattolici, approfittavamo per passare un sacchettino a ciascuno degli altri quattro gruppi di prigionieri: tutti sapevano che Gesù era in mezzo a loro. La notte, i prigionieri si alternavano in turni di adorazione. Gesù eucaristico aiutava in modo inimmaginabile con la sua presenza silenziosa".
card. Van Thuan, Testimoni della speranza, 170
grazie a dfra

Società verbosa


"Si tratta di un contesto - quello europeo e italiano - che non convince nell'insieme. Pur se in realtà c'è di fondo molta ansietà e paura, in superficie sembra dominare giocosità, verbosità, litigiosità un po' gratuite, diciamo quasi volute ad arte. La situazione in cui vivo [Gerusalemme] è molto diversa, in un certo senso molto più seria e profonda, naturalmente anche in quanto drammaticamente segnata dal costante "a fronte" di vita e morte. Qui [in Terra Santa] l'immagine [delle società occidentali] creata dai media, in particolare dalla televisione, è quella di una società che si diverte, che fa le notti bianche, con migliaia di attrazioni per tutti i desideri. Una società di questo tipo certamente non ha facilità a entrare nel mistero della Risurrezione, un mistero che si vive giorno dopo giorno, ma che richiede grande profondità".

C.M. Martini, Le tenebre e la luce, 140

martedì 8 aprile 2008

Prospettive di vita in Italia






Fiera del consumo critico

Milano Fiera-City 11-13 aprile 2008

Business sui bambini


Il business dei turisti bambini
Vecchie colonie addio, l’estate dei piccoli diventa frenetica
Franco Giubilei - Modena - Bambini italiani in vacanza, da soli, persino all'estero. Se non è l'inizio della fine del mammismo, è un piccolo segnale che anche da noi la barriera protettiva della famiglia intorno ai figli sta mostrando qualche crepa. E così, sempre più spesso, d'estate i ragazzini partono per conto loro, spediti dai genitori a imparare una lingua, a perfezionarsi in uno sport, o a seguire corsi di mini-trekking in montagna. (...) un mercato vasto - ogni anno oltre il 60% dei bambini fino a 14 anni va in vacanza almeno una volta - e in rapido mutamento: infatti se da un lato i bimbi di quell'età hanno tre mesi da riempire tutte le estati, dall'altro cala parallelamente il tempo a disposizione dei genitori, che mediamente hanno 15-20 giorni di ferie. Mettiamoci anche le abitudini provenienti dal resto d'Europa, per cui i figli piccoli da soli in vacanza non sono niente di scandaloso, ed ecco che i mini-viaggiatori crescono anche da noi.Soli è un modo di dire, perché con i bambini c'è sempre personale specializzato. Ma il concetto di vacanza lontano da casa è comunque realtà. «Ci sono tre tipologie principali - spiega Luigi Belluzzi di Studio Lobo, organizzatore del salone - il club soggiorno per apprendere una lingua straniera, che per i più piccoli è in Italia e per i più grandi è all'estero; i Camp sportivi dove s’impara o ci si perfeziona in una disciplina; e l'abbinamento fra soggiorno e parco-natura, dove i ragazzi si trovano in un contesto avventuroso e sono guidati al rispetto per l'ambiente».
(...)
I CAMP - Tre modi d’imparare divertendosi:
ISTRUZIONE - Imparare una lingua giocando, è la ricetta alla base dei Camp dove i bambini passano soggiorni della durata media di una settimana. Sono strutture dove i piccoli sbrigano le faccende quotidiane usando l’idioma che devono imparare. Ci sono insegnanti madrelingua, nelle attività di tutti i giorni domande e risposte vengono poste nella lingua straniera. La quota soggiorno si aggira intorno ai 350 euro alla settimana. Ce ne sono all’estero ma sono indicati per i ragazzi più grandi, 10-14 anni. I più piccoli vengono iscritti a villaggi in Italia.
SPORT - I Camp sportivi, fra i più richiesti, sono soggiorni dove i bambini imparano o si perfezionano in una disciplina. Normalmente si trovano in località di media montagna, e offrono una gamma ampia di soluzioni. In cima ai gusti dei maschi ci sono le scuole di calcio, seguite da basket, pallavolo e atletica. Fra le bambine vanno forte l'atletica, la ginnastica ritmica e il pattinaggio, ma nelle discipline emergenti non ci sono differenze di sesso: ai Camp di karate, tae-kwon-do e altre arti marziali si iscrivono sia ragazzi sia ragazze.
AVVENTURA - A fare scuola per i parchi d'avventura sono stati i francesi, poi i Camp naturali sono arrivati in Alto Adige, ora la tendenza va diffondendosi nelle zone appenniniche, sia al Nord che al Sud. È un tipo di vacanza che trova un seguito notevole fra i bambini: per periodi anche brevi, gli iscritti ai soggiorni avventura-natura imparano a muoversi lungo percorsi particolari, sospesi fra i rami e immersi nella natura. Ai ragazzi viene insegnato il rispetto per l’ambiente. Di centri del genere ne esistono in Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Calabria.

lunedì 7 aprile 2008

quattro mesi e tre giorni


Parole che riguardano proprio me


"Allora ho detto, ecco sono venuto: in un rotolo di libro è scritto su di me." Questa è la bella sorpresa di Davide nel suo salmo (40, 8): nel libro sacro ci sono parole che riguardano proprio me. Ogni lettore delle storie sacre ha fatto l'esperienza di Davide; di sentirsi nominare da qualche passo di quel libro. È l'emozione di Natanaele (Giovanni 1, 47 sgg.) che si sente chiamato da Gesù, quando gli dichiara di averlo visto steso sotto il fico. Il suo scatto di fede verso Gesù non viene dall'averlo visto, ma dall'essere stato visto da lui. Leggere i libri sacri dà a volte la sorpresa di trovare se stessi in certi versi. Allora ci si sente raggiunti come d'estate dal frammento di cometa che s'incendia proprio davanti ai nostri occhi spalancati al buio.
Qualcosa del genere su scala minore avviene con le opere della letteratura. Cerco nei libri la lettera, anche solo la frase che è stata scritta per me e che perciò sottolineo, ricopio, estraggo e porto via. Non mi basta che il libro sia avvincente, celebrato, né che sia un classico: se non sono anch'io un pezzo dell'idiota di Dostoevskij, la mia lettura è vana. Perché il libro, anche il sacro, appartiene a chi lo legge e non per il diritto ottenuto con l'acquisto. Perché ogni lettore pretende che in un rotolo di libro ci sia qualcosa scritto su di lui.
Erri De Luca, Alzaia, 117

A proposito della gaffe del dirigente Telecom


Può insegnare qualcosa il caso Luciani?
Credo che, aldilà della topica su Waterloo che ha fatto il giro della blogosfera e oltre, la vicenda di Luca Luciani e del suo discorso meriti, più a freddo, qualche considerazione in più, anche sullo stimolo dei molti commenti che sono arrivati su questo e su altri blog). L’azienda totale. Non so quanti di voi abbiano mai partecipato a una convention aziendale. Non sono tutte uguali, d’accordo, ma spesso il clima è quello che traspare dal video su Luciani. Un dirigente strapagato, a volte tanto ignorante quanto arrogante, che cerca di stimolare la truppa con un discorso di sapore militare. Luciani ha incarnato perfettamente questo stereotipo, al punto che molti commentatori dei blog hanno dubitato della sua veridicità. Luciani - come tanti suoi colleghi che ho visto con i miei occhi in passato - ha usato tutti i luoghi più comuni del genere: la sindrome di accerchiamento (le cinque potenze nemiche che però verranno sconfitte da Napoleone), la metafora calcistica (voi segnerete e dagli spalti finalmente applaudiranno), l’attacco ai giornali nemici (che scrivono tutti cazzate). Questo arroccamento aziendalistico - noi contro il resto del mondo, noi che stringiamo i denti per fargliela vedere ai cattivoni là fuori - ha qualcosa della setta religiosa e va nella direzione esattamente contraria ai modelli più avanzati di aziende trasparenti, che si confrontano e si contaminano con l’esterno. Non è la topica su Napoleone che fa pensare a quanto è messa male Telecom: è la subcultura di chiusura (tanto più grave in un’azienda moderna di comunicazioni) che sta dietro a tutto il delirante discorso di Luciani.
2) La trasparenza inevitabile. (...)
3) La censura di YouTube. Onestamente, non so che cosa avrei fatto io se l’altro ieri mi fossi trovato nelle condizioni di Luciani. Probabilmente però avrei fatto qualcosa tipo un post su un blog o un video su YouTube, se possibile un po’ autoironico e scherzoso, per sdrammatizzare il più possibile. Tipo: okay, ho detto una cazzata, non sarà né la prima nè l’ultima, alle medie tiravo palline di carta con la cerbottana e mi sono distratto durante la lezione di storia. Magari il video l’avrei fatto pure con il cappellino da asino, sorridendo, davanti a una riproduzione del famoso quadro di Napoleone ad Austerlitz. Credo che tutti avremmo simpatizzato per uno capace di non prendersi sul serio. Invece Luciani e la sua azienda si sono comportati come il ministero dell’informazione nordcoreano e hanno fatto rimuovere il video. Ottenendo così un doppio effetto: primo, confermarsi un’azienda totalitaria e premoderna; secondo: non cancellare davvero il video, che continua a circolare come prima. Una scelta censoria è quasi sempre deprecabile, ma nel 2008 (con tutti i blog e i siti che hanno ripreso il discorso di Luciani fino a farlo ritornare su YouTube) è assolutamente inutile e controproducente.
4) Il comportamento dei giornali. (...)
Alessandro Gilioli

sabato 5 aprile 2008

Elogio del matrimonio vivo



"Molti hanno creduto che un buon matrimonio fosse la mutua promessa che nulla più sarebbe successo né per l'uno né per l'altra.
Una mini-dépendance del museo Grévin, per la quale non è escluso che si possano ricevere sovvenzioni dallo stato - con tre o quattro spuntini di compleanno, infatti, e qualche giorno di festa di fine d'anno, l'affluenza dei visitatori è troppo ridotta perché la cosa possa autofinanziarsi.
Soprattutto non muoversi, non respirare, non guardare né a destra né a sinistra, e l'effetto sarà perfetto. Esistono degli sposi-fossili, come esistono dei credenti-fossili. Sono coloro che aspettano dall'istituto del matrimonio come dall'istituzione della chiesa, che li proteggano dai disordini dell'amore e della fede. Questo tentativo disperato di tenere in vita la luce originaria del lampo, disinnescandone il pericolo mortale, avrebbe un che di quasi commovente se non avesse la pretesa di riuscirvi davvero!
L'istituzione che mantiene il lampo sotto una campana, lo custodisce fissato dentro un reliquario, lo difende come un bottino di rapina, si rende colpevole verso la vita. La speranza che lo stesso bagliore possa conservarsi è la radice del dramma. Come se il fuoco del cielo si potesse tenere sotto un coperchio di tabernacolo! E sotto un globo di vetro, come una corona di sposa, la fiaccola dell'amore. Come se potessero perdurare in altro luogo che non sia il cuore acceso degli uomini e delle donne viventi!
Quando il matrimonio non lascia che i venti folli della vita e del rinnovamento lo scuotano, quando la chiesa non si lascia spettinare dai sismi salutari dell'esperienza mistica, essi diventano regni dei morti. Consegnato corpo e anima all'istituzione, il matrimonio perde il filtro mortale e il nettare. Spogliato, disinfettato, vaccinato, messo sotto vuoto, non fermenterà, non conoscerà l'alto processo di distillazione che attraverso i mosti e le melasse raggiunge, all'altra estremità dell'alambicco, l'oro di distillati preziosi.
Se l'istituzione è anche ferocemente mortifera, è perché teme il cambiamento, lotta contro di esso, e con ciò agisce contro la natura della vita che è incessante metamorfosi. Ogni istituzione finisce, presto o tardi, per affogare il figlio dell'amore nell'acqua sporca del bagno. La sola maniera che abbiamo di onorare la vita è di osare affrontarla di nuovo ogni giorno, senza gravarla delle nostre attese - osare l'unicità del giorno nuovo!
Infatti il disastro non deriva forse dal nostro attaccamento a questa o a quella forma che l'amore ha assunto in un dato momento della nostra vita - il più delle volte al suo inizio - e dal nostro desiderio di conservarlo tale a ogni costo? Ma lo spirito è pura fluidità. Non smette di passare da una forma all'altra, sparisce di là, risorge qui, imprevisto, argento vivo, dove noi non l'aspettiamo - e le vecchie forme alle quali ci attacchiamo sono proprio quelle che lui ha abbandonato da tempo!
E magari aspettiamo tutta una vita in piedi davanti alla casa abbandonata dall'(dalla) amato(a), quando, qualche via più in là, lei (lui) ci attende invano, ogni giorno, a un nuovo balcone.
Pietà per coloro che si sposano per essere felici.
Pietà per coloro che, per disgrazia, saranno troppo a lungo contenti di quella felicità anodina che si è loro augurata nel giorno delle nozze - troppo a lungo amanti dell'amore inoffensivo delle lune di miele!
Pietà per coloro che saranno troppo a lungo fotogenici e presentabili come il giorno delle nozze!
Sono fredde le gabbie di vetro, quando la luce delle vetrine si spegne!
Il matrimonio ha per noi altre ambizioni.
Il matrimonio non ci vuole presentabili, ci vuole vivi! - e ci farà perdere la faccia fino a che, sotto le nostre maschere, appariranno i nostri veri volti".
Christiane Singer, Elogio del matrimonio, del vincolo e altre follie, 38-40

Fiorello - Viva Radio Due - Osanna

La gente canta, quando il "contesto" non è asfittico, bensì VIVO!!

A proposito di elezioni

Con lo sguardo oltre il 13 aprile
Il comunicato della Presidenza dell’Azione cattolica ambrosiana
alla vigilia del prossimo appuntamento elettorale del 13 e 14 aprile

Il contesto nel quale ci troviamo è estremamente ambiguo e poco definito. Ogni opinione e il suo contrario trovano legittimità nel dibattito pubblico: anche i programmi politici tendono a convergere ed ad assomigliarsi tra di loro. Inoltre si va a votare con quella stessa legge elettorale insoddisfacente che nella passata legislatura non ha permesso né agli elettori di scegliere i propri candidati né al sistema politico di ottenere una sicura stabilità di governo. In un tale contesto, grande è la delusione nei confronti della politica e la voglia di “astensionismo“. Altrettanto evidente è la curiosità di molti nei confronti del mutato scenario politico che si è venuto a determinare con la discesa in campo di nuovi soggetti politici. Alla luce di tali elementi, ci sentiamo di ricordare che in ogni caso il voto è un diritto - dovere di ciascuno cittadino, chiamato a concorrere all’edificazione della città di tutti e a quel bene comune da costruire anche con faticose azioni di discernimento e di scelta. Votare, affermavano appena due anni fa i vescovi lombardi, è un diritto - dovere radicato nella dignità della persona. La partecipazione al voto per il credente è anche motivata dalla fede ed è espressione di carità. In quest’ottica manifestiamo stima verso coloro che con impegno e serietà si sono messi nuovamente in gioco, per garantire il governo del Paese.
Alla luce dell’attuale campagna elettorale, nella quale i cattolici sembrano essere corteggiati da più parti, ma non propriamente valorizzati - come si evince dalle scelte dei candidati - , come cattolici avvertiamo l’esigenza di affermare che ciò che attira il nostro interesse non è la citazione dell’etichetta “cattolico”, ma la capacità di pensare in grande, di guardare lontano, di esercitare la capacità di “voler bene al futuro del proprio Paese”, come ha recentemente affermato il cardinal Bagnasco, presidente della Cei. Se politica è “visione dell’interesse lontano” riteniamo che i cittadini debbano non solo votare, ma anche informarsi e cercare tra i vari partiti quelli più capaci di gettare le basi di un futuro prossimo e remoto, ben oltre la ricerca di un tornaconto immediato o limitato ad una prospettiva quinquennale. Siamo chiamati, con un esercizio di profezia, a riconoscere e promuovere chi sa guardare lontano. Chiedere alla politica progetti lungimiranti è un esercizio di vigilanza a cui oggi siamo tenuti.
Cosa costruisce il domani?
- La cura dei piccoli e dei giovani, sia all’interno che all’esterno delle istituzioni scolastiche per la loro piena maturazione umana;
- la cura della famiglia e delle condizioni che ne permettano una crescita serena (casa, lavoro stabile) e una tutela della vita dal concepimento alla morte naturale;
- la riflessione riguardo allo scenario internazionale con le sue risorse e i suoi problemi;
- la cura dell’ambiente, quale casa unica che abbiamo per abitare nel cosmo, e la cura oculata e previdente delle risorse economiche e finanziarie per l’oggi e per le future generazioni;
- la costruzione di una società che inevitabilmente sarà contrassegnata dalla multiculturalità, la quale rischia di essere “subita” se non viene sostenuta da un progetto che abbia al centro l’uomo e la sua dignità.
Un progetto pensato e costruito all’insegna dell’integrazione tra diversi, e capace di assumere le grandi questioni etiche.
Un impegno a determinarsi contro ogni tipo di associazione illegale e di organizzazioni di tipo mafioso.
Questi temi non sembrano essere tutti attualmente al centro del dibattito politico.
Il nostro domani ha bisogno fin da ora di una rinnovata capacità di pensiero, che sia frutto di un lavoro condiviso, di una nuova sintesi culturale, dentro la quale, come cattolici, possiamo e dobbiamo esercitare con competenza un ruolo alto di riflessione e di dedizione riguardo al quel bene che è comune ad ogni uomo. Auspichiamo che nascano luoghi di riflessione prepolitica sia nell’ambito ecclesiale sia in quello civile, dove possa ripartire un laboratorio culturale di alto profilo, terreno fecondo per una politica a servizio del bene del paese. Questo auspicio sta a segnalare che, come credenti e cittadini, cerchiamo di guardare lontano, attraverso e oltre il 13 aprile.
Milano, 19 marzo 2008

venerdì 4 aprile 2008

Auguri a Goldrake!

Sigla originale in italiano

Alessio Caraturo - Goldrake

A trent'anni dalla comparsa di Goldrake, una rivisitazione nostalgica

No alla De Filippi!


Finalmente non sono più l'unico a dire in pubblico certe cose!
«I programmi della De Filippi? Sono brutti»
Gli strali di Aldo Grasso contro «Amici»

40° anniversario della morte di M.L. King


L’Agenzia stampa NEV ha intervistato la presidente dell’UCEBI, la pastora Anna Maffei.
I battisti italiani da tempo stanno portando avanti una campagna per diffondere il pensiero di Martin Luther King in Italia. Quali sono i vostri obbiettivi?
Rilanciare Martin Luther King, la sua figura, il suo messaggio in questi quasi due anni di mobilitazione ha avuto almeno tre scopi fondamentali. Il primo, quello di far conoscere meglio uno dei protagonisti del '900 al di là della retorica del sogno. King fu certamente un visionario nel senso più alto del termine, ma seppe anche guidare un movimento che aveva obiettivi concreti nell'affermazione dei diritti della minoranza afro-americana, molti dei quali furono raggiunti nella breve parabola della sua attività politica. Il secondo scopo è quello di richiamare l'attenzione sui diritti delle minoranze oggi in Italia. Fra questi il diritto ad una legislazione più giusta e rispettosa nel campo dell'immigrazione e del diritto d'asilo. Il terzo scopo è contribuire ad una riflessione, simile a quella che avviò King nella sua epoca, sulle connessioni esistenti fra povertà, militarismo e razzismo in un mondo in cui il divario fra ricchi e poveri è spaventosamente aumentato e le guerre per la supremazia assumono oggi linguaggi da crociata.
Qual è l'attualità di Martin Luther King oggi?
King è attuale perché le strutture di pensiero che soggiacciono alle ideologie razziste sono le stesse per ogni generazione. King le ha analizzate e svelate. La sua articolata riflessione può aiutare anche noi quando il demone del razzismo dalle molte facce si affaccia nel nostro tempo e nel nostro paese. Noi non ne siamo immuni. King è attuale perché ancora si contrabbanda la violenza militare quale mezzo per risolvere controversie internazionali mentendo sui veri scopi delle guerre. La sciagurata avventura irachena è il Vietnam di 40 anni dopo. King è attuale perché anche noi crediamo che l'amore per il nemico, cuore del messaggio evangelico, possa avere una dimensione politica e abbia capacità di radicale trasformazione. Ma c'è bisogno di un popolo internazionale, multiidentitario e coraggioso disposto a spendersi per questo.
L'articolo completo si trova sul Portale delle Chiese evangeliche battiste italiane:

giovedì 3 aprile 2008

Giornata per fidanzati


"Urla del silenzio"


E' morto negli Usa Dith Pran. Illuminò con il proprio coraggio i "killing fields" di Pol Pot
In un libro e in un film premio Oscar la battaglia al fianco dell'inviato del NYT Schanberg
Cambogia, addio al fotografo delle "Urla del silenzio"
dal nostro inviato Vittorio Zucconi - WASHINGTON - La malattia lo aveva ridotto come soltanto Pol Pot era riuscito a fare, una foglia secca d'uomo posata sulle lenzuola di un ospedale del New Jersey che i suoi 35 chili neppure increspavano. Dith Pran, il fotografo cambogiano che illuminò con il proprio coraggio quasi incomprensibile i "campi della morte" dei khmer rossi, è volato via ieri a 65 anni, con un solo grande rimpianto, quello di non avere visto Pol Pot processato e chiamato a rispondere dei due milioni di innocenti, a volte colpevoli soltanto di possedere un orologio da polso o un diploma di scuola media, segni di sfacciata ricchezza borghese e di acculturazione occidentale. Di quegli anni, e di quest'uomo, il mondo che aveva guardato e letto con sbigottimento l'odissea disumana per sopravvivere ai 5 anni di follia omicida polpottiana, si era largamente dimenticato, distratto da altre follie e dall'accavallarsi instancabile di altre ondate di sangue. Dith Pran non lavorava più da tempo, corroso da un tumore al pancreas. Ma senza di lui, senza il collega americano Sydney Schanberg che lo aveva assunto a Phnom Penh e non aveva mai rinunciato a ricordarlo, anche l'olocausto polpottiano sarebbe rimasto oscuro. E i due milioni di morti sarebbero stati licenziati come una montatura anticomunista, secondo la stessa legge del revisionismo che oggi minimizza o nega addirittura la shoah ebraica. Era l'aprile del 1975, 33 anni or sono che sembrano un altro millennio, quando i Khmer Rouge di Saloth Sar, alias Pol Pot, alias "Il Grande Zio", alias "Il Primogenito", presero il controllo della Cambogia, da lui ribattezzata Kampuchea, e proclamarono quell'anno "l'Anno Zero" della costruzione di un comunismo rurale e primitivista, capace di purgare tutte le influenza tossiche dell'Occidente che la guerra fra il vicino Vietnam e gli Stati Uniti avevano iniettato in una terra dolce e mite come fino alla guerra la Cambogia era. Dith, che aveva assistito Schanberg nelle sue corrispondenze dalla capitale Phnom Penh e aveva salutato sul New York Times il ritiro degli americani nel 1973 come "l'avvento di un tempo di libertà e di pace per questa regione" dovette constatare direttamente di quale pace e libertà fossero portatori i primitivisti del "Grande Zio". Mentre migliaia, e poi milioni, di cambogiani, venivano tradotti in marce forzate, verso le risaie, i campi, i gulag dove sarebbe stato rieducati a colpi di bambù, di esecuzioni sommarie, di lavoro manuale 24 ore al giorno e diete a base di una ciotola di acqua della bollitura del riso con qualche chicco di grano sparso dentro, il giornalista del Times riuscì a partire. Ma non il suo assistente e fotografo, Dith Pran, macchiato indelebilmente dalla collaborazione con un "imperialista" e quindi sospetto di essere un uomo della Cia, o del Kgb, perché la paranoia di Pol Pot non risparmiava - come vedremo a ragione - neppure i traditori sovietici. Per 5 anni, osservando lo sterminio di un popolo senza altra colpa che di essersi trovato come la noce nella morsa dello schiaccianoci della Guerra Fredda divenuta laggiù rovente, l'ometto che arrivò a pesare 40 chili, sopravvisse, documentò, registrò. E portò in Thailandia, dopo una marcia di mesi nella giungla tropicale, il ricordo di quei killing fields, come lui li battezzò, dei campi della morte dove un terzo della popolazione cambogiana lasciò la vita. Ne uscirono un libro, un film divenuto giustamente famoso, e un premio Pulitzer per Schanberg, che anni dopo sarà licenziato con rabbia dal New York Times che lo aveva confinato al city desk, alla cronaca locale, dove lui fremeva, nell'incurabile sofferenza e irrequietezza del reduce disadattato. Lui stesso vinse importanti premi giornalistici e fotografici, divenne ambasciatore di buona volontà per l'Onu, battendosi per ricordare quella e altre tragedie delle ideologie, dei fondamentalismi di tutte le religioni militanti e dell'odio. Ma soprattutto, Dith Pran, che vide un proprio collega sopravvissuto ai "campi" ucciso in una rapina nel Bronx e fu lui stesso aggredito e derubato uscendo dopo un turno di notte al servizio fotografico del Times (la direzione lo ricollocò nel lavoro di giorno, per evitarsi l'imbarazzo del survivor dei campi della morte ammazzato a Times Square), fu uno dei più devastanti colpi inferti a quei miti del "comunismo asiatico" che prima le Guardie Rosse di Mao e poi i Vietcong di Ho Chi Minh avevano creato, in chi non li doveva vivere di persona. Furono proprio le truppe del Vietnam ormai riunificato sotto il controllo del Nord, spinto da Mosca, a intervenire a spazzare via Pol Pot e i Khmer nel 1978, mentre l'ometto che aveva aperto la gabbia di bambù e svelato il massacro si sposava a New York, aveva tre figli e una decina di nipoti, si vedeva onorato e riconosciuto per quello che era, un eroe modesto della virtù più difficile, la testimonianza giornalistica in prima persona. Nessuno saprà mai esattamente quanti innocenti esseri umani siano stati annientati dalle allucinazioni egalitariste e primitiviste dei Khmer. Si va dai 2 milioni e 300 mila calcolati dal francese Francois Ponchaud agli 800 mila dati dallo stesso Pol Pot. "Noi cambogiani - dirà il fotografo che demolì un silenzio - sappiamo che il corpo è soltanto una scatoletta di legno fradicia, dalla quale l'anima prima o poi volerà via come un uccello finalmente libera" e la sua ultima foto ce lo mostra ormai consunto, ma ancora sorridente. "Mi addolora soltanto non avere mai potuto vedere Pol Pot processato davanti al mondo". Non si era mai considerato un eroe, un martire, forse neppure un giornalista chiamato a chissà quali missioni di verità, ma soltanto uno di quelli che sopravvivono sempre anche al più sistematico e puntiglioso degli stermini. Dith era l'incubo di despoti e dei massacratori attraverso la storia: quello che torna da loro inferno per raccontarci come è fatto.
(31 marzo 2008)

mercoledì 2 aprile 2008

"El amor de las mujeres..."


"Caro don Chisciotte, ha proprio ragione Compay Segundo: “El amor de las mujeres no tiene comparasion”! C’è solo un amore che “tiene comparazione” con quello delle vere donne: quello di Dio! Ovviamente perché sono imparentate con Lui!! Per questo le ha create per ultime: perché l’uomo, guardandole, potesse gioire. Le donne che amano hanno un solo desiderio: vederti felice. E per questo si dedicano “tutte”: Gesù direbbe “tutta l’anima, tutta la mente, tutto le forze”; aggiungiamo pure: “tutto il corpo”. Quando ti vedono felice, indossano un sorriso che ripaga al mille per cento. Quando ti sentono infelice, si fanno in otto per sollevarti, e spesso ci rimettono. Lo si vede anche coi figli: quando si dedicano, sembra che non esista più nulla al mondo; e i figli (piccoli!) li ricambiano con uno sguardo speciale, riservato solo a loro. Fortunato l’uomo che ha una donna così: gusta la gioia di essere sorgente di gioia per la persona che ama. Noi maschi non capiamo del tutto certe cose; speriamo almeno di avere la “furbizia” di lasciarci amare! Ed imparare da questo amore incomparabile!"

grazie a S.I.

Tatuaggio religioso

Mai pensato a un bel tatuaggio?!
E se la mamma non vuole? Un bel soggetto religioso!!


Risurrezione e silenzio


“Parlare di Risurrezione significa entrare in un campo in cui tutte le parole iniziano a tremare. Sapendo di non sapere nulla, ciò mi risulta ancor più prezioso!”
… stupisce che la Scrittura stessa sembra sospendere le parole di fronte a questo dono inatteso: “Quello che mi convince nella scena della tomba vuota, la mattina della Risurrezione, è che nessuno insiste troppo: gli evangelisti dedicano solo due righe al riguardo. Dei falsificatori avrebbero scritto volumi interi sulla Risurrezione. Ci credo perché ci sono solo due righe. È strano che la cosa più importante figuri appena nei Vangeli… Quando leggo queste cose sento che sono vere”
C. Bobin, La luce del mondo, 174
… per stare di fronte alla risurrezione con il silenzio dello sguardo!

grazie a dfra

martedì 1 aprile 2008

Grano e zizzania


"Si può capire ancora meglio la parola del Vangelo se si verifica l'elenco dei Dodici che Gesù ha chiamato (Mc 3,13-19): ci si accorge così che essi non sono i migliori, né quelli più garantiti in partenza, ma sono uomini semplici, «normali», eterogenei. A questo episodio della scelta dei Dodici è inevitabile accostare il racconto della parabola del grano e della zizzania (cf Mt 13,24-30). Gesù accetta nel proprio gruppo il «grano» e la «zizzania», accosta il buono e il cattivo per farli convivere insieme. Anche nella nostra vita - come nella storia - c'è una promiscuità di intenti e di risultati, un intreccio che è difficile da accettare e spesso anche da districare. Il bene e il male crescono insieme come il grano e la zizzania: Dio appare come il grande paziente che sa aspettare ed accetta che il grano e la zizzania crescano insieme l'uno accanto all'altra."Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. [...] Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza" (Benedetto XVI). Occorre accettare che questa mescolanza sia presente a tutti i livelli, nella società, nelle relazioni e, in particolare, dentro di noi. Dunque la scelta di Giuda appare come una metafora forte della condizione umana e della sua evoluzione individuale e storica. Il nostro cuore è un terreno di grande ambiguità, dove si trovano appunto tanto il grano quanto la zizzania; entrambi sono destinati a germogliare insieme nel cuore di un'unica persona e separarli è un'impresa impossibile. Meglio: è Dio stesso ad invitarci alla prudenza e alla pazienza; ci consiglia di stare bene attenti a non sradicare l'erba buona con la cattiva, ad aspettare la loro maturazione finale. A ben vedere, l'impazienza è generata probabilmente dall'orgoglio, quello che impedisce di accettare la propria debolezza o i propri limiti, inducendo a perseguire una perfezione terrena che è impossibile. La via della pazienza è comunque difficile: richiede, senza dubbio, amore e costanza, un amore in grado di sconfiggere il male in virtù di un abbraccio onnicomprensivo che supera l'umana concezione del tempo. La prima condizione in cui si sviluppa l'efficacia della pazienza, infatti, è la capacità di attesa; la dilatazione dell'attesa si ha nella speranza, nella fiducia e quindi, in definitiva, nella capacità di amare persino la miseria, il limite. È vero dunque che il regno di Dio cresce, ma non come si desidera, bensì con una logica diversa dalla nostra, una logica sconcertante: la zizzania non va strappata (così come Gesù non ha rifiutato Giuda dal gruppo dei Dodici), anche perché potrebbe diventare grano buono sino all'ultimo istante, proprio in virtù di quell'attesa totale e piena di amore che non esclude mai la svolta, la sorpresa; il male resta male, ma le persone possono cambiare anche all'ultimo istante della loro esistenza; anche quella parte dell'uomo che si chiama zizzania, con la grazia di Dio, potrebbe cambiare radicalmente, in virtù della pazienza divina associata alla libera scelta dell'uomo".


S. Stevan, Giuda, 20-21

Scetticismo


Faccio parte di quella minoranza (e te pareva!) che non crede
che ci sarà quel "miracolo a Milano" in vista dell'Expo 2015.
Non è stato così per i Mondiali del '90, né per i vari G8 (o G7 o G9), né per il ponte sullo stretto, né per Malpensa, né per la Fiera di Rho-Pero.
Volessero promuovere una città e fare il bene comune,
costruirebbero case popolari, scuole decenti, ospedali pubblici efficienti,
mezzi di trasporto funzionanti, parchi puliti,
oratori e centri di aggregazione per giovani, vecchi e famiglie.
La mia è demagogia? Populismo?
Forse sarebbe meglio sapere quanto e chi ha guadagnato da una guerra che dura da sei anni, e che ha senz'altro fruttato ben più di quanto si è speso
(nessuno, tranne Gesù, è un benefattore a fondo perduto).
Saranno sette anni di "guerra" di mattoni e cemento, impalcature e appalti;
con le rispettive vittime.
Magari così rivitalizzano Malpensa... i privati, però!
Dopo il 2015, quando le strutture andranno ad ammalorarsi,
non ci resta che sperare che diano a Milano le Olimpiadi del 2020.
Per un nuovo miracolo,
che - per sua definizione - non è raggiungibile dalle forze dell'uomo.

lunedì 31 marzo 2008

Vip's internazionali - 2


per un sorriso
Gli intramontabili VIPs internazionali - parte seconda
la prima parte era nel post del 9 febbraio
Lanciatore di coltelli giapponese: Khicojo Kojo
Moglie del lanciatore di coltelli: Sontuttun Taj
Lanciatore di giavellotto turco: Alìjetta Stakanna
Lottatrice russa: Valentina Moccescann
Maleducato giapponese: Nuseurjna Sujmuri
Mezzala tedesca: Von Kross
Ministro trasporti cinese: Kam Jong-Cin
Figlio ministro trasporti cinese: Fu Rgon-Cin
Motociclista giapponese: Mafuso Lamoto
Nuotatore tedesco: Otto Wasken
Nuotatore subacqueo americano: Paul Mon
Nuotatore subacqueo giapponese: Tokaj Ofunno
Ostacolista cinese: Cin Cian Paj
Piromane giapponese: Chian Cerjn
Podista giapponese: Nuja Fopu
Pokerista giapponese: Chion Full
Poliziotto rumeno: Silu Pescu
Posteggiatore rumeno: Moku Mesku
Pugile giapponese: Soshito Ntronato
Riserva giapponese: Jokopoko Majoko
Raccattapalle giapponese: Joko Maj
Saltatore giapponese: Sojto Steso
Sarto giapponese: Sumjsura
Smemorato cinese: Kjso
Tuffatore giapponese: Kifukj Maspjntu

TV: "cultura" e interessi


La tv a due velocità: cult, ma non per tutti
E’ il “digital divide”: un vero e proprio divario culturale separa chi vede i vecchi canali e chi paga
Paolo Martini - Roma - Di più è di più. Così, semplicemente, si può riassumere una svolta della tv. Il nuovo slogan assomiglia al fortunato «di tutto, di più» della vecchia Rai, ma ha ben altra storia. «Di più è di più» era il motto della dinastia dei Tudor. E a segnare questa svolta di più-di più della tv è proprio l'imminente grandioso lancio della serie televisiva con Jonathan Rhys Meyers nei panni (e soprattutto pure senza i panni) di Enrico VIII. Sesso e Utopia, intrighi e collarini, guerre e farsetti, ossessioni d'amore e riforme religiose in una spettacolare ricostruzione cinematografica per la tv che negli Stati Uniti ha segnato un salto di qualità del più importante canale a pagamento, Showtime. (...)
Il lancio dei Tudors, testa a testa con gli attesissimi nuovi episodi di Lost sui canali Fox del bouquet Sky, segna il passaggio della tv-tv alla scena digitale. Finora la digi-tv aveva raccolto soprattutto pubblici di nicchia, magari molto importanti, ma pur sempre meno «generalisti» di quelli della tv tradizionale. E' un vero e proprio nuovo divario culturale, il paio del cosiddetto «digital-divide», quello che separa ormai chi si sorbisce la solita vecchia tv, e chi pagando può permettersi di accedere ai canali digitali. In Italia a Sky si sono affiancati i tre nuovi strani canali di Premium Gallery, Joy, Mya e Steel: Mediaset li sta spingendo persino con offerte che si comprano come le ricariche dei cellulari. E il risultato finale è che, secondo i dati dell'indagine di base ufficiale per l'Auditel, sono ormai 8,6 milioni le famiglie italiane digital-televisive. Aldilà degli indici di ascolto effettivi, che sono ancora difficili da calcolare, la svolta è nei fatti. Per esempio, è evidente che se uno spettatore si avvicina allo stile e ai linguaggi della nuova produzione seriale Usa (che peraltro le reti generaliste sacrificano con programmazioni insensate), resta stregato: ed è davvero difficile tornare indietro. (...)
E il «Di più è di più» dei Tudors non è roba da mammolette di Rivombrosa, è davvero crudo. Alla fine il «digital-divide» televisivo è anche una questione di censura, perchè sulle reti generaliste viene tutto ancora massacrato secondo un'improbabile ma ferrea logica moralistico-politica. E quest'anno ci si è messo persino lo sciopero degli autori, che fornisce il pretesto per un nuovo disordine a chi decide le griglie rigide della tv tradizionale. Nella digi-tv le serie vengono mandate e rimandate in onda senza grandi problemi, in perenne «loop». Ogni giorno in tutto il mondo viene vista una qualche puntata di un qualche Csi, ed è così che è diventata la serie record di pubblico di tutta la storia dello spettacolo. Di più è di più, appunto.

domenica 30 marzo 2008

Senza parole... e senza criteri!


LA CHIESA INGLESE HA DEFINITO L'OPERA «BRILLANTE E INTELLIGENTE»
«The Manga Bible», Gesù è un supereroe
L'opera del fumettista Siku sta spopolando tra i ragazzi inglesi. «Vedo Cristo come il Superman originale»
LONDRA - La Rete ne parla, e non solo. La «Bibbia» tradotta in manga dal fumettista di origini nigeriane Ajinbayo Akinsiku, detto Siku, sta letteralmente spopolando tra i giovani inglesi. Come dire, finalmente Cristo ha davvero un «volto» umano. Ed è il volto di uno straniero solitario, con lunghi capelli neri e una tunica svolazzante. Come i supereroi delle «strisce» più note, è arrivato per salvare il mondo. Ma lui ha qualcosa in più: di nome fa Gesù. «The Manga Bible» ha venduto 30mila guadagnandosi nientemeno che l'elogio dell'arcivescovo di Canterbury. «Lo vedo come il Superman originale. È per questo che entra in scena così, con questa sua sagoma e con le sue pose da eroe» ha spiegato Siku.
LINGUAGGIO - Scopo del fumetto, ormai il manga più venduto nel Paese, è insegnare il messaggio della Bibbia ai ragazzi dai 15 ai 25 anni. Dalla Genesi al Vangelo, tutto in circa 200 pagine. Con personaggi che utilizzano lo stesso linguaggio dei ragazzi, iniziativa costata a Siku qualche critica dai più tradizionalisti. Non però dalla Chiesa inglese, che ha definito l'opera «brillante e intelligente». «È una cosa che può urtare certe persone, ma in cui molte si possono identificare. L'idea che Gesù Cristo sia una sorta di supereroe non è nuova, basta pensare al musical "Jesus Christ Superstar". Ciò che importa è che il messaggio della Bibbia sia mantenuto» ha detto un portavoce.

Ignoranti


"Gli ignoranti macchiano o distruggono sempre
quello che non sono in grado di capire"

Donne in cerca dell'amato, 27

sabato 29 marzo 2008

Identità e ferite


"Il desiderio ritrova le sue radici profonde nella reciprocità. Noi desideriamo essere desiderati e assaporiamo il desiderio degli altri per noi. Proviamo piacere quando l'altro trova piacere in noi. Per questo corriamo il rischio immenso di lasciare che l'altro ci veda in tutta la nostra vulnerabilità, consegnandoci nelle sue mani. Rowan Williams l'ha espresso in modo mirabile:

"In modo cruciale nella relazione sessuale io non sono più affidato a me stesso. Ogni esperienza autentica del desiderio mi mette all'incirca in questa situazione: non posso soddisfare da solo il mio desiderio senza snaturarlo o degradarlo. Questo manifesta in modo eminente che l'io non può cavarsela da solo. Perché il mio corpo sia una sorgente di gioia, mi permetta di stare in pace con me stesso, deve essere riconosciuto, accettato, valorizzato da qualcun altro. Questo significa: dipendere dalla creazione della gioia nell'altro, perché solo quando è orientato al godimento e alla felicità dell'altro il mio corpo può essere amato senza riserve. Desiderare la mia gioia è desiderare la gioia di quell'altro che io desidero. Quando cerco il godimento nel corpo dell'altro io tendo a far sì che il mio corpo sia fonte di godimento. Noi proviamo piacere quando doniamo piacere".

L'Ultima Cena è un invito a condividere l'immensa vulnerabilità di Gesù quando egli si consegna nelle mani dei discepoli. Questa vulnerabilità rimane per sempre. Quando Gesù risorge dai morti mostra le ferite delle sue mani e del costato: egli sarà ormai per sempre il Cristo ferito e risuscitato. Abbiamo il coraggio di imparare a essere così vulnerabili all'altro? Il coraggio di rischiare di essere feriti da quelli che amiamo?".
Timothy Radcliffe, Amare nella libertà, 65-66

Polvere


"Quando gli abitanti di un villaggio della Palestina chiesero a rabbi Yehuda Hanassi di inviare loro per maestro uno dei suoi migliori allievi, questi raccomandò loro rav Levi, profondo erudito e brillante oratore. Il nuovo maestro arrivò e la folla lo ricoprì di elogi, facendolo salire su un palco dal quale pronunciare il suo primo discorso di Torà (Legge). Ma quando rav Levi volle aprire bocca non ne uscì neppure un suono. Il suo cervello era vuoto. La folla cercò di incoraggiarlo con qualche domanda, ma Levi restò muto. Confuso e umiliato tornò dal suo maestro e raccontandogli l'accaduto aggiunse delle parole simili a queste: "Rabbi, mi rendo conto adesso che al momento di salire sul palco ho provato un soffio di fierezza che ha cancellato tutte le mie conoscenze di Torà". È bastato un piccolo inorgoglimento, un soffio di fiato tirato a sollevare il petto in alto e tutta una vita di studio si è ammutolita. Maestro è chi recide ogni giorno il prepuzio di orgoglio che ricresce sulla lingua di chi parla da un pulpito. Già il Trattato dei Padri, nel Talmud, insegna: "Non fare delle parole della Torà una corona per te ingrandendoti con esse". La vicenda di rav Levi mostra che la conoscenza delle scritture sacre non è un possesso neanche dei maestri. Essi la possono soltanto ospitare e tutto il loro studio è solamente il tappetino d'ingresso. La Torà non varca la soglia di chi non l'abbia ben ripulito ogni giorno dalla polvere dell'orgoglio".
Erri De Luca, Alzaia, 90

venerdì 28 marzo 2008

Stomp - Out Loud: Basketballs and Kitchen

Diamo ritmo alla vita!!

Siamo tutti scemi?


Carlà a fumetti
Da un paio di giorni i quotidiani e i tg di mezza Europa dedicano spazi enormi a una bella signora torinese che scende con eleganza le scalette degli aerei, siede reclinando con grazia le gambe e indossa a meraviglia cappottini, scarpe basse e la carica di moglie del presidente della Repubblica francese. Le vengono dedicate copertine e prime pagine (compresa la nostra) senza che abbia pronunciato una parola o compiuto un gesto significativo che non sia quello di esistere. Nel frattempo suo marito ha detto che non ritirerà le truppe dall’Afghanistan, rimangiandosi le promesse elettorali, e ha intessuto accordi con Londra che avranno una certa conseguenza sul futuro del continente che oggi si occupa delle borsette di Carlà. Mentre di ciò che dice e fa Sarkozy, al di là di qualche dichiarazione di panna montata sul boicottaggio olimpico, pare non importi nulla a nessuno.
Siamo tutti scemi, giornalisti e cittadini? E’ un’ipotesi da prendere in considerazione. Più che altro, però, siamo di fretta. Per poterci soffermare sulla retromarcia afghana di Sarkò bisognerebbe prima essersi domandati dov’è Kabul e cosa sia successo ultimamente da quelle parti. Processi logici che richiedono fatica e soprattutto tempo: almeno un minuto di mente sgombra. Impresa improba con il bambino che piange, la vicina che rompe, il telefono che squilla, l’appuntamento che incombe. Così uno si accontenta di sfogliare il mondo come un giornale a fumetti: attraverso immagini e foto, indignandosi moltissimo per lo scadimento dell’informazione, ma concedendosi solo nei giorni di festa il brivido di spingersi fino alle didascalie.
Massimo Gramellini - 28/03/2008

Milioni di mail


Preferisco vivere
Ogni giorno gli italiani ricevono 350 milioni di e-mail. Io da qualche settimana un po’ meno. Ho cambiato indirizzo di posta in segreto, calcolando forse con troppo ottimismo che ci vorranno almeno due anni prima che venga a conoscenza di un numero di persone sufficiente a intasarlo daccapo. Vi posso assicurare che è un’altra vita. Ormai la mattina accendevo il computer con l’ansia di chi si prepara a fronteggiare un’invasione. Come milioni di altri disperati, iniziavo le giornate con un eccidio, decimando decine di messaggi inutili - pubblicità, trappole, bufale, barzellette, catene di Sant’Antonio - senza neanche aprirli, tanto che nella mia furia iconoclasta finivano ghigliottinati anche i pochi che avrei magari voluto guardare. Sbrodolavo un’altra porzione consistente del mio tempo nel fronteggiare la costernazione di chi, avendomi mandato una e-mail, riscriveva mezz’ora dopo, stupito e amareggiato che non gli avessi ancora risposto. Per non deluderli, mi ero ridotto a replicare con messaggi monosillabici, autentici grugniti angloelettronici: ok, boh, bye. Mi trascinavo sommerso dai sensi di colpa fino a tarda sera, quando riaprivo la posta per affrontare l’ultima mareggiata, impreziosita dai messaggi di certe Melissa e Samantah che manifestavano familiarità nei miei confronti, invitandomi a raggiungerle nei siti più svariati. Ora vado al nuovo indirizzo e ci trovo due, massimo tre e-mail, alle quali è bellissimo rispondere con cura… Veramente stamattina erano quattro. E stasera cinque. Appena mi riacchiappa pure Samantah, cambio indirizzo di nuovo.
Massimo Gramellini - 26/03/2008

giovedì 27 marzo 2008

Imperdibile!



Parrucca per gatti l'ultima stravaganza Usa
L'idea è venuta a una signora americana, proprietaria di un siamese
SAN FRANCISCO (Usa) Una lunga chioma blu elettrico, frange biondo platino, boccoli rosa o argento al servizio della vanità felina. E' l'ultima follia made in Usa, parrucche per gatti in vendita a 50 dollari l'una. L'idea è venuta a una signora di San Francisco, Julie Jackson, proprietaria di un siamese, di nome Boone. La parrucca "silver", assicura il sito che pubblicizza il prodotto, fa sentire il gatto di casa sexy ed elegante come un puma, mentre quella blu elettrico gli conferisce uno sguardo acuto e un aspetto sgargiante. Non sappiamo se anche in Italia a qualcuno non venga in mente di mettere sotto l'albero l'originale gadget, ma guardando il musetto dei gatti con parrucca sembrerebbero dire "guarda cosa mi tocca fare per far contento il mio proprietario".
http://www.lastampa.it/lazampa/girata.asp?ID_blog=164&ID_articolo=215&ID_sezione=352&sezione=Segnalato+dalla+rete
Altri regali animaleschi su:
Voglio vedere chi ha il coraggio...!!

Videogames e salute


LA PROPOSTA IN IN GRAN BRETAGNA

«Alcuni videogames nuociono alla salute»

Allo studio messaggi simili a quelli che si trovano sui pacchetti delle sigarette
MILANO - «Alcuni videogames nuociono gravemente alla salute’. Questo o altri messaggi simili a quelli che si trovano sui pacchetti delle sigarette potrebbero presto trovarsi sulle confezioni dei video giochi venduti in Gran Bretagna, scrive il Times.
LA PROPOSTA - E’ la proposta che scaturisce da un report commissionato dal governo britannico - in risposta alle ansie crescenti dei genitori sui rischi di internet e videogames - e redatto da Tanya Byron, psicologa infantile famosa sulle emittenti britanniche e collaboratrice del giornale britannico. «I genitori hanno paura a lasciar uscire i bambini così li tengono a casa ma danno loro la possibilità di incappare in rischi on line», dice l’esperta che propone una campagna informativa per genitori, insegnanti e bambini per trarre il maggior profitto dal mondo digitale senza alcun rischio.
LE INFORMAZIONI - E’ essenziale, secondo Byron, indicare sulle confezioni di ogni gioco l’età minima richiesta, i contenuti e le eventuali controindicazioni. I negozianti poi dovranno assolutamente rispettare i limiti d’età al momento di vendita e i genitori farebbero meglio a tenere il computer in soggiorno piuttoso che nella camera da letto del figlio. Esistono già alcuni sistemi di classificazione, dice Byron, sia britannico che europeo, ma sono inefficaci perché troppo confusi nella simbologia delle indicazioni e spesso si limitano a indicare solo i contenuti con scene di sesso o di violenza estreme.
27 marzo 2008

Laughing Baby

Questo video merita le nostre risate e merita di essere visto da tante persone... tante volte!!

mercoledì 26 marzo 2008

Scuola di preghiera per giovani

"La Scuola Cattolica"


E' uscito il nuovo numero della rivista teologica del Seminario di Milano: "La Scuola Cattolica".

Qui trovi l'indice e il sommario:


martedì 25 marzo 2008

lunedì 24 marzo 2008

Giornata dei martiri missionari


La Pasqua dei Martiri - di Bernardo Cervellera

Quest’anno la giornata di memoria dei martiri missionari coincide con il Lunedì dell’Angelo. Nello splendore pasquale ricordiamo la necessità del sacrificio, di Cristo e poi dei suoi seguaci, segno che la verità e l’amore non hanno abbandonato la terra.
Roma (AsiaNews) - Ogni anno la Chiesa italiana, e soprattutto il Movimento giovanile missionario e le Pontificie Opere dedicano una Giornata alla memoria e preghiera per i martiri missionari. L’evento viene celebrato ovunque con veglie di preghiera e digiuno, adorazione eucaristica, raccolta di aiuti per situazioni dove la Chiesa è perseguitata.La data per l’appuntamento annuale è il 24 marzo, anniversario dell’assassinio di mons. Oscar Arnulfo Romero, arcivescovo di san Salvador, ucciso nel 1980 mentre celebrava la messa. Quest’anno la data coincide con le feste di Pasqua: il 24 marzo è infatti il Lunedì dopo la Pasqua. Questa coincidenza mi sembra significativa. Anzitutto perché nel pieno dello splendore pasquale, ricorda la necessità del sacrificio, di Cristo e poi dei suoi seguaci. In un mondo che sogna il tutto facile, senza difficoltà, la Croce di Cristo e quella dei martiri è invece il prezzo “necessario” (Luca 24,26) perché brilli la luce di Pasqua. E d’altra parte, in un mondo – e una Chiesa – dove è forte la tentazione del “mettersi d’accordo”, del relativizzare, del non calcare le tinte, di un buonismo dolciastro, il sacrificio dei martiri ricorda che la Sapienza della Croce alla fine fa a pugni con la sapienza del mondo. Per questo, per quanto dialogo, inculturazione, amicizia, servizio si possa esplicare, il martirio –anche quello cruento – rimane una dominante essenziale dell’annuncio cristiano. (...) Il Lunedì dopo la domenica di Resurrezione è un po’ difficile digiunare ed essere tristi. Quest’anno i giovani dovranno puntare più alla gioia, alla gioia che è presente nel martirio. Perché il dono della propria vita, vissuto come amore grato a Gesù Cristo è promessa di buoni frutti per il mondo. Nel sacrificio del martire si dà un segno che la verità e l’amore, e Cristo stesso, non hanno abbandonato la terra, ma vivono e splendono perfino nell’abisso del male. (...)
Una lista di tutti i martiri cristiani uccisi nel 2007. Essa è una lista ecumenica, cioè comprende anche martiri non solo cattolici, ma anche di altre confessioni cristiane. Vale la pena ricordare che l’ecumenismo e la tensione all’unità fra le Chiese è nato e si nutre proprio dalla condivisione dello stesso destino, come la storia ha dimostrato e dimostra in molte nazioni (Russia, Cina, Vietnam, Kenya, Arabia Saudita, Egitto, Iran.…) Essa è pure una lista che supera il continente asiatico, per abbracciare tutto il mondo. L’Asia però occupa un posto preponderante: (...) Ricordare i martiri significa ricordare che la speranza della resurrezione è vicina. Nel nostro istituto, il Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime), c’è la tradizione che quando giunge la notizia del martirio di un nostro confratello, la comunità si raduna in chiesa per cantare il Magnificat: il Signore compie “grandi cose” unendo la fecondità della sua Croce e resurrezione al dono della vita di uno di noi.La lista è lunga, ma è stilata per difetto: essa contiene solo i nomi delle persone conosciute e la cui morte è confermata da almeno 2 fonti. Si può usare come una lunga litania, chiedendo a questi martiri di ottenere dal Signore della storia abbondante misericordia per il mondo e soprattutto per i persecutori. Buona Pasqua.
http://www.asianews.it/index.php?l=it&art=11827&theme=8&size=A

Vedi anche:
Elenchi dei missionari uccisi:

domenica 23 marzo 2008

Famiglie risorte: perché cercarle tra i morti?!


Il brano del Vangelo secondo Matteo in cui si narra la prima notizia della Risurrezione del Signore ricorda sulle labbra degli angeli questa espressione rivolta alle donne che erano andate a visitare la tomba di Gesù: «So che cercate Gesù il crocifisso. Non è qui. E' risorto, come aveva detto» (Mt 28, 5-6). Quest'anno vorrei leggerlo alla luce delle vicende di tante famiglie. E' vero che tanti nuclei familiari sono "come morti", tanto è difficile, drammatica la loro situazione: dobbiamo guardarle con compassione (come faceva Gesù: "patire con", "patire insieme") e farci vicini con stile amorevole. Ci è d'obbligo una considerazione: anche nella comunità cristiana ci sono tante sante persone che vanno a "visitare" "la" famiglia, ma sul presupposto che essa sia ormai un cadavere ricnhiuso in una tomba. Al massimo accorrono con la valigetta del pronto soccorso, nel tentativo, poco convinto, di provare a "ri-animare" una realtà ormai "senza-anima". Quali e quanti giovani accetterebbero di stare dentro una vita tombale?! Ai rianimatori-becchini e a noi, gli angeli del Dio della Vita ancora ricordano: «Non cercate tra i morti la famiglia, che è viva!». Possiamo noi osare dire la bestemmia che un sacramento, quello del matrimonio, è morto? Non dovremmo allora dire altrettanto dell'Eucarestia (a essere indulgenti con le ricerche sociologiche, il 15% dei battezzati frequenta settimanalmente la Messa domenicale, e non tutti ricevono la Comunione)? Si salverebbe dalla dichiarazione di morte il sacramento della Riconciliazione (le statistiche sono ancora più basse di quelle appena citate)? Non citiamo neppure l'Unzione degli Infermi, ancora collegata con la morte nella mentalità comune, e ricevuta da percentuali infime di fedeli… Manca all'appello il sacramento dell'Ordine, ma viste le previsioni (insipide e un po' insipienti) circa il futuro, pare che anche qui ci avviciniamo all'accanimento terapeutico. Toni troppo provocatori?! Forse sì, ma di certo si misurano con tutte le tinte fosche con cui vengono giudicate le condizioni attuali dell'amore coniugale, a cui non corrispondono a livello ecclesiale impegno, iniziative, credito altrettanto appassionati. La famiglia è "viva" non certo perché stia bene in quanto istituzione (alzino la mano quelle rare istituzioni che godono di buona fama, credibilità, salute), ma in quanto (finalmente!) sa di non essere autosufficiente, di non avere in sé la sua forza di sussistenza, di avere bisogno di Vita da un Altro! In una stagione in cui sembra che non ci sia bisogno di un salvatore dell'umano, e si va alla ricerca solo di un traghettatore nella burrasca economica (in attesa di tornare a godere appieno dei privilegi della società opulenta), meno male che la famiglia si rende conto di non poter stare in piedi da sola. La famiglia credente è una famiglia "che è stata resuscitata"e "che sta resuscitando", quando sa di essere oggetto della grande cura del Padre: «Questa è la volontà di Colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto Egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6,39). Il Figlio, il Vincitore risorto, l'Unico che ci basta, ha dato la sua vita «al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata» (Ef 5,27): così vuole per tutte le famiglie!
E' viva (evviva!) questa nuova giovinezza dell'amore tra una donna e un uomo!
Auguri per la Risurrezione familiare!


don Chisciotte